.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
politica interna
28 aprile 2011
L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA. E IL BUON SENSO
In Italia c’è la moda di idolatrare la Costituzione Italiana quasi fosse stata ispirata dallo Spirito Santo. O direttamente dettata sul Sinai a un Mosé antifascista. È invece lecito considerarla pericolosa: soprattutto nelle parti più generali. Abbiamo scritto in passato che l’art.3 (uguaglianza di tutti i cittadini) autorizzerebbe la Corte Costituzionale ad abolire la distinzione tra i gabinetti per gli uomini e gabinetti per le donne. Infatti, dove si ferma l’uguaglianza?
L’accenno alla Corte Costituzionale non è casuale. Se infatti una legge demenziale - come quella ipotizzata – è votata dal Parlamento, di quella legge deputati e senatori devono poi rispondere ai loro elettori. Se invece il provvedimento nasce da una decisione della Corte – organo non eletto e che si vorrebbe non politico – quale strumento si ha, per difendersi da una follia?
Né si tratta di un caso teorico. Le decisioni della Consulta, a proposito dei referendum, dei “lodi Alfano” e di tante altre materie, lasciano più che perplessi. Si tratta infatti di decisioni politiche con l’alibi del puro diritto, senza che poi i quindici magistrati debbano risponderne al Sovrano, cioè al popolo.
Un caso in cui la Costituzione e quel Supremo Organo che ne è il Profeta potrebbero far danni è l’art.11. Esso recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Lasciando ai costituzionalisti il compito di scrivere interi trattati su queste poche righe, se ne possono evidenziare i punti essenziali. L’Italia ripudia la guerra d’aggressione: ma nessuno Stato mai ha confessato d’aver dato inizio ad una guerra d’aggressione! Roma conquistò un immenso Impero “per difendersi”. Niente di diverso ha fatto la Russia, soprattutto perché priva di confini naturali. Perfino Hitler - un vero aggressore, se mai ce n’è stato uno - si aggrappò al concetto di Lebensraum, spazio vitale: insomma attaccò la Cecoslovacchia e la Polonia per sopravvivere. Per questa parte la formulazione è dunque inutile: se l’Italia è pacifica, non aggredirà mai nessuno, anche se non fosse scritto nella Costituzione; e se aggressiva fosse, direbbe che quella non è una guerra d’aggressione. E comunque la Corte potrebbe dichiarare “incostituzionale” una guerra che il Parlamento considera “difensiva”.
“Come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. E a chi mai potrebbe venire una simile idea? La guerra può servire a procurarsi delle risorse, ad allargare i propri confini, ad eliminare una minaccia, a moltissimi scopi, ma mai ad uno scopo “ideale” – se pure negativo – come offendere la libertà altrui. Se oggi già si dichiara assurda l’idea di esportare la democrazia (cioè di regalarla, la libertà), figurarsi quanto assurda sarebbe l’idea di far morire alcuni dei propri soldati pur di andare a dar fastidio ad un altro popolo.
La rinuncia alla guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” non è meno discutibile. Innanzi tutto, se siamo aggrediti, non possiamo che difenderci. Con la guerra. Se poi si volesse che il senso di quelle parole sia che la guerra si può evitare col negoziato, si direbbe cosa giustissima, se soltanto si potesse essere certi che, sempre e comunque, la trattativa avrà successo. Ma così non è. E allora? Se l’imperativo di non far guerra non prevedesse eccezioni, l’Italia sarebbe soccombente in qualunque negoziato: infatti qualunque controparte saprebbe in anticipo che, in caso di rottura, noi non ricorreremmo alla forza.
Il resto dell’articolo ipotizza una polizia internazionale, capace di assicurare la pace. Ma questa polizia non esiste. L’Onu non ha un esercito. E quando questo esercito si trova, c’è sempre il sospetto che chi è disposto a fornirlo abbia interesse a farlo. Se gli Stati Uniti non avessero voluto contenere l’espansionismo comunista, chi avrebbe impedito alla Corea del Nord di annettersi la Corea del Sud? Un esercito Onu può non essere disponibile per una causa giusta e può essere disponibile per una causa che una delle parti reputa ingiusta. Chi ci assicura che il Palazzo di Vetro sia infallibile? Già oggi Gheddafi può dire che una Risoluzione dell’Onu consente l’aggressione immotivata al suo Paese, con lo scopo di un regime change che non fa parte della Carta. Siamo sicuri che intervenire in una guerra civile sia conforme agli ideali delle Nazioni Unite? E chi dice che gli insorti non si riveleranno peggiori del Colonnello?
Il ripudio della guerra senza condizioni, se applicato alla lettera, corrisponderebbe alla castrazione del Paese. Il riferimento all’Onu, d’altra parte, è tutt’altro che tranquillizzante. Oggi quell’Organizzazione vuole rimuovere, e all’occasione uccidere, Gheddafi, tempo fa ha affidato alla Libia dello stesso Gheddafi la Presidenza della Commissione per i Diritti dell’Uomo. Da decenni rivede le bucce del comportamento di Israele per dare soddisfazione alla “maggioranza automatica” (notoriamente composta da nazioni antidemocratiche) e chiude gli occhi sulle aggressioni mortali subite da quel piccolo Paese.
Insomma, che l’Italia faccia o non faccia guerre. Ma ci risparmi l’ipocrisia della Costituzione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
28 aprile 2011

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Guerra libia costituzione art.11

permalink | inviato da giannipardo il 28/4/2011 alle 14:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
27 aprile 2011
PERCHÉ L'ITALIA BOMBARDA LA LIBIA
Se mio padre è un perfetto galantuomo, sarebbe strano che non lo trattassi col massimo rispetto. Ma questo rispetto non può estendersi fino a giudicarlo una persona intelligente se tale non è. Nello stesso modo, la democrazia è il miglior tipo di regime che l’umanità sia riuscita ad inventare ma ciò non può obbligarci a non vedere i suoi difetti.
Una persona informata e con un minimo di cultura è allarmata pensando che le sorti del Paese dipendono anche dal voto di un uomo di cui ha conosciuto la perspicacia in occasione dell’ultima assemblea di condominio. Il cittadino medio è tanto incompetente in economia, in diritto e in politica quanto lo è in chimica, glottologia e storia degli Assiri. Dunque, per ottenere il suo consenso, bisogna spiegargli i problemi in forma per lui comprensibile e la conseguenza è che la politica è grandemente influenzata dalla retorica e dalla demagogia. Fino ad esserne non raramente stravolta. Inoltre, i cittadini diffidano con ragione dei governanti e i candidati si presentano sempre sotto il migliore aspetto morale. “Gli altri sono cattivi, noi siamo buoni”, “Gli altri pensano a se stessi e ai loro amici, noi siamo disinteressati, e vi faremo ottenere ogni sorta di vantaggi”. Il tutto dà luogo ad un autentico festival delle bugie.
Il correttivo, in democrazia, è che il buongoverno e il malgoverno hanno infine effetti concreti. Può avvenire che il corpo elettorale attribuisca all’esecutivo meriti o demeriti che non ha ma esiste comunque un controllo dei risultati che può condurre alla riconferma della maggioranza o al suo insuccesso.
Questo meccanismo funziona molto meno bene in politica internazionale. Se già i cittadini sanno poco di ciò che avviene nel loro Paese, figurarsi quali idee possano avere in campo geopolitico. Non solo gli mancano le necessarie nozioni di geografia fisica ed economica, non solo non sanno molto dei flussi energetici e delle merci, delle alleanze e delle storiche inimicizie, ma non sono nemmeno equipaggiati per capire come funziona questo mondo: qui imperano infatti la nuda forza, gli interessi privi di scrupoli, l’egoismo più sconfinato elevato al livello di suprema virtù. Gli Stati hanno fra loro rapporti che, sotto l’apparenza della cortesia, corrispondono a quelli di animali in competizione per il cibo e le femmine. E che per il cibo e le femmine sono disposti a sopprimere i concorrenti.
La forza dei dati concreti spiega molti comportamenti che sorprendono l’uomo della strada. Questi non si rende conto che spesso contano più le necessità obiettive che i programmi politici. Obama ha fatto una campagna elettorale dando ad intendere che avrebbe totalmente cambiato la politica di Bush, avrebbe chiuso Guantanamo e avrebbe posto fine agli impegni bellici internazionali degli Stati Uniti, e di fatto ha lasciato tutto come prima. Anzi, ha aumentato il numero degli effettivi impegnati in Afghanistan. L’idolo delle sinistre (e delle donne) J.F.Kennedy si è reso responsabile dell’impantanamento degli Stati Uniti nel Vietnam. Un caso simile si è avuto persino da noi: Massimo D’Alema, da Presidente del Consiglio, ha impegnato l’Italia in un’azione bellica nei Balcani, a fianco degli Stati Uniti, contro la quale avrebbe ferocemente protestato – anzi, sarebbe “insorto” – se in quel momento avesse fatto parte dell’opposizione. Soprattutto tenendo conto delle tradizioni pacifiste e antiamericane della sinistra. Ma un conto è tenere un comizio a Bologna, un altro guidare l’Italia. Come ha detto Bismarck, “Quanto meno la gente sa di come si fanno le salsicce e le leggi, tanto più serenamente dorme” (1).
Se i governanti sono necessariamente ipocriti in politica interna, in politica internazionale lo sono molto di più. In qualunque Paese civile si cerca di fare il bene di tutti, senza danneggiare nessuno, se possibile, e questo rende facile almeno l’apparenza della moralità. Viceversa, in campo internazionale non si può spiegare gran che ad un popolo ubriaco di morale e di buone intenzioni. Quand’anche esso riconoscesse la necessità di ottenere un certo risultato, vorrebbe che l’omelette fosse ottenuta senza rompere le uova. In campo internazionale i governanti hanno il problema di guidare il Paese o nascondendo le vere ragioni delle decisioni o ammantandole di falsi scopi.
La differenza fra politica interna e politica estera è la stessa che c’è fra “noi” e “loro”. Nella nazione, parliamo di “noi”: e “noi” siamo tutti. Nessuno può essere speso a vantaggio di un altro. Fuori dalla nostra nazione invece ci sono “loro”, e se appena la gente percepisce un pericolo, la regola diviene: meglio che perdano un miliardo “loro” che un milione “noi”; meglio che “loro” muoiano piuttosto che “noi” rischiamo di essere feriti.
Riguardo alla Libia, ciò che non si può dimenticare è che la geografia non cambia. Essa era lì al tempo dei Romani e sarà lì ben dopo di noi. E non cambia neppure l’economia: quel Paese ha tanto bisogno di vendere il suo petrolio e il suo gas quanto noi abbiamo bisogno di comprarlo. Dunque, se il bottegaio si è chiamato Gheddafi, è stato necessario avere a che fare con lui. Il fatto che sia antipatico, che in passato abbia maltrattato, depredato ed espulso gli italiani, avendo dopo persino la tracotanza di chiedere dei risarcimenti, non cambia il fatto che sia il negoziante sotto casa.
Poi il vento è cambiato e per ragioni che ignoriamo la Francia e l’Inghilterra hanno sentito l’urgenza di rimuoverlo dal potere. Molti italiani hanno allora dato libero sfogo alla loro antipatia, trasformandola audacemente in una buona ragione per azioni belliche, fino a considerare “protezione dei civili inermi” dei raid sull’ufficio di Gheddafi, chissà, magari con la speranza di ammazzarlo.
L’ultima giravolta del governo italiano – per noi incomprensibile – è la promessa di partecipare agli attacchi aerei. Ma visto che s’è capito ben poco di tutta la vicenda libica, possiamo solo sperare che il nostro governo sappia ciò che fa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
27 aprile 2011

 (1) “Je weniger die Leute wissen, wie Würste und Gesetze gemacht werden, desto besser schlafen sie!”


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. libia sarkozy berlusconi bombardamenti

permalink | inviato da giannipardo il 27/4/2011 alle 16:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 aprile 2011
GRANDI UOMINI, GRANDI ERRORI
Ci sono illusioni che sopravvivono a tutte le smentite. Si ha un bel ripetere che i numeri ritardatari del Lotto non hanno nessuna probabilità più degli altri di “uscire”, la gente continuerà a crederci. Analogamente non si ottiene nulla ripetendo che i Grandi Statisti sono da un lato più intelligenti e dall’altro più capaci di commettere errori di quanto la gente non pensi. Molti li giudicano cretini e poi si aspettano che non sbaglino mai.
Il fenomeno ha una spiegazione. I grandi del passato sembrano giganti perché hanno vinto. E infatti di Catilina sappiamo poco perché perse. Lo stesso Alessandro, se fosse morto in una delle sue prime battaglie, sarebbe stato l’ignorato figlio di Filippo. Il paragone con i contemporanei è sbagliato: è come confrontare con i vincitori delle passate edizioni i cento ciclisti del giro d’Italia di quest’anno. Risulterebbero quasi tutti dei brocchi.
“La familiarità genera il disprezzo”. Tutti sono pronti a trattare da grand’uomo Togliatti e ad irridere Pierluigi Bersani, mentre Togliatti è l’inescusabile complice di un grandissimo criminale e Pierluigi Bersani è un galantuomo. Ma il primo non fa parte del presente ed è facile mitizzarlo.
Bisognerebbe rispettare di più i contemporanei. Non si diventa Presidenti della Repubblica Francese se si è mezze calzette. Nicolas Sarkozy è un uomo straordinario. Ma anche gli uomini straordinari possono commettere enormi errori. Nel maggio del 1940 Mussolini ha creduto che la guerra fosse finita e questo è costato a lui la vita e all’Italia il peggiore disastro dal momento della sua unità. Sarkozy ha anche lui sbagliato quando ha creduto che come era andata in Tunisia e in Egitto dovesse necessariamente andare in Libia. Ha dichiarato guerra al vinto e ha sperato di cingere il proprio capo con una corona d’alloro ottenuta a basso costo. Purtroppo, la realtà gli ha risposto con una raffica di vecchie regole. Intervenire nelle vicende interne di un altro Paese non è quasi mai un buon affare. Una guerra non si svolge quasi mai come previsto. L’aviazione da sola non vince nessun conflitto e soprattutto non bisogna dimenticare che, quando parla il cannone, le nostre parole non si sentono. È inutile ripetere tre volte al giorno “Gheddafi se ne deve andare”. Si rischia di far notare ancora di più la propria sconfitta.
Sarkozy forse trascinerà la sua patria in qualcosa di peggiore della sconfitta: nel ridicolo. E non si capisce perché l’abbiano seguito una nazione pragmatica e saggia come la Gran Bretagna e (almeno in un primo momento) quegli Stati Uniti che hanno una situazione sia economica sia militare che non consente ulteriori avventure. Non  parliamo dell’Italia per carità di Patria.
Leggiamo dunque le scarne notizie che al riguardo compaiono oggi, fino alle 16, sul Televideo Rai. 
Ore 0,01 Libia. Per la Francia “Gheddafi deve andare via. Bisogna esercitare robusta pressione militare finché Gheddafi andrà via”.
2,07 Libia. Annullato volo per gli Usa del leader degli insorti libici Jibril. Lo ha reso noto la Commissione Esteri del Senato americano.
7,06 Brics. Vertice in Cina di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (Brics). Uniti sul “no” all’uso della forza in Libia.
11,15 Libia. Juppé: “La Francia è contraria ad armare i ribelli anti-Gheddafi. Non siamo in questa disposizione di spirito”.
13,14 Libia. Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, insiste per una soluzione “politica” e chiede immediato cessate il fuoco.
13,56 Libia. Clinton: gli Usa continueranno  a partecipare alle operazioni militari fino alla completa uscita di scena di Gheddafi.
La prima notizia corrisponde alla convinzione che si possa ottenere la pioggia parlando alle nuvole. L’ultima è pressoché falsa: la realtà mostra il ritiro sostanziale degli Stati Uniti, l’insufficienza delle azioni fin qui intraprese e l’impossibilità di andare oltre quello che s’è fatto fino ad ora. Robusta pressione militare? Ma se la Francia è contraria ad intervenire con truppe di terra e perfino (Juppé) “ad armare i ribelli anti-Gheddafi”! Gli Stati Uniti non ricevono il capo degli insorti, Jibril e il Segretario dell’Onu chiede un cessate il fuoco, come fa chiunque stia perdendo;  e sembra non rendersi conto che, se le armi tacciono, Gheddafi ha vinto.
Per questa campagna nata dalle rodomontate di un Presidente che pensava di schiacciare Gheddafi come una zanzara la campana a morto la suonano la Germania, che si è saggiamente astenuta dal partecipare, e soprattutto Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Questi Stati sono importantissimi e due di loro siedono addirittura nel Consiglio di Sicurezza, con diritto di veto. E se non si usa la forza, in Libia, come si obbliga Gheddafi ad andar via?
Per chi aveva scommesso su questa azione la realtà è molto mesta. Dal punto di vista militare gli insorti non hanno alcuna possibilità di vincere la guerra. Dal punto di vista politico la Libia non ha più le prime pagine dei giornali. Sul terreno a Gheddafi basterà aspettare che gli europei si stanchino di questa storia e se ne tornino a casa con le pive nel sacco.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2011


12 aprile 2011
L'EUROPA IMBELLE E PRESUNTUOSA
Friedrich Nietzsche notava che, se richiesti di un parere in materia di chimica o di paleografia, tutti si schermiscono: “Non sono competente”. Ma nessuno si dichiara incompetente in materia di morale. E di politica, aggiungiamo. In questo campo molti giornalisti scrivono disinvoltamente che i governi sono inetti, che chi li dirige non capisce nulla, che gli Stati - anche i più grandi e gloriosi - non fanno che inanellare errori. Uno di questi soloni in servizio permanente effettivo è Eugenio Scalfari. Leggendo i testi di questi Besserwisser, di quelli che la sanno più lunga, viene voglia di concludere: “Insomma mi stai dicendo che il principale errore è stato quello di non affidare a te la guida incontrastata del mondo. Tu sì avresti saputo che cosa fare”.
Nessuno dice a Vettel o ad Hamilton: “Alzati ché mi siedo al tuo posto e faccio meglio di te”, ma tutti sono disposti a dirlo a Sarkozy, a Obama, a Cameron e, ovviamente, a Berlusconi.
Naturalmente non si sostiene che gli illustri personaggi non sbaglino mai: sarebbe una sciocchezza smentita cento volte dalla storia. Ma li si potrebbe rispettare un po’ di più.
Franco Venturini ad esempio (1) fa una lunga lista dei problemi del momento in Egitto, Tunisia, Libano, Iraq, Iran, Gaza, Yemen, Giordania, Algeria, Oman, Marocco, Bahrein e Arabia Saudita. E conclude che “noi occidentali avremmo bisogno di statisti, di visioni strategiche, di capacità di leadership, e riusciamo ad esprimere soltanto la nostra inadeguatezza”. “Siamo davanti a una grande Storia, al processo rivoluzionario del mondo arabo, e non sappiamo bene cosa fare oppure siamo ostaggi delle nostre convenienze democratiche nazionali”. Insomma tutti i nostri governanti hanno le idee confuse e sbagliano in coro. Sarà. Ma a nostro parere l’errore non lo commettono i governanti: lo commettono i popoli. Soprattutto gli europei e gli statunitensi. E in democrazia i governanti sono costretti a seguirli.
Le potenze europee sono senza alcun dubbio in grado di difendersi agevolmente da un attacco proveniente dai Paesi meno sviluppati. Cessata la Grande Paura dell’Unione Sovietica, ed essendo inverosimile un attacco degli Stati Uniti o della lontana Cina, non solo l’Europa vive un periodo di pace che dura da 66 anni, ma non vede neppure all’orizzonte quale avvenimento potrebbe interromperlo. Se negli scorsi decenni dei soldati europei hanno imbracciato un fucile è stato fuori dall’Unione Europea. Per conseguenza potremmo dormire fra due guanciali. Invece ci procuriamo ansie contraddittorie e preoccupazioni inutili. Il problema dell’immigrazione clandestina, per esempio, nasce dalla nostra drammatica mancanza di risolutezza. E  soprattutto da un lato rifiutiamo di usare le armi perfino per difenderci, dall’altro ci sentiamo responsabili dell’universo mondo e vorremmo che esso obbedisse alla nostra volontà. Ci sentiamo in diritto di dire, disinvoltamente: “Questo non possiamo permetterlo”. Come se il mondo, per andare avanti, dovesse ottenere il nostro permesso.
La retorica sembra una forza irresistibile. E infatti Venturini scrive:  “Tutto è possibile, ma che vinca Gheddafi no. In Siria la febbre sale… Ma così, a colpi di stragi, non potrà durare”. Ora, di grazia, chi mai ci ha affidato la responsabilità dei libici, dei siriani, degli yemeniti e chissà di chi altro ancora? E soprattutto, perché non è possibile che vinca Gheddafi? Venturini manderebbe suo figlio a combattere in Libia, per impedirlo?
La nostra frustrazione – anzi, più esattamente la frustrazione di Franco Venturini – nasce dal contrasto fra una volontà di inazione e una volontà di dominio del mondo. Se i romani e gli inglesi hanno creato un impero non l’hanno fatto sventolando una Carta delle Nazioni Unite. E se non si è disposti a sparare e a morire, per imporre la nostra volontà in altri Paesi, è meglio alzare alte mura intorno alla nostra polis e lasciare che il resto del mondo vada come vuole andare.
Noi chiediamo ai nostri governanti l’impossibile: che facciano grandi frittate senza rompere un uovo. Non siamo dunque confusi e mal guidati, come dice l’articolo di Venturini: siamo imbelli e presuntuosi. Miope ed inadeguato è innanzi tutto l’editoriale del Corriere della Sera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 aprile 2011


(1) http://www.corriere.it/editoriali/11_aprile_10/venturini_914ac93a-6344-11e0-9ce6-e69a9a96cab4.shtml

UN PO' MIOPI E INADEGUATI
Al Cairo piazza Tahrir è tornata a riempirsi di manifestanti e ci sono scappati dei morti. In Tunisia un governo transitorio esangue attende le elezioni, e non potrebbe, nemmeno volendolo, mostrare contro i migranti la fermezza che gli viene chiesta dall'Italia. In Libia si lavora sottotraccia per disgregare dal di dentro il regime di Gheddafi, ma intanto le forze del Raìs rischiano di battere la Nato oltre ai ribelli. E siccome a questo non si può arrivare, infuria il dibattito sull'ultima ratio: truppe di terra, armi agli insorti, accettare le possibili perdite e far volare più bassi gli aerei dell'Alleanza? Tutto è possibile, ma che vinca Gheddafi no. In Siria le febbre sale, complici i militari legati al potere alawita degli Assad. Ma così, a colpi di stragi, non potrà durare. E allora quali saranno i contraccolpi in Libano, in Iraq, in Iran, a Gaza? E Israele, resterà ancora a guardare? Esplosioni quotidiane scuotono lo Yemen. La Giordania, l'Algeria, l'Oman, forse il Marocco sono a rischio. Il Bahrein è stato normalizzato da una dottrina Breznev in salsa saudita. Ma proprio l'Arabia Saudita ha paura e fa paura, più di tutti.
Basta questo rapido sorvolo per trovare conferma a quanto in Occidente si desiderava e insieme si temeva: la Rivoluzione araba è un processo inarrestabile benché assai variegato nelle sue diverse componenti libertarie, economiche, religiose, tribali, generazionali, tecnologiche. Non sappiamo quale delle sue fasi stiamo vivendo, non sappiamo quanto durerà, non conosciamo i suoi sbocchi finali che potrebbero essere o non essere di nostro gradimento.
Qualcosa, però, lo sappiamo. Che proprio quando noi occidentali avremmo bisogno di statisti, di visioni strategiche, di capacità di leadership, riusciamo ad esprimere soltanto la nostra inadeguatezza.
L'Europa è semplicemente se stessa, quella che è diventata da qualche anno a dispetto di tutte le retoriche. Non è soltanto il punto di riferimento Usa a mancarle, perché gli europei si divisero sull'Iraq anche quando la leadership americana era forte. Più semplicemente - e la Libia è una conferma - a dettar legge nell'Unione sono i fronti interni elettorali dei principali soci, sono ora le urgenze di Sarkozy ora il nuovo nazionalismo mercantilista tedesco. Si può trovare un compromesso se si è in pericolo di morte, come sull'euro, ma sulla politica estera comune o su una politica europea per i migranti è meglio non farsi illusioni.
E poi c'era una volta l'America. Oggi Barack Obama viene accusato da molti di essere diventato mister tentenna, dall'Afghanistan alla Libia. Ma per capirlo è utile ricordare una frase del capo di stato maggiore della Difesa Mullen: la principale minaccia alla sicurezza dell'America è il suo deficit. A Washington sperano in una crescita appena sotto il tre per cento. Chi se ne intende aggiunge che tutto dipenderà dalla Rivoluzione araba e dal prezzo del petrolio, che a sua volta dipende dall'Arabia Saudita. Si capisce che esistano due pesi e due misure, nella politica di un presidente che vuole la rielezione. Siamo davanti a una grande Storia, al processo rivoluzionario del mondo arabo, e non sappiamo bene cosa fare oppure siamo ostaggi delle nostre convenienze democratiche nazionali. Anche questo è un processo, involutivo. Si affaccia forse un mondo post-occidentale, mentre qualcuno sta alla finestra e se la ride. La Russia, con il suo gas e il suo petrolio. E soprattutto la Cina, la potenza in emersione che può raddoppiare la sua velocità grazie al declino altrui.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA FRANCIA VENTURINI CORRIERE

permalink | inviato da giannipardo il 12/4/2011 alle 8:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
politica estera
28 marzo 2011
LA TATTICA MILITARE DI GHEDDAFI
Indubbiamente, in campo militare, ci saranno molte persone più qualificate per dibattere un problema di tattica. Ma, affinché gli altri possano lanciare la propria boccia, è pur necessario che qualcuno lanci il pallino.
Come mai le truppe di Gheddafi stanno indietreggiando a tutta velocità? Ai telegiornali piace presentare il fenomeno come la travolgente, irresistibile avanzata degli insorti: ma, a rifletterci, questa descrizione del fenomeno appare inverosimile. Se gli stessi insorti hanno resistito meglio, e per più tempo, all’attacco di un esercito regolare, fornito di artiglieria e di mezzi corazzati, come mai questo esercito non sarebbe in grado di resistere nemmeno un paio di giorni per difendere città come Ras Lanouf o Brega, che pure sono importanti terminali petroliferi?
La nostra idea, magari sbagliata, è che l’intervento degli aerei francesi e inglesi ha cambiato il quadro bellico. Dal momento che la Libia è un Paese prevalentemente desertico, dove non c’è dove nascondersi, e dal momento che esso non possiede un’aviazione che possa contrastare i velivoli moderni, i suoi mezzi corazzati si trasformano, da irresistibile vantaggio nei confronti di insorti armati solo di fucili, in bersagli facili. Sitting duck, anatre sedute, come dicono gli inglesi, parlando di navi da guerra non più in grado di governare.
Oggi un aeroplano può “illuminare” dal cielo un carro armato e annientarlo, senza scampo, con un missile a guida radar. Dunque il loro uso, mentre non dà più vantaggi militari (ed anzi provoca la morte dei carristi), distrugge inutilmente una parte delle risorse militari in materia di mezzi corazzati. È stato inevitabile ritirarli alla massima velocità, per salvarne almeno alcuni.
Gli anglo-francesi non sono affatto intervenuti in Libia per proteggere la popolazione civile, sono intervenuti risolutamente, e in modo precisamente bellico, a favore di una delle due parti in lotta. La Russia protesta con ragione. Una conseguenza di questo stravolgimento della Risoluzione 1973 dell’Onu è che, sempre a causa della natura del terreno, gli aerei possono distruggere tutti i mezzi che trasportano truppe, munizioni, rifornimenti e tutto quanto serve ad un esercito in campo. E un esercito privo di rifornimenti è presto sconfitto. Gli italiani hanno fatto questa esperienza proprio in Libia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Dunque conviene a Gheddafi ritirare al più presto le proprie forze in una località in cui il vantaggio del dominio dell’aria sia annullato o comunque grandemente ridotto: in zone più boscose (se ne esistono) o all’interno delle città sperando che i raid, per non uccidere molti civili, non le colpiscano.
Il tipo di conflitto è cambiato, in conseguenza dell’intervento straniero, e si è dovuta cambiare se non la strategia, certo la tattica. Probabilmente presto lo scontro sarà all’interno delle città, fanteria contro fanteria, cecchini contro cecchini, con l’uso dei mezzi corazzati e dell’artiglieria quando possibile. Naturalmente, questo scontro vede in vantaggio i governativi nelle città che sono loro favorevoli: ecco perché essi si ritirano a tutta velocità in quell’ovest in cui sanno di avere il supporto della popolazione e linee di rifornimento molto più corte. Mentre si allungano quelle degli insorti.
La previsione dovrebbe essere che, mentre per qualche giorno sembrerà che le truppe di Gheddafi siano scappate a gambe levate, presto esse dovrebbero stabilire ad ovest una linea del fronte a partire dalla quale inchiodare i rivoltosi, aspettando che gli anglo-francesi si stanchino di cercare obiettivi. Che magari non ci saranno più. Quando ciò avverrà, se avverrà, esse riprenderanno l’iniziativa. Approfitteranno del fatto di essere più numerose e meglio organizzate, in quanto esercito regolare, e tenteranno di riconquistare l’intero Paese.
Se tutte queste ipotesi sono ragionevoli, rimane vero ciò che era vero sin da principio: Gheddafi può essere abbattuto, e forse lo sarà, da un colpo di Stato o dal venir meno del sostegno delle tribù e dell’esercito, non dalla rivolta della Cirenaica. Ma, se ciò non avverrà, dal punto di vista militare l’avventura degli insorti, come non aveva prospettive prima, non le ha avrà neanche in futuro.
Qui non si vuole insegnare niente a nessuno. Il desiderio è solo quello di capire meglio. Se un tecnico militare interviene per indicare quali errori sono contenuti in questa pagina, saremo tutti lieti di saperne di più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. TATTICA LIBIA GHEDDAFI RAID

permalink | inviato da giannipardo il 28/3/2011 alle 18:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 marzo 2011
LA VITTORIA INUTILE
Corriere della Sera. Video di Lorenzo Cremonesi. Titolo: “Insorti deboli, senza i raid alleati non ce la fanno”. Riguardo alla situazione sul terreno, in questo come in altri casi, bisognerebbe avere notizie di prima mano. E comunque, per conoscere la verità storica, è sempre meglio aspettare che le acque si calmino. Ma ammettiamo che il titolo sia giustificato: quali ne sarebbero le conseguenze?
In diritto costituzionale si insegna che uno Stato è  costituito da tre elementi: territorio, popolo e governo. Un esempio: prima del 2003 in Iraq c’era un popolo, anche se composito; un territorio; infine un governo costituito, per così dire, dalla persona di Saddam Hussein. Si parla dell’Iraq perché uno Stato non è qualificato – quanto alla sua esistenza e alla sua “legittimità” – dalla plausibilità del suo governo, ma esclusivamente dal suo controllo del territorio. Uno Stato dittatoriale non è per questo meno “Stato”.
Molto tempo fa si cercò di non tenere conto di questi principi a proposito della Cina. Dal momento che le potenze occidentali non volevano riconoscere il governo comunista, per anni si considerò “governo legittimo” quello dei successori di Chiang Kai-shek, a Taiwan. Poi la Gran Bretagna, col suo solito pragmatismo, accettò il semplice fatto che il controllo della massima parte del territorio apparteneva al governo di Pechino e riconobbe la Cina di Mao. Gli altri Paesi naturalmente la seguirono, fino a togliere il voto del consiglio di Sicurezza a Taiwan per darlo alla Cina Popolare.
La “legittimità” di chi esercita il potere dipende soltanto dall’effettivo esercizio di questo stesso potere. È secondario che esso discenda dalla volontà dei cittadini (Francia) o dalla brutale violenza di chi di fatto domina il Paese (Saddam Hussein). In questo secondo caso è bene ricordare che della mancanza di libertà non è responsabile solo il dittatore: infatti, se non fosse sostenuto da chi approfitta di quella forma di governo (militari, capitribù, funzionari di partito ed altri), non rimarrebbe al comando. Durante i secoli dopo Augusto, l’imperatore aveva ogni potere: ma non sempre moriva nel suo letto.
Quello che importa in questo momento è che il governo di Gheddafi, in Libia, non è meno “legittimato” di quello di Assad in Siria, dell’oligarchia cinese o di Zapatero in Spagna. Ci si può dunque porre il problema: se il governo di Gheddafi è “legittimo”, gli insorti sono “illegittimi”?
Sì e no. Quando c’è una guerra civile, i ribelli sono sempre meno illegittimi a mano a mano che si avvicinano al potere. Quando alla fine lo conquistano, legittimi divengono loro (Cesare Battisti passa da traditore impiccato a eroe del Risorgimento), e il governo precedente, o chi ancora lo difende, diviene illegittimo. Dunque la legittimità dipende dal risultato delle armi.
Oggi in Libia gli insorti sono ancora illegittimi e mal si comprende l’intervento delle potenze europee. Infatti, se i rivoltosi da soli avessero la forza di rovesciare il governo e di sostituirlo, è chiaro che rappresenterebbero la maggior parte dei cittadini o, quanto meno, la loro frazione più forte. E diverrebbero la fonte della nuova legittimità. Se invece, da soli, sono meno forti dei sostenitori del Colonnello, è segno che, quando cesseranno i raid, quand’anche per il momento fossero riusciti a conquistare il potere, lo perderebbero. A meno che francesi e inglesi non siano disposti  a sbarcare in Libia e rimanerci a tempo indeterminato per sostenere il loro governo. Cosa di cui gli americani, dopo l’esperienza irakena, possono dire il prezzo. Ché anzi, in Iraq la popolazione non è ostile agli americani (l’ha dimostrato con il voto), mentre nella nostra ipotesi gli stranieri si troverebbero ad imporre un governo che la maggioranza della popolazione non vuole.
L’intervento nelle guerre civili altrui è raramente un buon affare. È concepibile che si aiuti la fazione la cui vittoria è già probabile, sempre che questa vittoria sia conveniente per chi interviene. In questo caso da un lato Cremonesi esclude la probabilità di una vittoria militare degli insorti, tale che li conduca fino a Tripoli, dall’altro non si sa bene chi questi insorti siano e che tipo di governo instaurerebbero.
Neanche gli attuali progressi dei rivoltosi fanno sparire le perplessità che questa azione militare ha suscitato sin dal principio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA INSORTI RAID

permalink | inviato da giannipardo il 28/3/2011 alle 10:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
27 marzo 2011
LIBIA, FRANCIA, GB, D'ALEMA E FINI
La vicenda libica rappresenta una novità. È dal tempo della politica delle cannoniere che l’Europa non provava ad imporre la sua volontà ad un Paese straniero. I casi dell’Afghanistan o dell’Iraq non fanno parte di questa politica perché in essi si è fatto ricorso alla guerra tradizionale: le cannoniere invece servivano a dimostrare il possesso dei muscoli senza doverli usare.
Francia e Inghilterra probabilmente si sono sentite autorizzate a cercare di scacciare Gheddafi perché, nel corso degli anni, quel rais è riuscito a farsi molti nemici: prova ne sia che quasi nessuno ne ha preso le difese. Ma in questo caso, potrebbe dire qualcuno, le cannoniere hanno sparato eccome. Al Colonnello infatti sono stati inflitti notevoli danni. Vero. Ma, pur costituendo tecnicamente atti di guerra, i raid non sono una guerra: o almeno, non possono imporre una capitolazione. Gli anglo-americani hanno inflitto enormi ed inutili danni alle città della Germania nazista e tuttavia la fine è arrivata quando gli eserciti sono arrivati a Berlino. Una guerra non si vince solo dal cielo.
La politica della cannoniere tende ad intimidire. Essa è ottima se raggiunge l’obiettivo con poca spesa; se viceversa l’avversario non si arrende, si è obbligati a passare all’azione. Diversamente, ci si rende ridicoli. Nel caso della Libia l’azione sarebbe una guerra di terra che la Risoluzione 1973 dell’Onu vieta, che costituirebbe un grande scandalo in Africa e che né la Francia né la Gran Bretagna hanno preso in considerazione. E allora?
Probabilmente si pensava che i ribelli avrebbero vinto, come era avvenuto in Tunisia e in Egitto, e che bastasse dunque dare l’ultima spintarella. Invece si è subito visto che Gheddafi rimaneva al suo posto. Fra l’altro si sarebbe capito che quei due grandi Paesi pensassero ad attivarsi quando ancora si poteva avere qualche dubbio, ma sono intervenuti quando le forze di Gheddafi erano in vista di Benghazi. Per così dire tentando di vincere la guerra civile al posto dei rivoltosi. Oggi possono vantarsi del fatto che le truppe governative hanno abbandonato delle posizioni, ma i governativi potrebbero indietreggiare di qualche chilometro per evitare danni (distruzione di carri armati) in attesa che gli alleati si stanchino di bombardare (e spendere soldi). Chi scommetterebbe su un’avanzata dei ribelli fino a Tripoli?
L’Italia non ha potuto negare le basi, ma non è andata oltre: e ha fatto benissimo a dichiarare che non avrebbe sparato un colpo. Questo potrebbe limitare di molto i danni.
Il futuro rimane comunque incerto e mentre aspettiamo la fine possiamo stabilire due curiosi parallelismi con la politica italiana.
Muammar Gheddafi è riuscito a rendersi antipatico agli Occidentali con la lunga serie di attentati terroristici e con le sue eccentricità. È anche riuscito a rendersi sgradito ai vicini, con un eccesso di attivismo e di ambizioni. Chi non ricorda l’UAR, l’unione di Libia, Egitto e Siria? E una volta il caro Muammar non arrivò a mancare di rispetto al sovrano dell’Arabia Saudita? È vero che l’antipatia non è una grande componente della politica internazionale ma si può pensare che il Colonnello avrebbe avuto maggiore sostegno, dai vicini, se non si fosse ripetutamente squalificato. Alla fine certi nodi possono venire al pettine.
Ecco il collegamento con la politica italiana: chi è urtante può lo stesso avere grande successo, ma se esagera può finire come Massimo D’Alema: considerato da tutti molto capace e molto importante, è tuttavia tenuto sempre da parte. Al punto che oggi è quasi un nessuno.
Il secondo collegamento è con Gianfranco Fini. Mentre Francia e Gran Bretagna davano inizio al loro attivismo guerresco, ci chiedevamo sconsolati: ma dove vogliono andare? Trovavamo l’impresa assurda e sterile. D’altro canto, avendo grande stima di quei due gloriosi Paesi, abbiamo continuato a dirci: magari ci sarà un senso, dietro tutto questo. Ma quale?
Lo stesso con Fini. Dopo esserci chiesti per mesi a cosa mirasse, e come intendesse trasformare quella via verso il disastro in una via verso la vittoria, abbiamo visto che la razionalità a volte è utile: ciò che appariva assurdo era effettivamente assurdo. Ciò che preludeva ad un disastro conduceva effettivamente al disastro.
Se oggi se Fini non fosse ancora Presidente della Camera lo si dimenticherebbe.
Amiamo troppo la Francia e l’Inghilterra per non sperare che per loro ci sbagliamo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA d'alema fini

permalink | inviato da giannipardo il 27/3/2011 alle 11:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
25 marzo 2011
Per gli interessati: IL PERICOLO DEL TERRORISMO LIBICO
Libya's Terrorism Option
By Scott Stewart
Un articolo da cui sono stati omessi due passaggi, di Scott Stewart, da Stratfor. L’articolo integrale è in nota.
___________________

Certamente il leader libico Gheddafi non ha alcun dubbio che le operazioni militari americane ed europee contro gli obiettivi militari libici sono attacchi contro il suo regime. Egli ha specificamente ammonito la Francia e il Regno Unito che essi arriveranno a pentirsi dell’intervento. Ora, simili minacce possono essere state costruite per dare ad intendere che se sopravvivrà, Gheddafi cercherà in futuro di escludere quei Paesi dall’accesso alle risorse energetiche della Libia. Tuttavia, visto l’uso che in passato ha fatto la Libia degli attacchi terroristici da scatenare quando si è sentita attaccata dalle potenze occidentali, le minacce di Gheddafi sollevano certamente la possibilità che, disperato e ferito, egli tenterà di nuovo di tornare al terrorismo come un mezzo per vendicarsi degli attacchi al suo regime. Mentre le minacce di sanzioni e ritorsioni hanno temperato l’uso del terrorismo da parte di Gheddafi negli anni recenti, la sua paura potrebbe venir meno se dovesse arrivare a pensare che non ha nulla da perdere.
Segue la lunga e particolareggiata descrizione dei molti attacchi terroristici attribuiti al regime di Tripoli.

Si giunge al punto su “La situazione attuale”.
Oggi la Libia si trova una volta ancora ad essere attaccata da un oppositore che ha una potenza militare di gran lunga superiore e contro cui le forze di Gheddafi non possono resistere. Pure se Gheddafi si assunse la responsabilità di alcuni dei passati attacchi terroristici della Libia e pubblicamente rinunciò al terrorismo nel 2003, questo passo fu una mossa puramente pragmatica, da parte sua. Non fu né il risultato di qualche epifania ideologica che fece sì che Gheddafi divenisse un tizio più buono e gentile. Dalla fine degli anni ’80 alla rinuncia al terrorismo nel 2003, Gheddafi ha mantenuto la capacità di continuare ad usare il terrorismo come una forma di utensile della politica estera: semplicemente ha scelto di non usarlo. Ma questa capacità rimane nella scatola degli attrezzi.
Diversamente da come ha visto le passate crisi, Gheddafi vede gli attuali attacchi contro di lui come molto più pericolosi per la sopravvivenza del suo regime delle schermaglie sul Golfo della Sirte o le operazioni militari francesi nel Ciad. Gheddafi è sempre stato un uomo freddo e calcolatore. Non ha esitato ad usare la violenza contro coloro che lo hanno affrontato, anche contro il suo proprio popolo. Ora è ridotto nell’angolo e in condizione di avere paura riguardo alla sua stessa sopravvivenza. A causa di questo, esiste la realissima possibilità che i libici impieghino il terrorismo contro i membri della coalizione che attualmente stanno realizzando ed imponendo la no-fly zone.
Gheddafi ha una lunga storia di uso del personale diplomatico, che i libici amano chiamare “comitati rivoluzionari”, per guidare ogni sorta di losche attività, dal pianificare attacchi terroristici al fomentare colpi di Stato. Di fatto, questi diplomatici sono spesso serviti come agenti per diffondere i principi rivoluzionari di Gheddafi negli altri Paesi.  A causa di questa storia, i membri della coalizione pressoché certamente controlleranno molto accuratamente le attività dei diplomatici libici all’interno dei loro Paesi – ed anche altrove.
Come illustrato dalla maggior parte degli attacchi terroristici descritti prima, lanciati o commissionati dai libici, costoro hanno spesso lanciato attacchi contro un dato Paese-obiettivo partendo da un Paese terzo. Questa attività di controllo dei diplomatici libici sarà molto aiutata dalla defezione di un grande numero di diplomatici in una varietà di Paesi. Questi diplomatici indubbiamente avranno minuziosamente informato i servizi segreti che cercavano indizi secondo cui Gheddafi si starebbe apprestando a riprendere la sua pratica del terrorismo. Questi transfughi si dimostreranno inoltre utili per identificare agenti dello spionaggio ancora leali a Gheddafi e forse perfino nel localizzare gli agenti dello spionaggio libico che lavorano sotto una copertura non ufficiale.
Ma i diplomatici non sono la sola sorgente cui Gheddafi può attingere per avere aiuto. Come notato prima, Gheddafi ha una lunga storia, quando si tratta di  usare mandatari per condurre attacchi terroristici. L’uso di un mandatario gli offre la possibilità di quel plausibile “rigetto di responsabilità” di cui ha bisogno per continuare a raccontare al mondo la sua storia, secondo la quale lui è l’innocente vittima di un’aggressione assurda. Forse, cosa ancor più importante, nascondendo la mano dopo aver gettato il sasso può anche riuscire ad evitare gli attacchi di rappresaglia. Mentre la maggior parte dei gruppi mandatari marxisti degli anni ’80, con cui i libici lavoravano, sono morti, Gheddafi ha altre opzioni.
Una è rivolgersi ai gruppi jihadisti regionali quali al Qaeda nel Maghreb (AQIM), mentre un’altra è coltivare le relazioni - che già migliorano - con i gruppi jihadisti in Libia quale il Gruppo di Combattimento Islamico Libico (Libyan Islamic Fighting Group, LIFG). In realtà, Gheddafi ha rilasciato dalla prigione centinaia di membri del LFIG, un processo che è continuato anche dopo che i moti sono cominciati, in febbraio. È dubbio che il LIFG realmente senta una qualche affinità con Gheddafi - il gruppo lanciò un’insurrezione contro il suo regime a metà degli anni ’90 e perfino tentò di assassinarlo - ma potrebbe essere usato per convogliare fondi ed armi ai gruppi regionali come AQIM. Questi gruppi certamente non provano amore per i francesi, gli americani o i britannici e potrebbero essere disposti a portare attacchi contro i loro interessi in cambio di armi e di fondi da parte della Libia. AQIM è disperata per la mancanza di risorse e si è trovata coinvolta in sequestri a scopo di estorsione e contrabbando di droga pur di trovare fondi per continuare la propria lotta. Questo bisogno di aiuto è più forte del loro disprezzo per Gheddafi.
A lungo termine i gruppi come AQIM e LIFG certamente costituirebbero una minaccia, per Gheddafi, ma dovendo fronteggiare la concretissima minaccia esistenziale da parte dell’irresistibile forza militare che attualmente è dispiegata contro di lui, Gheddafi potrebbe considerare la minaccia jihadista come molto meno pressante e seria.
Altri potenziali agenti per gli attacchi terroristici libici sono i vari gruppi rivoluzionari e ribelli dell’Africa con cui Gheddafi ha mantenuto il contatto e che ha perfino sostenuto per anni. Molti dei mercenari che, secondo quanto si dice, hanno combattuto a fianco delle forze lealiste libiche vengono da simili gruppi. Non è al di fuori del campo della possibilità che Gheddafi potrebbe fare appello a simili alleati per attaccare gli interessi francesi, britannici, italiani o americani, nei rispettivi Paesi dei suoi alleati. Simili attori avrebbero già accesso alle armi (probabilmente, per cominciare, fornite dalla Libia), e le capacità  dei servizi di sicurezza dei Paesi che li ospitano sono molto limitate in molti Paesi africani. Questo li rende posti ideali per condurre attacchi terroristici. Tuttavia, viste le limitate capacità dimostrate da simili gruppi, probabilmente richiederebbero  la supervisione e la guida della Libia (il genere di guida libica per i ribelli africani dimostrata ponendo una bomba nell’aereo del volo 772 dell’UTA) se essi dovessero condurre attacchi contro obiettivi non “soft” in Africa, come le ambasciate straniere.
Inoltre, come visto nel solco del complotto di al Qaeda per fare scoppiare una bomba nel giorno di Natale del 2009 nella Penisola Arabica, che aveva avuto origine in Ghana, i controlli degli aerei passeggeri e cargo negli aeroporti africani non è così rigoroso come lo è altrove. Quando si mette questo insieme con la storia della Libia in materia di attacchi agli aerei, e del porre bombe a bordo di aerei stranieri in Paesi terzi, la possibilità di un simile attacco deve costituire una serissima preoccupazione per i dirigenti dei servizi di sicurezza occidentali.
Il terrorismo ha comunque i suoi limiti, come si è visto con le attività di Gheddafi negli Anni ’80. Pure se i libici furono capaci di lanciare con successo parecchi attacchi terroristici, uccidendo centinaia di persone e traumatizzandone molti di più attraverso i moltiplicatori del terrore che sono i media, essi non furono capaci di causare nessun effetto durevole sulla politica estera degli Stati Uniti o della Francia. Gli attacchi servirono soltanto a rendere più forte la volontà di quei Paesi di imporre la loro volontà a Gheddafi, e alla fine egli capitolò e rinunziò al terrorismo. Quegli attacchi degli Anni ’80 sponsorizzati dalla Libia sono anche un importante fattore nel modo in cui il mondo vede Gheddafi – e probabilmente potrebbero oggi avere una parte importante nella decisione presa da Paesi come la Francia per la quale Gheddafi se ne deve andare. Naturalmente, è anche questo atteggiamento – che Gheddafi deve essere mandato via con la violenza – che potrebbe indurlo a credere che non ha nulla da perdere giocando la carta del terrorismo una volta di più.

Trad.di Gianni Pardo

Il testo originale.
Libya's Terrorism Option
By Scott Stewart
Alcuni passaggi dell’articolo di Scott Stewart, da Stratfor. L’articolo integrale è in nota.
On March 19, military forces from the United States, France and Great Britain began to enforce U.N. Security Council Resolution 1973, which called for the establishment of a no-fly zone over Libya and authorized the countries involved in enforcing the zone to “take all necessary measures” to protect civilians and “civilian-populated areas under threat of attack.” Obviously, such military operations cannot be imposed against the will of a hostile nation without first removing the country’s ability to interfere with the no-fly zone — and removing this ability to resist requires strikes against military command-and-control centers, surface-to-air missile installations and military airfields. This means that the no-fly zone not only was a defensive measure to protect the rebels — it also required an attack upon the government of Libya.
Certainly, Libyan leader Moammar Gadhafi has no doubt that the U.S. and European military operations against the Libyan military targets are attacks against his regime. He has specifically warned France and the United Kingdom that they would come to regret the intervention. Now, such threats could be construed to mean that should Gadhafi survive, he will seek to cut off the countries’ access to Libyan energy resources in the future. However, given Libya’s past use of terrorist strikes to lash out when attacked by Western powers, Gadhafi’s threats certainly raise the possibility that, desperate and hurting, he will once again return to terrorism as a means to seek retribution for the attacks against his regime. While threats of sanctions and retaliation have tempered Gadhafi’s use of terrorism in recent years, his fear may evaporate if he comes to believe he has nothing to lose.
    History of Libyan Reactions
Throughout the early 1980s, the U.S. Navy contested Libya’s claim to the Gulf of Sidra and said the gulf was international water. This resulted in several minor skirmishes, such as the incident in August 1981 when U.S. Navy fighters downed two Libyan aircraft. Perhaps the most costly of these skirmishes for Libya occurred in March 1986, when a U.S. task force sank two Libyan ships and attacked a number of Libyan surface-to-air missile sites that had launched missiles at U.S. warplanes.
The Libyans were enraged by the 1986 incident, but as the incident highlighted, they lacked the means to respond militarily due to the overwhelming superiority of U.S. forces. This prompted the Libyans to employ other means to seek revenge. Gadhafi had long seen himself as the successor to Gamal Abdel Nasser as the leader of Arab nationalism and sought to assert himself in a number of ways. Lacking the population and military of Egypt, or the finances of Saudi Arabia, he began to use terrorism and the support of terrorist groups as a way to undermine his rivals for power in the Arab world. Later, when he had been soundly rejected by the Arab world, he began to turn his attention to Africa, where he employed these same tools. They could also be used against what Gadhafi viewed as imperial powers.
On April 2, 1986, a bomb tore a hole in the side of TWA Flight 840 as it was flying from Rome to Athens. The explosion killed four American passengers and injured several others. The attack was claimed by the Arab Revolutionary Cells but is believed to have been carried out by the Abu Nidal Organization (ANO), one of the Marxist terrorist groups heavily sponsored by Libya.
On the evening of April 5, 1986, a bomb detonated in the La Belle disco in Berlin. Two U.S. soldiers and one civilian were killed in the blast and some 200 others were injured. Communications between Tripoli and the Libyan People’s Bureau (its embassy) in East Berlin were intercepted by the United States, which, armed with this smoking gun tying Libya to the La Belle attack, launched a retaliatory attack on Libya the night of April 15, 1986, that included a strike against Gadhafi’s residential compound and military headquarters at Bab Al Azizia, south of Tripoli. The strike narrowly missed killing Gadhafi, who had been warned of the impending attack. The warning was reportedly provided by either a Maltese or Italian politician, depending on which version of the story one hears.
The Libyan government later claimed that the attack killed Gadhafi’s young daughter, but this was pure propaganda. It did, however, anger and humiliate Gadhafi, though he lacked the ability to respond militarily. In the wake of the attack on his compound, Gadhafi feared additional reprisals and began to exercise his terrorist hand far more carefully and in a manner to provide at least some degree of deniability. One way he did this was by using proxy groups to conduct his strikes, such as the ANO and the Japanese Red Army (JRA). It did not take Gadhafi’s forces long to respond. On the very night of the April 15 U.S. attack, U.S. Embassy communications officer William Calkins was shot and critically wounded in Khartoum, Sudan, by a Libyan revolutionary surrogates in Sudan. On April 25, Arthur Pollock, a communicator at the U.S. Embassy in Sanaa, was also shot and seriously wounded by an ANO gunman.
In May 1986, the JRA attacked the U.S. Embassy in Jakarta, Indonesia, with an improvised mortar that caused little damage, and the JRA conducted similar ineffective attacks against the U.S. Embassy in Madrid in February and April of 1987. In June 1987, JRA operatives attacked the U.S. Embassy in Rome using vehicle-borne improvised explosive device and an improvised mortar. In April 1988, the group attacked the USO club in Naples. JRA bombmaker Yu Kikumura was arrested on the New Jersey Turnpike in April 1988 while en route to New York City to conduct a bombing attack there. The use of ANO and JRA surrogates provided Gadhafi with some plausible deniability for these attacks, but there is little doubt that he was behind them. Then on Dec. 21, 1988, Libyan agents operating in Malta succeeded in placing a bomb aboard Pan Am Flight 103, which was destroyed in the air over Scotland. All 259 passengers and crew members aboard that flight died, as did 11 residents of Lockerbie, Scotland, the town where the remnants of the Boeing 747 jumbo jet fell. Had the jet exploded over the North Atlantic as intended instead of over Scotland, the evidence that implicated Libya in the attack most likely never would have been found.
But the United States has not been the only target of Libyan terrorism. While the Libyans were busy claiming the Gulf of Sidra during the 1980s, they were also quite involved in propagating a number of coups and civil wars in Africa. One civil war in which they became quite involved was in neighboring Chad. During their military intervention there, the Libyans suffered heavy losses and eventually defeat due to French intervention on the side of the Chadian government. Not having the military might to respond to France militarily, Gadhafi once again chose the veiled terrorist hand. On Sept. 19, 1989, UTA Flight 772 exploded shortly after taking off from N’Djamena, Chad, en route to Paris. All 156 passengers and 14 crew members were killed by the explosion. The French government investigation into the crash found that the aircraft went down as a result of a bombing and that the bomb had been placed aboard the aircraft in Brazzaville, the Republic of the Congo, by Congolese rebels working with the Libyan People’s Bureau there. Six Libyans were tried in absentia and convicted for their part in the attack.
    The Current Situation
Today Libya finds itself once again being attacked by an opponent with an overwhelmingly powerful military that Gadhafi’s forces cannot stand up to. While Gadhafi did take responsibility for some of Libya’s past terrorist attacks and publicly renounced terrorism in 2003, this step was a purely pragmatic move on his part. It was not the result of some ideological epiphany that suddenly caused Gadhafi to become a kinder and gentler guy. From the late 1980s to the renunciation of terrorism in 2003, Gadhafi retained the capability to continue using terrorism as a foreign policy tool but simply chose not to. And this capability remains in his tool box.
Unlike his views of past crises, Gadhafi sees the current attacks against him as being far more dangerous to the survival of his regime than the Gulf of Sidra skirmishes or the French military operations in Chad. Gadhafi has always been quite cold and calculating. He has not hesitated to use violence against those who have affronted him, even his own people. Now he is cornered and fearful for his very survival. Because of this, there is a very real possibility that the Libyans will employ terrorism against the members of the coalition now implementing and enforcing the no-fly zone.
Gadhafi has a long history of using diplomatic staff, which the Libyans refer to as “revolutionary committees,” to conduct all sorts of skullduggery, from planning terrorist attacks to fomenting coups. Indeed, these diplomats have often served as agents for spreading Gadhafi’s revolutionary principles elsewhere. Because of this history, coalition members will almost certainly be  carefully monitoring the activities of Libyan diplomats within their countries — and elsewhere.
As illustrated by most of the above-mentioned terrorist attacks launched or commissioned by the Libyans, they have frequently conducted attacks against their targeted country in a third country. This process of monitoring Libyan diplomats will be greatly aided by the defection of a large number of diplomats in a variety of countries who undoubtedly have been thoroughly debriefed by security agencies looking for any hints that Gadhafi is looking to resume his practice of terrorism. These defectors will also prove helpful in identifying intelligence officers still loyal to Gadhafi and perhaps even in locating Libyan intelligence officers working under non-official cover.
But diplomats are not the only source Gadhafi can tap for assistance. As noted above, Gadhafi has a long history of using proxies to conduct terrorist attacks. Using a proxy provides Gadhafi with the plausible deniability he requires to continue to spin his story to the world that he is an innocent victim of senseless aggression. Perhaps more important, hiding his hand can also help prevent reprisal attacks. While most of the 1980s-era Marxist proxy groups the Libyans worked with are defunct, Gadhafi does have other options.
One option is to reach out to regional jihadist groups such as al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM), while another is to cultivate already improving relationships with jihadists groups in Libya such as the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG). Indeed, Gadhafi has released hundreds of LFIG members from prison, a process that continued even after the unrest began in February. It is doubtful that the LIFG really feels any affinity for Gadhafi — the group launched an insurgency against his regime in the mid-1990s and actually tried to assassinate him — but it could be used to funnel funds and weapons to regional groups like AQIM. Such groups certainly have no love for the French, Americans or British and might be willing to conduct attacks against their interests in exchange for weapons and funding from Libya. AQIM is desperate for resources and has been involved in kidnapping for ransom and drug smuggling to raise funds to continue its struggle. This need might help it overcome its disdain for Gadhafi.
In the long run groups like AQIM and LIFG certainly would pose a threat to Gadhafi, but facing the very real existential threat from the overwhelming military force now being arrayed against him, Gadhafi may view the jihadist threat as far less pressing and severe.
Other potential agents for Libyan terrorist attacks are the various African rebel and revolutionary groups Gadhafi has maintained contact with and even supported over the years. Many of the mercenaries that have reportedly fought on the side of the Libyan loyalist forces have come from such groups. It is not out of the realm of possibility that Gadhafi could call upon such allies to attack French, British, Italian or American interests in his allies’ respective countries. Such actors would have ready access to weapons (likely furnished by Libya to begin with), and the capabilities of host-country security services are quite limited in many African states. This would make them ideal places to conduct terrorist attacks. However, due to the limited capabilities exhibited by such groups, they would likely require direct Libyan oversight and guidance (the kind of direct Libyan guidance for African rebels demonstrated in the UTA Flight 772 bombing) if they were to conduct attacks against hardened targets in Africa such as foreign embassies.
Also, as seen in the wake of al Qaeda in the Arabian Peninsula’s Christmas Day bomb plot in 2009, which originated in Ghana, passenger and cargo screening at African airports is not as stringent as it is elsewhere. When combined with Libya’s history of attacking aircraft, and placing bombs aboard foreign aircraft in third countries, the possibility of such an attack must surely be of grave concern for Western security officials.
Terrorism, however, has its limitations, as shown by Gadhafi’s activities in the 1980s. While the Libyans were able to launch several successful terrorist strikes, kill hundreds of people and traumatize many more through terror multipliers like the media, they were not able to cause any sort of lasting impact on the foreign policies of the United States or France. The attacks only served to harden the resolve of those countries to impose their will on Gadhafi, and he eventually capitulated and renounced terrorism. Those Libyan-sponsored attacks in the 1980s are also an important factor governing the way the world views Gadhafi — and today they may be playing a large part in the decision made by countries like France that Gadhafi must go. Of course, it is also this attitude — that Gadhafi must be forced out — that could lead him to believe he has nothing to lose by playing the terrorism card once again.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA TERRORISMO

permalink | inviato da giannipardo il 25/3/2011 alle 18:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 marzo 2011
LA GUERRA DEMENZIALE
Se qualcuno ha capito l’operazione Odyssey Dawn farebbe un segnalato favore agli sprovveduti bisognosi di lumi se rispondesse alle perplessità seguenti.
1)    Il petrolio non può essere la causa della guerra. La Libia non lo regala, lo vende. E come l’ha venduto fino ad oggi, rendendo i libici fra i più “benestanti” dell’Africa, continuerà a venderlo anche in futuro. Chiunque comandi. Dunque dire “si fa la guerra perché in Libia c’è il petrolio” è una stupidaggine. A meno che non si vada oltre questa frase apodittica e si spieghi perché, facendo questa guerra, si ottengano vantaggi (chi e quali?) in campo energetico.
2)    Non si può fare la guerra perché la Libia non è sufficientemente democratica, anzi, è dominata da un dittatore. In Europa non abbiamo molta simpatia per i dittatori, avendone avuto, fra l’altro, fra i peggiori, ma questo non giustifica l’intervento in altri Paesi. Diversamente bisognerebbe intervenire in tutti gli Stati non democratici: la lista sarebbe sterminata. Senza dire che  sarebbe difficile identificare quelli in cui intervenire: in Iran si vota, ogni tanto. Possiamo per questo considerare l’Iran una democrazia libera, quando spara sui dimostranti, non permette a tutti di candidarsi e impicca la gente in piazza? E infine chi ci assicura che i rivoltosi, se vincessero, sarebbero dei veri democratici?
3)    Se si volesse dimostrare che Gheddafi, in quanto dittatore, è peggiore di tutti, si sarebbe facilmente smentiti. Saddam Hussein era un autentico, spietato criminale, e tuttavia molti, ragionevolmente, si opposero alla guerra irakena. Esempi come quelli di Idi Amin Dada e Bokassa sono indimenticati, eppure nessuno si sognò di intervenire nei loro Paesi. Né maggiore stima si può avere di Robert Mugabe. Questo è un argomento troppo debole per richiedere una più lunga argomentazione.
4)    Se si dice che si è intervenuti in Libia perché Gheddafi “sparava” sui ribelli, perché non si interviene in Siria, dove attualmente sta avvenendo lo stesso? Né si può dimenticare che nei giorni scorsi lo stesso è avvenuto in Yemen e perfino nell’Egitto del dopo Mubarak. Qualunque governo “spara” sugli insorti, quando la polizia con i manganelli non basta più. E l’idea che un governo debba sempre cedere al tentativo di rivoluzione è peggio che sorprendente: è balorda. La Cina ha represso la rivolta degli studenti con il massacro di Tien an Men. Che avremmo dovuto fare, dichiarare guerra alla Cina?
5)    Qui si inserisce una argomento “furbo” che gli idealisti usano sempre quando sono a mal partito. “D’accordo, non possiamo risolvere il problema in  tutti i casi, ma perché non risolverlo in questo? Sarà sempre meglio di niente”. Argomento furbo, come si diceva, ma cui basta rispondere che bisogna però spiegare perché si sceglie di risolvere questo problema e non un altro. Valeva anche per l’Iraq, questo argomento, ed è stato giustamente molto utilizzato dagli oppositori degli Usa.
6)    Se si dice che si interviene per proteggere la popolazione civile, si dice qualcosa di ipocrita e privo di senso. Qualunque operazione militare, come spedire missili Tomahawk o missili aria-terra può sempre provocare “danni collaterali”, cioè vittime civili. A cominciare da quelle di Tripoli. Se, Dio non volesse, una bomba d’aereo centrasse un obiettivo civile e facesse una strage, come la prenderebbero i giornali occidentali? Eppure la cosa è da mettere necessariamente nel conto. E poi, in che modo si protegge la popolazione se si bombarda una delle due fazioni e non l’altra? Si pretende che i violenti stiano tutti da una parte? Questo è un intervento straniero in una guerra civile, non diversamente da quando i tedeschi bombardavano i repubblicani per favorire i franchisti.
7)    La volontà di intervenire nella politica interna libica è poi dimostrata dalla monumentale ipocrisia della stessa volontà di imporre una no-fly zone, che significa divieto di volo. Se un Awac, in volo nel golfo della Sirte, osservasse che nessun aereo libico si alza dagli aeroporti libici, nessun aereo alleato si dovrebbe alzare in volo. La no-fly zone sarebbe già operante. E invece gli aerei francesi e inglesi martellano mezzi corazzati libici al suolo e ogni genere di installazione. Se i carri armati non volano, e neppure i depositi di armi, è segno che si va oltre la no-fly zone. Sarebbe bello se non si prendessero per imbecilli i lettori di giornali.
8)    L’operazione è anche incomprensibile per i suoi scopi finali. In una guerra di straccioni vince il meno straccione e oggi come oggi questo è di gran lunga il governo di Tripoli. Negli scontri terrestri i rivoltosi non hanno nessuna possibilità di vittoria, soprattutto nella parte occidentale della Libia. E allora o la guerra si prolungherà fino a quando le truppe di Gheddafi conquisteranno anche Benghazi e Tobruk, oppure la Libia si spaccherà in due.
9)    Tutto questo, naturalmente, a meno che la Francia e il Regno Unito non decidano di entrare anche nella guerra terrestre: ma questo non può avvenire sotto l’egida dell’Onu. Dunque, a parte il fatto che l’operazione sarebbe “illegale” (per quello che può valere questo aggettivo in politica internazionale), ammesso che si rovesciasse Gheddafi, poi gli eserciti europei dovrebbero rimanere a presidiare il Paese, come in Iraq. E per quanto tempo? E con quali esiti, soprattutto tenendo presente che la Tripolitania è effettivamente a favore di Gheddafi?
La conclusione è sconsolata: raramente si è vista una guerra più demenziale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA

permalink | inviato da giannipardo il 24/3/2011 alle 12:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
9 marzo 2011
UNA SOLUZIONE PER LAMPEDUSA
Un articolo è lo strumento con cui un giornalista informa i lettori o espone le proprie opinioni. Stavolta avviene l’inverso. Qui si esprimono le perplessità e sta ai lettori fornire le risposte.
Il problema dell’immigrazione clandestina è ridivenuto di stringente attualità e al riguardo è bene ordinare i dati di cui si è in possesso.
L’immigrazione non può raggiungere numeri indefinitamente alti. La politica delle “porte aperte” incontra dei limiti. Coloro che sono “generosi” oggi (ma i più “generosi” lo sono in astratto) potrebbero cessare di esserlo domani. E comunque basta chiedere: se invece di centomila fossero un milione, sareste ancora disposti ad accoglierli? E se invece di essere un milione fossero dieci milioni, sareste ancora disposti ad accoglierli? Dal momento che la risposta è evidentemente “no”, è chiaro che il problema si pone.
L’immigrazione via terra  (Nord Est) è difficile da controllare ma è anche la meno allarmante: gli immigranti sono in maggioranza bianchi e di religione cristiana. Invece l’immigrazione degli islamici, via mare, è vista con particolare apprensione. Non solo perché, come si dice, “non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici”, ma soprattutto perché essi non si integrano nella nostra società. Neanche quelli di seconda generazione, neanche quelli nati e cresciuti in Europa: da disperarsi. E tuttavia è molto difficile contrastarla. Eccone le ragioni:
a)    esiste l’obbligo di soccorrere chi, in mare, è in pericolo. Si spiega così che le motovedette italiane a volte trainano in porto i barconi stracarichi o addirittura prendono a  bordo gli emigranti;
b)    per lo stesso principio non si possono respingere in mare a colpi di cannone i natanti che arrivano fino ai nostri porti;
c)    dato che non si può evitare l’arrivo, o si accolgono questi emigranti a titolo definitivo oppure li si rimanda al loro Paese. Ma questa seconda soluzione è di ardua applicazione. Da un lato la nostra Costituzione prevede l’asilo politico, dall’altro i nuovi arrivati non portano documenti dai quali risulti la loro nazionalità e non si saprebbe a quale Paese riconsegnarli.
Per l’asilo politico si richiedono indagini, e comunque questo problema non interessa la maggior parte dei nuovi arrivati; il punto essenziale è dunque l’ultimo: come rinviare ai Paesi di provenienza persone che arrivano via mare e delle quali non si sa da dove vengono?
Attualmente, se vogliono, gli immigranti che giungono nel nostro Paese in modo illegale ci rimangono. L’Italia, mediante gli accordi con la Libia e la Tunisia, era riuscita a bloccare la partenza degli emigranti, ma l’arrivo non si è mai stati in grado di bloccarlo. Il problema sembra insolubile e tuttavia rimane vero che l’ipotesi di tenersi tutti gli immigranti clandestini, in  numero indefinito, non è sostenibile. Probabilmente la verità è un’altra: non è che non si trova una soluzione, è che non si ha il coraggio di adottarla. Per motivi di political correctness. Motivi che svanirebbero come neve al sole, se l’immigrazione divenisse di massa.
Qui si propone una linea di condotta. Gli immigranti sono accolti su una piccola isola e gli si vieta di venire sul continente. Essi rimarranno lì a tempo indeterminato a meno che non dichiarino la loro nazionalità e, possibilmente, ne forniscano la prova. Magari facendosi spedire i documenti dai parenti. In quel momento cesserebbe l’ospitalità e gli interessati sarebbero riportati al punto di partenza. Né si può chiamare detenzione la situazione di chi è gentilmente riportato a casa, se appena fornisce l’indirizzo. Si potrebbe parlare di “soggiorno coatto in attesa di rimpatrio”. Siamo certi che, dopo un paio di mesi, chiunque si convincerebbe che gli conviene tornarsene a casa. E non appena la notizia si diffondesse, non si imbarcherebbe più nessuno, per l’Italia.
Non sosteniamo di avere concepito una soluzione geniale cui al Viminale non erano giunti. Anzi diciamo umilmente: “D’accordo, abbiamo scherzato. Questa soluzione è sbagliata. Ma diteci perché è sbagliata”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 marzo 2011

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. immigrazione lampedusa libia tunisia

permalink | inviato da giannipardo il 9/3/2011 alle 10:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
8 marzo 2011
SCENDERE IN PIAZZA PER I RIBELLI LIBICI
Il bambino esclama “Il re è nudo!” perché non si rende conto dei rischi che corre. Chi invece è adulto, da un lato teme la disapprovazione di tutti, dall’altro è spinto dal buon senso a dubitare di se stesso: “Possibile che tutti si sbaglino ed io solo abbia ragione?”
Il problema però ha una soluzione. Invece di affermare una verità pubblica e valida per tutti (“Il re è nudo”), basta affermare una convinzione soggettiva e non impegnativa: “Io  lo vedo nudo”.
Questo vale per le rivolte nel Nord Africa e in particolare per quella libica. In questi giorni abbiamo sentito in tutte le salse che i rivoltosi si battono per la libertà e per la democrazia: tanto che, secondo Walter Veltroni, saremmo in dovere di scendere in piazza per sostenerne le ragioni. Altri dicono addirittura che dovremmo aiutarli con l’istituzione di una zona di interdizione aerea o con un intervento armato sul terreno. Tutto bellissimo. Come gli abiti nuovi dell’imperatore. Ma noi questi abiti non riusciamo a vederli.
Per quanto riguarda gli eventuali interventi militari ventilati da Obama, non è necessario spendere molte parole. Le sue dichiarazioni potrebbero essere la prova che questo Presidente ha sbagliato mestiere. La Russia, che di interventi armati in altri Paesi si intende anche di più, si è già dichiarata risolutamente contraria. Ma torniamo alla situazione all’interno del Paese.
Di una rivolta si conoscono le intenzioni quando ne sono noti i programmi ed i capi. La Rivoluzione Francese fu talmente ideologica che il cambiamento sopravvisse all’autocrazia di Napoleone e a Waterloo. Se invece la rivolta scoppia dal basso, per puro scontento e senza avere alle spalle una corrente di idee, potrà divenire una rivoluzione ma ognuno darà a questa parola un suo proprio significato: e non è detto che il risultato accontenti tutti. Anche disuniti, è facile distruggere: costruire è molto più difficile.
Tra le intenzioni dei rivoluzionari e l’esito della rivoluzione si stabilisce spesso un divario che può giungere alla contraddizione più conclamata. Si parte con gli ideali di libertà di Voltaire e si arriva al Terrore. Né è necessario ipotizzare una nequizia intenzionale della tirannide. Si può pensare di Lenin tutto il male che si vuole, ma non c’è ragione di negargli la buona fede: egli avrebbe certamente voluto una Russia migliore di quella degli Zar. Il punto è che di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all’inferno. Si vuol liberare il proletariato dalle sue catene e con  Stalin si giunge al terrorismo di Stato.
Non tutti i Paesi hanno la possibilità di avere le stesse istituzioni. Gli inglesi, pure capaci di regicidio, sono da sempre per una monarchia sostanzialmente costituzionale; viceversa i russi, dopo avere abbattuto una monarchia assoluta, ne hanno creata una ancora peggiore. E hanno dovuto attendere settant’anni prima di provare ad adottare una democrazia che ancora oggi alcuni giudicano imperfetta.
Venendo alla Libia, dietro la sommossa non si vede nessun programma. I rivoltosi parlano di libertà, ma che cosa intendono, con questa parola? Fra l’altro, spesso “la rivoluzione divora i suoi figli”: come essere sicuri che non avvenga anche stavolta? Che garanzie abbiamo che l’eventuale tentativo di instaurare una democrazia non si volga presto in autocrazia, se perfino la civilissima Francia nel giro di dieci anni passò dalla Bastiglia a Napoleone? Non vorremmo che tutto si riducesse alla stanchezza di vedere la faccia di Gheddafi. E, a proposito di facce, in Iran sono passati dalla faccia di Reza Pahlavi a quella di Ruhollah Khomeini: non è detto che ci abbiano guadagnato.
Il pessimismo nasce anche da una sorta di considerazione geografica. In  Europa, nel corso del Ventesimo Secolo, l’Italia, la Spagna e la Germania hanno conosciuto la dittatura e tuttavia, immediatamente dopo, sono ridivenute democratiche come erano prima. Viceversa la totalità dei regimi dei Paesi islamici è composta da autocrazie. Quando non da confessate dittature. Come essere fiduciosi che la Libia, ben meno culturalmente sviluppata di Paesi come l’Egitto o la Tunisia, arrivi immediatamente alla democrazia? Non ci sono arrivati i palestinesi, comparativamente più acculturati, come potrebbero arrivarci loro? Nessuno lo esclude, certo: ma esserne sicuri sembra francamente eccessivo.
Gheddafi, a dir poco, è un personaggio tra il folcloristico e l’allarmante e sappiamo che i ribelli lottano contro di lui: ma è poco per scendere in piazza con Veltroni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 marzo 2011


POLITICA
25 febbraio 2011
LA DEMOCRAZIA NEL MAGHREB?
A leggere i giornali e ad ascoltare la televisione si capisce che tutti aspettano la resa di Muammar Gheddafi: seguirà il trionfo della libertà e della democrazia in Libia. Dicono.
Tutti siamo stati educati a ridere di Marie Antoinette che (secondo la leggenda) disse: “Se non hanno pane mangino brioche”. E poi ci comportiamo come lei. Per noi, se il popolo si ribella, è perché non c’è abbastanza democrazia e una volta che la rivoluzione vince, il sogno si realizza: i deputati vanno in Parlamento, discutono le leggi, si comportano come normali  cittadini investiti della responsabilità di governare i propri connazionali e alla fine, se non rieletti, tornano alla professione di prima. Purtroppo, non tutti i popoli hanno, in questo campo, i secoli di esperienza che ha l’Inghilterra.
La democrazia è caratterizzata dalla libera stampa, dalle elezioni e dal ricambio dei governanti in seguito a tali elezioni e tuttavia, non appena si guarda più da vicino, si vede che sotto ognuna di quelle condizioni si possono trovare realtà molto diverse.
Durante il Ventennio parecchi giovani intellettuali fascisti (poi diventati guru di sinistra) scrivevano a volte, proprio su pubblicazioni ufficiali, critiche al regime. Si può dire che ci fosse la libertà di stampa? Se invece di critiche velate e beneducate avessero scritto che Mussolini era un dittatore, un bieco demagogo e un puttaniere, avrebbero avuto il permesso di continuare a pubblicare i loro articoli? Viceversa, al tempo di De Gaulle, c’era un giornale, il Canard Enchaîné che un numero sì e l’altro pure faceva del sarcasmo sul Generale, su sua moglie e sull’intero governo. E il giornale non fu mai soppresso o molestato.  Ecco la differenza fra una libertà di stampa “sorvegliata” e una libertà di stampa senza limiti. Solo in una vera democrazia possono esistere giornali - come ”la Repubblica” e “il Fatto Quotidiano” la cui vocazione è quella di sparare a zero, tutti i giorni, sul governo e soprattutto sul suo Capo: non solo non c’è limite agli insulti, ma nemmeno alla diffamazione. Del resto è invalsa la prassi che il Presidente del Consiglio non quereli nessuno: Andreotti è rimasto famoso, per questo. È veramente ragionevole credere che, se Gheddafi cadrà, chi prenderà il potere in Libia permetterà questo genere di libertà di stampa? Intanto è sicuro che non era possibile né con Mubarak in Egitto né con Ben Alì in Tunisia o in Algeria con Bouteflika. In Marocco, dove il capo è il re, si arriverebbe semplicemente alla lesa maestà.
Le elezioni da sole non provano che ci sia democrazia. In Iran si vota, ma i candidati devono essere prima approvati dagli Ayatollah. Sarebbe come se, in Italia, si dicesse al Pd: “Potete candidare chi volete purché sia favorevole a Berlusconi. E comunque diteci i nomi prima, perché noi possiamo approvarli o rifiutarli”. In queste condizioni, quand’anche le elezioni fossero regolari e segrete, chi direbbe che esse sono “libere”?
Quanto all’alternarsi dei governanti, negli anni ci saranno indubbiamente stati dei cambiamenti, nel governo egiziano. Anche perché si è votato regolarmente. Ma non è stupefacente che, malgrado tutte le votazioni e tutti i cambiamenti, come per un caso al vertice di tutto ci sia stato sempre Mubarak? Come mai i governanti di Paesi come la Francia o l’Inghilterra hanno dei Primi Ministri che la gente manda a casa dopo pochi anni, mentre i Paesi musulmani hanno la fortuna che Dio gli mandi statisti così geniali che nessuno sogna di sostituirli, neppure dopo un trentennio?
Non è facile credere che, nel caso Gheddafi cada, in Libia ci sarà la democrazia come l’intendiamo noi. Né - pensiamo - ci sarà in Tunisia. Hanno mandato via Ben Alì ma non è che prima ci fosse la democrazia: prima c’era Bourguiba. E dopo ci sarà qualche Ahmed o qualche Ibrahim. In Iran sembra che dopo tanti anni si sia riusciti soltanto ad anagrammare il nome di chi comanda veramente: si è passati da Khomeini a Khamenei.
Che Gheddafi se ne vada o che domi la rivoluzione, importa poco. Ci limitiamo a sperare di non cadere dalla padella dell’autocrazia nella brace dell’integralismo islamico. Ci contenteremmo di un autocrate laico che non ci crei problemi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 febbraio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA GHEDDAFI DEMOCRAZIA

permalink | inviato da giannipardo il 25/2/2011 alle 9:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
10 maggio 2009
IL RESPINGIMENTO
IL RESPINGIMENTO
Il governo, dando esecuzione agli accordi con la Libia, ha messo in atto i “respingimenti” previsti da norme internazionali ed utilizzati - a detta di Piero Fassino - anche dal governo Prodi sulla frontiera est. Tuttavia ha ottenuto tutta una serie di reazioni negative, sul piano morale e sul piano giuridico. Hanno protestato l’opposizione, l’Onu, la Chiesa e soprattutto i giornali di sinistra. Ma il governo ha riscosso, se pure a bassa voce, il plauso della stragrande maggioranza degli italiani e si pone il problema di un giudizio equilibrato.
Prima di proseguire bisogna sgombrare il campo da un equivoco. È stato detto (falsamente) che il provvedimento delle autorità italiane va contro la Costituzione (oltre che contro gli impegni internazionali, l’umanità e perfino il regolamento del Rotary) perché non permette di distinguere gli immigrati clandestini dai richiedenti asilo politico. In realtà la Costituzione (art.10) stabilisce che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. E questo significa in primo luogo che l’Italia può stabilire le condizioni per l’esercizio di questo diritto – per esempio la non clandestinità – e in secondo luogo che lo straniero deve essere in Italia: se il respingimento ha luogo dalle acque internazionali verso il porto di provenienza, l’Italia non c’entra per niente, né con l’immigrazione né con l’asilo politico.
Ecco perché il pianto greco sulle condizioni degli emigranti respinti in Libia è sorprendente: l’Italia può forse farsi carico di come la Libia, un paese sovrano, tratta i somali, gli ivoriani, i senegalesi che sono sul suo territorio? E allora perché non dovremmo occuparci di come il Sudan tratta i suoi stessi cittadini del Darfur, di come la Cina tratta i tibetani, o le varie tribù africane trattano i prigionieri fatti in occasione di scontri con altre tribù? Se ne fossimo capaci saremmo più efficaci, da soli, dell’intera Onu.
Ma la ragione del contrasto fra le reazioni degli italiani di buon senso e quelle delle anime belle è semplice: coloro che sono per l’accoglienza, la tolleranza, l’indulgenza, di solito non hanno nessun problema con gli immigrati. Il loro mondo - le case in cui vivono, i quartieri che frequentano, gli ambienti in cui si muovono – non incrocia mai il mondo degli immigrati. Se invece avessero come vicini di casa dei maghrebini rumorosi, se le prostitute invadessero i marciapiedi sotto casa loro, se fossero stati borseggiati da ragazzini rom, o – Dio guardi! – una ragazza di loro conoscenza fosse stata stuprata da clandestini, dall’oggi al domani  diverrebbero più intolleranti di quelli che prima avevano sprezzantemente definito razzisti.
Negli anni della grande migrazione interna italiana, a Torino un calabrese o un siciliano erano considerati dei selvaggi. La commessa di Alessandria che si fosse fidanzata con un ingegnere di Siracusa avrebbe dato un dispiacere al parentado. Fu il periodo in cui una casa era in locazione, “meridionali esclusi”. È vero però che il nord di quei lavoratori aveva bisogno ed è vero che, dopo qualche decennio, quei meridionali – o i loro figli – si sono perfettamente integrati. I problemi sono dunque due: l’Italia ha bisogno di questi immigrati? E questi immigrati, col tempo, si integreranno?
Alla prima domanda molti rispondono sì, ma questa risposta non è affatto in contrasto con un’immigrazione programmata e regolata. Se si ha bisogno di un panettiere, basterebbe assumere un panettiere sudanese che si è iscritto come tale al consolato italiano. Arriverebbe in aereo, non correrebbe il rischio di morire nel Mediterraneo e avrebbe un lavoro regolare.
Alla seconda domanda, si deve rispondere sì o no secondo la provenienza. Gli immigranti polacchi o rumeni alla seconda generazione saranno italiani, mentre gli immigranti musulmani non si integreranno mai. Lo dimostra l’esperienza francese e, più recentemente, l’esperienza inglese: chi non ne ha notizia si informi. Dunque è proprio questo flusso che bisognerebbe bloccare, non per disprezzo o per odio: è semplicemente che non bisogna importare persone che neppure decenni dopo si sentiranno a proprio agio da noi o ci permetteranno di essere a nostro agio con loro. In questo quadro, a lungo termine il blocco dell’immigrazione da sud è perfettamente giustificato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
10 maggio 2009

CULTURA
8 maggio 2009
EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI
EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI
L’operazione navale con cui le motovedette italiane hanno riportato 277 emigranti sulle coste libiche, da cui erano partiti, ha avuto grandi consensi da parte della maggioranza degli italiani e ha fatto levare grandi proteste da sinistra. Da sinistra e da parte di quegli organismi, come l’Onu, che personalmente non fanno niente ma sanno sempre quello che dovrebbero fare gli altri. Quale può essere l’atteggiamento di una persona razionale e tuttavia non insensibile alle ragioni dell’umanità?
Il problema ha un ambito generale. Se qualcuno ha sete, non ha che da bere acqua. Se viceversa ha il cancro, la chemioterapia ha pesantissime controindicazioni e per giunta non sempre contrasta adeguatamente la malattia. Ciò malgrado, chi si asterrebbe dal curarsi con la chemio, solo perché si perdono i capelli e si hanno parecchi altri malanni?
Un rimedio non cessa di essere consigliabile solo perché ha anche conseguenze sgradevoli: la sua positività dipende infatti da un bilanciamento tra vantaggi e svantaggi. Proprio per questo è sciocco stare a sottolineare lungamente i lati spiacevoli: o si dimostra che essi prevalgono sui benefici oppure si può smettere di parlarne.
Nel caso degli emigranti rimandati in Libia, è vero, si frustrano le speranze di centinaia di poveracci; è vero, qualcuno sfugge a regimi infami e vorrebbe chiedere asilo politico (ma pare possa farlo anche presso le autorità italiane in Libia); è vero, in Libia queste persone potrebbero essere trattate malissimo e magari essere rimandate a morire nel deserto. Ma se questa politica italiana fosse mantenuta, il flusso degli emigranti dall’Africa verso l’Italia cesserebbe, e non ci sarebbe più nessuno rimandato in Libia, nessun emigrante frustrato, nessun emigrante mandato a morire nel deserto. La sofferenza di quei 227 e di quegli altri che dovessero mettersi in mare in queste settimane sarebbe un alto prezzo da pagare, ma da pagare per evitare che altri emigranti muoiano in mare a centinaia, come è avvenuto, o che vengano a vivere una vita di stenti, quando non di criminalità, in Italia.
Non è l’unico caso in cui la pietà e la moderazione fanno incancrenire il problema. Se non si cedesse ai ricattatori, i primi ricattati pagherebbero un prezzo altissimo ma la pratica criminale cesserebbe. Infatti mancherebbe il profitto che ne è la molla. Fra l’altro, non va dimenticato che a volte il ricattato paga e non per questo evita il male minacciato, inclusa l’uccisione dell’ostaggio.
Né diversamente vanno le cose per i pirati al largo del Corno d’Africa. Anche qui, si fanno mille discorsi per non adottare la politica più semplice: basterebbe sparare dall’alto delle navi sui barchini dei pirati e tutto finirebbe dall’oggi al domani. Pratica dura, magari eccessiva verso dei ladri del mare che tuttavia non vengono per uccidere? Sarà, ma questo sistema farebbe cessare la pirateria, mentre gli attuali rimedi sono inefficaci.
E poi, non sono gli stessi pirati che hanno minacciato di uccidere i marinai, se il riscatto non è pagato? O se, Dio liberi, qualcuno avesse in mente di intervenire nelle loro basi?
C’è naturalmente da preoccuparsi della vita degli innocenti marinai già in loro mano. Ma anche a questo riguardo è facile osservare che, se si fosse reagito con questa durezza sin dalla prima volta, quei pochi marinai – anche se è doloroso dirlo - sarebbero stati solo una controindicazione: innanzi tutto non è detto che, mancando il profitto, i pirati avrebbero messo ad esecuzione la loro minaccia, e, comunque, dopo non ci sarebbero stati altri arrembaggi. Se invece si è molli, il numero dei marinai prigionieri dei predoni aumenta, come è di fatti aumentato, e nulla assicura che una volta o l’altra non ci sia un massacro.
Quando, per non pagare un piccolo prezzo, se ne paga poi uno più grande, non si dimostra buon senso. Ma questa è una qualità di cui l’epoca contemporanea non sembra abbondare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

sfoglia
marzo        maggio

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.