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politica estera
16 dicembre 2011
PUTIN CHIAMA OBAMA ASSASSINO

Vladimir Putin è un uomo dal temperamento calmo e freddo che proviene dal KGB: un’organizzazione in cui i superficiali difficilmente fanno carriera. Inoltre, a partire da certi livelli, le dichiarazioni non derivano mai da sbadataggine o avventatezza. E tuttavia proprio lui, in diretta tv, ha detto delle cose tremende(1). Gheddafi sarebbe stato “ucciso senza un'indagine o processo” da droni stranieri, “compresi quelli degli Stati Uniti’ e da unità speciali. “Chi è stato? I droni, compresi quelli degli Stati Uniti, hanno colpito il suo corteo e poi dei commando, che non avrebbero dovuto essere lì, hanno chiamato via radio la cosiddetta opposizione e i militanti”.

Se l’interpretazione è esatta, le cose sarebbero andate così. Dei droni francesi o inglesi, ed anche degli Stati Uniti, hanno individuato e immobilizzato la colonna di auto di Gheddafi. Poi hanno segnalato la sua posizione a commando occidentali sul terreno “che non avrebbero dovuto essere lì” (dal momento che l’Onu non aveva autorizzato nessun intervento di terra) e poi questi stessi commando, via radio, hanno richiamato “la cosiddetta opposizione e i militanti” per procedere al macello.

Inutile sottolineare la gravità dell’accusa: e tuttavia come pensare che chi è stato e potrà ancora essere il numero uno della Confederazione Russa parli senza nessuna possibilità di fornire prove? Putin sa benissimo come vanno i rapporti fra le nazioni. Essendo stato per anni al vertice dello Stato, non ignora che una simile accusa potrebbe pregiudicare i futuri rapporti con Washington. Proprio per questo, il fatto che attualmente non fornisca prove non è cosa che possa tranquillizzare. Potrebbe anche darsi che non le mostri aspettando la smentita statunitense per poi rendere la cattiva figura ancor più bruciante. Paradossalmente, gli Stati Uniti devono essere prudentissimi, nelle smentite, non sapendo quali carte abbia in mano la Russia in questa partita di poker. E non possono dimenticare che qualunque operazione che coinvolga parecchie persone raramente riesce ad essere interamente segreta. Naturalmente si negherà tutto sempre e comunque, ma il danno d’immagine rischia di essere catastrofico.

L’accusa rappresenta comunque un importante segnale nei rapporti fra i due grandi Paesi. Non sono venuti meno i contrasti per i missili statunitensi in Polonia, sono a rischio le linee di rifornimento dell’Afghanistan, e Putin sembra voler aprire un altro fronte. Chiaramente non tiene ad avere rapporti sereni con un Paese il cui massimo dirigente ha accusato di assassinio. È infatti inconcepibile che dei droni notino la carovana di Gheddafi per caso; è inconcepibile che dei commando militari prendano gravissime iniziative come quella descritta e insomma tutto deve necessariamente risalire al vertice militare statunitense. Vertice militare che, secondo la Costituzione americana, ha un nome e cognome: Barack Obama. Putin forse rivela anche la sua intenzione di contribuire ad evitare che sia rieletto: l’arma che fornisce ai suoi avversari è di non poco peso, in un Paese in cui un Presidente è stato rimosso dall’incarico per avere detto una bugia.

Naturalmente è anche lecito dubitare della verità del fatto: ma la politica internazionale non si fa in Pretura. Contano i segnali e i loro effetti. Washington rigetterà comunque l’addebito ma - che Putin fornisca o no le prove delle sue asserzioni - tutti citeranno l’episodio ogni volta che vorranno dimostrare che la dirigenza americana non è moralmente migliore dei peggiori dittatorelli africani. E le smentite non serviranno a niente. Soprattutto non serviranno a niente dopo che, confessatamente, gli aeroplani della Nato hanno bombardato gli edifici in cui si riteneva che ci fosse Gheddafi: dunque la volontà omicida è stata già dimostrata. Qui si discutono solo le modalità. Quand’anche Obama fosse personalmente innocente, alle sue più appassionate proteste molti reagirebbero alzando le spalle: “E che altro poteva dire?”

La Russia forse vive un momento in cui è stanca  di vedersi trattare come uno Stato di seconda o di terza categoria, con l’aggravante di milioni di scheletri staliniani negli armadi e Putin reclama rispetto. Ricorda la potenza militare del suo Paese e rifiuta energicamente ogni lezione di morale. E tuttavia sorprende la brutalità delle accuse infamanti. Un tempo per offese così gravi potevano anche scoppiare delle guerre. Per fortuna siamo nel XXI secolo e non ci rimane che aspettare gli sviluppi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

16 dicembre 2011 (1)http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_15/putin-contro-usa_b23498ea-2704-11e1-853d-c141a33e4620.shtml


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politica estera
20 ottobre 2011
GHEDDAFI, IN PARI CAUSA TURPITUDINIS

Muammar Gheddafi è morto. Per coloro che seguono distrattamente l’attualità questa è una bella notizia, il tempo invece potrebbe dare ben altro giudizio.

Diradatosi il fumo della retorica e della pubblicistica corale, ci si accorgerà che l’azione della Gran Bretagna e della Francia è stata insieme poco onorevole, illegale ed ipocrita. È poco onorevole che due delle più antiche, delle più grandi, delle più gloriose nazioni d’Europa si siano coalizzate per andare ad ammazzare un beduino. E che si sia trattato nello stesso tempo di un intervento esterno volto a rovesciare un governo e ad uccidere il suo leader, è facile da dimostrare.

Che l’azione benedetta in origine dall’Onu non sia stata la realizzazione di una no-fly zone e non sia stata volta a difendere i civili dalle violenze dell’orribile dittatore, è stato evidente. Un dittatore, sia detto di passaggio, che agli interessati è sembrato moderatamente orribile, visto che se lo sono tenuto per quarantadue anni.

Una no-fly zone si deve limitare ad impedire il volo degli aerei di guerra su un dato territorio. E questo è stato realizzato per così dire nelle prime ore dell’intervento. La protezione dei civili, viceversa, non si può effettuare con aerei che sfrecciano a centinaia e centinaia di chilometri l’ora. Ciò che si è fatto è stato offrire agli insorti una moderna aviazione per distruggere a terra i mezzi corazzati del regime libico, i depositi di armi e munizioni e ogni altra installazione atta alla guerra. Tutto questo era assolutamente al di fuori della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ma poco importa. La Francia e la Gran Bretagna non ne hanno tenuto conto e la stampa è improvvisamente divenuta cieca e sorda. Tutti a chiudere gli occhi in nome del sostegno agli insorti, tutti accecati dall’improvviso odio per Gheddafi.

Come se non bastasse, le due Grandi Potenze Occidentali hanno voluto uccidere Gheddafi personalmente. A questo scopo hanno mandato i loro aerei a bombardare le case in cui si diceva che egli fosse, certo non per proteggere i civili che si trovavano all’interno.

Come non vergognarsi di due governi che inviano dei sicari, se pure spinti da motori a getto, ad uccidere un capo di Stato straniero? Ma ancora una volta la stampa non ha visto, non ha sentito niente e non si è indignata di nulla. Ci si deve indignare per le cene di Berlusconi, non se dei governi democratici si trasformano in mandanti di un assassinio e se perfino noi offriamo i nostri aeroporti per queste nobili missioni di pace.

E tuttavia! Se almeno queste azioni fossero state utili all’Occidente, ci si inchinerebbe facilmente alla ragion di Stato e ai superiori interessi dei nostri Paese. Purtroppo difficilmente sarà così. Già non sappiamo chi siano questi “insorti”. Non sappiamo che intenzioni abbiano realmente oggi e soprattutto che cosa faranno realmente domani. L’Occidente potrebbe anche pentirsi di averli sostenuti. Ma una cosa è certa: ogni popolo ama se stesso e non ama rinnegare il proprio passato. I Russi, che pure tanto hanno sofferto del regime zarista, passano il tempo ad illustrare ai turisti le glorie di questi autocrati. E nello stesso modo i Libici, svanita la sbornia, ricupereranno Gheddafi come eroe nazionale.

Per farlo cominceranno a dire che per piegare la Libia s’è avuta una coalizione mondiale. Che pur di abbatterlo gli occidentali hanno mandato aeroplani, navi e kommando a terra (non privi di efficacia). Che hanno tentato di uccidere questo leader con i bombardamenti e che alla fine hanno indotto quelli che lo hanno stanato a farne scempio. Chi sarà grato dell’intervento brutale delle grandi potenze europee contro un Paese dell’Africa?

Questo non è un giorno lieto, per l’Occidente. Gheddafi non era quello che gli inglesi chiamano un gentleman, ed anzi – soprattutto in passato – avrebbe meritato un bel processo per terrorismo. Forse perfino una condanna a morte. Ma non conveniva affatto all’Occidente determinare la politica di questo insignificante Paese. Se i libici volevano Gheddafi, che se lo tenessero. Se non lo volevano, che lo abbattessero con le loro forze. Ma intervenire a sostenere gli uni contro altri è sicuramente un errore. Come dicevano i romani, in pari causa turpitudinis, melior est condicio possidentis. Che in questo caso potremmo tradurre: quando il governante è pessimo, e chi vorrebbe sostituirlo non appare migliore, è meglio farsi gli affari propri e lasciare che i locali se la sbrighino fra loro.

Già si dice che nessuna buona azione rimane impunita: figurarsi una cattiva.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

20 ottobre 2011


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politica estera
22 giugno 2011
L'IMPOSSIBILE GIUSTIZIA INTERNAZIONALE
Molti vorrebbero che esistesse un “codice penale internazionale” sulla base del quale giudicare i criminali di guerra ed eventualmente i governanti dei Paesi sconfitti. Lo scopo di quel codice sarebbe quello di evitare da un lato l’accusa di avere violato il principio nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali (la norma deve precedere il fatto), dall’altro l’accusa di volere soltanto realizzare la vendetta dei vincitori.
Il desiderio è nobile: si vorrebbe un ordinamento internazionale prevedibile, contenuto in un codice pubblico uguale per tutti, vincitori e vinti. Purtroppo, questo desiderio è destinato a rimanere tale. Dopo avere scritto che il deliberato massacro della popolazione civile è un crimine, poi si afferma che il bombardamento di Dresda non corrisponde al caso e che il Comandante Harris è un grande capo militare. Mentre se la città fosse stata inglese e il comandante si fosse chiamato von Qualcosa, questo von Qualcosa probabilmente sarebbe finito appeso a una corda.
L’anelito alla giustizia è così profondo e universale che San Tommaso l’ha messo fra le prove dell’esistenza di Dio: “Può una simile speranza dell’umanità intera andare delusa?” Si vuole dunque che le leggi siano scritte perché il cittadino possa prevedere l’esito del giudizio e perché il giudice sia obbligato ad attenersi a quella norma. Purtroppo la giustizia cammina sulle gambe degli uomini ed esiste sempre il pericolo che chi deve applicarla sia influenzato dai propri interessi, dai propri sentimenti, dai propri pregiudizi. Perfino in buona fede il giudice può trovare l’escamotage che gli permette di emettere un giudizio del tutto imprevedibile per l’interessato. E così la giustizia e la sua prevedibilità vanno a farsi benedire. Proprio per questo esistono più gradi di giudizio: si spera che gli eventuali interessi, sentimenti e pregiudizi dei giudici superiori compensino quelli dei giudici inferiori.
Da ciò si deduce che in materia di giustizia la massima garanzia del cittadino non è la lettera della legge ma la terzietà del giudice.  Il fatto che egli non conosca né l’attore né il convenuto e della materia del contendere non gli importi nulla, neppure proiettivamente. Anche la sua designazione automatica (“il giudice naturale”) ha questo scopo.
Non che questo stia sufficiente. Anni fa, in un Tribunale del Sud, tutti i magistrati davano ragione all’inquilino contro il proprietario (vento di sinistra) salvo uno che, avendo sofferto personalmente le angherie di un inquilino, aveva tendenza a dare ragione al proprietario. E quanti sono i magistrati assolutamente indifferenti al fatto che nel giudizio si tratti di Berlusconi?
La terzietà del giudice è quanto di meglio si possa sperare, in concreto. Si può avere almeno questo, in campo internazionale? La risposta è un rotondo no. Nessuno si fiderebbe del giudizio di un magistrato nella controversia tra il figlio e un estraneo. E analogamente come può il giudice del Paese A, per anni in guerra col Paese B, da cui ha subito bombardamenti, tragedie e massacri, e che magari gli ha ucciso un congiunto, giudicare serenamente i comportamenti dei militari e dei politici di B? Perfino quando i colpevoli sono assolutamente imperdonabili nessuno può contare su un giudizio imparziale. Se Bin Laden fosse stato catturato, processato e riconosciuto totalmente infermo di mente, che cosa avrebbero pensato gli americani di un’assoluzione, normale in qualunque altro caso? Più precisamente: quale Corte si sentirebbe di andare contro l’assoluta convinzione dell’intera nazione? O.J.Simpson fu assolto contro l’evidenza dei fatti e contro l’universale convinzione dei cittadini ma in seguito è stato rovinato da un immane risarcimento e l’America gli ha inflitto la morte civile. An che se meritava la condanna, questa è giustizia di popolo. È come se l’avessero appeso al primo albero incontrato. Chi avesse assolto Bin Laden poi forse sarebbe stato ucciso per strada.
Gli adepti dell’ideale della giustizia internazionale chiedono un Tribunale “terzo”. Terzo come l’Onu? Quell’Onu in cui impera una maggioranza di Paesi non democratici e tendenzialmente anti-occidentali? In cui c’è la cosiddetta “maggioranza automatica”, quando si tratta di andare contro Israele? Proprio per queste ragioni gli Stati Uniti non hanno mai voluto sottoporsi al giudizio di questo genere di Corti.
La giustizia internazionale, se ambisce ad essere giusta, non può esistere. Se si creano Corti di questo genere è meglio essere capaci di influenzarne i giudizi e tanto forti da disobbedire alle loro sentenze, se sfavorevoli.
Comunque si raccomanda di vincere tutte le guerre.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it,
22 giugno 2011
7 maggio 2011
FRATTINI E BERLUSCONI, GARA DI GAFFE
I nemici all’occasione mi chiamano servo di Silvio Berlusconi. Caudatario (se sono colti) o leccaculo (se sono volgari). Infine, se sono dei sognatori, mi accusano di essere sul libro paga del Cavaliere. È quest’ultima accusa che mi offende di più: non perché troverei la cosa umiliante, ma perché né Berlusconi né nessuno, vigliacca miseria, mi dà un euro per quello che scrivo.
Dunque mi occuperò piuttosto di un paio d’amici che mi rimproverano più moderatamente di “dare sempre ragione  a Berlusconi”. Uso il buon senso in molte direzioni ma, quando si tratta di Silvio, mi arrampico sugli specchi pur di difenderlo.
Non tenterò di fargli cambiare idea. Se sono paranoico, non li convincerò. Se la loro accusa è sbagliata, non è difendendomi che mi salverò: diranno che voglio prendere due piccioni con una fava, dichiarare infallibile non solo Berlusconi ma persino il suo servo. Limitiamoci ai fatti.
Titolo sul Corriere della Sera: “Libia, missione finita in 3/4 settimane” (1). Franco Frattini: “Le ipotesi più realistiche sono di 3/4 settimane, le più ottimistiche parlano invece di pochi giorni”. Raramente il ministro di un grande Paese ha detto parole più avventate,  correndo il rischio di essere subissato dai fischi del loggione.
In guerra le previsioni sono più azzardate di quelle del calcio: nel 1914 le grandi potenze pensavano che la guerra sarebbe durata pochissimo tempo. In realtà la guerra durò moltissimo e fu tale che perfino quelli che la vinsero ne uscirono dissanguati e stremati. Meglio non fare previsioni. L’unica guerra di cui si può essere sicuri che sarà veramente “breve” è quella cui non si partecipa.
Se l’Italia fosse in guerra da sola, la frase non sarebbe grave: passato il termine, il ministro potrebbe sempre dire che il nemico resiste e bisogna continuare a combattere. Ma in questo caso l’Italia partecipa al conflitto perché membro della Nato. Lo fa malvolentieri, tanto che se alla fine si è decisa a partecipare alle azioni militari è per le pressioni degli alleati. Ora, se fra tre-quattro settimane Gheddafi non si sarà arreso, l’Italia che cosa farà? Mettiamo che prosegua nel suo impegno: Frattini ha dato fiato alla bocca solo per far fesso e contento Umberto Bossi? Se invece si ritirerà dalle operazioni militari come mai avrà fra tre o quattro settimane il coraggio che non ha avuto recentemente, quando bastava dire di no a Sarkozy?
Berlusconi in questa occasione ha fatto anche peggio di Frattini. L’impegno attivo nella campagna di Libia l’ha deciso da solo, dimenticando che la Lega non è un soprammobile della maggioranza. Essa ha il potere di far cadere il governo e il diritto di essere consultata sulle decisioni importanti. Bossi sarà rozzo e brutale, ma in questo caso la sua impuntatura è stata giustificata. Non si è trattato di insufficiente tatto politico: ha subito un’autentica mancanza di rispetto per un intero partito e per il suo leader. Talmente innegabile che Berlusconi non ha trovato una linea di difesa decente e deve ringraziare il buon carattere dell’Umberto (e il suo proprio interesse a non far cadere il governo) se alla fine, nella mozione della maggioranza, non c’è stata la smentita pura e semplice della posizione del Premier. Il problema è stato solo rinviato con l’impegno ad ottenere dalla Nato la fissazione di un breve termine della guerra.
La domanda diviene: che farà l’Italia, se la Nato dirà che vuole proseguire a tempo indeterminato? L’Alleanza non avrebbe torto. È contro ogni strategia militare annunciare in anticipo che si vuol finire la guerra: è come dire al nemico che per vincere gli basterà un giorno di più degli avversari.
Se fosse serio, l’annuncio di Frattini significherebbe che fra un mese l’Italia smetterà le azioni contro la Libia, quale che sia l’opinione della Nato. Se invece non fosse serio, e tendesse a prendere Bossi per i fondelli, bisognerebbe vedere se il Senatur è uomo da permetterlo o no. Berlusconi stavolta ha proprio “écrasé une merde”. È difficile che la notte non faccia brutti sogni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
6 maggio 2011

(1)    http://www.corriere.it/esteri/11_maggio_06/frattini-fine-missione-libia_21a53fde-77b7-11e0-b371-0fccdd35dd86.shtml

1 maggio 2011
NAPOLITANO E GHEDDAFI, DUE CASI MOLTO DUBBI

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha tenuto un discorso di cui bisogna essergli grati. Ha detto che i suoi “richiami sono accolti con ipocrisia istituzionale”. “Sembra quasi talvolta, ha aggiunto, che l'accogliere oppure no, il far propri sinceramente o no quei miei richiami, sia una questione di galateo istituzionale o un esercizio di ipocrisia istituzionale”.

Il tono è quello di un’autorità che vede disattesi i suoi ordini. E il Presidente ha ragione. Se egli non avesse l’autorità per formulare quei “richiami”, spesso molto severi, le diverse formazioni politiche, sindacali o civili di volta in volta prese di mira potrebbero rispondergli che egli non ha il potere di richiamare nessuno. Al massimo – secondo la Costituzione – può inviare messaggi scritti alle Camere. Dunque, non che lamentarsi lui di essere inascoltato, potrebbero le forze politiche lamentarsi del fatto che lui parla molto e si permette di “richiamarle”. Ma le forze politiche e sindacali questa reazione non l’hanno affatto. Dunque il Presidente esercita un suo diritto ed è giustamente irritato quando parla di “ipocrisia”, di un vano “galateo istituzionale” e ancora di un “esercizio di ipocrisia istituzionale”.

Se così stanno le cose, bisogna vedere quale sanzione preveda la Costituzione per questa inosservanza degli ordini del Presidente della Repubblica. Lasciando da parte gli articoli tecnici, ecco che cosa prescrive l’art.87 sui poteri del Pdr:

“Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.

Può inviare messaggi alle Camere.

Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.

Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.

Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.

Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.

Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.

Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere.

Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.

Presiede il Consiglio superiore della magistratura.

Può concedere grazia e commutare le pene.

Conferisce le onorificenze della Repubblica”.

Inoltre il successivo art.89 precisa: “Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità”.

Con sorpresa vediamo che non solo nella lista la maggior parte dei “poteri” riguardano formalità, ma non vi sono affatto compresi i “richiami” e, a fortiori, le sanzioni che discendono dalla loro inosservanza. E tuttavia, queste norme devono esistere. Non si immagina che il Presidente della Repubblica, nella persona di un indiscusso galantuomo come Giorgio Napolitano, si arroghi diritti e poteri che non ha, e neppure che le forze politiche consentano a chi non ne ha il potere di avere l’aria di dare loro ordini. Sarebbe dunque bello avere da parte degli organi politici un chiarimento ufficiale di questo apparente mistero costituzionale.

Ma oggi è evidentemente una giornata sfortunata. Infatti c’è un secondo dubbio. La Nato ha bombardato intenzionalmente un’abitazione privata (si pensava e si sperava che ci fosse personalmente Gheddafi) uccidendo un civile, il figlio del rais, e tre bambini, che osiamo sperare innocenti. Come si sa, chi cerca di uccidere dei civili in casa loro è un terrorista; e se questa regola vale per tutti, vale anche per la Nato. Come mai nei media europei, ed italiani in particolare, non si alzano grida di sdegno? O forse i figli degli insorti uccisi per sbaglio sono civili innocenti e non sono civili innocenti i nipotini di Gheddafi, uccisi intenzionalmente? Ché, certo, la loro abitazione non era un obiettivo militare.

Da notare che la Nato non ha confermato l’avvenimento. O per ipocrisia politico-militare o perché il fatto non è vero. E non è quello che importa. Importa il mancato scandalo in Europa: che quelle morti siano vere o no, non potrà essere negata l’indegna parzialità dei moralisti e la callosa insensibilità etica dell’Occidente.

In questo modo si obbedisce alla Risoluzione 1973 dell’Onu che invita a proteggere i civili libici? Quel testo parla soprattutto di zona di interdizione aerea, e come mai non lo si applica agli aeroplani della Nato, per impedire che compiano azioni assassine?

Interessanti, infine, le scene di giubilo a Bengazi ed altre città sotto il controllo dei ribelli. Questi dimostranti rappresentano il futuro democratico e civile della Libia?

Le discussioni giuridico-morali in guerra contano poco. Però se Gheddafi manderà dei terroristi ad uccidere i nostri figli non potremo chiamarlo criminale o mostro. Dovremo chiamarlo “plagiario di tecniche di guerra”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it

1 maggio 2011

 

 

 

 

politica estera
22 aprile 2011
UCCIDERESTE DEGLI INNOCENTI?
L’Italia manda dieci militari in Libia affinché addestrino i ribelli, in modo che lo scontro con le truppe regolari di Gheddafi sia meno squilibrato a loro sfavore. Pare che altrettanto facciano Francia e Gran Bretagna. Anche se bisognerebbe essere realmente dei competenti, per affermarlo, dal punto di vista bellico l’apporto sembra francamente risibile. Più allarmante è il ragionamento che si è costretti a fare mettendosi nei panni di Gheddafi.
Il rais sa che la decisione delle potenze europee ha probabilmente il senso di un contentino per i ribelli: “Vedete? Vi aiutiamo”; e di una rassicurazione per le opinioni pubbliche europee, di fronte al profilarsi di un insuccesso: “ Vedete? Prendiamo nuove iniziative”. Sostanzialmente, si tratta di un’operazione di immagine. Se le cose stanno così, la risposta migliore di Gheddafi è usare la stessa arma contro chi ha avuto l’idea di servirsene. Basta fare in modo, magari con operazioni terroristiche o di commando, che molti di questi “consiglieri” siano uccisi. Se ciò avvenisse, le opinioni pubbliche europee si rivolterebbero contro i governi e porrebbero la domanda più ovvia e semplice: “Perché mai abbiamo messo a repentaglio la vita dei nostri soldati? Valeva la pena di farli morire per una causa che dopo tutto non ci riguarda? O volete sostenere che non avevate pensato al rischio?”
Poi, nel seguire il filo di questo ragionamento, sono stato improvvisamente fulminato da un dubbio personale: “Ma io, nei panni di Gheddafi, darei quest’ordine? Solo per ragioni di propaganda politica, e in sostanza per semplice Realpolitik, deciderei di far uccidere degli innocenti, magari conoscendoli per nome, uno per uno, e avendone visto la fotografia sui giornali?”
La risposta, agghiacciante, è stata un inevitabile sì.
L’episodio può servire a spiegare quanto lontana sia la politica da quella morale cui tanti si richiamano con fastidiosa insistenza. E come si è costretti a ragionare quando si guida uno Stato.
La guerra si combatte con tutti i mezzi. Chi va ad addestrare un esercito lo addestra ad uccidere meglio i nemici. Dunque questi sono “consiglieri di morte” e agiscono come parte di un esercito. Che siano uccisi dalla controparte fa assolutamente parte del gioco e loro stessi, per primi, lo sanno. Se fossi io ad avere il potere e il dovere di decidere non potrei dunque avere scrupoli all’idea di uccidere degli innocenti perché innocenti sono anche i miei concittadini, libici occidentali, che potrebbero essere uccisi da un migliorato esercito di insorti. Infine quegli innocenti non ho scrupoli a farli uccidere solo per motivi di propaganda e di influenza sulla pubblica opinione, dal momento che i Paesi occidentali li hanno inviati, facendo loro rischiare la vita, solo per motivi di propaganda e di influenza sulla pubblica opinione. È una partita a scacchi in cui i governi europei usano dei militari come pedine, a costo di farli uccidere, per motivi politici, ed io li uso come pedine, a costo di farli uccidere, per gli stessi motivi. È la guerra.
Né il lettore italiano può affermare che questo disinteresse per la morale vale per la guerra ma non per la politica in tempo di pace. Clausewitz, che di polemologia qualcosa capiva, affermava che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Si badi, la prosecuzione, non il cambiamento. La spregiudicatezza è la stessa. Oggi i governanti “buoni, gentili e democratici”, che fanno finta di aiutare i ribelli libici, col rischio di far morire alcuni nostri ufficiali, non sono più morali di un “colonnello” che, secondo una fredda logica guerresca, manda dei sicari ad assassinarli.
Naturalmente molti diranno che comunque loro non darebbero mai l’ordine ipotizzato. E questo renderebbe tranquilla la loro coscienza. Poi però dovrebbero spiegare ai propri concittadini perché non li hanno sufficientemente difesi; dovrebbero spiegare perché si sono fatti scrupolo di usare le stesse armi che usava il nemico; e infine dovrebbero spiegare alle madri dei propri caduti perché hanno esitato ad uccidere gli istruttori dei loro “assassini”.
Se Clemenceau affermava che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali, figurarsi quanto intelligente sarebbe lasciarla fare ai moralisti. Finché resteranno tali, costoro sono pregati di ammettere che non capiscono niente di politica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
22 aprile 2011


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POLITICA
15 aprile 2011
GRANDI UOMINI, GRANDI ERRORI
Ci sono illusioni che sopravvivono a tutte le smentite. Si ha un bel ripetere che i numeri ritardatari del Lotto non hanno nessuna probabilità più degli altri di “uscire”, la gente continuerà a crederci. Analogamente non si ottiene nulla ripetendo che i Grandi Statisti sono da un lato più intelligenti e dall’altro più capaci di commettere errori di quanto la gente non pensi. Molti li giudicano cretini e poi si aspettano che non sbaglino mai.
Il fenomeno ha una spiegazione. I grandi del passato sembrano giganti perché hanno vinto. E infatti di Catilina sappiamo poco perché perse. Lo stesso Alessandro, se fosse morto in una delle sue prime battaglie, sarebbe stato l’ignorato figlio di Filippo. Il paragone con i contemporanei è sbagliato: è come confrontare con i vincitori delle passate edizioni i cento ciclisti del giro d’Italia di quest’anno. Risulterebbero quasi tutti dei brocchi.
“La familiarità genera il disprezzo”. Tutti sono pronti a trattare da grand’uomo Togliatti e ad irridere Pierluigi Bersani, mentre Togliatti è l’inescusabile complice di un grandissimo criminale e Pierluigi Bersani è un galantuomo. Ma il primo non fa parte del presente ed è facile mitizzarlo.
Bisognerebbe rispettare di più i contemporanei. Non si diventa Presidenti della Repubblica Francese se si è mezze calzette. Nicolas Sarkozy è un uomo straordinario. Ma anche gli uomini straordinari possono commettere enormi errori. Nel maggio del 1940 Mussolini ha creduto che la guerra fosse finita e questo è costato a lui la vita e all’Italia il peggiore disastro dal momento della sua unità. Sarkozy ha anche lui sbagliato quando ha creduto che come era andata in Tunisia e in Egitto dovesse necessariamente andare in Libia. Ha dichiarato guerra al vinto e ha sperato di cingere il proprio capo con una corona d’alloro ottenuta a basso costo. Purtroppo, la realtà gli ha risposto con una raffica di vecchie regole. Intervenire nelle vicende interne di un altro Paese non è quasi mai un buon affare. Una guerra non si svolge quasi mai come previsto. L’aviazione da sola non vince nessun conflitto e soprattutto non bisogna dimenticare che, quando parla il cannone, le nostre parole non si sentono. È inutile ripetere tre volte al giorno “Gheddafi se ne deve andare”. Si rischia di far notare ancora di più la propria sconfitta.
Sarkozy forse trascinerà la sua patria in qualcosa di peggiore della sconfitta: nel ridicolo. E non si capisce perché l’abbiano seguito una nazione pragmatica e saggia come la Gran Bretagna e (almeno in un primo momento) quegli Stati Uniti che hanno una situazione sia economica sia militare che non consente ulteriori avventure. Non  parliamo dell’Italia per carità di Patria.
Leggiamo dunque le scarne notizie che al riguardo compaiono oggi, fino alle 16, sul Televideo Rai. 
Ore 0,01 Libia. Per la Francia “Gheddafi deve andare via. Bisogna esercitare robusta pressione militare finché Gheddafi andrà via”.
2,07 Libia. Annullato volo per gli Usa del leader degli insorti libici Jibril. Lo ha reso noto la Commissione Esteri del Senato americano.
7,06 Brics. Vertice in Cina di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (Brics). Uniti sul “no” all’uso della forza in Libia.
11,15 Libia. Juppé: “La Francia è contraria ad armare i ribelli anti-Gheddafi. Non siamo in questa disposizione di spirito”.
13,14 Libia. Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, insiste per una soluzione “politica” e chiede immediato cessate il fuoco.
13,56 Libia. Clinton: gli Usa continueranno  a partecipare alle operazioni militari fino alla completa uscita di scena di Gheddafi.
La prima notizia corrisponde alla convinzione che si possa ottenere la pioggia parlando alle nuvole. L’ultima è pressoché falsa: la realtà mostra il ritiro sostanziale degli Stati Uniti, l’insufficienza delle azioni fin qui intraprese e l’impossibilità di andare oltre quello che s’è fatto fino ad ora. Robusta pressione militare? Ma se la Francia è contraria ad intervenire con truppe di terra e perfino (Juppé) “ad armare i ribelli anti-Gheddafi”! Gli Stati Uniti non ricevono il capo degli insorti, Jibril e il Segretario dell’Onu chiede un cessate il fuoco, come fa chiunque stia perdendo;  e sembra non rendersi conto che, se le armi tacciono, Gheddafi ha vinto.
Per questa campagna nata dalle rodomontate di un Presidente che pensava di schiacciare Gheddafi come una zanzara la campana a morto la suonano la Germania, che si è saggiamente astenuta dal partecipare, e soprattutto Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Questi Stati sono importantissimi e due di loro siedono addirittura nel Consiglio di Sicurezza, con diritto di veto. E se non si usa la forza, in Libia, come si obbliga Gheddafi ad andar via?
Per chi aveva scommesso su questa azione la realtà è molto mesta. Dal punto di vista militare gli insorti non hanno alcuna possibilità di vincere la guerra. Dal punto di vista politico la Libia non ha più le prime pagine dei giornali. Sul terreno a Gheddafi basterà aspettare che gli europei si stanchino di questa storia e se ne tornino a casa con le pive nel sacco.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2011


politica estera
28 marzo 2011
LA TATTICA MILITARE DI GHEDDAFI
Indubbiamente, in campo militare, ci saranno molte persone più qualificate per dibattere un problema di tattica. Ma, affinché gli altri possano lanciare la propria boccia, è pur necessario che qualcuno lanci il pallino.
Come mai le truppe di Gheddafi stanno indietreggiando a tutta velocità? Ai telegiornali piace presentare il fenomeno come la travolgente, irresistibile avanzata degli insorti: ma, a rifletterci, questa descrizione del fenomeno appare inverosimile. Se gli stessi insorti hanno resistito meglio, e per più tempo, all’attacco di un esercito regolare, fornito di artiglieria e di mezzi corazzati, come mai questo esercito non sarebbe in grado di resistere nemmeno un paio di giorni per difendere città come Ras Lanouf o Brega, che pure sono importanti terminali petroliferi?
La nostra idea, magari sbagliata, è che l’intervento degli aerei francesi e inglesi ha cambiato il quadro bellico. Dal momento che la Libia è un Paese prevalentemente desertico, dove non c’è dove nascondersi, e dal momento che esso non possiede un’aviazione che possa contrastare i velivoli moderni, i suoi mezzi corazzati si trasformano, da irresistibile vantaggio nei confronti di insorti armati solo di fucili, in bersagli facili. Sitting duck, anatre sedute, come dicono gli inglesi, parlando di navi da guerra non più in grado di governare.
Oggi un aeroplano può “illuminare” dal cielo un carro armato e annientarlo, senza scampo, con un missile a guida radar. Dunque il loro uso, mentre non dà più vantaggi militari (ed anzi provoca la morte dei carristi), distrugge inutilmente una parte delle risorse militari in materia di mezzi corazzati. È stato inevitabile ritirarli alla massima velocità, per salvarne almeno alcuni.
Gli anglo-francesi non sono affatto intervenuti in Libia per proteggere la popolazione civile, sono intervenuti risolutamente, e in modo precisamente bellico, a favore di una delle due parti in lotta. La Russia protesta con ragione. Una conseguenza di questo stravolgimento della Risoluzione 1973 dell’Onu è che, sempre a causa della natura del terreno, gli aerei possono distruggere tutti i mezzi che trasportano truppe, munizioni, rifornimenti e tutto quanto serve ad un esercito in campo. E un esercito privo di rifornimenti è presto sconfitto. Gli italiani hanno fatto questa esperienza proprio in Libia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Dunque conviene a Gheddafi ritirare al più presto le proprie forze in una località in cui il vantaggio del dominio dell’aria sia annullato o comunque grandemente ridotto: in zone più boscose (se ne esistono) o all’interno delle città sperando che i raid, per non uccidere molti civili, non le colpiscano.
Il tipo di conflitto è cambiato, in conseguenza dell’intervento straniero, e si è dovuta cambiare se non la strategia, certo la tattica. Probabilmente presto lo scontro sarà all’interno delle città, fanteria contro fanteria, cecchini contro cecchini, con l’uso dei mezzi corazzati e dell’artiglieria quando possibile. Naturalmente, questo scontro vede in vantaggio i governativi nelle città che sono loro favorevoli: ecco perché essi si ritirano a tutta velocità in quell’ovest in cui sanno di avere il supporto della popolazione e linee di rifornimento molto più corte. Mentre si allungano quelle degli insorti.
La previsione dovrebbe essere che, mentre per qualche giorno sembrerà che le truppe di Gheddafi siano scappate a gambe levate, presto esse dovrebbero stabilire ad ovest una linea del fronte a partire dalla quale inchiodare i rivoltosi, aspettando che gli anglo-francesi si stanchino di cercare obiettivi. Che magari non ci saranno più. Quando ciò avverrà, se avverrà, esse riprenderanno l’iniziativa. Approfitteranno del fatto di essere più numerose e meglio organizzate, in quanto esercito regolare, e tenteranno di riconquistare l’intero Paese.
Se tutte queste ipotesi sono ragionevoli, rimane vero ciò che era vero sin da principio: Gheddafi può essere abbattuto, e forse lo sarà, da un colpo di Stato o dal venir meno del sostegno delle tribù e dell’esercito, non dalla rivolta della Cirenaica. Ma, se ciò non avverrà, dal punto di vista militare l’avventura degli insorti, come non aveva prospettive prima, non le ha avrà neanche in futuro.
Qui non si vuole insegnare niente a nessuno. Il desiderio è solo quello di capire meglio. Se un tecnico militare interviene per indicare quali errori sono contenuti in questa pagina, saremo tutti lieti di saperne di più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 marzo 2011


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politica estera
8 marzo 2011
SCENDERE IN PIAZZA PER I RIBELLI LIBICI
Il bambino esclama “Il re è nudo!” perché non si rende conto dei rischi che corre. Chi invece è adulto, da un lato teme la disapprovazione di tutti, dall’altro è spinto dal buon senso a dubitare di se stesso: “Possibile che tutti si sbaglino ed io solo abbia ragione?”
Il problema però ha una soluzione. Invece di affermare una verità pubblica e valida per tutti (“Il re è nudo”), basta affermare una convinzione soggettiva e non impegnativa: “Io  lo vedo nudo”.
Questo vale per le rivolte nel Nord Africa e in particolare per quella libica. In questi giorni abbiamo sentito in tutte le salse che i rivoltosi si battono per la libertà e per la democrazia: tanto che, secondo Walter Veltroni, saremmo in dovere di scendere in piazza per sostenerne le ragioni. Altri dicono addirittura che dovremmo aiutarli con l’istituzione di una zona di interdizione aerea o con un intervento armato sul terreno. Tutto bellissimo. Come gli abiti nuovi dell’imperatore. Ma noi questi abiti non riusciamo a vederli.
Per quanto riguarda gli eventuali interventi militari ventilati da Obama, non è necessario spendere molte parole. Le sue dichiarazioni potrebbero essere la prova che questo Presidente ha sbagliato mestiere. La Russia, che di interventi armati in altri Paesi si intende anche di più, si è già dichiarata risolutamente contraria. Ma torniamo alla situazione all’interno del Paese.
Di una rivolta si conoscono le intenzioni quando ne sono noti i programmi ed i capi. La Rivoluzione Francese fu talmente ideologica che il cambiamento sopravvisse all’autocrazia di Napoleone e a Waterloo. Se invece la rivolta scoppia dal basso, per puro scontento e senza avere alle spalle una corrente di idee, potrà divenire una rivoluzione ma ognuno darà a questa parola un suo proprio significato: e non è detto che il risultato accontenti tutti. Anche disuniti, è facile distruggere: costruire è molto più difficile.
Tra le intenzioni dei rivoluzionari e l’esito della rivoluzione si stabilisce spesso un divario che può giungere alla contraddizione più conclamata. Si parte con gli ideali di libertà di Voltaire e si arriva al Terrore. Né è necessario ipotizzare una nequizia intenzionale della tirannide. Si può pensare di Lenin tutto il male che si vuole, ma non c’è ragione di negargli la buona fede: egli avrebbe certamente voluto una Russia migliore di quella degli Zar. Il punto è che di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all’inferno. Si vuol liberare il proletariato dalle sue catene e con  Stalin si giunge al terrorismo di Stato.
Non tutti i Paesi hanno la possibilità di avere le stesse istituzioni. Gli inglesi, pure capaci di regicidio, sono da sempre per una monarchia sostanzialmente costituzionale; viceversa i russi, dopo avere abbattuto una monarchia assoluta, ne hanno creata una ancora peggiore. E hanno dovuto attendere settant’anni prima di provare ad adottare una democrazia che ancora oggi alcuni giudicano imperfetta.
Venendo alla Libia, dietro la sommossa non si vede nessun programma. I rivoltosi parlano di libertà, ma che cosa intendono, con questa parola? Fra l’altro, spesso “la rivoluzione divora i suoi figli”: come essere sicuri che non avvenga anche stavolta? Che garanzie abbiamo che l’eventuale tentativo di instaurare una democrazia non si volga presto in autocrazia, se perfino la civilissima Francia nel giro di dieci anni passò dalla Bastiglia a Napoleone? Non vorremmo che tutto si riducesse alla stanchezza di vedere la faccia di Gheddafi. E, a proposito di facce, in Iran sono passati dalla faccia di Reza Pahlavi a quella di Ruhollah Khomeini: non è detto che ci abbiano guadagnato.
Il pessimismo nasce anche da una sorta di considerazione geografica. In  Europa, nel corso del Ventesimo Secolo, l’Italia, la Spagna e la Germania hanno conosciuto la dittatura e tuttavia, immediatamente dopo, sono ridivenute democratiche come erano prima. Viceversa la totalità dei regimi dei Paesi islamici è composta da autocrazie. Quando non da confessate dittature. Come essere fiduciosi che la Libia, ben meno culturalmente sviluppata di Paesi come l’Egitto o la Tunisia, arrivi immediatamente alla democrazia? Non ci sono arrivati i palestinesi, comparativamente più acculturati, come potrebbero arrivarci loro? Nessuno lo esclude, certo: ma esserne sicuri sembra francamente eccessivo.
Gheddafi, a dir poco, è un personaggio tra il folcloristico e l’allarmante e sappiamo che i ribelli lottano contro di lui: ma è poco per scendere in piazza con Veltroni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 marzo 2011


5 marzo 2011
I RIBELLI LIBICI SONO "LEGITTIMATI"?
In questi giorni si parla fin troppo di Libia. Da un lato non avviene nient’altro di interessante, dall’altro, dopo le soluzioni cui si è arrivati in Tunisia ed Egitto, la vicenda è sorprendente.
Il favore con cui in Occidente sono state accolte le rivolte nel Maghreb dimostra che c’è un pregiudizio per cui se il popolo si ribella, va verso la democrazia. La storia dimostra che, se ciò è vero in alcuni casi, non è vero in altri.  Indubbiamente gli ungheresi, nel 1956, lottavano e morivano per la libertà ma gli iraniani si sono ribellati per passare da un’autocrazia illuminata ad un’autocrazia bigotta e oppressiva. E se è vero che i francesi, con la Révolution, hanno dato inizio all’Evo Contemporaneo, è anche vero che il Terrore ne ha ammazzati molti di più di quanti ne abbia ammazzati la monarchia.
I pregiudizi sono duri a morire. Dinanzi ad una rivolta bisogna chiedersi innanzi tutto chi la fa e a che cosa condurrà. Se non si riesce a rispondere a questi interrogativi, bisogna attendere e solo il tempo dirà se la svolta è stata verso il meglio o verso il peggio. Gheddafi è un dittatore, un figuro poco raccomandabile, ma se vinceranno i rivoltosi non sappiamo chi governerà la Libia. Ben difficilmente, comunque, un governo democratico come quello olandese o neozelandese: ne mancano i presupposti e le tradizioni. Dunque non bisogna dire: “Non potrebbe essere peggio”. Può sempre.
Una seconda lezione da ricordare è che i rivoltosi non sono “sacri”. Se prendono le armi contro il potere costituito è normale che il potere costituito prenda le armi contro di loro. Dunque perché scandalizzarsi se il dittatore libico usa carri armati, aeroplani e tutte le armi che ha? Forse che i rivoltosi non le userebbero, se le avessero?
Ma non le hanno, diranno molti. È vero. E proprio per questo ci devono pensare due volte, prima di attaccare il governo. L’aggredito agisce in condizioni di legittima difesa e si sente persino moralmente giustificato. Negli scontri ognuno cerca di vincere con tutti i mezzi, convenzionali e non convenzionali, dalla guerriglia (illegale per le convenzioni di Ginevra) alla bomba atomica. A la guerre comme à la guerre, si diceva una volta.
Qui si inserisce una considerazione sulla “legittimità” delle rivolte nelle democrazie e nelle autocrazie. Nelle democrazie la rivolta non è mai giustificata, perché il governo può essere rovesciato con le elezioni. Nelle autocrazie, dal momento che non vi sono libere elezioni, la rivolta è legittima, secondo il vecchio principio del “tirannicidio”.
La discussione si sposta dunque dal diritto alla polemologia. La rivolta è opportuna quando ha il sostegno della grande maggioranza del popolo ed ha buone possibilità di vittoria. Se viceversa il popolo è diviso e le probabilità di vittoria sono scarse, meglio non rivoltarsi: perché la reazione del potere è da mettere in conto. Qualunque organismo che combatte per la propria sopravvivenza non fa sconti a nessuno.
Un caso particolare: anche se il popolo è coralmente a favore della rivolta, e anche se ha ottime probabilità di vittoria sul governo, può avere interesse a non ribellarsi se è da temere l’intervento irresistibile di una potenza esterna: è il caso della Cecoslovacchia nel 1968. Dubcek non è stato un vigliacco: ammaestrato dal 1956, è stato un realista che amava il proprio popolo.
In Libia la realtà dice che non tutto il popolo è unito contro Gheddafi. Addirittura, si ha una spaccatura geografica tra un est del Paese nettamente contro  questa dittatura, e un ovest che in prevalenza la sostiene. In secondo luogo, i rivoltosi hanno preso l’iniziativa fidando sul “vento rivoluzionario” vincente che ha imperversato nel Maghreb. Ma il vento di per sé non è sicuramente vincente. Per quante speranze possa suscitare, si può sempre avere una Waterloo e una Restaurazione. In terzo luogo, i rivoltosi sono disorganizzati. Non hanno un’idea in positivo ma un’idea in negativo: via Gheddafi. Troppo poco.
Le prospettive attualmente sono tre. O il dittatore riesce a riprendere il controllo del Paese e molti governi dovranno rimangiarsi troppe parole pronunciate in fretta; o i rivoltosi riescono malgrado tutto a vincere, e c’è da sperare che il governo seguente non sia composto da estremisti, per giunta islamici; o infine la Libia si spaccherà in due, con metà di incerto segno. Francamente non si sa che cosa desiderare. Forse solo che torni la pace, quale che sia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 marzo 2011


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3 marzo 2011
LA RIVOLUZIONE IN CASA DEL VICINO
Se si vuol essere condannati da tutti, basta dire male di Garibaldi. O, versione più recente, dire bene di Mussolini. E non parliamo di Hitler. Se uno dice che quel criminale era morigerato nel mangiare e nel bere, e che certo non era un ladro, rischia di passare per nazista. Non bastava e non basta che sia, dopo Stalin, il più grande assassino di tutti i tempi: deve anche essere brutto e sporco.
L’umanità ha di queste infatuazioni positive e negative. Per questo a volte diviene difficile discutere serenamente. Il caso più recente è quello di Muammar Gheddafi. Ci si fa guardare storto se solo si osserva che fino a non molto tempo fa siamo stati obbligati dai nostri stessi interessi a siglare contratti con lui, e che dunque o era un mostro già allora o non è un mostro oggi. La moda vuole che lo si maledica, che si gridi “Se ne vada!” Anzi “Se ne è andato”.
“È ancora lì? Ma è come se se ne fosse andato”.
La gente ha girato pagina. Ma le pagine non le girano i giornali: le gira la storia. Gheddafi è ancora a Tripoli ed ha riconquistato un paio di cittadine. Non diciamo che riuscirà a ribaltare la situazione. Non diciamo che riuscirà di nuovo ad imporre il suo potere a Benghazi e Darnah. Non diciamo nulla e anche gli altri non dovrebbero dir nulla: perché il futuro non lo conosce nessuno e prevederlo con tono autorevole espone ad autorevoli cattive figure.
Quando si tratta di grandi potenze, stante l’abbondanza di dati, è più facile calcolare le loro possibilità. In uno scontro fra Siria e Turchia sarebbe da sciocchi scommettere sulla Siria. Ma nel caso della Libia quelle che possono apparire battaglie sono poco più che risse. Per questo il risultato può essere sorprendente.
In articoli di autorevoli giornali stranieri abbiamo letto due dati interessanti. In primo luogo, l’autocrate libico ha sempre saputo che nel suo Paese hanno ancora parecchio potere i capi tribù e per questo ha sempre fatto in modo che rimanessero divisi e, se possibile, in conflitto. In secondo luogo, non avendo dimenticato che proprio appoggiandosi ai militari egli stesso ha spodestato re Idris, non ha mai concesso molto potere all’esercito, attualmente male armato e male addestrato. Ecco perché esso non ha recitato in Libia quella parte importante che ha recitato in Egitto. E contro un nemico diviso e disorganizzato contano parecchio i pretoriani o comunque coloro che hanno un vincolo di fedeltà personale col rais. Costoro riusciranno a rovesciare la situazione o riusciranno soltanto a prolungare l’agonia del regime? Nessuno lo sa. Ma proprio per questo avremmo amato che tutti fossero prudenti. Che nessuno si lasciasse andare a dichiarazioni tonitruanti; a minacce tanto terribili quanto incredibili; a giudizi morali tanto fuor di luogo quanto difficili da ri-ingoiare, se il tiranno rimanesse al potere.
I giornali possono scrivere quello che vogliono. Il loro interesse è quello di vendere più copie, carezzando le tendenze dei lettori secondo il verso del pelo. Ma i governi devono muoversi secondo le regole della prudenza. E quando la diplomazia consiglia l’ipocrisia, non bisogna avere scrupoli: essere ipocriti diviene un dovere. Se nel Paese vicino si combattono i gialli e i viola, la cosa migliore da fare è – come fa il Papa – invocare la pace e l’accordo di tutti e dichiarare che si spera che cessi al più presto lo spargimento di sangue. Per quanto riguarda il prendere posizione, bisogna rimanere nel vago ed essere pronti, se vincono i gialli, a dire che da sempre abbiamo sperato che vincessero loro; e se vincono i viola, a dire che da sempre abbiamo sperato che vincessero loro. Il nostro interesse non è arbitrare le partite altrui, magari dal punto di vista morale: il nostro interesse è che il nostro Paese tragga il massimo vantaggio – o almeno il minimo svantaggio possibile – dalla situazione.
Ci rendiamo conto che questo è un discorso immorale. Che per il grande pubblico ha lo stesso effetto di un crine di cavallo nell’orecchio. Lo sappiamo, tutte le persone per bene sono per la pace, per la democrazia, per la libertà, per il popolo contro i tiranni, per i buoni contro i cattivi. For Mum and the apple pie.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 marzo 2011


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POLITICA
25 febbraio 2011
LA DEMOCRAZIA NEL MAGHREB?
A leggere i giornali e ad ascoltare la televisione si capisce che tutti aspettano la resa di Muammar Gheddafi: seguirà il trionfo della libertà e della democrazia in Libia. Dicono.
Tutti siamo stati educati a ridere di Marie Antoinette che (secondo la leggenda) disse: “Se non hanno pane mangino brioche”. E poi ci comportiamo come lei. Per noi, se il popolo si ribella, è perché non c’è abbastanza democrazia e una volta che la rivoluzione vince, il sogno si realizza: i deputati vanno in Parlamento, discutono le leggi, si comportano come normali  cittadini investiti della responsabilità di governare i propri connazionali e alla fine, se non rieletti, tornano alla professione di prima. Purtroppo, non tutti i popoli hanno, in questo campo, i secoli di esperienza che ha l’Inghilterra.
La democrazia è caratterizzata dalla libera stampa, dalle elezioni e dal ricambio dei governanti in seguito a tali elezioni e tuttavia, non appena si guarda più da vicino, si vede che sotto ognuna di quelle condizioni si possono trovare realtà molto diverse.
Durante il Ventennio parecchi giovani intellettuali fascisti (poi diventati guru di sinistra) scrivevano a volte, proprio su pubblicazioni ufficiali, critiche al regime. Si può dire che ci fosse la libertà di stampa? Se invece di critiche velate e beneducate avessero scritto che Mussolini era un dittatore, un bieco demagogo e un puttaniere, avrebbero avuto il permesso di continuare a pubblicare i loro articoli? Viceversa, al tempo di De Gaulle, c’era un giornale, il Canard Enchaîné che un numero sì e l’altro pure faceva del sarcasmo sul Generale, su sua moglie e sull’intero governo. E il giornale non fu mai soppresso o molestato.  Ecco la differenza fra una libertà di stampa “sorvegliata” e una libertà di stampa senza limiti. Solo in una vera democrazia possono esistere giornali - come ”la Repubblica” e “il Fatto Quotidiano” la cui vocazione è quella di sparare a zero, tutti i giorni, sul governo e soprattutto sul suo Capo: non solo non c’è limite agli insulti, ma nemmeno alla diffamazione. Del resto è invalsa la prassi che il Presidente del Consiglio non quereli nessuno: Andreotti è rimasto famoso, per questo. È veramente ragionevole credere che, se Gheddafi cadrà, chi prenderà il potere in Libia permetterà questo genere di libertà di stampa? Intanto è sicuro che non era possibile né con Mubarak in Egitto né con Ben Alì in Tunisia o in Algeria con Bouteflika. In Marocco, dove il capo è il re, si arriverebbe semplicemente alla lesa maestà.
Le elezioni da sole non provano che ci sia democrazia. In Iran si vota, ma i candidati devono essere prima approvati dagli Ayatollah. Sarebbe come se, in Italia, si dicesse al Pd: “Potete candidare chi volete purché sia favorevole a Berlusconi. E comunque diteci i nomi prima, perché noi possiamo approvarli o rifiutarli”. In queste condizioni, quand’anche le elezioni fossero regolari e segrete, chi direbbe che esse sono “libere”?
Quanto all’alternarsi dei governanti, negli anni ci saranno indubbiamente stati dei cambiamenti, nel governo egiziano. Anche perché si è votato regolarmente. Ma non è stupefacente che, malgrado tutte le votazioni e tutti i cambiamenti, come per un caso al vertice di tutto ci sia stato sempre Mubarak? Come mai i governanti di Paesi come la Francia o l’Inghilterra hanno dei Primi Ministri che la gente manda a casa dopo pochi anni, mentre i Paesi musulmani hanno la fortuna che Dio gli mandi statisti così geniali che nessuno sogna di sostituirli, neppure dopo un trentennio?
Non è facile credere che, nel caso Gheddafi cada, in Libia ci sarà la democrazia come l’intendiamo noi. Né - pensiamo - ci sarà in Tunisia. Hanno mandato via Ben Alì ma non è che prima ci fosse la democrazia: prima c’era Bourguiba. E dopo ci sarà qualche Ahmed o qualche Ibrahim. In Iran sembra che dopo tanti anni si sia riusciti soltanto ad anagrammare il nome di chi comanda veramente: si è passati da Khomeini a Khamenei.
Che Gheddafi se ne vada o che domi la rivoluzione, importa poco. Ci limitiamo a sperare di non cadere dalla padella dell’autocrazia nella brace dell’integralismo islamico. Ci contenteremmo di un autocrate laico che non ci crei problemi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 febbraio 2011


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POLITICA
23 febbraio 2011
COME GIUDICARE GHEDDAFI?
I profeti del passato sono degli sciocchi ma è interessante cercare di capire come mai essi siano tanto numerosi. Probabilmente tutto deriva dallo studio della storia. Prima si impara che la Seconda Guerra Mondiale è cominciata nel 1939; poi, andando avanti negli anni, si vede che, da qualunque lato si affronti la storia degli Anni Trenta, finisce sempre che, nel 1939, scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Ciò induce a vedere in molti degli avvenimenti le premesse di quel fatto, tanto che alla fine si ha l’impressione che, già sul momento, non si potesse non capire quello che stava per avvenire. E infatti è forte la tentazione di irridere i molti che, in Europa, applaudirono la Conferenza di Monaco. A questi soloni si avrebbe voglia di chiedere. “Tu, invece avresti previsto che si andava verso la guerra? Dunque avresti avuto lo stesso genio politico di Churchill, quando disse: “Potevano scegliere tra la guerra e il disonore, hanno scelto il disonore. Avranno la guerra (1)!”.
Il verificarsi degli avvenimenti è spesso imprevedibile fino al giorno prima. Per questo, coloro che, il giorno dopo, hanno l’aria di gridare: “Lo dicevo, io!” sono degli imbecilli, a meno che non riescano a dimostrare che effettivamente l’hanno detto: e non gettando una monetina in aria - si indovina una volta su due - ma spiegando perché l’avvenimento si sarebbe avuto.
Oggi è inutile parlare delle rivolte nel Nord Africa come se le avessimo previste o fossero inevitabili. Perché nessuno le ha previste. Anche coloro che sono stati eventualmente capaci di diagnosticare il malcontento delle popolazioni non sarebbero stati in grado di dire se, dove e quando esso si sarebbe trasformato in proteste di piazza.
Tutto questo vale anche per la crisi libica. Gheddafi è al potere da un’eternità. Fino a un paio di settimane fa il suo regime è sembrato talmente solido da doverlo citare come un’eccezione, nel panorama sovreccitato di questi mesi. Ora, al contrario, quel Paese rischia la guerra civile, il regime vacilla e naturalmente arriva la coorte degli imbecilli. Tutti sembrano dire che era inevitabile che il popolo si ribellasse contro un tiranno folcloristico e ridicolo (le amazzoni guardie del corpo!); uno che va in giro con i costumi nazionali indossati per fare scena; che ha la pretesa assurda di dormire sotto una tenda anche in una capitale europea e che osa avanzare richieste di risarcimento per tutto ciò che abbiamo a suo tempo costruito in Libia; un maleducato, oltre tutto. Giusto. Rimane solo da spiegare come mai questa protesta non si sia verificata nei quarantadue anni precedenti.
I radicali di Pannella ed altri (fra cui l’ineffabile Furio Colombo) possono giustificatamente affermare che anche in passato sono stati contro i buoni rapporti e gli affari con un simile figuro. Per loro gli interessi economici non sono sufficienti per patteggiare con un dittatore, uno che neanche sa che cosa sono i diritti civili. Insomma gli idealisti antepongono la “decenza” politica alle ragioni dell’economia ma purtroppo lo fanno anche a spese nostre. Andreotti diceva che i vicini di casa uno non se li può scegliere. E qui nessuno può traslocare. Inoltre, se dovessimo esaminare ai raggi Röntgen tutti i Paesi con i quali abbiamo accordi, dovremmo chiudere parecchie porte. Niente rapporti con la Cina, per cominciare: o qualcuno sostiene che è una perfetta democrazia? Niente petrolio Iraniano: lì impera una teocrazia non raramente sanguinaria. Niente petrolio e gas algerino: lì c’è una dittatura militare. Niente petrolio nigeriano: lì ammazzano i cristiani a decine. Niente petrolio e gas libico, naturalmente. E sono forse democrazie, gli emirati arabi? Niente petrolio neanche da loro. Ed è forse un gentiluomo, Chávez? Insomma, andiamo a piedi. Sarà utile anche per riscaldarci, essendo spenti i termosifoni nelle nostre case. Questo è un atteggiamento degno di persone che non hanno mai riflettuto sull’economia e sulla politica internazionale.
Gheddafi un anno fa sembrava solido come una roccia e oggi rischia di scomparire, ma l’unica cosa che si può discutere è: gli accordi con il suo governo sono stati convenienti? Se lo sono stati, non ce ne dobbiamo certo pentire, anche se ora il popolo manifesta contro di lui a rischio di farsi ammazzare. Se invece non sono stati convenienti, dobbiamo disapprovarli non perché stretti con Gheddafi, ma perché non convenienti. Oggi come un anno fa.
La risposta alla domanda “come giudicare Gheddafi?” è che è sbagliata la domanda.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 febbraio 2011
(1) Britain and France had to choose between war and dishonour. They chose dishonour. They will have war”
.  

POLITICA
16 febbraio 2010
L'OROLOGIO A CUCU' SUONA LA CARICA
La Libia ha messo in atto una ritorsione contro tutti i paesi dell’area Schengen, perché in Svizzera è stata stilata una lista di 187 libici – fra cui lo stesso Gheddafi – cui non è permesso mettere piede nella Confederazione Elvetica. Il modo come è stata messa in atto – respingendo alla frontiera anche persone in possesso di visto, cioè senza preavviso e indiscriminatamente – esprime la considerazione che un governo non democratico e privo di grandi tradizioni ha per i semplici cittadini, anche di altri paesi.
Considerazione opposta si può fare per la Svizzera. Si tratta di un Paese troppo  accorto per non sapere che una lista di proscrizione, includente anche il rais e la sua famiglia, non avrebbe potuto che offendere i destinatari. Ma quella lista è nata come sanzione per il comportamento tenuto da quegli “importanti” personaggi nei confronti di semplici cittadini elvetici. Mentre Gheddafi pretende il diritto di maltrattare il personale dell’albergo perché lui è Gheddafi, per Berna la difesa dell’ultimo dei suoi cittadini vale una crisi diplomatica.
Stranamente, si tratta di due reazioni simmetriche. Quella di Gheddafi è stata per lesa maestà, ma anche quella svizzera è per lesa maestà: per Gheddafi, la sua propria maestà, fonte di ogni potere, per la Svizzera la maestà del popolo, fonte di ogni potere.
La Svizzera non è un Paese simpatico, soprattutto per noi italiani. I suoi abitanti hanno l’incredibile tracotanza di sentirsi superiori ai loro vicini e sarebbero perdonabili se fossero circondati da staterelli asiatici o dell’Africa Nera. Ma queste nazioni si chiamano Italia, Francia, Germania, Austria: cioè il meglio del meglio della storia del mondo. E se i cantoni hanno indubbi meriti; se le strade sono pulitissime; l’ordine regna sovrano; la sicurezza pubblica è altissima e la criminalità bassissima, questo non deve accecare al punto da dimenticare che Napoli, recentemente famosa per la sua spazzatura, qualche secolo fa, per non parlare della sua cultura, è stata fra le culle della grande musica. Per questo lo zurighese e il ginevrino, di fronte alla città del Vesuvio, devono togliersi il cappello con una mano, pure se con l’altra si turano il naso.
Se per una volta ci si sente di applaudire con tutto il cuore i nostri vicini, non è per partito preso, ché anzi il partito preso del’antipatia e la Realpolitik funzionerebbero contro di loro. Ma è entusiasmante l’idea di vivere in un Paese dove l’intera nazione è disposta – per così dire – a scendere in guerra per la difesa di un individuo che ha il solo merito del passaporto con la croce.
Questo episodio è l’epitome e la gloria di una civiltà, quella europea, che è riuscita a rispettare l’uomo e il cittadino. Non perché nobile, non perché ricco, non perché temibile, semplicemente perché uomo e il cittadino.
Dolenti per Gheddafi: non solo sta combattendo la battaglia sbagliata nella maniera sbagliata, ma è riuscito a dimostrare che c’è qualcosa di più alto e di più bello delle alpi svizzere: l’orgoglio svizzero.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 febbraio 2010


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POLITICA
16 febbraio 2010
L'OROLOGIO A CUCU' SUONA LA CARICA
La Libia ha messo in atto una ritorsione contro tutti i paesi dell’area Schengen, perché in Svizzera è stata stilata una lista di 187 libici – fra cui lo stesso Gheddafi – cui non è permesso mettere piede nella Confederazione Elvetica. Il modo come è stata messa in atto – respingendo alla frontiera anche persone in possesso di visto, cioè senza preavviso e indiscriminatamente – esprime la considerazione che un governo non democratico e privo di grandi tradizioni ha per i semplici cittadini, anche di altri paesi.
Considerazione opposta si può fare per la Svizzera. Si tratta di un Paese troppo  accorto per non sapere che una lista di proscrizione, includente anche il rais e la sua famiglia, non avrebbe potuto che offendere i destinatari. Ma quella lista è nata come sanzione per il comportamento tenuto da quegli “importanti” personaggi nei confronti di semplici cittadini elvetici. Mentre Gheddafi pretende il diritto di maltrattare il personale dell’albergo perché lui è Gheddafi, per Berna la difesa dell’ultimo dei suoi cittadini vale una crisi diplomatica.
Stranamente, si tratta di due reazioni simmetriche. Quella di Gheddafi è stata per lesa maestà, ma anche quella svizzera è per lesa maestà: per Gheddafi, la sua propria maestà, fonte di ogni potere, per la Svizzera la maestà del popolo, fonte di ogni potere.
La Svizzera non è un Paese simpatico, soprattutto per noi italiani. I suoi abitanti hanno l’incredibile tracotanza di sentirsi superiori ai loro vicini e sarebbero perdonabili se fossero circondati da staterelli asiatici o dell’Africa Nera. Ma queste nazioni si chiamano Italia, Francia, Germania, Austria: cioè il meglio del meglio della storia del mondo. E se i cantoni hanno indubbi meriti; se le strade sono pulitissime; l’ordine regna sovrano; la sicurezza pubblica è altissima e la criminalità bassissima, questo non deve accecare al punto da dimenticare che Napoli, recentemente famosa per la sua spazzatura, qualche secolo fa, per non parlare della sua cultura, è stata fra le culle della grande musica. Per questo lo zurighese e il ginevrino, di fronte alla città del Vesuvio, devono togliersi il cappello con una mano, pure se con l’altra si turano il naso.
Se per una volta ci si sente di applaudire con tutto il cuore i nostri vicini, non è per partito preso, ché anzi il partito preso del’antipatia e la Realpolitik funzionerebbero contro di loro. Ma è entusiasmante l’idea di vivere in un Paese dove l’intera nazione è disposta – per così dire – a scendere in guerra per la difesa di un individuo che ha il solo merito del passaporto con la croce.
Questo episodio è l’epitome e la gloria di una civiltà, quella europea, che è riuscita a rispettare l’uomo e il cittadino. Non perché nobile, non perché ricco, non perché temibile, semplicemente perché uomo e il cittadino.
Dolenti per Gheddafi: non solo sta combattendo la battaglia sbagliata nella maniera sbagliata, ma è riuscito a dimostrare che c’è qualcosa di più alto e di più bello delle alpi svizzere: l’orgoglio svizzero.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 febbraio 2010


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POLITICA
13 agosto 2009
IL GOVERNO CHE SI MERITA
Pierluigi Battista, in un articolo grondante indignazione, parla dei crimini contro gli oppositori, e anche contro l’umanità, perpetrati da dittature che dimostrano di non avere nulla da temere dalla comunità internazionale. Battista è uno dei giornalisti più equilibrati che l’Italia possegga ma in questo caso si avrebbe voglia di rispondergli con una sola parola inglese: “Nonsense”.  Un modo esotico per dire: “sciocchezze!”
Il rispetto del singolo, e soprattutto del singolo oppositore, da parte dello Stato è uno dei massimi portati della civiltà. Prova ne sia che di esso si è avuta traccia solo in Inghilterra, quando ancora in Francia, perfino nel XVIII Secolo, il re poteva emettere lettres de cachet e fare imprigionare chiunque. È vero che non ne conseguivano torture o pene di morte, ma è anche vero che la Francia non era, già allora, né la Russia di Stalin né l’Arabia Saudita o l’Iran. E il XVIII Secolo è appena ieri, nella storia.
Battista dovrebbe sapere che non sono né le istituzioni né i paesi stranieri, quelli che possono imporre ad una determinata nazione quegli atteggiamenti civili per cui l’individuo può manifestare il proprio pensiero senza preoccupazioni. È al contrario proprio questo stadio di civiltà che conduce alle istituzioni democratiche. Gli italiani protesterebbero, se Berlusconi facesse chiudere Repubblica, ed è questo che permette a quel giornale d’insultarlo impunemente tutti i giorni, non un dimenticato articolo della Costituzione.
La realtà è che ogni Paese al proprio interno può fare quello che vuole e nessuno può impedirglielo; poi, che la mentalità internazionale – scottata dalle precedenti esperienze - è oggi assolutamente contraria agli interventi esterni per ragioni umanitarie. L’intero mondo ha biasimato Bush per avere rovesciato uno dei peggiori tiranni della storia: dunque tutta l’indignazione per l’inerzia dei Paesi democratici cade nel vuoto e suona come retorica. Gli stranieri, a cominciare da quella lettrice francese dell’università di Tehran, non devono immischiarsi negli affari interni dei paesi dittatoriali. Chi non è contento di come vanno le cose in un determinato posto, vada via. In silenzio.
Ma c’è qualcosa di ancora più serio e grave di tutto ciò che s’è detto fin qui. Se in Arabia Saudita alle donne non è permesso guidare l’automobile, o uscire di casa da sole, è perché questo è reputato giusto dalla maggior parte dei sauditi. Quando Stalin è morto, ci sono state migliaia di persone che hanno pianto in piazza. Lo stesso Iran è il paese che non ha sopportato lo scià modernista e tendenzialmente laico e si tiene ora, da più o meno un trentennio, una teocrazia oscurantista, oppressiva e proclive ad infliggere la pena di morte in piazza. Perché dunque voler salvare l’Iran? Non ce lo chiede e non ne ha nessun bisogno. Al massimo, dobbiamo salvare noi stessi dalla sua aggressività.
L’umanità occidentale è vittima dell’incapacità di concepire una mentalità diversa dalla propria. Noi siamo per la libertà di stampa e ci sembra assurdo che altrove non sia permessa. Siamo per una legislazione penale moderata e ci stupiamo della facilità con cui in Cina si infligge la pena di morte. Siamo per governi liberamente eletti e facili da abbattere, e ci stupiamo dell’eternità al potere di Fidel Castro o Gheddafi. Dovremmo invece pensare o che ai cubani Castro piaccia oppure che non abbiano la forza di rovesciarlo. E in questo secondo caso c’è da temere che, tolto un tiranno, se ne abbia un altro.
Molti forse non ricordano quel banale e cinico detto per cui ogni popolo ha il governo che merita. È inutile, come sembra fare Battista, rimpiangere l’ “esportazione della democrazia” o comunque una reazione credibile ed efficace dell’Occidente. Non ha senso scrivere che essa “è l’appuntamento che il presidente Obama e le democrazie europee non possono più mancare”. Altroché se possono mancarlo: non possono che mancarlo.
La famosa favola del Re Travicello ha un significato eterno. I popoli ingenui e moralisti, quelli che tendono all’assoluto meglio per punire l’assoluto male, e ascoltano tribuni come Di Pietro, si consegnano spesso all’assoluta dittatura. Sono solo i pragmatici disincantati come gli inglesi quelli che possono permettersi una democrazia che dura secoli.
La lettrice francese processata a Tehran ha sbagliato piazza. Se proprio aveva qualcosa da dire, doveva dirla a Hyde Park Corner.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 agosto 2009
http://www.corriere.it/editoriali/09_agosto_12/pierluigi_battista_l_impunita_dei_regimi_a8baa1be-86fd-11de-a53e-00144f02aabc.shtml

POLITICA
13 giugno 2009
GHEDDAFI SHOW
GHEDDAFI SHOW
Molti anni fa la BBC trasmetteva settimanalmente una conversazione di quindici minuti dal titolo “Letter from America”. Parlava Alistair Cooke, una sorta di monumento del giornalismo, morto poi novantaseienne nel 2004. Proprio questo insigne professionista una volta disse come andavano le cose in occasione di grandi incontri internazionali e conferenze. La gente si aspetta dai giornalisti che riferiscano tutto, mentre quei poveracci sono tenuti fuori dalle stanze in cui si parla seriamente, come il resto dei mortali. Possono solo dire a che ora è arrivato questo o quello, come erano vestiti, come hanno salutato e altri particolari assolutamente estranei alla sostanza dell’evento.
Né potrebbe essere diversamente. Nessuno deve aspettarsi che un incontro internazionale si tenga sotto l’occhio delle telecamere. Non possono essere mostrati a tutti gli scontri, i mercanteggiamenti, le minacce e tutte le armi, a volte piuttosto rudi, che i grandi usano per sostenere gli interessi del proprio Paese. Poi, dopo che si è discusso magari a colpi di calci negli stinchi, si stila un bel comunicato ufficiale ricoperto di glassa zuccherata. Le litigate furibonde divengono “colloqui aperti e franchi”, i rapporti tesi e i rancori divengono “tradizionali rapporti di amicizia”, e  quello si rende pubblico. La sostanza dell’incontro e il modo in cui si è effettivamente svolto sono cose che i comuni lettori apprendono dai ricordi degli interessati, decenni dopo. Ché anzi è proprio questa una delle ragioni del fascino della storia, quella vera. Cioè quella approfondita. È solo in questo genere di libri infatti che si vede come le cose realmente andarono. Il passato è spesso trasparente, l’attualità è spesso misteriosa.
Tutto questo rende ragionevole un certo disinteresse alla visita di Muammar Gheddafi. Si può essere indignati per gli onori tributati ad un dittatore, ma si scelgono gli amici, non i vicini di casa; si può essere divertiti dal narcisismo multicolore del personaggio, anche se non si può dimenticare quanto Mussolini tenesse all’effetto visivo; si può biasimare la cattiva educazione di chi arriva in ritardo a tutti gli incontri o l’ignoranza di chi pensa che la parola “democrazia” derivi dall’arabo, ma tutto questo non ha la minima importanza. Nella politica internazionale non si ha né il potere né l’interesse di giudicare gli altri. Non più di quanto, durante le olimpiadi, un lottatore possa prima esaminare il suo avversario dal punto di vista caratteriale o culturale.
Della visita di Gheddafi ognuno può pensare ciò che vuole. Tuttavia, se si vuol stare ai dati certi, bisogna dire: non ne so nulla e dunque non ne penso nulla. Se tutto ciò che è avvenuto dietro le porte chiuse sarà o non sarà nell’interesse dell’Italia, e se in concreto lo sarà in misura sufficiente per compensare i rospi che si son dovuti inghiottire, è cosa che solo il futuro ci dirà.
Se il governo italiano sarà stato messo nel sacco da colui che rimane orgogliosamente un beduino, tanto che vuole ricevere i suoi ospiti in una tenda, Roma avrà vissuto indimenticabili giorni di umiliazione. Se invece Silvio Berlusconi non avrà dimenticato, per amore di gloria o per vanità personale, le sue qualità di imprenditore,  e se sarà riuscito, come ogni buon commerciante, ad ottenere più di quanto ha dato, bisognerà essergliene molto grati. Non sarà la prima volta che si vendono fumo e lustrini in cambio di palanche.
Del resto, c’è un proverbio arabo che insegna: a un cane che ha denaro si dice signor cane.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 giugno 2009

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