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POLITICA
8 dicembre 2014
MERKEL: ACCUSE ALLA RUSSIA, ALLA FRANCIA, ALL'ITALIA
La Cancelliera tedesca Angela Merkel ha rilasciato una brevissima intervista che riguarda la situazione nell'Est europeo. Della Francia e dell'Italia parla soltanto di passaggio. Si legga "Die Welt"(1).  

La Cancelliera federale Angela Merkel (CDU) vede l'annessione della Crimea soltanto come un caso di politica antieuropea di Vladimir Putin. La Merkel ha detto alla "Welt am Sonntag": "La Moldavia, la Georgia e l'Ucraina, tre Paesi del nostro vicinato orientale, per loro decisione sovrana hanno sottoscritto un accordo d'associazione con l'Unione Europea. E la Russia ha creato difficoltà a questi tre Paesi".
Per realizzare questa destabilizzazione Mosca non si è arrestata neanche dinanzi alla possibilità di ledere l'integrità territoriale degli altri Paesi. La Merkel ha detto testualmente: "Così la Repubblica di Moldavia soffre da anni  del conflitto riguardo alla Transnistria. Noi abbiamo compiuto grandi sforzi politici per aiutarla, ma fino ad ora, purtroppo, inutilmente. La Georgia soffre nello stesso modo da anni del conflitto "congelato" nell'Ossezia del Sud e nell'Abkhazia. L'Ucraina deve sopportare l'annessione della Crimea e gli scontri nell'Est del suo territorio. Inoltre vediamo che la Russia cerca di creare dipendenze economiche e politiche in alcuni Paesi dei Balcani occidentali".
La Merkel ha vigorosamente riconfermato la sua intenzione di sostenere, se del caso anche militarmente, L'Estonia, la Lettonia e la Lituania che si sentono minacciate dalla Russia: "La questione di una guerra nel Baltico non si pone. Ciò nonostante è in vigore l'art.5 del Patto della Nato, cioè l'impegno all'assistenza per tutti i membri dell'alleanza", ha spiegato la Merkel. "Per questo contribuiamo a disporre nuove forze d'intervento rapido per esempio per la sicurezza dello spazio aereo del Baltico, e da un organismo di direzione comune a Stettino lavoriamo ad un patto militare con polacchi e danesi".  
La Merkel si difende, nell'intervista alla "Welt am Sonntag", dalla critica dei suoi tre predecessori nell'incarico Helmut Schmidt (SPD), Helmut Kohl (CDU) e Gerhard Schröder, che si sono dichiarati a favore di una posizione conciliante nei confronti della Russia. Al riguardo la Merkel dice: "Sono convinta che la risposta europea comune riguardo alle azioni della Russia sia stata corretta. Non può rimanere senza conseguenze il fatto che la Russia abbia leso l'integrità territoriale e la sovranità dell'Ucraina che essa aveva assicurato per contratto col Memorandum di Budapest del 1994".
La Merkel ammonisce la Francia e l'Italia riguardo alle riforme.
La Merkel tuttavia ammonisce anche i Paesi in crisi dell'Unione Europea riguardo al dovere di intraprendere ulteriori sforzi di riforma. "La Commissione dell'Unione Europea ha stabilito un calendario riguardo al momento in cui la Francia e l'Italia devono presentare ulteriori provvedimenti. Ciò è modificabile, perché ambedue i Paesi si trovano effettivamente in un processo di riforme". E il Presidente della Commissione dell'Unione Europea Jean-Claude Juncker ha per questo rinunziato (http://www.welt.de/134808211) ad infliggere punizioni ad ambedue i Paesi, benché essi vogliano contrarre più debiti di quanto sia permesso dalle regole di stabilità dell'Unione europea. Ma la Merkel per questo chiede riforme aggiuntive: "La Commissione ha tuttavia reso chiaro che ciò che fino ad oggi abbiamo sul tavolo, non è ancora sufficiente. E a questo punto di vista mi associo".
(Traduzione di Gianni Pardo).

Come si vede, le sue frasi che riguardano la Francia e l'Italia hanno per soggetto, la prima: "La Commissione UE "; la seconda Jean-Claude Juncker, e la terza ancora la Commissione. Di suo ha solo detto: "A questo punto di vista mi associo". Prima, durante i loro governi, Monti e Letta sono stati proni dinanzi alla stessa Angela Merkel, come scolaretti pronti a fare i compiti a casa assegnati dalla signora maestra. Ora vige la moda contraria, e tutti salgono sugli spalti a stracciarsi le vesti per la dignità offesa, proclamano che l'Italia non prende lezioni da nessuno, che la Merkel "farebbe bene a guardare prima in casa sua", che noi stiamo facendo miracoli e chiediamo rispetto,. Rischiamo così il patetico. Si vede nei fatti che le nostre riforme sono insufficienti a rilanciare l'economia. Viviamo una situazione economica di cui non si vede l'uscita, le agenzie di rating dichiarano i nostri titoli a un passo dall'essere junk bonds, spazzatura, e invece di prendere atteggiamenti gladiatori faremmo bene a tenere un basso profilo. 
La Cancelliera si è espressa in maniera molto moderata, non ha insultato nessuno e non ha detto nessuna falsità. È stata risoluta fino alla brutalità, non esitando neppure a parlare di reazioni militari, ma nei confronti della Russia di Putin. Per la Francia e per l'Italia le è bastato lasciare la patata bollente alla Commissione Europea.
I politici italiani sono talmente "nombrilisti", come direbbero i francesi, o "self-centered", come direbbero gli inglesi, che in un gravissimo problema di stabilità internazionale vedono soltanto il fatto che la Merkel, riguardo all'Italia, ha la grave colpa di vedere ciò che vedono tutti. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 dicembre 2014
(1)http://www.welt.de/politik/deutschland/article135095580/Merkel-wirft-Moskau-vor-Osteuropa-zu-destabilisieren.html

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ECONOMIA
16 settembre 2014
DIE WELT(1): L'ITALIA NON SI SALVERA'
Per l'Italia non c'è nessuna solida ragione per rimanere nell'unione monetaria. E non c'è mai stata. L'impero di Carlo Magno era sussidiario e decentrato. Oggi si proseguirà,  passando attraverso il deserto economico dell'unità monetaria, per creare con brutale violenza politica gli "Stati Uniti d'Europa". In fin dei conti è l'unica sottostante logica per l'unione monetaria, che nessun politico potrebbe esprimere nella sua mostruosa radicalità.
L'economia italiana si trova da sei anni in una durevole depressione. La produttività economia è crollata drammaticamente, dal suo massimo del 2007 al livello di quattordici anni fa. La produzione industriale è nelle condizioni degli Anni '80. L'industria concorrenziale e le imprese produttrici muoiono: la disoccupazione giovanile si situa all'incirca al 42%. Prima di aver legato la lira al marco, nel 1996, il Nord-Italia produttivo aveva un sano surplus commerciale con la Germania, benché il marco si rivalutasse regolarmente.
In molte regioni  oggi il mercato immobiliare è in caduta libera. Più del 90% degli italiani sono scontenti del proprio Paese, fino ad occupare la quartultima posizione nel mondo, peggio perfino dei territori palestinesi o dell'Ucraina. Il livello del debito, in rapporto al prodotto interno lordo, si trova attualmente all'incirca al 135%. La meta da raggiungere, al momento dei negoziati sull'unione monetaria degli anni 1996-1999, era (ed è) per tutti gli Stati dell'euro il 60%/pil. Nessuno Stato si è attenuto a ciò e certamente non il nuovo commissario francese alla Moneta Pierre Moscovici, di recente nominato, che ora rischia di essere considerato il lupo cui si affida la pecora.
Con un'inflazione zero l'Italia deve raggiungere un avanzo primario, senza contare il servizio del debito, del 7,8%, per rimanere capace di sopravvivere, in modo che siano assicurati il pagamento degli interessi, l'ammortamento e le prestazioni necessarie dello Stato. E questa è una pura illusione. L'Italia è una delle ragioni per cui la Banca Centrale Europea ha già perso la partita e si trova nel panico, come mostrano chiaramente le misure dell'ultimo consiglio della Bce.
Sicché l'Italia uscirà dall'unione monetaria, anzi dovrà farlo. La democrazia e i politici italiani dovranno affrontare una epocale "prova di resistenza". Sarà radicale più o meno come l'inizio (1861) e la fine (1946) della monarchia italiana, incluso l'intermezzo fascista.
Ciò che tiene (ancora) insieme l'Italia sono pochi fattori: tassi d'interesse storicamente bassi, l'assegno in bianco irrazionale di Berlino per proteggere e garantire fiscalmente (Contratto ESM), l'Italia e tutti gli euro-Stati e lo spericolato tentativo della Bce, attraverso l'acquisto di titoli, in contraddizione col sistema, di comprare  principalmente e inconfessatamente la carta straccia delle banche italiane (ABS, RMBS) attraverso usufruttuari privati ('BlackRock') e di distribuire i rischi ai contribuenti europei e tedeschi (2). Secondo calcoli della banca d'affari italiana Mediobanca la crescita dell'economia italiana dipende per circa il 67% dal valore esterno dell'euro (per la Germania si tratta del 40%). Non fa meraviglia che ora la Bce e Wall Street tentino il miracolo di una svalutazione della moneta per comprimere l'euro fino a portarlo alla parità rispetto al dollaro americano, per stabilizzare l'Italia. Il sistema vacilla e la politica rimane senza parole.
Tutto ciò non salverà l'Italia. Già si preparano nuovi shock esogeni. Per come stanno le cose oggi, Marine Le Pen, la presidente del Front National, dovrebbe vincere in scioltezza le prossime elezioni presidenziali e come primo provvedimento della sua amministrazione annuncerebbe l'uscita dal patto monetario europeo.
Il voto popolare potrebbe strappar via la Scozia da un'Inghilterra molto poco amata. Ciò corrisponderebbe alla logica della ri-regionalizzazione politica attraverso il sorgere del Superstato di Bruxelles, il contromodello di quello di Carlo Magno. I catalani copierebbero immediatamente questo trucco di liberazione dalle catene senza versamento di sangue degno di Houdini e spingerebbero ancora più in alto il rischio politico in Europa in modo che anche l'ultima delle persone partecipanti al mercato se ne accorga, che si rompa l'impero sognato dell'euro e che Berlino non lo protegga e non lo paghi. L'Italia, col suo tesoro di territorio, le sue 2.451 tonnellate d'oro (corrispondenti a circa il 67% delle attuali riserve di valuta di Roma), e altri beni geostrategici può ben sostenere la sua nuova valuta. E per tutti i nostalgici: no, la nuova moneta sicuramente non si chiamerà Lira.
Erwin Grandinger, Analista politico-finanziario presso il Gruppo EPM di Berlino.  
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
(1)http://www.welt.de/print/die_welt/finanzen/article132206352/Italien-wird-Euro-Zone-den-Ruecken-kehren.html
(2) Non tutto è chiaro in questa frase.  NdT).


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ECONOMIA
26 maggio 2014
LE ELEZIONI: MOLTO RUMORE PER NULLA
Per quanto riguarda l’Italia il discorso è brevissimo: Forza Italia è sembrata poco credibile, Grillo ha pagato il prezzo dei suoi eccessi, a Renzi e al Pd è stato aperto un enorme credito che, salvo imprevisti, si tradurrà in un’enorme delusione. Anche se è sempre giusto sperare di essere smentiti.
Poiché però le elezioni erano “europee”, è per quanto riguarda l’Europa che bisogna trarne delle conclusioni. E ieri si potevano fare tre ipotesi. Che vincessero gli entusiasti dell’Europa appariva del tutto improbabile. Se ci fosse stato un astensionismo record, si sarebbe avuto un possente segnale di sfiducia nell’Europa ma non tale da portare a un cambiamento. Infine si sarebbe potuto avere una massiccia vittoria di coloro che vorrebbero uscire dall’euro o perfino dall’Unione Europea, come poi si è visto. Ma qui arrivava la sorpresa. In tutti i casi si arrivava allo stesso risultato. 
I dati stabili e incontrovertibili sono i seguenti: molti popoli sono scontenti dell’euro e dell’attuale situazione; l’entusiasmo per l’Europa è totalmente svanito; non siamo affatto usciti dalla crisi; l’ottimismo dei governanti è soltanto un irritante rumore di fondo e un giorno o l’altro potremmo avere qualche brutta sorpresa. L’Europa dunque dovrebbe essere cambiata. Il suo modello non funziona. Una stagnazione che dura da troppi anni non annuncia nulla di buono. E tuttavia non si vede come realizzare questo cambiamento.
Ecco il punto: sappiamo che il malato è grave ma non sappiamo come curarlo. O ancor più precisamente: non esiste una cura su cui siano d’accordo tutti i dottori e tutti i parenti. Per l’Europa, qualunque linea di condotta si ipotizzasse (inclusa quella di non far niente) nessuno potrebbe essere sicuro del risultato positivo. Le uniche certezze sarebbero dunque il prezzo molto alto da pagare e il fatto che dal giorno dopo tutti darebbero addosso a chi ha proposto quella soluzione e tutti pretenderebbero che un’altra strategia sarebbe stata migliore e meno costosa. Affermazione tanto indimostrabile quanto facile, dal momento che non si può mettere indietro il calendario. In queste condizioni, chi può chiedere alle autorità europee di firmare un provvedimento che comunque li farà condannare da tutti, all’unanimità?
L’esperienza storica, del resto, è scoraggiante. Nel 1918 la Germania del Kaiser, con buon senso, si arrese quando ancora la Germania non era stata conquistata o distrutta. E il risultato fu lo scontento e il revanscismo che poi condusse a Hitler. Viceversa nel 1945 la Germania fu sconfitta in modo tanto definitivo e brutale, subì tali e tante devastazioni e distruzioni, che neanche un cieco e un sordo avrebbero potuto rimpiangere di non avere continuato la guerra. Nello stesso modo nell’Europa attuale sarebbe necessaria una coraggiosa presa di coscienza. Un’improvvida unione monetaria non accoppiata con un’unione politica ci ha precipitati in un tale disastro che si richiede l’ammissione di una sconfitta e della necessità di pagarla con provvedimenti dolorosi. Ma chi va a spiegarlo ai popoli? Come dimostrare che, nelle condizioni date, si è scelta la migliore soluzione? Come convincere tutti che si è pagato il prezzo più basso e non il più alto?
Qualcuno potrebbe dire che la soluzione è proprio correggere l’errore prima indicato: abbiamo sbagliato creando la moneta unica senza creare un governo unico? Ebbene, facciamolo ora, il governo unico. Fra l’altro, era proprio questa l’intenzione degli ottimisti che hanno creato l’euro. Con quel primo passo volevano costringerci a fare i successivi. Poiché però questi passi non sono stati fatti quando ancora c’era l’entusiasmo per l’euro e per l’Europa, è da folli pensare che si possano fare oggi. Cioè nel momento in cui la Comunità e le sue leggi sono viste come il fumo negli occhi. Queste elezioni saranno state inutili.
Qualche decennio fa la Torre di Pisa pendeva ogni giorno di più e i tecnici misuravano gli spostamenti per calcolare quando sarebbe caduta. A meno che non si fossero adottati imponenti e costosi provvedimenti. Che sono stati poi effettivamente adottati, col risultato che il baricentro ha invertito la marcia e la Torre, addirittura, ha cominciato a raddrizzarsi. Ma quello era un problema da ingegneri e costoro sui numeri a volte riescono a mettersi d’accordo. Purtroppo il problema dell’Europa è molto più grande e molto più complesso. Al riguardo, sorridendo amaramente, si può parafrasare la teoria degli scettici a proposito della verità: 1. Nessuno conosce la soluzione per l’Europa; 2. Se qualcuno la conoscesse, non potrebbe convincere gli altri governanti ad adottarla; 3. Se ci riuscisse, lui e tutti gli altri sarebbero poi stramaledetti nei secoli dei secoli.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 maggio 2014

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POLITICA
26 aprile 2014
LE PROSSIME EUROPEE NON SONO LE POLITICHE
La maggior parte dei commentatori discute sull’aumento delle intenzioni di voto in maggio a favore del M5S e sulla possibilità che il partito di Berlusconi sia ridotto al rango di “terza forza”. Ipotesi descritta come catastrofica. Forse non ci sono serie ragioni per dubitare che effettivamente Forza Italia possa subire una batosta, ma può essere dubbio che questo cali si confermi in seguito. Quando si tratterà di decidere come governare l’Italia, i cittadini probabilmente riporranno, se non le proprie speranze, almeno la propria sicurezza in partiti, come il Pd o Forza Italia, che non si propongono soltanto di incrementare il folklore.
Le “elezioni europee” non sembrano essere quell’indicatore importante che alcuni descrivono e dipendono da uno stato d’animo affatto particolare. A torto o a ragione, le istituzioni comunitarie sono viste come la causa della nostra crisi economica. Moltissimi pensano che dovremmo liberarci dell’euro, dei vincoli europei, ed anche del debito pubblico. A costo di dichiarare che non lo pagheremo e basta. Naturalmente non si tratta di fini analisi politico-economiche, si tratta di affermazioni tagliate con l’accetta, ma le persone che le esprimono il 25 maggio andranno a votare, e probabilmente voteranno, per quei partiti che sembrano promettere l’attuazione di quei propositi. Del resto, che in Italia molti fiutino questo vento è dimostrato, oltre che dalle sparate dei “grillini”, dalla Lega Nord che è andata fino a scrivere sul proprio simbolo “Basta euro”.
Come se non bastasse, queste forme di protesta estrema trovano un’ulteriore giustificazione nel fatto che molti considerano le elezioni europee assolutamente prive d’importanza. Quasi un sondaggio sugli umori della gente. Dunque ognuno pensa che potrà votare come meglio gli pare, ammesso che voti, ché tanto la cosa in ogni caso rimarrà senza conseguenze. Ad andar bene, un voto anti-europeo potrà incoraggiare i nostri governanti a sentirsi sostenuti, se si decideranno a fare la faccia feroce a Bruxelles e a Berlino. 
Come conseguenza di questa situazione, si potrebbe dividere l’elettorato in questi grandi blocchi. Il primo, probabilmente maggioritario, è composto da coloro che pensano che non soltanto quel voto non cambierà nulla, ma che non valga la pena nemmeno di andare a dire all’Europa e ai nostri partiti ciò che si pensa di loro. Stiamo parlando degli astenuti. Il secondo blocco è costituito da coloro che hanno riposto le loro speranze in Renzi. I cittadini che lo reputano “qualcuno che finalmente è disposto a fare qualcosa, magari disturbando un po’ tutti, a destra e a manca”. E pensano dunque di avere il dovere di sostenerlo, di fargli sentire che non è solo, che è perfino meglio sbagliare che non far niente. E fra questi elettori potrebbe anche esserci qualcuno che prima ha votato a destra o per Grillo. 
C’è poi il M5S, un partito che dello stato d’animo esasperato di chi vuol tirar giù tutto, perché nulla è degno di essere salvato, ha fatto una bandiera. Questo azzeramento naturalmente si estende anche alle istituzioni europee e proprio per questa ragione, perché è il partito “anti-europeo” per eccellenza, il Movimento potrebbe avere un notevole successo. Perfino più grande di quello del Pd. In queste condizioni il partito di Silvio Berlusconi, che gli elettori giudicano non antieuropeista e comunque compromesso col passato, potrebbe risultare terza forza. O quarta, se contiamo gli astenuti. Ma sarebbe significativo, questo risultato?
Se ne può dubitare. Le premesse fatte fino ad ora hanno un punto in comune: a torto o a ragione, come detto,  la gente reputa queste elezioni prive d’importanza. Più ancora delle amministrative. Ma sarà lo stesso quando si “farà sul serio”, cioè alle politiche?
Da qui ad allora Renzi avrebbe tutto il tempo per deludere, perfino senza colpa. Anche se avrà certamente avuto quella di promettere ciò che non poteva realizzare. E lo stesso partito di Grillo non avrebbe il vento in poppa, come quando si tratta di criticare l’Europa. Non solo al Movimento si rimprovererebbe la mancanza di realizzazioni nei mesi o negli anni in cui è stato in Parlamento, ma esso soffrirebbe dell’assenza di un chiaro programma e di un populismo inconcludente, reso preoccupante dal suo vago sapore di “sinistra”. Insomma un suo successo in maggio potrebbe addirittura allarmare l’elettorato. Quando si tratterà di dare un governo all’Italia, Forza Italia potrebbe beneficiare della rendita del suo essere moderata, anti-sinistra e anti-tasse. Insomma il riferimento classico e obbligato dei liberali.
Naturalmente le cose potrebbero andare in modo affatto diverso, ma come conseguenza di molti fattori che in questo momento non conosciamo, non delle prossime “europee”. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 aprile 2014

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ECONOMIA
9 gennaio 2014
L'OPERAIO ITALIANO PAGATO COME L'OPERAIO CINESE
Quando è cominciata la rivoluzione industriale, la Gran Bretagna era favorita da un know how che le permetteva di vendere i propri prodotti - allora pressoché inimitabili - ad alto prezzo, mentre importava le materie prime a basso prezzo. Il tempo è passato ed oggi anche Paesi lontani dall’Europa non sono inferiori a nessuno in materia di tecnologia. Quel vantaggio che rese ricca la Gran Bretagna non esiste più: gli ingegneri indiani non sono peggiori di quelli americani, i prodotti giapponesi non sono inferiori a quelli tedeschi. La stessa Cina, che fino a qualche decennio fa moriva di fame, oggi fa un’invincibile concorrenza al resto del mondo e Shanghai fa sembrare Milano un villaggio medievale. Ciò dipende, si dice, dal fatto che accanto ad una tecnologia in rapidissima ascesa, in Cina si ha un livello dei salari assurdamente basso. Per essere in grado di vendere un prodotto elettronico italiano allo stesso prezzo di uno cinese bisognerebbe che l’operaio italiano fosse pagato quanto l’operaio cinese, e ciò è impensabile. 
Questa affermazione è un atto di fede. Per scendere in strada dal primo piano o si prende l’ascensore o si fanno le scale. È “impensabile” saltare dalla finestra. Ma se la casa brucia? L’esperienza dice che in questo caso si salta anche da un “impensabile” secondo piano. Per discutere seriamente bisogna chiedersi da che cosa dipenda la differenza fra il salario cinese e quello italiano, in modo da sapere se essa sia sostenibile nel tempo, o se un giorno i due livelli tenderanno a pareggiarsi: o perché i nostri lontani concorrenti guadagneranno di più, come è avvenuto con l’operaio giapponese o coreano, o perché noi guadagneremo di meno. 
Per cominciare, bisogna sgombrare il terreno da alcune ubbie. L’operaio cinese ha gli occhi a mandorla e l’operaio italiano no, ma non è per questo che il secondo ha diritto a guadagnare di più. Non è neppure perché è più produttivo, visto che probabilmente più produttivi sono gli operai asiatici. O perfino americani. Non è perché è più competente, dal momento che gli operai dell’Estremo Oriente e del Sud Est asiatico lo sono altrettanto. E si potrebbe continuare. Alla fine si arriva ad una conclusione nello stile del Marchese del Grillo: “l’operaio italiano deve guadagnare di più perché è abituato a guadagnare di più”. E questo ci riporta ad una sorta di razzismo sociale. Non diverso da quello per cui i nobili francesi, prima della Rivoluzione, trovavano naturale che i borghesi lavorassero e loro no. Perché erano nobili.
Se l’euro scoppia, se l’unione monetaria salta, se l’Italia dichiara default, se insomma la lunga, interminabile crisi che viviamo arriva al suo esito finale, noi dovremo reinventarci un posto economico nel mondo. Dovremo ammettere che consumeremo tanto quanto saremo capaci di produrre, esattamente come il singolo non può spendere più di ciò che guadagna. Fra l’altro, se avremo dichiarato default, per parecchi decenni non disporremo più di credito. Nessuno ha ancora dimenticato i debiti insoluti degli zar e perfino quelli, non onorati, dei re di Francia nei confronti dei banchieri fiorentini. 
Se l’intero Paese ha un dato prodotto interno lordo, ognuno dovrà adattarsi a lavorare per avere la sua fettina di quel pil quale che sia il suo ammontare in quel momento, non quale vorrebbe che fosse. E se l’intero Paese è più povero e non può vivere a credito, anche il singolo sarà più povero e non potrà vivere a credito. Quando si parla di paghe, di stipendi, di pensioni, bisogna dimenticare una volta per tutte l’assurda affermazione di Luciano Lama per cui “il salario è una variabile indipendente”. Le spese degli imprenditori e dello Stato sono infatti strettissimamente dipendenti dall’andamento economico dell’intera nazione. Se essa ha un tracollo economico, bisogna che tutti si rassegnino a guadagnare di meno. Non ci sono conquiste sindacali, non ci sono diritti quesiti ed altre bellurie paraeconomiche che tengano. Il problema non è se sia pensabile o impensabile che i lavoratori siano meno pagati, il problema è se sia evitabile. E se non è evitabile, l’aggettivo impensabile cessa di avere un significato. Nessuno farebbe il bagno nella Manica, in inverno: ma se le Bianche Scogliere sono a trecento metri e l’alternativa è affogare, lascia perdere il freddo e nuota. Chissà che non ti salvi. 
La conclusione è semplice. Se si riuscirà a pilotare l’Italia fuori dall’euro, può darsi che si riescano a contenere i danni nell’ambito di un grave dramma economico nazionale. Anche con riduzione di redditi e consumi. Se invece non si farà nulla, e si attenderà lo scoppio dell’intero sistema, forse vivremo una vera e propria tragedia economica, in preda alle convulsioni di una crisi priva di guida.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 gennaio 2014


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politica interna
17 dicembre 2013
MODO PARADOSSALE DI SALVARE L'ITALIA
La logica, se uno è abituato a prenderla sul serio, può rivelarsi una nemica. Ad andar bene, un’amica sorniona che ci prende in giro. In questi casi, le persone brillanti se la cavano con un aggettivo: “paradossale”. Purtroppo a volte “paradossale” non significa, come dovrebbe, “brillante ma inconsistente”; significa, più prosaicamente: “non so che cosa rispondere e per questo faccio finta che sia uno scherzo”. E allora proponiamo uno scherzo a chiunque sia visceralmente anticomunista.
L’Italia è nei guai fino al collo. Gli anticomunisti - essendo per la meritocrazia, per la libertà, per l’individualismo, per il diritto anche di arricchirsi col proprio lavoro - pensano che questi guai derivano dalla tendenza tutta italiana allo statalismo e in sintesi al vagheggiamento di uno Stato cripto sovietico. Tendenza che impedisce di fare quelle riforme anche minime che potrebbero migliorare la situazione presente. Dunque è inutile desiderare che un governo aggressivo di centrodestra, o perfino di centrosinistra,  tenti con risolutezza di realizzare le riforme necessarie: non solo susciterebbe la più feroce opposizione delle altre forze politiche, ma anche la reazione della piazza e non approderebbe a nulla. S’è anche visto. 
Questo punto va ribadito. L’opposizione va contro il governo qualunque cosa faccia. È perfino capitato (per le riforme costituzionali attuate dal centrodestra) che, divenuta maggioranza, essa si sia impegnata ad abolirle, pur riconoscendo sottovoce che la maggior parte di esse erano utili, se non addirittura necessarie. Viceversa, quando la riforma è proposta dal governo amico, la si dichiara necessaria e nel momento in cui va in porto si alzano peana di vittoria. Questa la regola. E tuttavia questo principio non ha funzionato quando si è andati contro gli idola del popolo italiano. Ricordiamolo: c’era un governo dichiarato di salute pubblica; sostenuto dalle autorità Europee; voluto dal Presidente della Repubblica; costituito dal massimo partito di centrosinistra e dal massimo partito di centrodestra, oltre che presieduto da una personalità definita super partes come Mario Monti. Lo schieramento, oltre tutto incensato dai giornali, sembrava invincibile e tuttavia, quando si è tentato di cambiare un particolare dello Statuto dei Lavoratori, la formulazione dell’art.18, il sindacato della sinistra è insorto ed ha annichilito tutte le belle autorità che abbiamo elencato prima. La conclusione è ovvia: non solo la sinistra attuale non ha nessuna intenzione di attuare le riforme necessarie ma, se anche l’avesse, l’Italia le impedirebbe di farle.
E qui si arriva al paradosso. Se un governo di centrodestra non può salvare l’Italia; se un governo di centro non può salvare l’Italia; se un governo di centrosinistra non può salvare l’Italia, rimane solo la possibilità che un governo di estrema sinistra l’affossi definitivamente. Così essa supererà lo stallo. I fumatori troppo viziosi, per attuare un serio tentativo di svezzamento smettono di colpo quando gli si dice che hanno contratto un cancro ai polmoni. Solo il massimo danno convince alcuni ad adottare dei rimedi prima giudicati inaccettabili. Dunque tutti gli anticomunisti viscerali, tutti i moderati di centrodestra, tutte le persone che amano l’Italia dovrebbero votare per Sinistra e Libertà, permettendo a questo benemerito partito di attuare finalmente tutte le sua proposte. Fino a costringere i nostri cari concittadini ad assaggiare in concreto i risultati di una politica collettivista. All’Italia l’esperienza fatta per settant’anni dall’Unione Sovietica e per quasi cinquanta dagli sfortunati Stati Satelliti dell’Est Europa non è bastata.
Una volta che avremo toccato il fondo avremo forse quel buon senso economico-sociale che un antico pragmatismo ha insegnato gli inglesi e una lunga ed amara esperienza a tutti i Paesi del Socialismo Reale. In un modo o nell’altro dobbiamo pur uscire da una mentalità che è scomparsa perfino in Viet Nam. E se il prezzo da pagare sarà quello di sostituire la statua di Marco Aurelio, sul Campidoglio, con quella di Marx a cavallo, vuol dire che lo sopporteremo. Del resto, la vedova ottantenne che abita da sola in un basso di Napoli non si sta già assuefacendo all’idea che bisogna pagare la pigione con denaro tracciabile, in modo che il suo padrone di casa e lei stessa non portino i loro capitali all’estero, sottraendoli all’insaziabile fame del Leviathano?
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
17 dicembre 2013

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POLITICA
27 novembre 2013
IL GOVERNO ARTIFICIALE

Forza Italia passa all’opposizione e chiunque potrebbe chiedere: “Dov’è la notizia?” Infatti, se per notizia si intende una novità, la notizia non c’è. Ma basta considerare come si forma normalmente un governo per vedere che un cambiamento ora c’è: abbiamo un governo artificiale. 
Dopo le elezioni si formano due Camere sulla base dei risultati di quelle elezioni e il successivo governo rispecchia la loro costituzione. Una volta che si ha una maggioranza, questa concede il voto di fiducia al suo governo. Lo schema è dunque: il governo rispecchia la maggioranza parlamentare che a sua volta rispecchia la maggioranza del Paese.
Nella nostra Camera dei Deputati, il Pd ha il 54% dei seggi - pur essendo lontanissimo dall’avere ottenuto il 54% dei voti - perché così vuole l’attuale legge elettorale, intesa ad assicurare la stabilità e la governabilità a qualunque costo. se dipendesse solo dalla Camera, il Pd potrebbe governare per cinque anni, quand’anche il suo governo fosse sgradito al settanta per cento degli elettori.
Al momento del varo della legge, però, il Presidente della Repubblica di allora, Ciampi, si ricordò che, per la Costituzione, il Senato è eletto su base regionale, e dunque volle che quel premio fosse assegnato su base regionale. Dal momento che destra e sinistra in Italia sono in bilico, il risultato è stato che in bilico si è ripetutamente trovato anche il Senato, rendendo l’Italia pressoché ingovernabile.
Tutto ciò sembrava superato quando si è formato “il governo delle larghe intese”: anche al Senato la maggioranza corrispondeva a quella degli elettori. Ma col passaggio di Forza Italia all’opposizione, il governo governa contro la maggioranza degli italiani.
Infatti, se Forza Italia si fosse scissa nel senso che il venti per cento passava all’opposizione e il restante ottanta per cento continuava a sostenere il governo, ciò non sarebbe successo. Dal momento che è avvenuto il contrario, l’esecutivo corrisponde alla maggioranza nelle Camere, ma non a quella nella nazione.
Naturalmente i fuorusciti del Pdl potrebbero dire che sono loro, rimanendo fedeli al governo, ad interpretare al meglio la volontà degli elettori. Ma ciò potrebbero confermarlo solo nuove elezioni e le precedenti esperienze non sono incoraggianti. 
Le conseguenze sono comunque drammatiche per il Pd. Se si stesse navigando in piena bonaccia, questo sostanziale monocolore sarebbe la massima fortuna: avrebbe il potere senza doverne rendere conto a nessuno. Nella realtà l’Italia è in grave pericolo e il governo non può farci niente. Attualmente lo spread con i Bund tedeschi è poco sopra i 230 punti base, ma se schizzasse verso l’alto come ha fatto due volte (autunno 2011, estate 2012), il peso degli interessi schizzerebbe anch’esso verso su, e non per l’ammontare dei pochi miliardi intorno ai quali ci si è tanto accapigliati per la legge di stabilità. Nulla esclude poi che le Borse improvvisamente confessino di sapere da sempre che il debito pubblico italiano, come quello spagnolo, francese, ecc., non è garantito da niente. In questo caso, con le somme stanziate dall’Unione Europea per fronteggiare la crisi ci si comprerebbero solo degli ansiolitici. 
Se invece tutto va proprio bene, e si prosegue sulla via gloriosamente intrapresa da Mario Monti, o si continuerà a scendere lungo la china perversa della depressione, o ci si fermerà alla miseria attuale, ma solo perché si è toccato il fondo. Purtroppo, invece di confessare che il futuro non dipende da noi, per dovere d’ottimismo istituzionale il governo ha continuato a parlare di lendemains qui chantent, di rilancio dell’economia, di luci in fondo al tunnel e la gente alla lunga gli rimprovererà aspramente di averla presa per i fondelli.
A Forza Italia l’uscita dalla maggioranza offre la possibilità di smarcarsi da questa condizione per far finta che, fosse stata al governo, avrebbe fatto di meglio. Non sarebbe per nulla vero, ma come dimostrarlo? Chi è al governo è responsabile della conduzione del Paese. Forza Italia dunque beneficerà del dubbio e della rendita costituita dalla demagogia e ciò potrebbe permetterle qualche successo.
Salvo ad essere fanatici, bisogna confessarsi che c’è poco da scegliere. Dipendiamo dall’Europa e – a meno che non ne usciamo, a nostro rischio e pericolo – subiremo le conseguenze di tutti gli errori che questa Europa continua a commettere. Un tempo si sognava un Uomo della Provvidenza che tirasse l’Italia fuori dai guai. Ora siamo costretti a sognare un Superuomo della Provvidenza che sia capace di tirare fuori dai guai un intero Continente. Giove personalmente, dunque, dal momento che fu colui che si dimostrò più forte dei Titani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 novembre 2013
 


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ECONOMIA
13 novembre 2013
L'ITALIA E IL PRINCIPIO DI REALTA'
La realtà è qualcosa di obiettivo e tutti abbiamo l’impressione di percepirla correttamente: ma le cose non stanno così. Noi percepiamo soltanto quella del nostro tempo e dobbiamo fare sforzi erculei – da storici professionisti – per rappresentarci correttamente quella del passato. Inoltre ognuno è inserito sia in una realtà locale sia in una data situazione familiare: le Filippine non sono la Norvegia e il figlio del ricco non fa le stesse esperienze del figlio del povero. 
Naturalmente, accanto alle illusioni prospettiche del singolo, esistono quelle delle comunità e l’Italia in questo campo rischia di battere dei record. Come osservato tante volte, è forse l’unico Paese che ha perso una guerra tanto rovinosamente da avere sul momento smarrito anche l’onore, e tuttavia dopo si è sempre raccontato d’averla vinta. Senza contraddittorio.
Noi ci siamo permessi il lusso di ignorare la realtà e ciò malgrado essa ci ha gentilmente viziati. I nemici che ci hanno battuto ci hanno trattati per decenni da alleati. La nostra ignoranza del mondo e delle lingue straniere ci ha permesso di non essere smentiti in tutte le nostre convinzioni e in tutte le nostre illusioni. Attenti al nostro ombelico immaginario, abbiamo sempre vissuto in vaso chiuso. Mentre tanta parte dell’Europa gemeva sotto il tallone sovietico, metà degli italiani pensava che lì si vivesse meglio che in Occidente. Da noi il buon senso è stato dichiarato indecente. Ubriachi di ideologie fumose e mal digerite, abbiamo sognato utopie buoniste e nel frattempo abbiamo vissuto largamente al di sopra dei nostri mezzi. Abbiamo regalato a piene mani e per tanto tempo denaro preso a prestito che alla fine si è radicata la convinzione che per spenderlo non fosse necessario guadagnarlo. 
Proprio quando pareva che ciò non dovesse mai cambiare, si è visto che la realtà era invece in agguato. Dopo quasi settant’anni si è ricordata della regola per cui si può ingannare qualcuno per tutta la vita, tutti per un certo tempo, ma non tutti per sempre. E infatti l’osservatore che per decenni è rimasto strabiliato da ciò che vedeva ha cominciato a sentirsi vendicato. Da qualche tempo i fatti si accaniscono contro un’Italia che non riesce a capacitarsi che, mancando il pane del lavoro, non ci siano neanche le brioche della Cassa Integrazione in deroga. Se non fosse che la lezione brucia come una frustata, si potrebbe perfino sorridere. 
 Per anni abbiamo speso più di quanto producevamo ed ora, per pagare i debiti contratti allora, siamo costretti a spendere meno di quanto guadagniamo: una notevole parte dei nostri sudati introiti se ne va infatti per pagare gli interessi sui titoli di Stato. Un tempo gonfiavamo disinvoltamente il nostro debito, oggi dobbiamo temere che quello che già abbiamo ci porti al fallimento. Un tempo i sindacati l’avevano sempre vinta, ora, in una nazione che perde posti di lavoro e  vede chiudere un’infinità di piccole e grandi imprese, le loro minacce di sciopero fanno tenerezza. Un tempo i datori di lavoro non avevano modo di resistere e, se proprio andavano in deficit, magari li soccorreva lo Stato. Perfino l’Alitalia - che scandalo!  - si sente dire non può avere eternamente i conti in rosso. Ora le imprese che non chiudono se ne vanno all’estero e i pugni agitati dinanzi ai cancelli sbarrati non fanno paura a nessuno. Il rosario ha un’infinità di grani. Ciò che per decenni è stato pensato da solitari eretici è divenuto notizia quotidiana. E la nazione non sa come uscire dalla depressione in cui è precipitata perché non ha mai percepito una realtà diversa da quella immaginaria.
La vicenda fa pensare ad una madre che vizia in tutti i modi un bambino e, quando alla fine questi è divenuto il perfetto prodotto della sua educazione, comincia a non perdonargli mai una marachella, a punirlo per un nonnulla, a fargli pagare al massimo prezzo le illusioni che lei stessa gli ha messo in testa. Un eccesso di debolezza prima, un eccesso di spietatezza poi. Tanto che gli italiani, invece di riconoscervi una lezione durissima ma non immeritata, sono convinti di essere vittime di arcani malefici.
 Questa amara esperienza potrebbe finalmente farci capire i principi dell’economia. Per esempio quello, innegabile, per il quale “ogni volta che qualcuno ottiene un bene che non s’è guadagnato, c’è qualcun altro che non ottiene un bene che s’è guadagnato”. E quest’altro alla fine potrebbe stancarsi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it


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ECONOMIA
11 febbraio 2012
LA GRECIA: ACCANIMENTO TERAPEUTICO?

 

Se il conducente guida male, chiunque abbia la patente e sia in auto, sa in che diverso modo condurrebbe il veicolo. Non è lo stesso se si è a bordo di un elicottero. Non solo la guida di quell’aeromobile è molto, molto più complessa, ma è raro che si abbia il brevetto da pilota per quel tipo di velivolo. Dunque mentre in automobile diremmo del guidatore “dovrebbe mettere una marcia più bassa, in questa salita”, in elicottero parleremmo dei risultati, non del modo di ottenerli. Diremmo: “Costui dovrebbe avere una guida meno allarmante, spero di uscirne vivo”. E soprattutto non saremmo certo in grado di dire se la “cattiva” guida dipenda dall’incompetenza dell’uomo ai comandi o da altri fenomeni – meccanici o meteorologici – di cui non siamo a conoscenza.

Quando si tratta di grandi crisi economiche e di interi Paesi, persino il competente si trova nelle condizioni del passeggero dell’elicottero. Può benissimo pensare che chi guida l’economia stia sbagliando, ma non può esserne sicuro. Al limite potrebbe anche darsi che i governanti stiano facendo miracoli e che altri, al loro posto, ci avrebbero già fatto rompere l’osso del collo. Chissà. La macroeconomia è un problema con troppe variabili.

Queste considerazioni vengono in mente nel momento in cui il governo greco va a pezzi. Il Paese, paralizzato da scioperi e proteste, sprofonda nel caos e lo spettro del default è sempre più incombente. Di chi la colpa? Inutile stare a rivangare il passato. Inutile ricordare che la Grecia non si troverebbe nelle condizioni attuali se in passato i suoi governanti – e il suo popolo – non si fossero comportati da folli. Quando il malato arriva in ospedale lo si cura, non ci si chiede se la malattia sia anche colpa sua. Il problema qui è che non si sa se la cura sia quella giusta.

Certo, potrebbe dire qualcuno, se non si fosse provato ad aiutarlo, il paziente ora sarebbe morto. In altre parole, senza l’intervento dell’Europa la Grecia sarebbe già in default e fuori dall’euro. Ma, appunto, è giusto questo accanimento terapeutico? È sempre opportuno tentare di salvare la nave? Se la situazione è disperata, non è meglio che i passeggeri la abbandonino? Ecco il problema: ha senso intestardirsi ad aiutare la Grecia? E ancora: la si sta aiutando, attualmente, o la si sta inutilmente spingendo alla disperazione? Come si può pensare che provocando una feroce recessione si guarisca dal deficit e si risani il debito pubblico?

È inutile che si dica, come si sente da ogni parte, che il collasso della Grecia avrebbe conseguenze gravissime su tutta l’Europa. Nessuno sostiene che sarebbe una scampagnata. Il problema è: si può evitare? E come? E se non si può evitare, a che scopo bruciare ancora denaro, e tenere quel Paese sulla graticola, con l’illusione di essere vittima dell’Europa, se la conclusione è già scritta? Con un totale reset, un azzeramento della situazione, almeno i greci saprebbero che devono cavarsela da soli, che nessuno li aiuta ma nessuno li maltratta. E che nessuno, all’estero, è colpevole dei loro guai.

Ci rendiamo conto che i Paesi che detengono titoli di Stato greci, per somme ben più cospicue di quelle spese fino ad ora per sostenere quel governo, siano spaventati. Alcune loro banche rischiano di seguire la Grecia nel default ma, ancora una volta, non si sa per quanto tempo si potrà evitare di calare le carte e vedere il gioco di tutti. E dal momento che il crollo della Grecia potrebbe innescare una tempesta finanziaria, sarebbe forse opportuno vedere in anticipo quali Paesi salvare, costi quel che costi, e quali Paesi abbandonare, costi quel che costi. Si potrebbero lasciare al loro destino, per dire, Grecia e Portogallo, e salvare ad ogni costo Spagna e Italia. Forse l’Europa riuscirebbe a sopportare le conseguenze dell’abbandono di quei due piccoli Paesi, certo non resisterebbe al crollo dell’Italia e non parliamo del crollo di Italia e Spagna insieme. Perché non avere un piano B?

Dinanzi a questo disastro si sarebbe felici di poter dire: “Io farei così”. Sarebbe una consolazione velleitaria, ma comunque una consolazione. Invece il buon senso impone di non trattare da cretini i governi che su questo problema si scervellano da mesi. Accettiamo dunque, umilmente, che essi abbiano fatto e facciano il meglio che sia possibile. Ma rimarrà il diritto di dire che questo “meglio” non è per ciò stesso “buono”. E ci riserviamo il dubbio che questo meglio possa non salvarci da una realtà inevitabile, che finirà comunque col trionfare.

Che si sappia, nessuno mai ha vinto contro i mercati.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

11 febbraio 2012


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20 novembre 2011
LE LEGGENDE DEL FIASCO
di Paul Krugman
Ecco il modo in cui finisce l’euro: non con un “bang” ma con un “bunga bunga”. Non molto tempo fa, i leader europei insistevano che la Grecia poteva e sarebbe dovuta rimanere nella zona euro mentre pagava interamente i suoi debiti. Ora, con l’Italia che cade nell’abisso, è addirittura difficile vedere come l’euro possa sopravvivere.
Ma qual è il significato dell’eurocatastrofe? Come sempre avviene quando il disastro colpisce, gli ideologi si precipitano a sostenere che esso dimostra le loro opinioni. E così è tempo di cominciare a sgonfiare le panzane.
Le prime cose per cominciare: il tentativo di creare una moneta unica europea era una di quelle idee che attraversano le normali frontiere ideologiche. Era applaudita dai politici di destra americani, che vedevano in essa la più vicina, fra le cose migliori, ad un nuovo gold standard [l’oro come moneta], e dai politici di sinistra britannici, che vedevano in essa un grande passo in avanti verso un’Europea socialdemocratica. Invece erano contrari i conservatori inglesi, che anche loro vedevano in essa un passo verso un’Europea socialdemocratica. Ed era discussa dai liberal americani, che si preoccupavano – a ragione, direi (ma potrei dire qualcosa di diverso?) – di ciò che sarebbe avvenuto se i Paesi non fossero stati in grado di usare le politiche monetarie e fiscali per combattere contro le recessioni.
E ora che il progetto dell’euro è finito contro gli scogli, che lezioni dobbiamo trarre?
Personalmente ho sentito due risolute affermazioni, ambedue false: che le calamità dell’Europa riflettono il fallimento dello Stato Assistenziale (Welfare State) in generale, e che la crisi dell’Europa rappresenta la giustificazione per un’immediata austerità fiscale negli Stati Uniti.
L’asserzione che la crisi dell’Europa prova che il Welfare State non funziona viene da molti Repubblicani. Per esempio, Mitt Romney ha accusato il Presidente Obama di trarre ispirazione dai “socialdemocratici” europei ed ha asserito che “L’Europa non funziona già in Europa”. L’idea, presumibilmente, è che i Paesi in crisi sono nei guai perché gemono sotto il fardello di un’alta spesa statale. Ma i fatti dicono qualcosa di diverso.
È vero che tutti gli stati europei hanno sovvenzioni più generose – inclusa la sanità pubblica universale – e spese statali più alte dell’America. Ma le nazioni che ora sono in piena crisi non hanno Welfare State più grandi di quelli che hanno le nazioni che se la cavano bene, e se qualcosa bisognerebbe dedurne è che la correlazione funziona in senso inverso. La Svezia, con le sue famose alte sovvenzioni, è un primatista economico, uno dei pochi Paesi il cui prodotto interno lordo è più alto ora di quanto fosse prima della crisi. Nel frattempo, prima della crisi, la “spesa sociale” – la spesa per i programmi del Welfare State – era più bassa, come percentuale del reddito nazionale, in tutte le nazioni che ora sono in crisi più della Germania, per non parlare della Svezia.
Oh, e il Canada? Il Canada ha la sanità pubblica per tutti e un aiuto molto più generoso per i poveri degli Stati Uniti, eppure ha superato la crisi meglio di come abbiamo fatto noi.
La crisi dell’euro, dunque, non dice nulla riguardo alla sostenibilità del Welfare State. Ma almeno giustifica che si stringa la cinghia, in un’economia depressa?
Sentiamo questa richiesta tutto il tempo. L’America, ci dicono, dovrebbe dare immediatamente un taglio alla spesa o finiremo come la Grecia o l’Italia. Di nuovo, però, i fatti raccontano una storia diversa.
In primo luogo, se vi guardate in giro per il mondo vedrete che un grande e determinante fattore per i tassi di interesse non è il livello del debito pubblico ma se il governo si indebita nella sua propria moneta o no. Il Giappone è molto più indebitato dell’Italia, ma il suo tasso d’interesse sui titoli di Stato a lungo termine è solo all’incirca dell’un per cento di contro al sette per cento dell’Italia. Le prospettive fiscali della Gran Bretagna sono peggiori di quelle spagnole ma la Gran Bretagna può prendere in prestito al tasso di un po’ di più del 2% mentre la Spagna sta pagando quasi il 6%.
Se ne ricava che è avvenuto che, entrando nell’euro, la Spagna e l’Italia si sono ridotte allo stato di Paesi del Terzo Mondo che devono prendere denaro a prestito nella moneta di qualcun altro, con tutta la perdita di flessibilità che ciò implica. In particolare, dal momento che i Paesi della zona euro non possono stampare moneta, neppure in  un’emergenza, sono soggetti a gravi problemi di finanziamento che le nazioni che hanno conservato la loro propria moneta non hanno e il risultato è ciò che vedete in questo momento. L’America, che prende a prestito denaro in dollari, non ha questo problema.
L’altra cosa che dovete sapere è che di fronte alla crisi attuale, l’austerità è stata un fallimento dovunque è stata tentata: nessun Paese con un notevole debito è riuscito ad aprirsi una strada per tornare nelle buone grazie dei mercati finanziari. Per esempio, l’Irlanda è considerata il bambino virtuoso dell’Europa, avendo risposto ai suoi problemi di debito con un’austerità selvaggia che ha spinto il suo tasso di disoccupazione al 14%. E tuttavia il tasso d’interesse dei titoli irlandesi è ancora al di sopra dell’8%, peggiore di quello italiano.
Dunque la morale della storia è che bisogna guardarsi dagli ideologi che stanno tentando di cavalcare la crisi europea per le loro tesi personali. Se ascoltiamo questi ideologi, finiremo col rendere i nostri problemi – che sono diversi da quelli dell’Europa, ma da quel che si può capire sono altrettanto gravi – perfino peggiori.
Trad. di Gianni Pardo. giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
http://www.nytimes.com/2011/11/11/opinion/legends-of-the-fail.html?_r=1&emc=eta1
P.S. del traduttore. Bastava non indebitarsi (o almeno non entrare nell’euro) per non avere nessun problema. Poi dalla tesi si deduce che alcuni Stati possono permettersi il Welfare State, perché i cittadini sono più onesti e lo Stato più efficiente, mentre altri Stati non possono permetterselo.

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ECONOMIA
25 ottobre 2011
CRISI: PERCHÉ GRECIA, ITALIA E SPAGNA

Il mondo è in crisi, dal punto di vista economico. Non c’è nessuno che può salire sul pulpito per sermoneggiare, neanche gli Stati Uniti, ma sta peggio chi è inserito nell’area euro. La “moneta unica” è utile quando è la conseguenza di una unione politica, economica e fiscale, non quando si sogna che ne sia la causa. Anche nell’era della più avanzata tecnologia non è consigliabile mettere il carro dinanzi ai buoi.

Ci si può comunque chiedere come mai, negli stessi decenni in cui l’Europa e l’America sono andate sempre più indietro, altri Paesi e in particolare la Cina siano andati avanti come bolidi. La spiegazione, per il successo economico dei Paesi extraeuropei, è ben nota: un basso costo del lavoro coniugato con un alto livello di scolarità. Essendo disposti a vendere a prezzi concorrenziali le cose che credevamo di essere i soli a saper fare, non potevano non buttarci fuori mercato. Cominciò il Giappone, poi vennero Taiwan, la Corea del Sud, e gli altri. Infine, quando la Cina si è svegliata, ci ha stesi tutti.

Ma la crisi ha colpito e colpisce soprattutto Grecia, Italia e Spagna. Queste nazioni non riescono a rimettersi in moto per salvarsi neppure nel momento in cui si parla di default e la ragione di questo dramma è “culturale”.

Il riscatto del popolo, cominciato con la Rivoluzione Francese, prima è stato “borghese”, poi “proletario”. Il profeta Karl Marx ha indotto quasi metà dell’orbe terracqueo a provare l’esperimento del socialismo reale e il risultato è stato invariabilmente la miseria e la dittatura. Infatti in nessun posto il comunismo è tanto fallito quanto negli Paesi ex comunisti: l’esperienza concreta è chiara anche agli analfabeti.

Ma il comunismo dal punto di vista culturale e sociale ha dominato anche dove non è andato al governo. In Spagna prima della Seconda Guerra Mondiale e in Grecia subito dopo si sono addirittura combattute delle guerre civili in cui una delle fazioni aveva come credo il comunismo. Quanto all’Italia, ha avuto per decenni il più grande Partito Comunista del mondo fra i Paesi liberi. Ancora oggi da noi un intellettuale si vergogna se non è di sinistra.

Naturalmente l’élite ha influenzato i cittadini normali sicché la mentalità socialista, statalista e vagamente collettivista è divenuta vangelo. Il risultato è stato un aumento costante dei compiti e del peso fiscale dello Stato il quale, essendo caratterizzato da bassa produttività ed alti costi, ha finito col paralizzare e impoverire la nazione. Esso ha scoraggiato l’iniziativa privata, ha pressoché annullato la mobilità lavorativa ed ha obbedito alle tendenze deteriori di odio agli abbienti (basti pensare alla legge dell’“equo canone”, che ha ammazzato l’edilizia). Il socialismo ha finito con l’essere la caratteristica di tutti i partiti, di destra come di sinistra: del resto lo stesso Mussolini aveva radici politiche socialiste e Hitler non a caso ha fondato un partito nazionalsocialista. Ma mentre la Cina il comunismo l’ha veramente assaggiato, e rinnegandolo si è buttata su un liberalismo economico pressoché selvaggio, fino ad arricchirsi in modo inverosimile, i tre Paesi mediterranei il comunismo non lo hanno mai veramente provato. Lo hanno vagheggiato e hanno pensato che le sue promesse sarebbero state mantenute se solo si fosse abbattuto lo Stato borghese. Da noi la lezione non è stata appresa. Se abbiamo creato la tragedia del debito pubblico è perché, nel momento in cui bisognava spendere, far di conto sarebbe stato da reazionari e liberisti. Se il popolo chiedeva qualcosa non gli si poteva dire di no. Per demagogia i governanti, soprattutto quelli del “Partito di centro che guarda a sinistra”, non si chiedevano se ci si poteva permettere il provvedimento: pensavano solo a mostrarsi preoccupati dei bisogni del popolo e a farsi rieleggere. E il popolo li rieleggeva.

Chi ha provato il comunismo e lo abbandona vede la propria economia ripartire. Se invece l’intero popolo è impregnato di idee comuniste e premia col voto solo i politici che lo illudono in questo senso, ci si avvia verso una inarrestabile decadenza economica.

Se oggi in Grecia come in Italia non si riesce a fare marcia indietro verso un’amministrazione della cosa pubblica meno demenziale è perché le resistenze sono insormontabili. Ancora oggi la Lega, che pure fa parte della coalizione di governo, si oppone alla riforma delle pensioni. Perché, si sa, le conquiste socialiste del popolo sono irrevocabili e la controrivoluzione merita un colpo di piccozza in testa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

25 ottobre 2011


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SCIENZA
17 marzo 2011
IL NUCLEARE IN ITALIA
Ci sono argomenti su cui l’uomo della strada non sa che opinione avere: si tratta infatti di problemi scientifici per i quali non ha una qualificazione. Per giunta i “competenti” non sono d’accordo fra loro.  Magari nove la pensano in un modo e uno, eretico, la pensa in modo opposto: ma dal momento che al talk show sono invitati in due, sembra che ci siano due opinioni più o meno equivalenti.
E tuttavia c’è un modo per districarsi, in questa foresta di dubbi: almeno nei casi in cui si dispone della “riprova obiettiva”.
Prendiamo l’omeopatia. Se se ne discute in televisione, c’è il medico omeopata che difende a spada tratta la sua pratica sanitaria e il medico classico per il quale l’omeopatia è una presa in giro. Di chi fidarsi? Semplicemente del fatto che l’omeopatia non fa parte della medicina ufficiale. Se si osservasse che chi mangia ravanelli conditi con molto aceto in capo a tre settimane guarisce dal cancro alla prostata, gli oncologi prescriverebbero ravanelli con molto aceto e la cura con i ravanelli entrerebbe nella farmacopea. I medici ammetterebbero: “Non sappiamo perché funziona ma funziona”. Il cancro alla prostata diverrebbe fastidioso come un raffreddore. Non è un paradosso. Nel corso dei secoli si sono usate piante medicinali - per esempio la digitale e la belladonna - senza avere la più pallida idea del meccanismo biochimico con cui operavano. Se l’omeopatia funzionasse, sarebbe accolta a braccia aperte dalla medicina ufficiale. Invece i suoi eventuali benefici sono dovuti all’effetto placebo, che non supera il controllo cosiddetto “a doppio cieco”. Checché se ne dica in televisione.
Un secondo esempio. C’è chi dice che la marijuana non è più pericolosa del tabacco. Forse lo è anche meno. E c’è chi dice che la fine del proibizionismo debellerebbe il traffico degli stupefacenti, con tutti i delitti che comporta. Del resto, chi si vuole drogare, si droga già oggi. Ragionamenti validi? Può darsi. Ma chi non è addentro al problema dispone anche qui della “riprova obiettiva”. Se tutti i governi del mondo sono proibizionisti, se perfino quelli che per qualche tempo sono stati molto tolleranti, come l’Olanda, hanno fatto marcia indietro, non è più semplice pensare che i proibizionisti abbiano ragione? Possibile che abbia ragione solo questo signore che in televisione vuole liberalizzare l’eroina e abbiano torto tutti gli scienziati e tutti i governi? Non saremo tossicologi ma, a lume di naso, meglio fidarsi di chi è responsabile della collettività.
Infine gli ogm e il nucleare. Per gli ogm, molti vorrebbero bandirli “perché un giorno si potrebbe venire a sapere che sono nocivi”. Come per esempio si è saputo per l’amianto. Dimenticando che, con questo ragionamento, dal momento che “tutto” potrebbe rivelarsi nocivo, bisognerebbe fare a meno di tutto. Della plastica, del pepe, del gas per cucinare, delle pile del telecomando, per non parlare dello stesso telecomando che sicuramente è una sorta di raggio della morte, se è capace di accendere e spegnere il televisore.
Il principio di precauzione è una baggianata. Invita a privarsi di ciò che “potrebbe far male” e non si occupa di qualcosa che a volte uccide: stiamo parlando dell’automobile. Perché le persone prudentissime non vanno sempre a piedi? Non ci si preoccupa dei rischi certi, come l’alcool o l’uso dei coltelli, e ci si preoccupa degli organismi geneticamente modificati, dimenticando che sono ogm anche il grano che crediamo “naturale” e perfino il barboncino e il sanbernardo, modificazioni genetiche (per via di selezione) del cane originario.
Per le centrali nucleari si pretende un “rischio zero” che nessuno può assicurare: le case possono crollare, le operazioni chirurgiche si possono concludere con un decesso, un viaggio in treno può anche essere un viaggio verso il cimitero. Il rischio zero non esiste. Inoltre il nucleare è stato adottato in tutto il mondo (in Europa abbiamo 143 centrali) e l’Italia, che pure non beneficia di questa fonte di energia, è sottoposta ai suoi eventuali rischi. Se ci fosse un incidente, non solo la nube tossica arriverebbe anche da noi, ma avvelenerebbe più noi che i savoiardi: infatti i venti prevalenti, da ovest, spingerebbero la radioattività verso l’Italia.
La riprova obiettiva non lascia dubbi. Se hanno optato per il nucleare tanti Paesi, persino la linda Svizzera, persino la Russia che ha sofferto di Chernobyl, perfino il Giappone che ha subito due bombardamenti atomici, è segno che, anche se bisogna occuparsi della sicurezza, gli anatemi pregiudiziali sono fuor di luogo. Inoltre, se Antonio Di Pietro è risolutamente contro, è chiaro che bisogna essere a favore.



Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 marzo 2011


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POLITICA
27 maggio 2010
LA CRISI DELL'INTELLIGENZA NEL MONDO
L’attuale crisi dell’euro e dell’Europa è difficile da capire, per chi non è un economista di mestiere. In realtà è stata difficile da capire anche per gli economisti di mestiere, se è vero che non l’hanno evitata, non l’hanno vista venire e non ne sono stati meno sorpresi dell’uomo della strada.
Se si ascoltano i governi, le prospettive per il futuro e i commenti sono cautamente ottimistici. Se invece si leggono i giudizi degli editorialisti indipendenti - soprattutto americani - impera il pessimismo più nero: si parla di una Grecia certamente incapace di restituire il denaro preso a prestito; dell’uscita della Germania dall’euro e per conseguenza della fine di questa moneta; di provvedimenti tanto necessari – i tagli alla spesa – quanto capaci di indurre piuttosto recessione che rilancio della produzione: insomma di uno spaventoso disastro in qualunque direzione si volga lo sguardo.
Perché mai ci si trova in una situazione così priva di uscite di sicurezza? A nostro parere – ma siamo perfino più ignoranti degli economisti! – il vicolo cieco in cui si è infilata l’Europa dipende dal fatto che non si è commesso “un” errore, ma una tale serie di errori che ormai, correggendone uno, se ne aggrava un altro.
Se un imprenditore comincia a spendere più di quanto guadagna, ed è del tutto incapace di raddrizzare la sua economia, comincerà a far debiti con la banca. Poi, non potendo rifondere la banca, si rivolgerà agli strozzini per ripagarla almeno in parte. Ma rimarrà indebitato con gli strozzini e per restituire il dovuto almeno in parte si farà concedere un prestito da un boss della droga. Infine, naturalmente, non potrà pagare nemmeno il boss della droga e la conclusione finale sarà che si troverà in debito con la banca, con gli strozzini e, peggio, col capomafia. Sarà dunque fallito, rischierà la vita, ma in ogni modo quelli che gli hanno fatto credito piangerebbero sulle loro irrimediabili perdite.
A quanto sembra, l’Europa si è messa in un guaio simile. La Grecia ha vissuto al di sopra dei propri mezzi, ma se il problema fosse solo questo, l’Unione Europea potrebbe escluderla dall’euro, magari con un escamotage tecnico per non violare il vecchio trattato, che non prevede né esclusioni, né uscite volontarie dall’euro: potrebbe creare una “nuova” unione monetaria in cui non accetterebbe Atene. Ma la situazione non è così semplice. I creditori della Grecia sono soprattutto banche francesi e tedesche. Se dunque si costringesse Atene a dichiarare il default (la cessazione dei pagamenti), a rimanere col cerino in mano sarebbero le banche dei Paesi della zona euro, banche che forse rischierebbero di fallire, e il debito greco finirebbe ugualmente per ricadere sulle spalle degli altri Paesi europei. Dunque questa non è la soluzione. Ma allora qual è?
Se la Grecia – come prevediamo in molti - non ripagherà né i vecchi debiti né i nuovi debiti, ci si può rassegnare a finanziarla indefinitamente, in modo che in parte viva a spese dei contribuenti austriaci, belgi, italiani, francesi, ecc.? È inconcepibile. Fra l’altro, se si scoprisse che è possibile questa comoda maniera di vivere a spese degli altri, molti cercherebbero di approfittarne: in primo luogo il Portogallo. Poi la Spagna. Poi l’Irlanda. Poi l’Italia. Alla fine chi pagherebbe per tutti, Babbo Natale?  Il vicolo non ha uscita.
Come direbbero i furbi, “non bisognava mettersi in questa situazione”: ma il fatto è che ormai ci siamo immersi fino al collo. Tutte le teste coronate dell’economia, i banchieri che vanno in pensione con liquidazioni miliardarie, i professori che officiano dall’alto delle cattedre più prestigiose, i governanti che sembrano tenere in mano il timone del mondo non hanno capito niente di ciò cui andavamo incontro. Non sosteniamo che noi l’avremmo capito: non ci chiamiamo né Eugenio Scalfari né Barbara Spinelli, back seat drivers mondiali. Sosteniamo soltanto che bisognerebbe essere più umili. I modelli matematici irti di integrali e lettere greche intimidiscono i lettori di giornali ma non intimidiscono la realtà. Essa sta dicendo che il fior fiore delle intelligenze europee e nordamericane è stato capace di portare l’Europa ad una crisi a fronte della quale quella del 1929 comincia a sembrare una scampagnata fuori porta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 maggio 2010
POLITICA
8 febbraio 2010
ILLUMINATEMI
Ognuno ha i suoi difetti, ma fra i peggiori ci sono quelli che l’interessato considera una virtù. Io per esempio sono molto vicino a considerare la pigrizia una virtù. Del resto, dico: se Hitler fosse stato un pigro, avrebbe fatto tutto quello che ha fatto?
Forte di questo mio difetto, non essendo disposto a seguire da vicino ciò che ha detto quel tale Ciancimino, chiedo a chi fosse meno pigro di me: che prova ha portato delle sue rivelazioni? Più esattamente, prove diverse da “mi hanno detto”, “ho sentito dire”, “ho letto che”, “il tale, oggi defunto, mi assicurava che”. Cioè affermazioni che non siano “de relato” e che posseggano riscontri obiettivi (prove documentali o testimonianze di persone disposte a venire in aula a rischiare un’imputazione per calunnia.
Comunque, facciamola breve: qualcuno può indicarmi le prove delle affermazioni di questo chiacchierone?

POLITICA
21 settembre 2009
MOLLICHINA
L’Onu all’Italia: stop ai “respingimenti”. In Libia condizioni di concessione di asilo politico e di detenzione inaccettabili. Ma la Libia non presiedeva la Commissione Onu per i diritti umani? La Commissione Onu. Onu!

G.P

CULTURA
9 agosto 2009
LA DECADENZA

Galli della Loggia, nell’editoriale di oggi sul “Corriere della Sera”, depreca che si commemorino i 150 anni dell’unità d’Italia senza che lo Stato abbia un’idea centrale, un programma unitario, in una parola senza una “cultura”. Lamenta il fatto che dal dopoguerra la nazione si sia disinteressata di essa, forse scottata dal Minculpop, e lamenta il fatto che persino i partiti, che prima avevano giornali o istituzioni molto significativi dal punto di vista intellettuale, oggi non abbiano più niente. Se qualcosa hanno (e il politologo alludeva probabilmente a D’Alema) è una fondazione che serve ad una corrente politica, in modo trasparente e tale da dequalificarsi.
Le cattive notizie sono spesso vere ma qui ci potrebbe essere un errore. Uno scambio tra cause ed effetti. La cultura di un Paese nasce dal basso, non dall’alto. Se la nazione è colta, ci sarà concorrenza fra le varie istituzioni, le varie università, le varie correnti di pensiero, e sarà comprensibile che lo Stato partecipi a questo forum per sostenere le proprie ragioni. Se il fascismo istituì un Ministero per la Cultura Popolare, è segno che percepiva l’esistenza di una Cultura, popolare o no che fosse. Se invece oggi i giornali, e soprattutto i giornali di partito, vegetano; se convegni, fondazioni e congressi suscitano ondate di sbadigli solo a nominarli; se il dibattito politico è inconcludente e si concentra magari sul nome da dare alle pattuglie di cittadini che passeggiano in città, di quale cultura si deve interessare, lo Stato?
Gli stessi 150 anni dell’unità d’Italia sarebbero tali da suscitare interesse se una gran parte degli italiani volesse arrivare ad una federazione di Stati pressoché indipendenti, o se gran parte degli italiani fosse disposta a scendere in piazza contro chiunque si azzardasse a mettere in dubbio il valore di quell’unità. In realtà, gli italiani sono convinti che l’Italia sia definitivamente una come è la Francia, e sono anche convinti che, in materia di federalismo, o non se ne farà niente, o sarà solo un modo di ridistribuire le risorse fiscali sul territorio. Ad un lombardo interessa solo che non vada alla Calabria una troppo grande parte del denaro da lui pagato come tasse e imposte.
Il fenomeno è generale. Viviamo in un’epoca “post”. Non c’è una corrente letteraria imperante, come furono un tempo il romanticismo o il verismo; non c’è un cartello musicale, se pure fallito, come la dodecafonia; non c’è una corrente pittorica come l’impressionismo; non c’è una vena cinematografica capace di dare capolavori come i grandi Western o il Neo-realismo; non c’è una corrente politica comparabile al marxismo o una corrente economica comparabile al keynesismo; la stessa religione è in grave perdita di velocità, intellettualmente, ed è divenuta più una forma di morale che una dottrina. In tutte le direzioni, l’umanità dei Paesi civili sembra vivere alla giornata, con un orizzonte pressoché esclusivamente pragmatico e individuale. Quale cultura vorrebbe trovare, Galli Della Loggia?
Il nostro momento storico non è quello della cultura: è quello dell’informazione. Sappiamo molto del passato e moltissimo del presente, abbiamo gli strumenti per conoscere senza grandi sforzi tutto ciò che si può conoscere ma quello che ci manca è la creatività. Dal punto di vista culturale siamo dei sopravvissuti. Un eccellente paradigma di questo stato di cose l’offre la musica lirica. Molta gente è convinta che questa sia una forma d’arte, ed ha ragione, ma sbaglia verbo: non “sia” ma “sia stata”. Il fatto che oggi si voglia parlare di una rappresentazione dell’Aida alla Scala come di un avvenimento attuale fa sorridere: non è “musica”, è “storia della musica”; non è “vita dell’arte”, è “archeologia dell’arte”. La musica lirica è morta, e lo dimostra il fatto che non ha più né boccioli né gemme. La si può amare, ma questo vale anche per le tragedie greche e l’arte di Prassitele.
Galli Della Loggia non deve lamentarsi dello Stato, e ancor meno dello Stato italiano. Deve biasimare la temperie storica. Quella forza misteriosa che fa fiorire ed appassire le nazioni. Nel V Secolo avanti Cristo la Grecia ha dato al mondo una tale cultura che ne viviamo ancora, mentre dalla conquista romana ad oggi si è fatta dimenticare. Come ha detto Paul Valéry, anche le civiltà sono mortali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 agosto 2009


POLITICA
23 maggio 2009
ITALIA COMPLESSATA
L’ITALIA COMPLESSATA
Finito lo spettacolo, l’attor giovane, che pure aveva avuto la sua razione di applausi, non la finiva di chiedere alla prim’attrice, al regista e al caratterista anziano: “Ti sono piaciuto? Sono stato bravo?” E in fondo non c’erano rassicurazioni che gli bastassero. Al contrario il prim’attore, che pure quella sera non era stato in vena ed aveva recitato da cani, non chiedeva niente a nessuno. Faceva finta di essere molto soddisfatto della serata e di non accorgersi che i colleghi anziani si chiedevano che gli fosse preso. La differenza era che l’attor giovane non era sicuro di sé, mentre il prim’attore si faceva forte dei vecchi allori per scansare le critiche.
Nel concerto dei grandi paesi europei, l’Italia è l’attor giovane che, per giunta, ha fatto pessime figure militari durante il Risorgimento e soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale. Il risultato è che il nostro è visto come un Paese da operetta, quando non da farsa. Naturalmente si tratta di un pregiudizio: nessun Paese è un Paese d’operetta, figurarsi una grande potenza industrializzata come l’Italia: ma non importa. Le leggende sono tenaci e Victor Hugo ha giustamente potuto sostenere che esse descrivono la storia meglio della storia stessa. Anzi, non raramente ne prendono il posto.
Tutto questo sarebbe già triste, di per sé, se gli italiani non aggravassero il problema.
Tanti anni fa, un personaggio da film (interpretato da Orson Welles, nel film “Il Terzo Uomo”) disse una frase famosa: “In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù”. Successe un putiferio e a momenti ne nasceva una crisi internazionale. La Svizzera si offese e protestò fieramente: arrivò perfino a dimostrare di non avere inventato quell’orologio. Ora chiediamoci: che cosa sarebbe successo se Orson Welles avesse detto qualcosa di offensivo nei confronti dell’Italia?  Qui tutti avrebbero esclamato: “Accidenti, se ha ragione! Anzi, avrebbe potuto dire anche questo e quest’altro…”
Perfino quando a criticarci sono degli estranei malevoli, gli italiani sono pronti a credere il peggio di sé. E questo richiede una spiegazione.
L’Italia romana è stata una grande potenza, ma questo è finito già nel quinto secolo dopo Cristo. In seguito, forse, nel subconscio degli abitanti della penisola è rimasta l’idea di un’inguaribile decadenza, di un inevitabile destino di sconfitta. E mentre altri popoli passavano dal vassallaggio ad una fiera indipendenza, gli italiani si rassegnavano al ruolo di prede. La storia del resto confermava questo diverso status. La Francia – potenza unitaria - diveniva la nazione egemone del continente; la Spagna, anch’essa monolitica, non le era seconda, ché anzi come potenza imperiale ad un certo momento fu ancora più grande; la Gran Bretagna, malgrado la propria miseria economica, riuscì ad essere un attore di primo piano, fino a divenire anzi la stella dello spettacolo, nel XIX Secolo. Durante tutto questo tempo, l’Italia non ha contato niente. E questo complesso d’inferiorità si vede ancora oggi, quando gli italiani bevono avidamente ciò che si dice all’estero di loro. Quasi che, per il semplice fatto che quei giornalisti non sono italiani, dovessero essere tanto più onesti, saggi ed informati dei nostri.
Il risultato è un disastro. Nessuno vince se non crede di poter vincere. L’inerzia, il pessimismo, l’autocommiserazione quando non l’auto-calunnia sono da noi così profondamente radicati, che non c’è speranza. Il tentativo di Mussolini di farci credere antichi romani naufragò nel ridicolo, ma è vero che avremmo realmente avuto bisogno di un po’ più di fiducia in noi stessi. Invece perdemmo la Seconda Guerra Mondiale e, con essa, l’ultima occasione di uscire dalla nevrosi collettiva.
Oggi siamo ridotti a prendere sul serio la spocchia calunniosa di un Bill Emmott, continuando a qualificare l’Economist di “autorevole” anche quando dice le cose peggiori di noi e di chi ci governa.
Il risultato è che il singolo non complessato è così stanco, di tutto questo, che sente l’esigenza di tirarsi fuori dal gruppo. Ha tendenza a dire “voi italiani” e poi si accorge che questo atteggiamento è molto italiano. E dunque rischia di confermare la sua italianità in modo più convincente di quanto non faccia il suo passaporto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 maggio 2009

CULTURA
22 aprile 2009
LA SQUALIFICA

Tag: Ahmadinejad, Israele, Ginevra, assenti, presenti, Sergio Romano, Atomica.




LA SQUALIFICA

L’Italia non ha partecipato alla conferenza di Ginevra Durban II e, a giudicare da come è andato il primo giorno, ha fatto bene. In nostro atteggiamento, come del resto quello degli altri Paesi che hanno detto no, corrisponde alla convinzione che in certi casi o con certe persone non c’è speranza. Qualunque dialogo, qualunque tentativo di gettare un ponte, qualunque apertura di credito si risolveranno in un disastro. E questo pone un problema generale: è lecito, è opportuno squalificare così qualcuno?

Il dilemma non è nuovo. Quando i greci attuarono l’inganno suggerito da Ulisse, Laocoonte sconsigliò in tutti i modi di accogliere nella città il famoso cavallo, un insolito regalo d’addio: “Timeo Danaos et dona ferentes”, ho paura dei greci anche quando portano doni, disse. Ed aveva ragione. Il problema è: in quale momento, per quali ragioni si può squalificare l’interlocutore possibile, fino a negargli il contatto?

Una volta un uomo, cui la sorella aveva intentato una causa annosa ed assurda, rispose così a chi proponeva una riconciliazione: “Voi dite che dopo tutto non ha tentato di ammazzarmi ed è vero. Ma non si tratta più di ciò che ha fatto. Si tratta di ciò che è”. Appunto: quand’è che una persona merita una così totale squalifica?

Purtroppo non si può dare una risposta generale. Gli esempi si potrebbero moltiplicare ma non si arriverebbe a superare l’ostacolo perché ogni caso è diverso dall’altro. Tutto quello che si può azzardare –solo per dare il calcio d’avvio alla discussione – è formulare due principi generali.

Possono esistere dei casi in cui la squalifica è giusta e meritata. Certi comportamenti non ammettono perdono. Se un giovane tenta di uccidere lo zio che l’ha nominato erede solo per ereditare al più presto, dopo non potrà pretendere di “riaprire il dialogo”.

Inoltre, se si parla di “riaprire il dialogo”, per prima cosa il colpevole deve riconoscere i suoi torti. Diversamente si tratterebbe chi ha tenuto un comportamento biasimevole al di là del tollerabile come  chi si è comportato bene.

Alla luce di questi elementari principi è chiaro che i paesi europei hanno sbagliato, quando hanno partecipato alla conferenza di Ginevra. Durban I aveva offerto uno spettacolo orribile di parzialità, fanatismo, antisemitismo, stupidità e bisognava dunque pretendere, prima di accettare, che la nuova riunione non fosse una passerella per personaggi e tesi indecenti. Prima di sedersi nella sala per ascoltare Ahmadinejad, avrebbero dovuto pretendere che egli rinnegasse le molte frasi piene di un antisemitismo delirante di cui ha inondato i media. E soprattutto che rinfoderasse le sue minacce di distruzione per Israele. Non l’hanno fatto e si sono ridotti ad uscire dall’aula, con un gesto tanto plateale quanto insufficiente.

Forse non sappiamo definire in teoria quale sia l’ “atto che merita la squalifica definitiva”, ma sappiamo che Ahmadinejad questa squalifica la merita.

Sergio Romano, sul Corriere della Sera di oggi (1), sostiene che bisognava partecipare e battersi, ricordando – come sempre in questi casi – l’errore dell’ “Aventino” nel periodo fascista. C’è tuttavia una fondamentale differenza. Lasciando campo libero a Mussolini gli si lasciò la possibilità di governare l’Italia senza opposizione, mentre non è che essendo assenti da Ginevra si sarebbe permesso ad Ahmadinejad, e a chi gli regge il sacco, di governare il mondo. In questo caso si trattava di una tribuna, di una photo opportunity, di un evento pubblicitario e l’assenza di tutti i grandi paesi occidentali e dell’Unione Europea avrebbe tolto significato e attrattiva alla manifestazione. Come un festival cinematografico senza divi.

L’errore commesso da tanti, per quel che riguarda l’attuale Iran, è credere che Fedro, con la sua favola del lupo e dell’agnello, sia fuori moda. Certi coloni statunitensi dicevano dei pellerossa che “l’unico indiano buono è quello morto” e   Ahmadinejad pensa la stessa cosa degli israeliani. Per questo, non che proporre il dialogo, bisognerebbe rispondergli con la stessa moneta. Bisognerebbe dirgli: “Se l’Iran continuerà a desiderare di ammazzare tutti gli israeliani, sappiate che ci ripromettiamo di sterminare tutti gli iraniani. E abbiamo i mezzi per farlo”. Chissà che una frase del genere non farebbe riflettere qualcuno, dalle parti di Tehran. Possibilmente persone più influenti di quelle che accolgono con fiori e applausi il nostro eroe di ritorno da Ginevra.

Fra l’altro, in troppi, a proposito di frasi famose, hanno dimenticato questa: “La caccia all’ebreo non è più gratis”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, su questo testo, mi farete piacere.

21 aprile 2009

 

(1) DOVEVAMO PARTECIPARE. E BATTERCI.

Come la conferenza precedente, anche «Durban II» si è conclusa con un comunicato pasticciato, zeppo di buoni propositi ed esortazioni generiche, privo probabilmente di pratiche conseguenze. Le posizioni, dentro e fuori la conferenza, erano troppo distanti. I Paesi ex coloniali credono, non senza qualche ragione, che «razzismo» fosse quello dei conquistatori e non accettano lezioni morali dai loro vecchi padroni. I Paesi musulmani pensano che le critiche all’islamismo e il dileggio delle loro credenze siano colpe più gravi della durezza con cui i loro governi trattano gli oppositori. I Paesi arabi, in particolare, ritengono che lo Stato israeliano abbia usurpato le loro terre e trattato i loro connazionali come cittadini di seconda categoria. I Paesi occidentali non intendono rinunciare agli illuminati principi della loro migliore tradizione filosofica e chiedono al mondo di rispettarli. Ma quando un membro della loro famiglia li ha platealmente violati nel carcere di Abu Ghraib, a Guantanamo, nella pratica delle «consegne straordinarie» e persino nelle istruzioni impartite dal suo governo ai propri servizi di sicurezza, i cugini occidentali hanno chiuso un occhio o, addirittura, prestato la loro collaborazione. Sperare, in queste circostanze, che la conferenza di Ginevra potesse produrre una linea concordata, utile ed efficace, era ingenua illusione. Come tutti gli esercizi inutili, anche questo potrebbe lasciare una coda di risentimenti e rendere le grandi crisi internazionali ancora più imbrogliate e avvelenate.
Che cosa avremmo dovuto fare di fronte a un tale mostro diplomatico? Partecipare o restarne fuori? Per rispondere a queste domande sono state espresse molte opinioni, fra cui quelle, appassionate e bene argomentate, di Angelo Panebianco e Paolo Lepri sul Corriere degli scorsi giorni contro la partecipazione. Proverò a sostenere la tesi opposta.
La conferenza di Ginevra non è una iniziativa privata. È un incontro promosso dall’Onu, nell’ambito delle sue attività istituzionali, e inaugurato dal suo segretario generale. Sapevamo che sarebbero stati pronunciati discorsi intolleranti e inaccettabili. Ma è forse la prima volta che propositi di questo genere turbano un dibattito delle Nazioni Unite? Decidemmo di boicottare l’Assemblea generale quando Nikita Kruscev si tolse la scarpa per batterla sul leggio del suo scranno e annunciò che il comunismo ci avrebbe sepolti? Gli assenti, a Ginevra, hanno dato agli altri la sensazione di non tollerare la sconfitta, di non voler essere minoranza.
Questa non è diplomazia: è una forma di presuntuosa arroganza. Noi italiani, in particolare, abbiamo dimenticato le parole di Giovanni Giolitti ai deputati che si erano ritirati sull’Aventino dopo il delitto Matteotti: «A mio avviso dovreste rientrare alla Camera». E quando il socialista Giuseppe Modigliani replicò «Per fare a revolverate?», il vecchio di Dronero rispose «Può darsi». Intendeva dire che persino la durezza del dibattito può essere preferibile a un atteggiamento che si propone d’inceppare un meccanismo istituzionale.
Avremmo dovuto andare a Ginevra per affermare le nostre verità, rintuzzare le faziose parole di Ahmadinejad, separare i faziosi dai ragionevoli (esistono anche quelli), comprendere le ragioni degli altri, lasciare agli atti della Conferenza programmi e concetti a cui avremmo potuto fare riferimento in altri momenti e circostanze. La Santa Sede lo ha fatto e ci ha dato, in questo caso, una lezione di laico buon senso.

 

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