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giannipardo1@gmail.com
politica estera
22 giugno 2011
L'IMPOSSIBILE GIUSTIZIA INTERNAZIONALE
Molti vorrebbero che esistesse un “codice penale internazionale” sulla base del quale giudicare i criminali di guerra ed eventualmente i governanti dei Paesi sconfitti. Lo scopo di quel codice sarebbe quello di evitare da un lato l’accusa di avere violato il principio nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali (la norma deve precedere il fatto), dall’altro l’accusa di volere soltanto realizzare la vendetta dei vincitori.
Il desiderio è nobile: si vorrebbe un ordinamento internazionale prevedibile, contenuto in un codice pubblico uguale per tutti, vincitori e vinti. Purtroppo, questo desiderio è destinato a rimanere tale. Dopo avere scritto che il deliberato massacro della popolazione civile è un crimine, poi si afferma che il bombardamento di Dresda non corrisponde al caso e che il Comandante Harris è un grande capo militare. Mentre se la città fosse stata inglese e il comandante si fosse chiamato von Qualcosa, questo von Qualcosa probabilmente sarebbe finito appeso a una corda.
L’anelito alla giustizia è così profondo e universale che San Tommaso l’ha messo fra le prove dell’esistenza di Dio: “Può una simile speranza dell’umanità intera andare delusa?” Si vuole dunque che le leggi siano scritte perché il cittadino possa prevedere l’esito del giudizio e perché il giudice sia obbligato ad attenersi a quella norma. Purtroppo la giustizia cammina sulle gambe degli uomini ed esiste sempre il pericolo che chi deve applicarla sia influenzato dai propri interessi, dai propri sentimenti, dai propri pregiudizi. Perfino in buona fede il giudice può trovare l’escamotage che gli permette di emettere un giudizio del tutto imprevedibile per l’interessato. E così la giustizia e la sua prevedibilità vanno a farsi benedire. Proprio per questo esistono più gradi di giudizio: si spera che gli eventuali interessi, sentimenti e pregiudizi dei giudici superiori compensino quelli dei giudici inferiori.
Da ciò si deduce che in materia di giustizia la massima garanzia del cittadino non è la lettera della legge ma la terzietà del giudice.  Il fatto che egli non conosca né l’attore né il convenuto e della materia del contendere non gli importi nulla, neppure proiettivamente. Anche la sua designazione automatica (“il giudice naturale”) ha questo scopo.
Non che questo stia sufficiente. Anni fa, in un Tribunale del Sud, tutti i magistrati davano ragione all’inquilino contro il proprietario (vento di sinistra) salvo uno che, avendo sofferto personalmente le angherie di un inquilino, aveva tendenza a dare ragione al proprietario. E quanti sono i magistrati assolutamente indifferenti al fatto che nel giudizio si tratti di Berlusconi?
La terzietà del giudice è quanto di meglio si possa sperare, in concreto. Si può avere almeno questo, in campo internazionale? La risposta è un rotondo no. Nessuno si fiderebbe del giudizio di un magistrato nella controversia tra il figlio e un estraneo. E analogamente come può il giudice del Paese A, per anni in guerra col Paese B, da cui ha subito bombardamenti, tragedie e massacri, e che magari gli ha ucciso un congiunto, giudicare serenamente i comportamenti dei militari e dei politici di B? Perfino quando i colpevoli sono assolutamente imperdonabili nessuno può contare su un giudizio imparziale. Se Bin Laden fosse stato catturato, processato e riconosciuto totalmente infermo di mente, che cosa avrebbero pensato gli americani di un’assoluzione, normale in qualunque altro caso? Più precisamente: quale Corte si sentirebbe di andare contro l’assoluta convinzione dell’intera nazione? O.J.Simpson fu assolto contro l’evidenza dei fatti e contro l’universale convinzione dei cittadini ma in seguito è stato rovinato da un immane risarcimento e l’America gli ha inflitto la morte civile. An che se meritava la condanna, questa è giustizia di popolo. È come se l’avessero appeso al primo albero incontrato. Chi avesse assolto Bin Laden poi forse sarebbe stato ucciso per strada.
Gli adepti dell’ideale della giustizia internazionale chiedono un Tribunale “terzo”. Terzo come l’Onu? Quell’Onu in cui impera una maggioranza di Paesi non democratici e tendenzialmente anti-occidentali? In cui c’è la cosiddetta “maggioranza automatica”, quando si tratta di andare contro Israele? Proprio per queste ragioni gli Stati Uniti non hanno mai voluto sottoporsi al giudizio di questo genere di Corti.
La giustizia internazionale, se ambisce ad essere giusta, non può esistere. Se si creano Corti di questo genere è meglio essere capaci di influenzarne i giudizi e tanto forti da disobbedire alle loro sentenze, se sfavorevoli.
Comunque si raccomanda di vincere tutte le guerre.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it,
22 giugno 2011
politica estera
2 maggio 2011
PERCHÉ BIN LADEN È STATO UCCISO
Se si chiedesse: “Perché Bin Laden è stato ucciso?” molti risponderebbero con stupore: “Ma perché è uno dei più grandi criminali dell’ultimo decennio!” E la risposta non sarebbe esatta.
Innanzi tutto nei Paesi civili per dichiarare che qualcuno, qualunque cosa abbia fatto, è un criminale, si richiede la sentenza del giudice naturale. In secondo luogo, nulla ci può rendere sicuri, nel caso dei peggiori crimini concepibili, che l’accusato meriti la pena di morte: non solo perché parecchi Paesi (fra cui l’Italia) non la prevedono, ma anche perché una perizia potrebbe, per infermità mentale, escludere parzialmente o interamente la responsabilità.
Se dunque Bin Laden è stato ucciso è per una di queste due ragioni: o perché ha ingaggiato un conflitto a fuoco con i Navy Seals – e in un conflitto a fuoco si può sempre morire – o perché quegli specialisti della marina americana avevano l’ordine di non prenderlo vivo. E questa è la cosa più interessante.
Quando il nemico è, per così dire, una persona per bene, alla fine delle ostilità si tratta con lui. I re di Francia hanno battagliato praticamente con tutti gli Stati europei ma, cessate le ostilità, i rapporti sono stati più o meno quelli di prima. Se Carlo Quinto fa prigioniero Francesco Primo non è che lo uccida o lo maltratti. Lo tratta con tutti i riguardi e, al massimo, ne approfitta per chiedere un consistente riscatto.
Le cose cambiano quando l’avversario da un lato è un delinquente di cui l’intero popolo reclama la punizione esemplare, dall’altro è in possesso di segreti che potrebbero mettere in difficoltà i capi del Paese vincitore. E c’è un altro elemento ancora: per secoli, chi ha prevalso in guerra ha avuto il diritto di passare a fil di spada non solo il capo dei vinti ma i vinti stessi, all’occasione a migliaia. Nei tempi recenti, giustamente, si è reputata questa pratica barbara e “illegale” ma ne è nato un diverso problema, un fenomeno come il “processo di Norimberga”.
Anche se il principio instaurato è stato che non si cerca la vendetta ma la giustizia, mancano in questi casi troppi elementi perché il processo stesso possa essere reputato “legale”. Nel caso di Norimberga, si sono giudicati gli accusati per un reato che non era previsto come tale al momento della commissione: l’avere complottato per scatenare una guerra di aggressione. Dimenticando che l’Unione Sovietica manteneva la propria sovranità sugli Stati baltici in seguito ad un’annessione e dimenticando che mentre la Germania, in seguito al patto Ribbentrop-Molotov, si era appropriata di mezza Polonia (crimine del quale ora rispondevano i suoi capi)  l’U.R.S.S. si era appropriata dell’altra metà e non era accusata.
L’assenza della previsione del fatto come reato è un’insanabile irregolarità. È da secoli (dal Settecento) che il principio per cui nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali, nessun crimine, nessuna pena senza una precedente legge penale, è un indiscusso dogma giuridico.
Quanto ai crimini contro l’umanità, la Russia di Stalin di colpe simili si era resa e continuava a rendersi colpevole ancora in quegli anni. Ciò nondimeno ebbe persino la sfacciataggine di cercare di incolpare i nazisti del massacro di Katyn, sapendo benissimo che le centinaia di ufficiali polacchi erano stati trucidati dalla polizia segreta sovietica. E si può continuare (http://en.wikipedia.org/wiki/Nuremberg_Trials).
La semplice verità è che la guerra non è un affare legale. Nessuno Stato rinuncerebbe alla vittoria per non commettere un’illegalità. E nessuno Stato, potendo, accorderebbe al vinto una tribuna con la quale mettere in dubbio la “legalità” e la moralità della propria vittoria. Chissà che non sia stata questa la ragione per l’uccisione di Mussolini. Un Duce vivo avrebbe avuto parecchio da ricordare e rinfacciare a molti famosi antifascisti del dopoguerra.
L’ordine sarà dunque stato quello di eliminare Bin Laden. Non che egli potesse avere chissà quali rivelazioni da fare a carico degli americani, in questo caso autentiche vittime delle sue azioni, ma il suo processo sarebbe stato una campagna pubblicitaria di inimmaginabili proporzioni a favore di Al Qaeda (quanto meno nel mondo musulmano) e la sua morte per mano del boia ne avrebbe fatto un martire e un’icona. Meglio mostrarne l’immagine di cadavere umiliato, come nel caso di Che Guevara, e meglio presentare la sua morte come quella di un combattente, come nel caso di Salvador Allende.
La risposta alla domanda: “Perché Bin Laden è stato ucciso?” non è quella che pare più naturale. La risposta più vera è probabilmente: “Per ragion di Stato”. E solo di passaggio perché lo meritava moralmente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
2 maggio 2011

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