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POLITICA
16 febbraio 2014
LA FINE DEL MISTERO FINI
Fini, attaccando Berlusconi, non era pazzo. Era il beneficiario di una congiura che non ebbe successo.

È giusto rassegnarsi dinanzi ai grandi arcani – “Perché esiste l’universo?” – ma è difficile rassegnarsi dinanzi agli interrogativi terra terra, quelli che una spiegazione l’hanno certamente. E infatti l’innamorato deluso smania: “Perché mi ha lasciato senza dire una parola?”
Stranamente, questo tormento è stato vissuto da molti riguardo a Gianfranco Fini. Tutti a chiedersi: perché mai ha caricato Berlusconi a testa bassa, se rischiava soltanto di uscirne scornato? Che cosa pensava di ottenere? Non gli era chiaro che per lui non ci sarebbe stato posto – come poi si è visto – né a destra né a sinistra? E soprattutto: poteva una persona di normale intelligenza – almeno questo gli va riconosciuto – non capire ciò che tutti capivamo? E tutti giù a scrivere cento volte queste domande. 
Il tempo è passato, Fini è praticamente scomparso dalla scena e finalmente abbiamo la spiegazione di tutto. Ce la fornisce Amedeo Laboccetta, persona insospettabile, per decenni fedelissimo sodale e braccio destro del longilineo politico. In un’intervista che è essenziale leggere(1), ci rivela che il suo amico non era pazzo. È vero: odiava Berlusconi con l’odio implacabile che suscita il peso eccessivo della gratitudine - è riuscito a dire: “Non avrò pace fino a quando non vedrò ruzzolare la testa di Berlusconi ai miei piedi” - ma un progetto l’aveva. E non da solo, naturalmente: ché in questo caso ben poco avrebbe potuto fare. Infatti “Il golpe contro Berlusconi non è cominciato nell’estate del 2011 come scrive Friedman. Ma molto prima, nel 2009. E a muovere i fili furono il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quello della Camera Gianfranco Fini, con l’aiuto di settori della magistratura e il "placet" di ambienti internazionali”. E al suo amico ignaro, che si stupiva dell’audacia del suo comportamento, chiariva: “Ma tu credi che io porterei avanti un’operazione del genere se non avessi un accordo forte con Napolitano?"».
Il suo implacabile accanimento contro il Cavaliere non era dunque una “critica dall’interno”, o una manifestazione di dissenso e democrazia: serviva ad accreditarsi agli occhi dei congiurati come uno dei nemici più velenosi dell’Uomo da Abbattere. 
Come tutti noi, e come sempre incapace di concepire l’odio e il tradimento, Berlusconi non capiva. “Ci chiese cosa voleva Gianfranco, ci chiese se si sentiva troppo stretto nel ruolo di presidente della Camera. E arrivò ad offrirgli la segreteria del partito”, ma non ottenne nulla. Fini “Mi disse che non avrebbe mai lasciato la terza carica dello Stato perché da lì poteva ‘tenere per le palle Berlusconi’ ”. E quest’ultimo, sempre candido, tentò ancora, ma ottenne soltanto la conferma della qualità umana del Presidente della Camera. Narra l’intervistato: “Una volta Berlusconi e Gianni Letta si recarono nell’appartamento di Fini alla Camera. Il Cav gli domandò cosa voleva per piantarla. Fini chiese la testa di due ministri, La Russa e Matteoli, e di Gasparri, che era capogruppo al Senato. Berlusconi trasecolò: ‘Ma sono tuoi amici’. E Fini replicò: ‘L’amicizia in politica non è un valore’ ".
La sua intenzione incrollabile era quella di distruggere Berlusconi e di sostituirlo come capo del governo. Programma piuttosto ambizioso, per le forze di cui disponeva, “E infatti – spiega il suo amico - quando lo ‘costrinsi’ a spiegarmi con quali numeri e appoggi voleva farlo, mi confessò che Napolitano era della partita. Usò proprio queste parole. Aggiunse che presto si sarebbero create le condizioni per un ribaltone e che aveva notizie certe che la magistratura avrebbe massacrato il Cavaliere. ‘Varie procure sono al lavoro’, mi svelò, ‘Berlusconi è finito, te ne devi fare una ragione’. E aggiunse che come premio per il killeraggio del premier sarebbe nato un governo di ‘salvezza nazionale’ da lui presieduto con la benedizione del Colle”. Come si vede, un piano molto preciso. "Tu non pensare che io giochi d’azzardo" aggiunse. "Credi che mi muoverei così se non avessi un accordo forte con Napolitano?". Il lettore giudicherà da sé il comportamento di tutti gli attori di questo dramma, Presidente della Repubblica incluso, se tutti i fatti narrati sono veri.
Si arriva così al famoso voto di fiducia di dicembre cui Berlusconi sopravvisse per un paio di voti, e cui invece non sopravvisse Fini. L’esito del piano fu disastroso. Il Tirannicida rimase attaccato come un’ostrica alla sua poltrona di Presidente della Camera ma come un vuoto a perdere. E alla scadenza sparì. 
Se è triste morire, ancor più triste morire rimanendo vivi. Ma Fini l’ha meritato. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
16 febbraio 2014
(1)http://www.iltempo.it/politica/2014/02/12/quando-fini-mi-disse-che-era-d-accordo-con-il-colle-1.1218409


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CULTURA
7 dicembre 2013
BRUTO AVREBBE UCCISO BERLUSCONI?
Un istinto magnanimo – per chi l’ha – spinge a vedere le ragioni dei vinti, dei condannati, dei reietti. Naturalmente non quando il crimine è motivato da ragioni abiette o demenziali, ma quando è ispirato da idee che possiamo accettare almeno come soggettivamente plausibili. Se Jago è spregevole perché agisce per invidia, si rimane invece perplessi dinanzi a Bruto il quale, come Cassio, non voleva il posto di Cesare; voleva anzi che Cesare non avesse quel posto di sovrano che poi ebbero tanti Imperatori, dopo Augusto. I due assassinarono un grand’uomo contro cui non avevano niente, personalmente, in nome di un’idea di Repubblica e in fin dei conti di libertà. I romani non perdevano tempo a descrivere conflitti intellettuali o di coscienza e il Bruto di cui parliamo è forse “l’uomo d’onore” di cui parla il Marcantonio di Shakespeare. Ma se Cesare l’ha chiamato figlio, e se il giovane non era un mostro, non può non aver superato un grave conflitto intimo. 
In primo luogo, Bruto non poteva ignorare che Cesare non era ancora un dittatore e che non si può eseguire una condanna a morte per un reato che non è stato ancora commesso. Dunque non può essere assolto. Inoltre contro i congiurati v’è sempre un argomento pressoché insormontabile: il rigetto della spendibilità di una vita umana in nome di qualcosa di astratto. Il tirannicidio è ammissibile quando si tratta di sopprimere un mostro non altrimenti eliminabile: Caligola, Hitler. Nei rimanenti casi, soprattutto quando il tiranno è caduto, da Mussolini a Ceausescu, il loro omicidio è soltanto un crimine. Senza dire della perplessità che suscita una condanna giudiziaria nella forma e politica nella  sostanza come non può non essere quella di un autocrate: e si pensa a Carlo I o Saddam Hussein. Anche se ragionevolmente quest’ultimo non può essere comparato al sovrano inglese.
Grazie al cielo, nella politica italiana non si procede con stilettate nelle spalle o con agguati in strade buie. Ma la lunga dominazione di Berlusconi sulla totalità del suo partito e su metà del Paese ha suscitato istinti belluini persino in coloro che gli dovevano tutto. Si direbbe che in loro si sia manifestato un freudiano anelito di maggiore età mediante il parricidio: i congiurati non hanno tanto voluto “uccidere il padre” per il male fatto a loro o al Paese, quanto per l’ombra che proiettava e li annichiliva. Le discussioni e le critiche politiche sono secondarie. Se Gianfranco Fini avesse agito per un razionale interesse politico non si sarebbe ridotto a un ricordo sbiadito ed irriso. Forse ha ceduto ad una pulsione passionale in linea con quella di Jago: se io non posso essere lui, che almeno lui non sia più sé stesso.
Oggi il discorso vale per Angelino Alfano. Anche lui drammaticamente chiamato “figlio” da chi ha pugnalato. In questo caso il momento in cui il tradimento sarebbe parso inverosimile è talmente vicino da avere ancora sapore di presente: non sono passati nemmeno tre mesi da quando i rapporti tra lui e Berlusconi erano improntati ad una tale affettuosità e fedeltà, che ambedue si sono sentiti in dovere, per decenza, di confermarli anche dopo la rottura. Ma è stato come promettere di raccogliere la pioggia che si è già infiltrata nel terreno. Infatti meno di due mesi dopo abbiamo un nuovo partito, col suo bravo simbolo da società del gas. Oggi si amerebbe dunque vedere nel progetto di Alfano qualcosa di più di una ribellione in nome della raggiunta maggiore età e invece si è costretti, come nel caso di Fini, a dubitarne. 
Se Alfano raggiungerà grandi risultati, ne saremo lietissimi e diremo che un’azione moralmente discutibile sarà stata valida politicamente. Ma non sembra probabile. Si è tenuto in piedi un governo che oggi sembra rattoppato con lo spago; la stessa partecipazione dei “governativi” domani potrebbe essere ridimensionata: lo chiede Renzi; il governo potrebbe adottare provvedimenti tali da mettere Alfano e gli altri dinanzi al dilemma se dimettersi – e avere rotto con Berlusconi per nemmeno un piatto di lenticchie – o accettare altre tasse, altra depressione, altre patrimoniali, per essere infine sputati via dall’elettorato alla prima occasione. 
Forse bisognerebbe pensarci più di due volte, prima di commettere un parricidio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 dicembre 2013


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POLITICA
28 ottobre 2011
IL CANCRO DELLA DEMAGOGIA

Recentemente Gianfranco Fini, invece di pensare ai trecentomila scheletri che ha nell’armadio, ha irriso a Ballarò la moglie di Bossi, ex insegnante, perché a suo tempo si è messa in pensione a trentanove anni. I leghisti si sono vivamente risentiti e in Parlamento si è quasi arrivati allo scontro fisico. Da una battuta scema si è passati alla solita tragicommedia nazionale.

Molti hanno risposto a Fini che la signora ha lasciato il lavoro ai sensi di una legge vigente in quel momento. Dunque non le si può imputare nulla. In quel caso il delinquente è stato quel Parlamento che ha votato una legge demagogica senza curarsi dell’ingiustizia di caricare, sulle spalle dei contribuenti, il mantenimento di persone che potevano benissimo lavorare ancora a lungo. Per non parlare del danno ai conti dello Stato. Ma, appunto, chi erano questi deputati e questi senatori?

La legge è del 1973 e gli Anni Settanta del secolo scorso sono stati quelli del compromesso storico. Come sa chiunque si interessi di politica, il tempo in cui praticamente tutte le leggi sono state concordate fra il Pci e la maggioranza, in questo caso composta da Psi, Psdi, Pri e Dc, tre partiti di sinistra e uno che “guarda a sinistra”. Infatti, secondo i massimi pensatori politici del tempo (per esempio Aldo Moro) non si poteva tenere fuori dall’area del potere un partito che riceveva i suffragi di un terzo degli italiani, anche se formalmente il Pci doveva rimanere all’opposizione, perché il suo ingresso nel governo avrebbe creato uno sconquasso non solo nell’area Nato ma anche nell’area del Patto di Varsavia. L’Unione Sovietica temeva, come scrive Malgieri(1), che i satelliti avrebbero potuto sognare analoghe e speculari proposte. Il Pci dunque stava all’opposizione ma dall’opposizione co-governava.

La legge di cui parliamo è stata voluta da tutti i partiti italiani dell’ “arco costituzionale”, in particolare dal Pci, e non si è esitato a concedere la pensione alle impiegate pubbliche con figli dopo quindici anni di servizio, e agli impiegati pubblici in generale dopo venti. Con assegni pressoché pari alla retribuzione. Sempre secondo Malgieri(2), qualcuno si rendeva conto della immensa nocività del provvedimento, ma in particolare il Pci non aveva interesse a fare il bene dell’Italia. In tale perverso gioco, l'opposizione poté perfino compiacersi del ‘tanto peggio, tanto meglio’ dato che, alla fin fine, avrebbe potuto sperare di far ricadere la responsabilità del ‘peggio’ sugli altri, dato che la pubblica opinione, in vasta misura, non si rendeva conto dei legami consociativi occulti”.

Gianfranco Fini dovrebbe dunque prendersela in primo luogo con quel Terzo Polo nel quale è andato ad accasarsi, perché gli ex Dc sono i primi responsabili dello sconquasso. Inoltre dovrebbe prendersela col Pd, che raccoglie gli eredi del Pci e della sinistra Dc. Il peggio del peggio. Mentre sicuramente innocente è la Lega Nord che in quel tempo non esisteva. Prendersela con un singolo cittadino, e con la moglie di Bossi in particolare, è perfettamente stupido.

Immaginiamo che un miliardario impazzisca e si metta a distribuire a migliaia biglietti da cento euro a tutti quelli che incontra. Ci si può ragionevolmente aspettare che i viandanti rifiutino il regalo con la motivazione che quell’uomo, così facendo, sta sottraendo una parte dell’eredità ai suoi figli? Li si può condannare? È quell’uomo, il pazzo, non loro.

Stava ai parlamentari non comportarsi come una banda di lanzichenecchi all’assalto dell’Erario. Sono loro che avevano l’elementare dovere di proteggere le finanze dello Stato e di non caricare, col debito pubblico alimentato da leggi del genere, un peso insostenibile sulle spalle delle generazioni future. E se la signora Bossi, una singola professoressa, non si fosse messa in pensione, avrebbe salvato l’Italia? In un mondo in cui si è dovuto attendere il 1992 perché si cominciasse a mettere rimedio alla monumentale stupidità di quella norma?

La colpa di quell’antica legge come dell’attuale battuta di Fini è dell’irrefrenabile tendenza italiana alla demagogia. Una tendenza di cui abbiamo un altro bell’esempio nella reazione dei partiti e dei sindacati  alle richieste dell’Europa e ai provvedimenti del governo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

28 ottobre 2011


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12 agosto 2011
L'ETEROGENESI DEI FINI
Che cosa si intende con l’espressione “eterogenesi dei fini”, che pure ha tanto successo? La parola eterogenesi è composta da “etero”, che significa “altro” e “genesi”, che significa origine. Per quanto riguarda la parola “fini”, essa normalmente significa scopi, e che scopi significhi proprio in questo caso è provato dal fatto che in tedesco - lingua in cui è nato il concetto - la parola usata è “Ziele”: e Ziele significa bersagli, scopi, finalità, non certo Ergebnisse, risultati. Dunque il significato totale sarebbe: “origine diversa degli scopi” e il fatto che la parola “scopi” sia plurale fa escludere che si tratti del medesimo scopo.
Dovendo dunque ipotizzare un esempio concreto, pensiamo a due persone delle quali una ha deciso di andare al cinema, perché vuole divertirsi, e una ha deciso di sturare il lavandino di casa che si è intasato. Gli scopi sono diversi (il divertimento e la necessità) ed hanno chiaramente origine diversa: l’uno il piacere che ha l’uomo di divertirsi, l’altro il bisogno che l’uomo ha di lavarsi, facendo defluire via l’acqua sporca. Ma è proprio questo, che si intende, quando si parla di “eterogenesi dei fini”? E sarebbe necessario creare una massima elegante per dire che “le persone che fanno cose diverse hanno finalità diverse”? Eppure l’analisi delle parole non sembra poter condurre ad altra conclusione.
Una seconda ipotesi, è che “fini”, benché plurale, abbia un significato per così dire singolare e si riferisca più alla situazione di arrivo che alle intenzioni. L’esempio diviene: due persone che non si conoscono si trovano intrappolate in un ascensore, tra il terzo e il quarto piano, a causa di una interruzione della corrente elettrica. L’uomo si trova nell’ascensore perché andava al quinto piano a trovare la propria amante, la donna si trova nell’ascensore perché ha fatto la spesa e torna a casa, dal momento che abita all’ottavo piano. Gli scopi per i quali hanno preso l’ascensore sono profondamente diversi ma ora ambedue si trovano lì. Questa interpretazione è meno illogica della precedente, ma urta contro il significato delle parole. Infatti ciò che è notevole non è il fatto che ognuna delle due persone avesse uno scopo diverso, per essere lì, è notevole il fatto che esse siano lì, per motivi diversi. Notevole è che alla differenza degli scopi (eterogenesi dei fini) corrisponda un identico risultato. E allora l’espressione giusta dovrebbe essere: eterogenesi dei risultati, non dei fini. Che i fini siano diversi per azioni o risultati diversi non è notizia, è notizia che la conclusione sia identica pure se gli interessati tendevano a cose diverse. In sintesi: diversità (non genesi) delle intenzioni, identità delle conclusioni. E se proprio si vuol usare la bella parola costruita con gli etimi greci, la si riferisca ai risultati che sono – essi sì – generati da fini diversi.
Per vedere se l’origine della frase può aiutare, si può consultare Wikipedia, secondo la quale l’espressione eterogenesi dei fini (Heterogenesis der Ziele) “fu coniata dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt”. Essa corrisponderebbe a “indicare conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali”. Ma anche in questo caso si fa riferimento alle conseguenze, non agli scopi. Anche per questa via si giunge alle conclusioni precedenti: eterogenesi del risultato, non dello scopo.
Ma tutto questo potrebbe essere erroneo e si rimane in attesa di più approfondite e dotte spiegazioni da chi può fornirle.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
12 agosto 2011


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POLITICA
23 luglio 2011
FINI ANDAVA COMBATTENDO ED ERA MORTO

Settimane fa, dalle colonne di “Affaritaliani”, qualcuno ci ha accusati di ossessione anti-finiana. Invece stiamo bene, grazie. È solo che la curiosità sul comportamento di Gianfranco Fini è un inesauribile rovello. Una incompressibile voglia di comprendere l’incomprensibile, di trovare un filo razionale in un progetto che appare demenziale. Infatti, non essendo il Presidente della Camera uno stupido, il non capirlo ci fa dubitare, prima che della sua, della nostra intelligenza. Dunque non trascuriamo nessuna occasione di chiarimento, essendo pronti a riconoscere, con un sospiro di sollievo: “Ci eravamo sbagliati, finalmente abbiamo capito!”

Purtroppo, fino ad oggi ci siamo dovuti contentare della vecchia constatazione secondo la quale il comportamento umano non è guidato esclusivamente dall’intelligenza: so così fosse, gli psicoanalisti sarebbero tutti disoccupati.

Nel suo intervento alla “convention” del Terzo Polo, Fini ieri ha detto che “dar vita ad alleanze coatte rischiava di imprigionare le energie più sane della società e di cancellare una vera democrazia dell'alternanza di cui il Paese ha bisogno”. Le alleanze coatte erano costituite dalla fondazione del Pdl.  Perché questa avrebbe dovuto avere quei catastrofici effetti non è spiegato. Innanzi tutto le alleanze non erano coatte: prova ne sia che Casini ha rifiutato. Poi non è detto che fossero “le energie più sane”: prova ne sia che fra quelle “energie” c’erano anche Bocchino, Granata e lui stesso, Fini. E poi, perché il Pdl dovrebbe cancellare una democrazia dell’alternanza, se oggi tutti – incluso lui, Fini – dicono che questo governo è morto e bisognerebbe farne un altro, di segno opposto, domani? Se questo è possibile, l’alternanza è possibile anche in presenza del Pdl.

Dice Fini: tutto questo Casini l’aveva capito prima. Lui no. O lui non l’ha capito, e dove sarebbe finita, quell’intelligenza di cui poco fa gli davamo atto?, oppure ha accettato di entrare nel Pdl perché gli è stata promessa la poltrona di Presidente della Camera, cui tiene al punto di mancare alla parola data. Dunque è meglio che non dia lezioni.

Il leader del Fli ha poi auspicato che sia archiviato un “bipolarismo primitivo”, anche se questo non significa “cancellare una democrazia dell'alternanza basata su valori condivisi”. Che cosa significhi tutto questo (a partire dall’aggettivo “primitivo”) altri lo capirà meglio di noi.

Comunque, secondo l’articolo(1) del Sole 24 ore che riporta questo intervento, il progetto di Fini e Casini sarebbe quello di un’alleanza con la Lega capeggiata da Roberto Maroni: “La maggioranza indichi un nuovo premier e il Terzo polo, in questo caso, non si tirerà indietro”. Vediamo se abbiamo capito bene: sia Fini sia Casini sarebbero disposti ad allearsi con il Pdl purché il primo ministro non fosse Berlusconi. Il vecchio principio “ttb”, tutti tranne Berlusconi. È politica, questa? Come diceva Eleanor Roosevelt, “grandi menti parlando di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone”.

Ma a tutto concedere, anche accettando questa politica di ripicche e risentimenti da cantanti liriche, i due esponenti del Terzo Polo sembrano dimenticare che Berlusconi non è centrale del Pdl per virtù dello Spirito Santo ma perché i voti se li è conquistati. È lì perché gli elettori ce l’hanno mandato. E ora con quale diritto (stavamo per dire senso del reale) Fini e Casini possono dirgli: “Scostati ché ci vogliamo sedere sulla tua sedia”? Fra l’altro, se ci riuscissero, otterrebbero qualcosa di contrario a ciò che hanno voluto gli elettori.

La verità è che questi sono leader vecchio modello. Di quel genere che reputava che la politica cominciasse il giorno dopo lo spoglio delle schede. Una volta che il popolo si era espresso, si poteva anche andare contro la sua volontà. Bastava organizzare la giusta congiura di palazzo.

Naturalmente siamo abbastanza realisti (cinici?) per non scandalizzarci. In politica chi vince poi si vede dare ragione. Se dunque il progetto finiano fosse fattibile, diremmo: “Perché no?” Ma nella realtà quante probabilità ci sono che Maroni riesca a sfilare il partito dalle mani di Bossi? E quante probabilità ci sono che intenda farlo? E il giorno in cui volesse fare un governo contro il Pdl con chi si alleerebbe, dal momento che il Terzo Polo da solo non basta certo? Col Pd? E il Pd accetterebbe Fini? E Casini rischierebbe di andare (da solo, in quanto non seguito dai suoi elettori) con l’estrema sinistra?

Non è questa l’occasione in cui potremo esclamare: “Finalmente abbiamo capito!” Per oggi ci sembra che il Nostro non si sia reso conto di ciò che gli è successo. Come scriveva Francesco Berni: “E come avvien quand'uno è riscaldato, Che le ferite per allor non sente, Così colui, del colpo non accorto, Andava combattendo ed era morto”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
23 luglio 2011

http://komunistelli.oknotizie.virgilio.it/go.php?us=61b51add4de11e6e


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POLITICA
10 aprile 2011
FASCIO E MARTELLO
Ci sono frasi famose col pedigree. Dopo Monaco (1938) qualcuno disse: “La Francia e l’Inghilterra dovevano scegliere fra la guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra”. Chi era questo qualcuno? Winston Churchill, senza alcun dubbio: “Britain and France had to choose between war and dishonour. They chose dishonour. They will have war”.
Purtroppo non sempre va così. Ci sono altri detti che, pur essendo notissimi, non hanno un padre legittimo. Eccone uno: “Il diavolo si nasconde nei particolari”. Tutti conoscono la massima, tutti la citano, ma chi l’ha detta per primo?
Ecco un altro antico esempio di saggezza orfana: “Gli dei rendono folli coloro che vogliono rovinare”. Forse è solo un’ovvietà ma oggi se ne ha una riprova a Latina. Qui, per le amministrative, sembra che i finiani si vogliano alleare con il Pd e la sinistra, in accordo con lo scrittore Antonio Pennacchi, in passato sospettato perfino di simpatie per i brigatisti. Naturalmente la cosa provoca malumori e defezioni ma il progetto va avanti: potrebbe perfino avere il sostegno della finiana di ferro Flavia Perina. Siamo al fascio comunismo.
Ci sono degli intelligentoni che immaginano la gente curva ad almanaccare sulla politica, ad elaborare audaci teorie sincretiche capaci di conciliare gli inconciliabili, di gettare ponti fra rive lontane oceani, di credere alla cusaniana coincidenza degli opposti. Non ricordano che se per decenni hanno predicato che il Diavolo è l’origine di ogni male, non possono, nel giro di qualche mese e neppure di qualche anno, predicare che l’adorazione del Diavolo è la via della salvezza.
La conversione è un fatto drammatico e individuale. È il frutto di una crisi violenta che richiede coraggio e si paga con la sofferenza. Non ultima quella di vedersi chiamare rinnegato dai precedenti compagni di fede. Per questo essa non è un fatto frequente: è più comodo adagiarsi su ciò che si è sempre creduto, con i correligionari di sempre. Da San Paolo all’Innominato, da un qualunque spretato a Giuliano Ferrara, chiunque cambi casacca sa che dovrà pagarla.
La conversione corale ha invece un altro meccanismo. Non una crisi conclamata e confessata, ma il semplice riconoscimento di un cambiamento già avvenuto. Non è che nel 1944 gli italiani da fascisti si siano improvvisamente trasformati in antifascisti: avevano smesso ben prima. Quando hanno visto i disastri della guerra: infatti i primi dubbi nacquero già nel 1942. Analogamente, non è che di colpo i sovietici siano diventati anticomunisti: la verità è che soffrivano da tanti anni senza potere nemmeno dirlo. Dunque appena hanno avuto la possibilità di liberarsi di quel cilicio non hanno esitato un momento. Ancora oggi in Polonia come in Russia, in Ungheria come nella Repubblica Ceca, non c’è nessuna seria possibilità che il comunismo riprenda il potere.
L’Italia ha un’irrefrenabile vocazione alla guerra civile fredda. Il solco costante e invalicabile è fra destra e sinistra. E oggi, per motivi nevrotici ma altrettanto profondi, fra berlusconiani e antiberlusconiani. La gente la politica la vede così. Anche ad ammettere che, con ottime motivazioni, il Pd reputasse che il suo leader migliore, il suo candidato ideale sia Gianni Letta, non potrà mai proporgli questo incarico perché, per la gente, Letta è l’uomo di Berlusconi e Berlusconi è l’arcinemico. Preclusione assoluta.
Gianfranco Fini e i suoi amici tutto questo sembrano averlo dimenticato. Sono diventati talmente “di sinistra” da essere, come la sinistra, autoreferenti. Hanno perso completamente il polso del popolo. Per il Pd l’aiuto dei finiani potrebbe essere una ragione di squalifica, per il Fli il fatto che il Pd l’accetti come alleato potrebbe essere il bacio della morte.
Questi traballanti fuorusciti dal Pdl hanno come sola religione l’antiberlusconismo e non capiscono che la gente identifica Fini con Casini e Berlusconi, non certo con la sinistra. Inoltre, per quanto in crisi possano essere le ideologie, nessuna di esse può vivere dell’essere “anti”. E per giunta, in Italia tutti gli “anti” sono già occupati. Dell’antiberlusconismo si vuole campione il ringhioso Di Pietro e anti-tutti è, fino ad ora, Casini. Fini, se vuole, può reggere lo strascico di Pierferdinando. Ma su quello di Bersani inciamperebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 aprile 2011



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POLITICA
27 marzo 2011
LIBIA, FRANCIA, GB, D'ALEMA E FINI
La vicenda libica rappresenta una novità. È dal tempo della politica delle cannoniere che l’Europa non provava ad imporre la sua volontà ad un Paese straniero. I casi dell’Afghanistan o dell’Iraq non fanno parte di questa politica perché in essi si è fatto ricorso alla guerra tradizionale: le cannoniere invece servivano a dimostrare il possesso dei muscoli senza doverli usare.
Francia e Inghilterra probabilmente si sono sentite autorizzate a cercare di scacciare Gheddafi perché, nel corso degli anni, quel rais è riuscito a farsi molti nemici: prova ne sia che quasi nessuno ne ha preso le difese. Ma in questo caso, potrebbe dire qualcuno, le cannoniere hanno sparato eccome. Al Colonnello infatti sono stati inflitti notevoli danni. Vero. Ma, pur costituendo tecnicamente atti di guerra, i raid non sono una guerra: o almeno, non possono imporre una capitolazione. Gli anglo-americani hanno inflitto enormi ed inutili danni alle città della Germania nazista e tuttavia la fine è arrivata quando gli eserciti sono arrivati a Berlino. Una guerra non si vince solo dal cielo.
La politica della cannoniere tende ad intimidire. Essa è ottima se raggiunge l’obiettivo con poca spesa; se viceversa l’avversario non si arrende, si è obbligati a passare all’azione. Diversamente, ci si rende ridicoli. Nel caso della Libia l’azione sarebbe una guerra di terra che la Risoluzione 1973 dell’Onu vieta, che costituirebbe un grande scandalo in Africa e che né la Francia né la Gran Bretagna hanno preso in considerazione. E allora?
Probabilmente si pensava che i ribelli avrebbero vinto, come era avvenuto in Tunisia e in Egitto, e che bastasse dunque dare l’ultima spintarella. Invece si è subito visto che Gheddafi rimaneva al suo posto. Fra l’altro si sarebbe capito che quei due grandi Paesi pensassero ad attivarsi quando ancora si poteva avere qualche dubbio, ma sono intervenuti quando le forze di Gheddafi erano in vista di Benghazi. Per così dire tentando di vincere la guerra civile al posto dei rivoltosi. Oggi possono vantarsi del fatto che le truppe governative hanno abbandonato delle posizioni, ma i governativi potrebbero indietreggiare di qualche chilometro per evitare danni (distruzione di carri armati) in attesa che gli alleati si stanchino di bombardare (e spendere soldi). Chi scommetterebbe su un’avanzata dei ribelli fino a Tripoli?
L’Italia non ha potuto negare le basi, ma non è andata oltre: e ha fatto benissimo a dichiarare che non avrebbe sparato un colpo. Questo potrebbe limitare di molto i danni.
Il futuro rimane comunque incerto e mentre aspettiamo la fine possiamo stabilire due curiosi parallelismi con la politica italiana.
Muammar Gheddafi è riuscito a rendersi antipatico agli Occidentali con la lunga serie di attentati terroristici e con le sue eccentricità. È anche riuscito a rendersi sgradito ai vicini, con un eccesso di attivismo e di ambizioni. Chi non ricorda l’UAR, l’unione di Libia, Egitto e Siria? E una volta il caro Muammar non arrivò a mancare di rispetto al sovrano dell’Arabia Saudita? È vero che l’antipatia non è una grande componente della politica internazionale ma si può pensare che il Colonnello avrebbe avuto maggiore sostegno, dai vicini, se non si fosse ripetutamente squalificato. Alla fine certi nodi possono venire al pettine.
Ecco il collegamento con la politica italiana: chi è urtante può lo stesso avere grande successo, ma se esagera può finire come Massimo D’Alema: considerato da tutti molto capace e molto importante, è tuttavia tenuto sempre da parte. Al punto che oggi è quasi un nessuno.
Il secondo collegamento è con Gianfranco Fini. Mentre Francia e Gran Bretagna davano inizio al loro attivismo guerresco, ci chiedevamo sconsolati: ma dove vogliono andare? Trovavamo l’impresa assurda e sterile. D’altro canto, avendo grande stima di quei due gloriosi Paesi, abbiamo continuato a dirci: magari ci sarà un senso, dietro tutto questo. Ma quale?
Lo stesso con Fini. Dopo esserci chiesti per mesi a cosa mirasse, e come intendesse trasformare quella via verso il disastro in una via verso la vittoria, abbiamo visto che la razionalità a volte è utile: ciò che appariva assurdo era effettivamente assurdo. Ciò che preludeva ad un disastro conduceva effettivamente al disastro.
Se oggi se Fini non fosse ancora Presidente della Camera lo si dimenticherebbe.
Amiamo troppo la Francia e l’Inghilterra per non sperare che per loro ci sbagliamo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2011


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16 marzo 2011
L'ARCHIVIAZIONE DEL CASO FINI, GIURIDICAMENTE
Il punto di vista penale, civile, morale
Il Presidente dei gip di Roma, Carlo Figliolia, ha archiviato il procedimento per truffa a carico di Gianfranco Fini. Il caso è giuridicamente interessante. Per meglio capirlo, immaginiamo un ricco signore che, per benevolenza verso un giovane, è disposto a regalargli del denaro. Per esempio centomila euro, “perché lui ne faccia ciò che vuole”. Il beneficiario però gli racconta che ha in vista un investimento lucrosissimo, tanto che, se invece di centomila gliene dà duecentomila, presto potrà raddoppiare la somma. Gli potrà così restituire il prestito e rimanere in affari con i duecentomila guadagnati. Il ricco signore dà i duecentomila euro ma  il giovane sparisce. Non c’era in vista nessun affare e si è giuridicamente trattato di una truffa. Per essa infatti si richiedono artifizi e raggiri (qui costituiti dall’esistenza del presunto affare), l’induzione in errore (l’anziano ha creduto al giovane), l’ingiusto profitto (i 200.000 € intascati dal giovane) e il danno del truffato (i 200.000 € perduti dall’anziano).
Se invece il ricco signore offrisse centomila euro al giovane “perché lui ne faccia ciò che vuole”, e il giovane li perdesse la sera stessa alla roulette, non ci sarebbe nessun reato. L’anziano infatti i soldi li ha regalati, non ha subito nessun danno e il giovane non l’ha ingannato. Ha perduto denaro ormai suo. L’art.640 del codice penale non scatta.
Per il Presidente dei gip di Roma, siamo in un caso come questo. La contessa Colleoni regala la casa ad An. L’attività (anche commerciale) di An è nelle mani di Gianfranco Fini il quale può dunque regalare la casa a chi vuole. Del resto, egli non ha indotto in inganno la contessa, morta da tempo. Non ha detto ai dirigenti di An che vendere una casa per meno di un terzo del suo valore fosse un affare (sarebbe stato un raggiro), ed anzi non li ha neppure consultati. Non ha insomma truffato nessuno, proprio perché in lui eventualmente coincidevano il truffatore e il truffato. E nessuno può raggirare se stesso.
Qui però sorge immediatamente un’obiezione. Il giovanotto che perdette tutto alla roulette era l’unico proprietario della somma. Se invece fosse stato a capo di un sodalizio, per esempio sorto per accudire i gatti randagi, e la somma gli fosse stata regalata proprio per favorire quello scopo, avrebbe lo stesso potuto sprecarla nel modo che si è detto? Certo che no. Gli altri soci l’avrebbero accusato di essersi appropriato di una somma di denaro che apparteneva alla società. Infatti l’art.2634 del Codice Civile stabilisce il reato di infedeltà patrimoniale: “Gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni”.
Fini si trova esattamente in questa condizione ma il procedimento è stato archiviato perché il Codice civile parla di società regolarmente costituite, mentre qui la situazione è diversa. Come scrive il dr. Figliolia: “trattasi dunque di una disposizione patrimoniale decisa dal presidente e amministratore di una associazione non riconosciuta… pertanto autorizzato a disporre del suo patrimonio”. Il fatto di essere An un’associazione non riconosciuta salva Fini giuridicamente. Moralmente, ognuno giudichi da sé.
Facciamo ancora una volta un esempio. Un signore costituisce l’Associazione Gatti Randagi, una signora gli lascia un milione di euro in eredità, e lui lo spende senza dar conto agli altri soci dell’Associazione. Questi del resto, avendo fiducia in lui, gli hanno conferito una procura generale per amministrare l’associazione stessa. Egli non ha gli obblighi di fedeltà dell’amministratore di una società per azioni o anche in accomandita e intascando il milione non raggira i soci. Dunque non è colpevole di truffa.
Lasciando da parte l’aspetto morale della vicenda, sulla quale nessuno ha bisogno di illustrazioni, rimane il fatto che l’Associazione Gatti Randagi, la cui esistenza è ciò che ha motivato la signora a lasciare quella somma in eredità, ha subito un notevole danno patrimoniale. E proprio per questo i magistrati di Roma sono arrivati alla conclusione che Fini può essere perseguito in sede civile ed essere magari costretto a rifondere ad An il resto del valore della casa quasi regalata al quasi cognato Giancarlo Tulliani.
Considerazioni finali. Stupisce che i legali della Destra Nazionale abbiano denunciato Fini e Pontone per un reato di truffa, di cui essi sarebbero stati contemporaneamente e sorprendentemente gli autori e le vittime, gli imbroglioni e i raggirati. Ma stupisce molto di più che un paladino della correttezza e della legalità, la terza carica dello Stato, abbia regalato l’equivalente di seicento-settecentomila euro non suoi. Sarebbe come se, in casa d’altri, essendoci stato detto in biblioteca che “possiamo prendere ciò che vogliamo”, ci mettessimo in tasca il cucchiaino d’argento del servizio da tè.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 marzo 2011


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POLITICA
26 febbraio 2011
GLI EPITETI DELLA SINISTRA
In “La Guerre de Troie n’aura pas lieu”, una delle opere teatrali più divertenti e profetiche degli Anni Trenta, Jean Giraudoux introduce una scena spassosa. L’anziana Ecuba insegna che, in battaglia, bisogna vincere sul nemico anche con gli “epiteti”. Per questo chiede di suggerire insulti particolarmente irritanti e ognuno dice la sua. Alla fine la nipotina gliene rivolge uno che fa reagire la vecchia: “Vuoi uno schiaffo?”
In battaglia, secondo Giraudoux, si usavano sia gli epiteti sia le armi, in politica si usano sia le parole sia i voti; ma come in guerra gli insulti da soli non fanno vincere, così in politica le parole non valgono nulla se non sono sostenute dai voti. Purtroppo questa elementare verità è assolutamente ignorata.
Gianfranco Fini, non che occuparsi del fatto che il suo già piccolissimo partito si sta sfaldando, insulta il Primo Ministro. Come se questo mettesse rimedio ai suoi guai. O come se coloro che l’ascoltano questi guai per magia li dimenticassero. Ad Annozero il capo di Futuro e Libertà è arrivato a dire che si dimette se si dimette anche Berlusconi. Che è come dire: “Lascio il mio posto di netturbino se si dimette anche il sindaco”.
Pierluigi Bersani, come un cucù, esce ad ogni ora dalla sua casetta per dire: “Berlusconi si deve dimettere”. Come se il Cavaliere gli dovesse obbedienza e fosse in ritardo nell’esecuzione. O come se ripetere “Oggi deve proprio piovere” facesse cessare la siccità.
Tutta l’opposizione è sconsolatamente parolaia. Ad ogni provvedimento del governo “insorge”; dice che il comportamento della maggioranza è “inaudito” (e di inaudito, in politica, possono parlare solo i sordi); parla di prevaricazione e di incostituzionalità e infine, quando proprio non si sa che altro dire, invoca l’intervento di Napolitano: “Non firmi!”, intima. Poi il centro-destra risponde per le rime e la giostra riparte per un altro giro.
Lo spettacolo è penoso. Da mesi molti giornali dànno Berlusconi per morto e con questo credono d’averlo ammazzato. In Parlamento si è tentata la carta della sfiducia e il risultato è la transumanza di molti parlamentari da sinistra a destra. Azzerando le speranze della sinistra, della stampa, dei bloggers e soprattutto di Futuro e Libertà. Da un lato un diluvio di “epiteti”, dall’altro i fatti.
Naturalmente non si sta dicendo che la minoranza si debba mettere a battere le mani al Capo della maggioranza. Si sta solo dicendo che non bisogna essere ridicoli. Se il Bari ha 15 punti e il Milan ne ha 55, è comprensibile che la squadra pugliese si lamenti di qualche arbitraggio discutibile e perfino della malasorte: ma che accusi il Milan di essere in testa perché bara, perché è favorito dagli arbitri, perché compra le partite, perché minaccia di morte le squadre avversarie, alla fine è patetico. In ogni classifica c’è un primo e un ultimo: e se è bene che il primo, per ragioni di buon gusto, non faccia del sarcasmo sugli sconfitti, è anche bene che l’ultimo rispetti la forza di chi, tante volte, lo ha battuto. Non serve a nulla, inventare mille accuse tanto infamanti quanto fantastiche.
Il soggetto esemplare rimane comunque Fini. Questi è stato portato alla luce, dall’ombra in cui era, da Berlusconi. È stato ministro degli Esteri e Presidente della Camera solo e sempre perché alleato del Cavaliere. Che dunque era frequentabile eccome. Ora invece, improvvisamente, dopo che ha fallito il regicidio, dopo che ha fallito il tentativo di scissione del Pdl, dopo che ha cominciato a perdere buona parte dei congiurati che lo avevano seguito, eccolo che cerca di vincere la guerra contro il suo benefattore a colpi di epiteti. Forse non ha capito che Giraudoux voleva scherzare.
La politica italiana, per chi l’osserva con disincanto, è profondamente noiosa. Se si discutesse dell’opportunità dell’uno o dell’altro provvedimento, la si potrebbe seguire con interesse. Ascoltando le argomentazioni di chi magari non la pensa come noi potremmo allargare il nostro orizzonte. Invece seguire la politica italiana corrisponde oggi ad immergersi nel gossip, ad ascoltare le vicendevoli accuse, le vicendevoli contumelie, le vicendevoli calunnie. Tutti dietro Di Pietro, pardon, Ecuba: a studiare nuovi epiteti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 febbraio 2011


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POLITICA
19 febbraio 2011
FLI? CVD
Il numero di parlamentari che qualche mese fa seguì Gianfranco Fini sorprese molti. Tanto che divenne realistico ipotizzare la fine della legislatura. Ma molti badarono in primo luogo al seggio e alla pensione e il governo non cadde. Anzi, mentre sul momento sopravvisse per tre voti, da allora non ha fatto che rafforzarsi. Tutto sarebbe stato diverso, se la fiducia non ci fosse stata? Ecco il problema.
In caso di elezioni, l’Udc non poteva decentemente allearsi con il Pd e Di Pietro. Il Pd non poteva sperare, per il premio di maggioranza, di avere da solo più voti del Pdl. Complessivamente le difficoltà erano insormontabili. In questo panorama, che  avrebbero potuto fare Fini e i suoi amici? Da soli sarebbero stati insignificanti; con l’Udc sarebbero stati dei gregari; con la sinistra sarebbero stati dei traditori. Il potere sarebbe stato comunque fuori portata. Nel momento stesso del massimo successo, avendo contribuito in modo determinante alla caduta di Berlusconi, Fini non avrebbe avuto prospettive. E allora come mai lo seguivano in tanti?
Oggi la situazione è peggiore e senza alternativa. Non ci saranno elezioni. Berlusconi non le vuole e la sinistra fa finta di chiederle solo perché non rischia di ottenerle: infatti immediatamente dopo il 13 dicembre le escludeva. Il potere appartiene al centro-destra ed è ad esso che bisogna tornare, se si vuole contare qualcosa. Alla spicciolata ma realizzando nei fatti una transumanza in direzione opposta. Ha lasciato perfino il sen.Francesco Pontone, quello che ha materialmente venduto la casa di Montecarlo.
Si può trarre un bilancio. I futuristi hanno visto con mesi di ritardo ciò che era evidente sin da principio: nel centro l’unica possibilità è un’alleanza con l’Udc. Ma questa può soltanto stare all’opposizione o tornare col centro-destra. E mentre la prima possibilità per Fli è sterile, la seconda è addirittura impossibile. Dunque esso diviene un partito di mera testimonianza. Ecco perché molti lo lasciano. Non si fonda un partito per dire: “Odio Berlusconi”. Fra l’altro quest’area politica è già presidiata da Di Pietro.
Qualcuno ha detto che sul comodino di tutti i falliti della politica c’è “il Principe” di Machiavelli: chi si crede furbo, spietato, privo di scrupoli, spesso non va lontano. Ma l’affermazione va corretta così: chi legge quel libro e non lo capisce, rischia di rovinarsi. Machiavelli non è un maestro di immoralità, è un maestro di pragmatismo. Non predica lo spergiuro, il tradimento e l’assassinio, dice soltanto che in politica bisogna usare gli strumenti - non importa quali - più adeguati alla situazione concreta. Se combattiamo contro dei disonesti, sarebbe stupido concedere loro il vantaggio della nostra onestà. Al contrario, se si compete per divenire abate, è opportuno avere fama di santità.
Oggi Machiavelli direbbe a Berlusconi: dal momento che hai a che fare con un mondo di moralisti, o sei un gaudente e riesci a nasconderlo, oppure divieni un modello di virtù. Nel XXI secolo il successo è anche al prezzo della [apparente] morigeratezza. A Fini direbbe: potevi pure tradire, ma non avresti dovuto farti la fama di traditore.
Gli insegnamenti del “Principe” bisogna capirli. È certo meglio essere temuti che amati, per esempio: ma solo quando i sottoposti sono disarmati. Quando invece il potere dipende dal loro beneplacito, è meglio essere amati che temuti. D’Alema è sempre molto lodato ma è tanto antipatico che, se mira a qualcosa, la coalizione contro di lui si crea automaticamente.
Gianfranco ha un caratteraccio che forse gli sarebbe stato utile nel Cinquecento. Ha sempre comandato nel modo più arrogante, autoritario e brutale. Il vertice del suo partito alla fine è stato un covo di gente che lo odiava. Gli è andata bene per decenni ma alla prima occasione i collaboratori storici - da Storace a Gasparri, da Matteoli a La Russa - l’hanno mollato senza rimpianti. E tuttavia quell’uomo è incorreggibile: quando ha fondato quel club per pochi intimi che è Fli ha mostrato di non avere compreso la lezione del “Principe”. Ha preteso di comandare col piglio autoritario di sempre e il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. Gli rimarrà Bocchino.
Per vincere in politica non basta comportarsi da ribaldi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 febbraio 2011



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POLITICA
25 dicembre 2010
DE GAULLE, MONTANELLI, BERLUSCONI

Il passato trasforma la realtà positiva in mito. Nessuno parla dei difetti di Alcide De Gasperi e tuttavia doveva averne, se era umano. Magari non quelli, vergognosi e terribili, che l’opposizione gli attribuiva, ma qualcuno certo sì. E invece oggi la stessa sinistra lo tratta come un esempio di statista senza macchia.
Il fenomeno non è strano. Come dice il proverbio, “familiarity breeds contempt”, la familiarità conduce al disprezzo. I vivi che conosciamo personalmente sono umani e criticabili; i morti, se famosi e lontani, divengono monumenti. Da morto De Gaulle è venerato dalla Francia intera, sinistra inclusa. Da vivo fu duramente attaccato dalla stampa, dalla sinistra, e soprattutto dagli intellettuali, fino all’irrisione costante ed implacabile del Canard Enchaîné. Io invece - se è lecito un ricordo personale - già allora lo stimavo talmente da piangere calde lacrime quando morì.
Tanti anni fa, mentre imperversava il peggiore “sinistrismo”, e mentre tanti gli davano del fascista, scrissi a Indro Montanelli tutta la mia stima: gli dichiarai che lo consideravo un grande, uno che avrebbe meritato un monumento. Qualcuno doveva pur dirglielo, mentre tanti lo criticavano, mentre era solo umano, soprattutto mentre era ancora vivo. Non solo mi ringraziò, ma la vita mi ha fornito la soddisfazione di sapere che a Montanelli è stato effettivamente elevato un monumento.
Questo ci conduce a Silvio Berlusconi. Mezza Italia lo odia con un’intensità spaventosa e tuttavia si può essere ragionevolmente certi che fra cinquant’anni questa mezza Italia sarà dimenticata e il Cavaliere campeggerà nei libri di storia. Né sarà difficile enumerare le ragioni della speciale dimensione di quest’uomo che è riuscito a passare in pochi mesi da sconosciuto a Primo Ministro. Che non è stato “un”, ma “il” protagonista della vita politica della penisola dal 1993 fino ad oggi ed oltre. Un gigante.
Quando saranno dimenticati tutti gli altri nomi, quello di Berlusconi sarà ricordato. Del resto, tutti sappiamo chi è stato Francesco Crispi: ma chi furono i ministri del suo governo? Come si chiamavano i suoi oppositori? E se costoro ci sembrano dei nani in confronto al politico siciliano, perché mai i posteri dovrebbero interessarsi di Prodi, di Veltroni, di Fini, di Casini e degli altri? Si può veramente credere che la storia si occuperà di loro?
Naturalmente queste righe irriteranno gli adepti della sinistra. Proprio quelli che da sessantacinque anni non fanno che parlare di Mussolini saranno capaci di negare che la storia considera solo le personalità eccezionali.

===========
E ora un’appendice riguardo al presente.
Berlusconi è geniale, nell’imprenditoria come nella politica, perché ha un incredibile senso del reale. Laddove gli altri si lasciano ingannare dalle proprie convinzioni e dalle proprie illusioni, lui non perde mai il contatto con i dati concreti, terra terra. Fini gli dichiara guerra e lui pensa semplicemente: la gente non ha la più pallida idea delle ragioni che lui dice di avere ed identifica in me il baluardo contro la sinistra. Lo annienterò. Poi Fini ottiene un seguito maggiore del previsto e mentre un altro si sarebbe scoraggiato e forse dimesso, lui dice: se non otterrò la fiducia andrò ad elezioni anticipate e vedremo se gli italiani scelgono me oppure Fini e Bersani;  se invece la ottengo, governerò ancora. E probabilmente la otterrò perché i peones non vorranno andare a casa. Ancora una volta il senso del reale lo salva. Infatti ottiene la fiducia anche con i voti di due deputati del partito che più lo odia: l’Idv.
Se questo non è strabiliante. La sinistra non si capacita del suo successo perché non comprende che, invece di arrampicarsi sulle astrazioni come fanno i malati di ideologia, lui ha, come i grandi strateghi, la capacità di approfittare in modo imprevisto di situazioni che sembrano sfavorevoli.
Infine la minoranza cerca in tutti i modi di eliminarlo per via giudiziaria e contesta perfino quel provvedimento sul legittimo impedimento che non sarebbe neppure stato necessario. La magistratura considera legittimo impedimento i trentotto gradi di temperatura dell’ultimo degli imputati: perché non dovrebbe considerare tale il colloquio del nostro Primo Ministro con un Primo Ministro straniero?
La questione arriva dinanzi ad una Corte Costituzionale prevalentemente di sinistra e si profila una decisione ostile ma Berlusconi, invece di disperarsi per questi attacchi concentrici, ribalta anche questa situazione a proprio favore. Se gli sarà confermato il piccolo scudo, avrà vinto ancora una volta; se gli sarà tolto, ne approfitterà per denunciare l’irrituale persecuzione di cui è oggetto e l’impossibilità di governare in queste condizioni. Andrà dunque ad elezioni anticipate e dirà che il governo non è caduto per colpa sua ma per colpa di Fini e dei magistrati. Ora l’alternativa è tra lui da un lato e gli ex comunisti, i magistrati faziosi e i traditori alla Fini dall’altro. Che gli italiani scelgano e il premio di maggioranza farà il resto. Chi può essere sicuro che non vincerà ancora?
Un peccato non vivere ancora tanti anni da vedere la giustizia della storia, come per De Gaulle e Montanelli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 dicembre 2010

KEEP SMILING
Segnali che indicano che potreste essere un terrorista:
1.    Per vivere raffinate eroina ma avete obiezioni morali nei confronti della birra.
2.    Possedete un fucile mitragliatore da 1.500 euro e un bazooka da 5000 euro, ma non vi potete permettere le scarpe.
3.    Avete più mogli che denti.
4.    Pensate che i giubbotti siano solo di due tipi, antiproiettile ed esplosivi.
5.    Non riuscite a ricordarvi nessuno cui non abbiate dichiarato la Jihad.
6.    Considerate pericolosa la televisione, ma andate in giro con armi e munizioni.
7.    Nessuna donna vi ha mai chiesto: “Pensi che questo burka mi faccia il culo grosso?”
8.    Avete scoperto con sorpresa che i cellulari hanno usi diversi da quello di far detonare bombe al ciglio della strada.
9.    Vi pulite il culo con la mano nuda e poi trovate impuro il prosciutto.

Storiella di un immigrante in Inghilterra
Un Rumeno arriva in Inghilterra come nuovo immigrato, ferma il primo uomo che incontra per la strada e gli dice: “Grazie, signor Britannico, per avermi permesso di vivere in questo Paese, che mi ha dato una casa, denaro e cibo, assistenza medica gratuita ed educazione scolastica gratuita!”
Il passante risponde: “Lei si sbaglia. Io sono giamaicano”.
Il Rumeno incontra un altro passante: “Grazie per aver creato una così bella campagna, qui in Inghilterra!”, e la persona dice: “Io non inglese, io asiatico”.
Il nuovo arrivato continua a camminare e appena incontra il prossimo passante gli stringe la mano e gli dice: “Grazie, per questa meravigliosa Inghilterra!” L’altro si divincola, alza le mani e dice: “Io vengo dal Medio Oriente, non sono un britannico!”
Finalmente il nostro emigrante vede una vecchia signora e le chiede: “Lei è inglese?” E la risposta è: “No, vengo dall’Africa”.
L’uomo è veramente turbato e le chiede dunque: “Ma dove sono tutti gli inglesi?”
La signora africana guarda prima il suo orologio e poi dice: “Probabilmente al lavoro”.

Avventure teatrali
Un uomo portò sua moglie a vedere uno spettacolo teatrale, a Broadway. Fra il primo e il secondo tempo, si accorse che doveva per forza fare pipì. Corse sul retro del teatro e cercò invano il gabinetto degli uomini. Alla fine si rese conto che era entrato fra le quinte. C’era una fontana circondata da un bel fogliame e lui, vedendo che non c’era nessuno in giro, disperato, si aprì i pantaloni e fece pipì nella fontana.
Ebbe parecchie difficoltà a trovare la strada per tornare al suo posto e quando arrivò il sipario era già alzato e il secondo tempo era già iniziato.
“Dimmi, sussurrò alla moglie, ho perduto molto, del secondo tempo?”
“Perduto molto? Ma se sei stato al centro della scena!”


POLITICA
9 novembre 2010
FACCIAMO IL PUNTO
Qualche giorno fa, studiando la situazione attuale, si giungeva alla conclusione che non ci si capiva niente. Ora, dopo le clamorose dichiarazioni di Fini, molti si esprimono invece con l’aria di dire: “Finalmente si è chiarito tutto!” “Finalmente Gianfranco ha rivelato il suo gioco!” e, addirittura, “Finalmente la maggioranza è in crisi, il governo è caduto!” E al contrario non c’è niente di chiaro, non c’è niente di definitivo e continuiamo ad essere incerti su molte cose. Infatti un conto sono le parole - che non costano niente - e un conto sono gli atti.
Fini ha avuto l’aria di sparare cannonate. O Berlusconi si dimette, ha detto, o ritiriamo la nostra delegazione dal governo. Ma sono cannonate a salve. I ministri e i sottosegretari si sostituiscono facilmente. L’unica mossa veramente significativa sarebbe avere la maggioranza per votare la sfiducia al governo e farlo così cadere. Il resto è aria fritta.
Viceversa, per quello che si è visto, da mesi si gioca una lentissima partita a scacchi. O più precisamente - vista l’ottusa brutalità delle mosse - una sfida a braccio di ferro in cui la posta in gioco è quella di far saltare i nervi all’avversario.
In questo le tattiche sono state diverse. Una lotta programmaticamente impari come quella fra il reziario e il mirmillone. Fini è stato sempre all’attacco: o personalmente, o attraverso quel genio politico che si chiama Italo Bocchino o infine per voce di quegli altri Talleyrand che vanno sotto il nome di Fabio Granata e Carmelo Briguglio. Viceversa, Silvio Berlusconi non ha risposto e comunque mai con aggressività. Una situazione di stallo.
Fino a due giorni fa. Infatti a Perugia Fini si è comportato come se i nervi gli fossero saltati. Come se volesse spingere le cose al punto da perdere subito o vincere subito. Ma può darsi che Berlusconi abbia pensato ad una sceneggiata e per questo sia rimasto olimpico. Fini avrebbe fatto finta di essere uscito dai gangheri mentre in realtà faceva solo una mossa; il Cavaliere avrebbe letto le carte dell’avversario concludendo: “Fulmini e saette, ma in fondo solo parole. A questo punto, se gli rispondessi per le rime, la gente direbbe che stiamo litigando come comari. Se invece non dico nulla, o lui è costretto ad agire e compromettersi o farà la figura di un parolaio inconcludente”.
E in questo senso per una volta ha ragione Antonio Di Pietro quando dice: “Bisogna stanare Fini. Bisogna che il Pd presenti una mozione di sfiducia al governo e inviti Fini a sostenerla. Così si vedrà da che parte sta”.
Ma il Pd non lo fa, probabilmente per due ragioni: o perché non è sicuro che la mozione di sfiducia avrebbe la maggioranza o perché teme che Fini all’ultimo momento si sfili. Inoltre se la mozione passasse e se non si riuscisse a formare un nuovo governo, la prova delle urne potrebbe attualmente essere disastrosa, per il centro-sinistra. Berlusconi sarebbe per giunta in possesso di una buona briscola: l’accusa di tradimento da lanciare contro Fini, cercando di ricuperare i voti dei suoi elettori.
Ecco le tante ragioni d’incertezza del momento presente. Chissà quanto se ne parla, quando telecamere e giornalisti sono lontani.
Naturalmente il povero Silvio Berlusconi sarà sommerso dai consigli. Tutti gli diranno qual è la mossa giusta da fare. Tutti sono certi del fatto loro. E poiché, se sbagliano in tanti, abbiamo il diritto di sbagliare anche noi, diremo il nostro parere.
Berlusconi farebbe bene a formulare una legge, utile al Paese e alla maggioranza, che però contenga anche una piccola parte indigesta ai finiani, ponendo su di essa la questione di fiducia. A questo punto o il Paese otterrebbe un’importante riforma, e Fini sarebbe squalificato per essersi contraddetto e per essere rientrato nei ranghi con la coda fra le gambe, oppure il Presidente della Camera farebbe cadere il governo, e sarebbe additato come il traditore responsabile della crisi e del caos nel quale avrà precipitato la nazione.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
9 novembre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta
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7 novembre 2010
QUELLO CHE SAPPIAMO DELL'ATTUALE SITUAZIONE POLITICA
Gli estranei, coloro per i quali il sottoscritto è solo un nome e un cognome, non si porranno certo interrogativi, sul mio silenzio. Ma agli amici intendo spiegarlo e posso farlo citando Wittgenstein: “"Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen", “Di ciò di cui non si ha la possibilità di parlare, è obbligatorio tacere”. Per come l’ho interpretata io, la frase invita a non sentirsi obbligati a riempire con le parole il vuoto delle idee e delle certezze.
Il consiglio è particolarmente indicato in questi giorni di confusione politica. La realtà pone solo interrogativi. Durerà, il governo? Fini lo farà cadere? Oppure lo sosterrà in modo attualmente imprevedibile? Berlusconi provocherà la crisi oppure ingoierà tutti i rospi possibili, pur di continuare a galleggiare? Riuscirà a governare o no? E cadendo il governo, che cosa seguirà? Un altro governo Berlusconi? Un governo “purchessia”? O si andrà ad elezioni anticipate? E se sì, quando? E quali coalizioni si formeranno? Con chi andrà Fini? Per caso l’Udc entrerà in coalizione col Pdl e la Lega? Non si finirebbe mai.
È qui che interviene Wittgenstein. A che scopo prevedere l’imprevedibile, a che scopo far finta di sapere quello che non si sa, quello che nessuno sa?
Con questo non si condannano i giornali e i più famosi commentatori. I giornali sono imprese industriali e devono uscire ogni giorno. Hanno un numero prestabilito di pagine che saranno tutte riempite, dal primo rigo in alto a sinistra all’ultimo rigo in basso a destra. Qualcosa devono pur dire, anche rispetto a ciò di cui sarebbe obbligatorio tacere, magari contraddicendo quello che dice un altro quotidiano, magari contraddicendo quello che loro stessi hanno detto il giorno prima.
Ma se questa è la necessità imprescindibile (e alimentare) dei media, non altrettanto può dirsi per i commentatori indipendenti. Questi quasi nessuno li legge ma, in compenso, nessuno li paga.
Noi non abbiamo dunque nessun dovere e possiamo per questo offrire agli amici un conforto. Non sono loro che non capiscono niente degli avvenimenti attuali: non ci capisce niente nessuno. Tutti aspettiamo gli sviluppi della situazione. È perfino possibile che non ci capisca niente nemmeno Gianfranco Fini, il principale colpevole del caos. Il poveraccio si trova nella situazione di Pajetta, sessant’anni fa, quando occupò la Prefettura di Milano, telefonò la grande notizia a Roma e si sentì chiedere da un ironico Palmiro Togliatti: “E ora che te ne fai?”
Si potrebbe anzi stabilire un parallelo con Macbeth. Non basta avere il coraggio di assassinare Duncan a tradimento, bisogna avere la capacità di amministrare il misfatto fino a beneficiarne. Oggi ha detto, coraggiosamente: “Berlusconi deve rassegnare le dimissioni e aprire la crisi di governo. Se non si dimette noi andremo fuori dal governo”. Sembra chiaro, vero? Eppure nessuno ormai gli crede. Del resto, perché lui e i suoi avrebbero votato la fiducia al capo del governo, ancora alla fine di settembre, se questa era la loro intenzione? Gli è veramente passato il terrore di una campagna elettorale in cui sarebbe facile buttargli in faccia la parola “traditore” in tutte le tonalità previste dal setticlavio?
Non bisogna contare su nessuna ipotesi. Veramente non si sa niente. Veramente tutti aspettiamo i fatti, inclusi i protagonisti.
Per quanto riguarda la comprensione della realtà, se essa fosse chiara e non li capissero i giornalisti, la colpa sarebbe certamente loro. Ma qui le colpe maggiori le hanno i politici. La loro impenetrabilità è una notevole colpa. Anche se la politica riguarda tutti, perché tutti viviamo in Italia, il popolo le dedica un’attenzione molto limitata e proprio per questo essa deve essere semplice. I gialli vogliono questo, i rosa vogliono quest’altro, io la penso come i rosa e voterò per loro. Non si va, non si deve andare molto oltre.
I discorsi complicati, le analisi politologiche erudite, le discussioni fra competenti nelle “stanze piene di fumo”, come si diceva una volta, non solo suonano incomprensibili alla gente, ma finiscono con l’allontanarla. È questo uno dei motivi della perdita di velocità del Pd: nessuno sa più che cosa vuole. Certo, desidera buttare giù Berlusconi e andare al potere, ma per fare che cosa?  Lo stesso Cavaliere ha avuto successo perché ha sempre parlato chiaro ed ha proposto programmi quasi elementari, al livello di “aboliremo l’ICI”. Un programma di nemmeno tre parole. Ma questo merito della chiarezza, attualmente non l’ha più. O per volontà sua, o perché a ciò lo obbligano i suoi, è invischiato nella melma quanto gli altri.
Non ci rimane che pensare ad altro. Il Grande Fratello, per alcuni, il cinema, per altri, un buon libro, per altri ancora. Ai politici si avrebbe voglia di dire: “Fateci un segnale, quando tornate”.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
7 novembre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta.

POLITICA
1 novembre 2010
KISSINGER, FINI, BERLUSCONI, IL CERVO E L'ASINO
Tanti anni fa, qualcuno chiese lumi a Henry Kissinger sulla politica italiana. Pare abbia risposto, più o meno: “Ho capito molte cose, del mondo, ma non mi reputo sufficientemente intelligente e sufficientemente informato per rispondere a questa domanda”.
Il comportamento di Gianfranco Fini supera le nostre capacità di comprensione. E questa non sarebbe una notizia. Ma siamo convinti supererebbe anche quelle di Kissinger.
I fatti recenti sono noti: sostanzialmente Fini critica Silvio Berlusconi e ne chiede le dimissioni con toni che lo rendono indistinguibile dai più accesi oppositori del governo. Giustizialisti ed ipocriti inclusi. Basta leggere le cronache del Corriere (1), della “Stampa” (2) e della “Repubblica” (3).
Naturalmente, molti si chiederanno come mai il Primo Ministro sopporti accanto a sé, nella maggioranza, un oppositore così acido: e si può tentare una spiegazione.
Per cominciare, non bisogna mai sottovalutare l’avversario. Dal momento che in linea di principio Gianfranco Fini non è né pazzo né cretino c’è da pensare che, se si comporta in un dato modo, ha un suo interesse per farlo. È troppo navigato per ignorare che chi spara a palle incatenate contro il proprio partito e la sua dirigenza, chi minaccia di affondare la propria maggioranza, induce il partito ad espellerlo e la maggioranza a considerarlo un nemico. Dunque, se si comporta così, è probabile che desideri proprio questo: essere espulso. Essere dichiarato nemico. Nemico da un lato e alleato oggettivo della minoranza dall’altro.
Per Berlusconi si impongono alcune considerazioni preliminari. Una delle ragioni per cui sembra che egli si faccia dei nemici, all’interno del suo partito, è il fatto che in definitiva comanda lui. L’ha detto, da ultimo, anche quel galantuomo di Alfredo Biondi. L’accusa è: o obbedisci o sei fuori. Come potrebbe dunque spiegarsi il suo insistito silenzio, malgrado tutte le provocazioni di Fini, da mesi a questa parte? Il Cavaliere affetta una costante bonomia, offre un’alluvione di sorrisi, ma la mitezza di carattere dovrebbe essere esclusa.
La partita dunque sarebbe: da un lato Fini vuol fare in modo che cada il governo e si possa dare la colpa a Berlusconi, dall’altro, secondo un’indiscrezione giornalistica, pare questi abbia detto: “Fini cerca di farmi saltare i nervi, ma non gli darò questa soddisfazione”.
Il Cavaliere dunque pensa: “Fini ha fatto male i suoi conti. Lascerò che dica ciò che vuole. Bisogna che la gente veda chi è contro il centro-destra e se ne ricordi alle elezioni. E se Fini facesse veramente cadere il governo saremmo a cavallo. Dopo un simile comportamento gli elettori in collera che gliela faranno pagare saranno legioni”.
Ecco perché il livello della provocazione ha raggiunto punte inverosimili. Fini accusa Berlusconi d’immoralità (e gli propone le dimissioni) per un fatto che secondo le parole di Edmondo Bruti Liberati, Procuratore di Milano, non costituisce nessun reato - tanto che Berlusconi non è neanche iscritto nel registro degli indagati - mentre Fini attualmente è “indagato” (come si dice) per truffa aggravata. Il procedimento infatti non è ancora stato archiviato. Ed anzi è certificato, da quegli stessi pm che richiedono l’archiviazione,  che egli ha pressoché regalato al quasi cognato (che firma per la società acquirente, come scritto dai pm), una casa a Montecarlo per un prezzo che è meno di un terzo del suo valore. Con corrispondente danno di circa un milione di euro per Alleanza Nazionale. Ciò malgrado, il Presidente della Camera rimane al suo posto, e questo dopo avere promesso che, accertata la proprietà del cognato, si sarebbe dimesso. Ora questa proprietà è accertata, oltre che dal Ministro della Giustizia dell’isola di Santa Lucia, dai pm di Roma, ma lui non mantiene la parola. Che difficoltà potrebbe avere Berlusconi a rinfacciargli pubblicamente tutto questo, parlando non del bue che dà del cornuto all’asino, ma del cervo che dà del cornuto all’asino.
Se un uomo che viene descritto come autoritario, pienamente cosciente del proprio valore ed anzi della propria eccezionalità, non solo non si avvale di questi argomenti, ma sopporta in silenzio ogni sorta di provocazione, è segno che ha deciso a freddo questo comportamento. Il braccio di ferro lo vince chi è più forte e a volte semplicemente quello che resiste di più.
Noi stiamo dunque assistendo ad un duello. O Berlusconi perde la pazienza, e sarà indicato come colui che ha prodotto la crisi del governo e dell’Italia, oppure resiste, e Gianfranco sarà universalmente considerato un oppositore del centro-destra. Con le conseguenze del caso: o, per non far cadere il governo, Fini voterà tutte le leggi che vorrà Berlusconi, e sarà squalificato a sinistra; oppure farà cadere il governo e dovrà vedersela con gli elettori.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
1 novembre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta.
(1)http://www.corriere.it/politica/10_novembre_01/garibaldi-fini-parla-passo-indietro-berlusconi_4d30b774-e58f-11df-b5c0-00144f02aabc.shtml
(2)http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201010articoli/60018girata.asp
(3)http://www.repubblica.it/politica/2010/11/01/news/premier_dimissioni-8626419/


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30 ottobre 2010
L'INCREDIBILE SCORRETTEZZA GIORNALISTICA DI "REPUBBLICA"
Per fanatismo politico arriva a nascondere fatti essenziali

Uno può interessarsi o no ad un dato argomento, per esempio la famosa “casa di Montecarlo”. Ma il giorno in cui, nella richiesta di archiviazione, i pm di Roma scrivono che la casa appartiene a Giancarlo Tulliani, non si può dare la notizia proprio omettendo questo particolare. E invece l’articolo di “Repubblica”, per non turbare l’antiberlusconismo dei suoi lettori, riesce a “saltare” la cosa più saporita. Prima di leggere l’articolo - ripetiamo, di oggi trenta ottobre 2010 - riportiamo parte del documento giudiziario: “Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara Ltd, priva dell’indicazione della persona fisica che lo rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani, nato a Roma il 19 aprile 1977, reca sotto le diciture ‘locatore’ e ‘locatario’ due firme che appaiono identiche, così come quelle apposte sulle clausola integrativa”. Semplicemente perché il locatore e il conduttore coincidono e si chiamano Giancarlo Tulliani.  Ma ecco l’articolo di “Repubblica” che trascura un particolare in base al quale Fini, secondo le sue stesse parole e la sua chiara promessa, oggi si dovrebbe dimettere. Ma tutti hanno la memoria corta e i lettori di Repubblica, anche ad averla lunga, non conoscono i fatti. Perché il giornale diretto da Ezio Mauro glieli nasconde.
Ecco il link, http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=V06JW
dal momento che non mi è possibile riportare l’articolo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 ottobre 2010
POLITICA
28 ottobre 2010
MONTECARLO: LA CAUSA CIVILE È POSSIBILE?
Stefano Zurlo, sul “Giornale” di oggi (1), sostiene che, anche se l’appartamento di Montecarlo è stato venduto ad un terzo  del suo valore, e probabilmente anche a meno di un terzo, la causa civile per il risarcimento è impossibile. Infatti la società offshore Timara, che ha comprato dalla società offshore Printemps, potrebbe benissimo recitare la parte del terzo di buona fede. E sarebbe dunque inattaccabile.
Zurlo sbaglia. La causa civile non avrebbe come scopo il risarcimento da parte di chi ha comprato ad un prezzo inverosimile (salvo, in Italia, in caso di incauto acquisto), ma tenderebbe ad ottenere il risarcimento da chi ha venduto ad un prezzo incredibilmente basso, per qualsivoglia ragione. Infatti il risarcimento è dovuto sia che si sia agito in malafede (come nel caso di truffa o di infedeltà patrimoniale) sia in buona fede e per colpa (come nel caso di un incidente stradale). L’art.2043 del Codice civile non fa distinzioni.
Dunque è possibile che i legali rappresentanti di An o di chiunque si occupi oggi del suo patrimonio perseguano Gianfranco Fini e chiunque altro sia concorso nella deliberata vendita dell’appartamento a quel prezzo.
Magari è possibile che al Presidente della Camera pagare un miliardo o due di vecchie lire non faccia alcuna impressione. Certo non gli farà piacere. Comunque sarà certificato che, con le sue azioni, ha danneggiato il partito di cui era dirigente. E sarà pure certificato che non solo non si è comportato con la correttezza che egli vorrebbe imporre a tutti gli uomini politici, ma nemmeno con quella che il codice compuntamente chiama la diligenza del buon padre di famiglia.
Chi scrive queste righe non è nessuno e se dovesse pubblicare questo testo su un grande giornale chiederebbe prima conferma a due avvocati, uno civilista e uno penalista. Stefano Zurlo non poteva fare altrettanto?
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
28 ottobre 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=UY676

KEEP SMILING

Una distinta signora fa una colletta per la strada, dicendo: "È per aiutare le prostitute", e un uomo declina l'invito a contribuire: "Grazie, no. I soldi io glieli do direttamente".
Per testare un nuovo cibo per gatti sono invitati il gatto di un architetto, il gatto di un chimico e il gatto di un grande sarto. Il gatto dell’architetto prima disegna con i pezzettini la pianta di una casa e poi li mangia. Il gatto del chimico fa i il cibo a pezzettini, lo mette in una tazza, aggiunge latte, agita il tutto e infine ingurgita. Il gatto del grand couturier riduce il cibo in polvere e poi l’aspira con una cannuccia attraverso il naso, dicendo: “Sarà sbagliato, ma se non faccio così non riesco a lavorare”.
Un uomo va nel sexy shop e chiede una bambola gonfiabile. “Ma come?, dice la commessa. Ricordo male o lei ne ha comprata una la settimana scorsa?” “Ricorda benissimo. Il fatto è che con quella ho litigato”.
Un tifoso sta per accendere la televisione e chiede alla moglie: “Hai qualcosa da dire, prima che cominci il campionato?”
Dalla Bild Zeitung



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26 ottobre 2010
CASA DI MONTECARLO: FORSE ARCHIVIAZIONE

Il Corriere della Sera (1) riferisce che, “secondo fonti giudiziarie” i pm di Roma avrebbero richiesto al giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del procedimento nel quale sono indagati per truffa Gianfranco Fini e il sen. Francesco Pontone. Strano questo particolare - che prima non era stato rivelato - secondo cui i due sono indagati: deve essere che ogni tanto, quando serve, il segreto istruttorio funziona.
Nessuna truffa, dunque. Pare che i magistrati (stavolta il segreto istruttorio non ha funzionato) abbiano affermato che: “Qualsivoglia doglianza sulla vendita a prezzo inferiore non compete al giudice penale ed è eventualmente azionabile nella competente sede civile”. Cominciamo dunque col chiederci: si è avuta, questa vendita, a prezzo inferiore a quello di mercato?
Sempre secondo il Corriere, sulla base di ciò che afferma la Chambre Immobilière Monégasque, “il valore dell’immobile era triplicato al momento dell'alienazione rispetto a quello dichiarato a fini successori, 273mila euro”.
Cominciamo allora col fare una elementare moltiplicazione: 273.000 per 3 fa 819.000 €. Questo significa che Fini ha dato mandato a Pontone di vendere l’appartamento di Montecarlo per 519.000 € meno del suo valore di mercato. La somma (che sarebbe dovuta entrare nelle casse di An) è stata fruita, come valore, dalla società offshore Printemps: una società che Fini dichiara di non conoscere neppure. Si tratta dunque di una sostanziale beneficenza in incertam personam.
L’appartamento, per misteriose ragioni, è stato venduto per un prezzo che corrisponde al 36,63 % del suo valore e non ha influenza l’accenno alle “condizioni fatiscenti” dell’appartamento: sia perché ciò è affermato sulla base di vaghe testimonianze, sia perché la ristrutturazione di un appartamentino di poco più di sessanta metri quadrati non ha per nulla un costo che si possa avvicinare nemmeno lontanamente alla somma di 519.000 €. Questo genere di lavori a Montecarlo di solito li fanno i frontalieri italiani, e con cinquanta-sessantamila euro un trivani di quel genere lo si rimette a nuovo.
Ci si potrebbe chiedere come mai i pm si siano limitati alla dichiarazione di una Camera Immobiliare piuttosto che richiedere una perizia sulla base del mercato. La risposta potrebbe essere questa: dal momento che l’appartamento è stato venduto al massimo ad un terzo del suo valore, poco importa che valesse non tre volte, ma quattro o cinque volte tanto: se ci fosse stato reato, sarebbero bastate tre volte; se non ci fosse stato non sarebbero bastate dieci volte. Dunque, ai fini penali, basta la valutazione della Chambre Immobilière.
Torniamo allora al punto di diritto: per i pm vendere a sconosciuti un bene per il 36% del suo valore, col risultato finale che di esso dispone una persona quasi di famiglia, non costituisce truffa. Né truffa né, a quanto pare, nessun altro reato. Il ragionamento è valido ma ad un’unica condizione: che il bene appartenga a chi vende. Ché anzi, volendo, uno il proprio bene lo può anche regalare. Ma se appartiene ad altri? E l’appartamento era forse di proprietà di Gianfranco Fini? E se io svendo un bene non mio, con danno del proprietario, e alla fine ne beneficia una persona per la quale ho simpatia, è possibile che non sorga nessun sospetto? E siamo sicuri che non ci sia nessun reato se, amministrando il bene di un terzo, io lo danneggio volontariamente e gravemente, sottraendogli più di un miliardo di vecchie lire? Perché 519.000 € sono 2.500 € in più di un miliardo di lire.
Ma i magistrati lasciano la porta aperta all’azione civile. Infatti, nel momento in cui è stabilito che, quanto meno, c’è stato un danno patrimoniale per il partito proprietario, chi oggi lo amministra può richiedere agli indagati Fini e Pontone di risarcire la differenza (519 €) fra il prezzo incassato e il valore affermato dalla Chambre Immobilière. Sempre che il perito d’ufficio non accerti un valore parecchio maggiore. E che cosa penseremo di un uomo politico, tanto sensibile ai problemi di correttezza e legalità, che sarà condannato a risarcire un danno così grande ad un organismo che era a lui affidato, e di cui si è dimostrato un amministratore quanto meno poco oculato e forse non disinteressato?
Rimane una legittima curiosità. Sarebbero stati altrettanto longanimi, i pm di Milano, se imputato fosse stato Silvio Berlusconi? Ma già, Berlusconi non posa a difensore dei magistrati:  sono cose che si pagano.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
26 ottobre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta. Mi scuso per qualche goffaggine, l'articolo è stato scritto "sul tamburo" e non mi rimane tempo.
 (1)http://www.corriere.it/politica/10_ottobre_26/casa-montecarlo-fini-pm-archiviazione_74e41568-e116-11df-b5a9-00144f02aabc.shtml


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25 ottobre 2010
MARCHIONNE, LA FIAT E L'ARITMETICA
Può darsi che lo spazio sia curvo e che la materia possa trasformarsi in energia: ma non c’è genio di Einstein - o barba di profeta - che possa cambiare la tavola pitagorica. Questo vale anche per l’economia: se si spende più di quanto si guadagna, o si smetterà presto di spendere o qualcuno ci dovrà mettere la differenza.
I fatti sono noti. Sergio Marchionne ha dichiarato che la Fiat non fa profitti in Italia ed è inconcepibile tenere aperte fabbriche che operano in perdita. Apriti cielo. Da ogni parte (anche da Gianfranco Fini) gli si è ricordato che lui non può e non deve parlare come se fosse canadese e non italiano; che la Fiat in passato ha ricevuto consistenti aiuti dallo Stato; che essa non può chiudere, in Italia, perché è italiana perfino nel nome, (Fabbrica Italiana Automobili Torino); che alcuni sindacati gli hanno aperto un grande credito... Tutte risposte fuori tema. Fra l’altro è inutile parlare dei sindacati che collaborano, se si pensa che ne basta uno per bloccare la produzione. E quest’uno è la Fiom.
L’unica risposta valida che si può dare a Marchionne, se si può, è che la Fiat fa profitti in Italia; e se questo non è sostenibile, è inutile dargli addosso. Se un’impresa con le sue fabbriche ci perde, o chiude o lo Stato ripiana i debiti. A spese dei contribuenti. Non importa se Marchionne si esprime da patriota o da canadese e se in passato lo Stato ha aiutato la Fiat. Quando lo ha fatto ha sbagliato e non si vede perché dovrebbe sbagliare un’altra volta. Comunque la si metta, si va a sbattere il muso su una semplice evidenza: se un’impresa opera in perdita, finirà col gravare sulle tasche dei cittadini.
È anche inutile sostenere che la Fiat non fa profitti perché è guidata male. Anche ad essere vero, il Chief Executive Officer deve avere la fiducia degli azionisti, non dello Stato italiano. E lo Stato non ha il potere di rimuoverlo. La Fiat stessa può essere costretta a rimanere in Italia solo se viene nazionalizzata, con una mossa alla Fidel Castro, ed essendo poi il governo disposto - lo si ripeterà all’infinito - a farla operare in perdita, a spese del contribuente.
Fra l’altro c’è da prevedere che una così grossa impresa, se guidata con la ben nota efficienza degli Enti pubblici, avrebbe perdite ancora più grandi di quelle che ha attualmente.
Né si può dire che - come subito affermeranno gli economisti del cuore - dal momento che fa profitti all’estero, potrebbe tenere aperte le fabbriche in Italia con quei soldi. Questa è una proposta degna della San Vincenzo de’ Paoli. La Fiat è un’impresa privata, non un ente di beneficenza. Se fa profitti in Brasile, è giusto che essi vadano a coloro che per realizzarli rischiano il loro denaro in Borsa, e cioè gli azionisti. Se Marchionne facesse un’operazione simile sarebbe un amministratore infedele e probabilmente verrebbe cacciato via.
Ci sono verità che, come la tavola pitagorica, sono chiare anche alle madri di famiglia: se la Fiat non fa profitti, o chiude, o rimane aperta facendo aumentare la pressione fiscale.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
25 ottobre 2010

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POLITICA
6 ottobre 2010
LA CASA DI MONTECARLO: IL PUNTO DI VISTA GIURIDICO
Massimo Bordin, di Radioradicale, ironizza sempre sulla casa di Montecarlo. Per lui quella di Libero e del Giornale è una sciocca mania, qualcosa che gli rompe le scatole. E non è l’unico, ad avere questo atteggiamento. In realtà, lo scandalo è forse più importante di quanto non dicano quei due quotidiani. Forse per evitare querele.
Il punto centrale della vicenda - correttamente individuato dai magistrati - è il rapporto fra il valore dell’appartamento e il prezzo al quale è stato venduto. Se l’appartamento vale magari solo il doppio del prezzo al quale è stato venduto, è stata perpetrata una truffa a danno di Alleanza Nazionale e rimane solo da stabilire il colpevole.
Vi sono infatti tutti gli elementi costitutivi del reato di truffa. Qui tralasceremo gli artifici e raggiri, l’induzione in errore e l’altrui danno (evidenti) per considerare attentamente l’ingiusto profitto.
L’ingiusto profitto è costituito dalla differenza fra il prezzo pagato e il valore effettivo dell’appartamento. Se l’appartamento valeva un milione di euro e il compratore ha versato trecentomila euro, l’ingiusto profitto è di settecentomila euro. Per la legge è poi indifferente che questo ingiusto profitto sia andato a Tizio, a Caio o a Giancarlo.
Questo punto va chiarito nel modo più analitico. Con artifici e raggiri Tizio induce Caio, proprietario di una casa, a venderla per un prezzo molto inferiore al suo valore. Ma non intende comprare personalmente, vuole solo favorire Sempronio. E infatti gli dice: “Si vende una casa ad un prezzo eccellente: ti interessa?” Se Sempronio dice di sì, e compra in buona fede, non per questo commette truffa. Infatti manca il dolo, cioè la coscienza e volontà di imbrogliare qualcuno. Ma la truffa la commette Tizio: infatti per l’articolo 640 è indifferente che il colpevole procuri l’ingiusto profitto “a sé o ad altri”.
Ecco perché ciò che ha così solennemente detto Fini, in televisione - e cioè che se gli risultasse che la casa è di proprietà del “cognato” si dimetterebbe da Presidente della Camera - è una stupidaggine. Infatti se egli ha partecipato al progetto di vendere la casa per un prezzo largamente inferiore al suo valore, è colpevole di truffa, sia che l’ingiusto profitto vada a lui stesso, sia che vada al suo quasi cognato o al primo che passa. E l’obbligo di dimettersi sarebbe cogente.
Per quanto riguarda il “cognato”, bisogna distinguere se era in buona fede o in mala fede. Nel primo caso, non ci sarebbe da scandalizzarsi per il fatto che sia il proprietario dell’appartamento. Se l’ha comprato al prezzo di mercato, che il denaro sia giunto ad Alleanza Nazionale dalle sue tasche o da quelle di un altro, non ha nessuna importanza. E Fini non si dovrebbe certo dimettere per questo. Se viceversa Giancarlo Tulliani è stato in mala fede, avremo un imputato in più: ma per quanto riguarda Fini, l’interesse per il “cognato” sarebbe un’aggravante morale, non giuridica. L’essenziale - si ripete - è se ci sia stata truffa o no. E se in questa truffa sia implicato Gianfranco Fini. Se infatti risultasse che il Presidente della Camera dei Deputati è colpevole di truffa Massimo Bordin reputa che sarebbe solo “qualcosa che gli rompe le scatole”?
Un’ultima nota riguarda l’individuazione dei colpevoli.
Il senatore Francesco Pontone ha ripetutamente affermato di avere firmato dinanzi al notaio monegasco perché a ciò espressamente delegato da Gianfranco Fini. Se i giudici reputeranno che egli non si sia reso conto di partecipare alla commissione di un reato ne uscirà pulito.
Anche Gianfranco Fini ne uscirà pulito, se dimostrerà di avere fatto tutte le indagini di mercato che farebbe qualunque buon padre di famiglia, prima di vendere un immobile. Ma rimarranno colpevoli coloro che lo avranno indotto in errore. E, se vorrà passare dal lato delle vittime, dovrà denunciarli e dimostrarne la responsabilità. Ché se non potesse fornire la prova di essere stato indotto in errore, il sospetto che lui stesso abbia indotto altri in errore sarebbe gravissimo.
Sarebbe bello poter dire in generale che si ha “intera fiducia nei magistrati” ma purtroppo noi non abbiamo il dono della fede. E la lentezza con cui si procede in un caso così semplice è allarmante. Ma sperare nella giustizia rimane lecito.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 ottobre 2010


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16 agosto 2010
LA COERENZA DI SCALFARI
Si direbbe che l’ultimo articolo di Scalfari (1), in questo ferragosto del 2010, sia stato scritto per dovere, sospirando, con la mano sinistra. Infatti è più breve del solito e cionondimeno contiene parecchie perle che val la pena di segnalare.
Si comincia parlando dell’“uso dei dossier nei confronti di Fini”. Poiché noi di dossier non ne abbiamo visti, per paura di non sapere che cosa siano guardiamo lo Zingarelli: fascicolo in cui sono raccolti i documenti riguardanti una data materia. Se fosse solo questo, sarebbe come se il Direttore avesse scritto “l’uso dei documenti nei confronti di Fini”: e questo al Presidente della Camera non farebbe piacere. E allora bisogna pensare ad un uso ben diverso ed allarmante: dossier, in questo caso, sarebbe l’insieme dei documenti raccolti dai servizi segreti e tenuti da parte per potere un giorno accusare qualcuno. Una pistola nel cassetto. Ma a questo punto bisognerebbe provare chi ha tenuto segreti questi documenti; quando costui ne è venuto a conoscenza; per incarico di chi;  perché li ha tenuti segreti, ed altre cose ancora, di cui Scalfari non ci dice nulla. E allora perché ha usato la parola dossier, senza fornire alcun riscontro? Solo perché è di moda usarla?
L’articolo poi si dice stanco degli “sbraiti” di Di Pietro e, vista la nostra ignoranza, dopo avere istintivamente letto “sbràiti”, ci siamo rivolti ancora al dizionario. Qui esiste solo uno sbraitìo (un continuo sbraitare) che però, a nostro parere, al plurale fa sbraitii, non sbraiti. Una regola che del resto conosce anche il nostro filosofo, visto che immediatamente dopo parla dei “borbottii di Umberto Bossi”. Ma anche stavolta  commette un errore: non di lingua, di umanità. Infatti se Bossi parla in modo pressoché incomprensibile è perché è stato gravemente malato. Non è di buon gusto ironizzare al riguardo.
“Napolitano ha segnalato il vuoto che si è aperto da quando la rissa politica si è trasformata in rissa istituzionale; ha chiesto ai responsabili di questo stato di cose di mettervi fine al più presto”. Forse ricordiamo male, ma non c’è stata una sola occasione in cui Berlusconi, negli scorsi mesi, abbia criticato Fini. Mentre le occasioni in cui Fini ha violentemente criticato Berlusconi e l’azione del governo sono state innumerevoli, fino a renderlo un protagonista in pectore della sinistra. Se alla fine il provocato ha reagito, identificando nel Presidente della Camera un avversario, non è giusto chiedere “ai responsabili di questo stato di cose di mettervi fine al più presto”. Come se fossero ugualmente responsabili chi attacca e chi si difende. Ma si sa, insultare e provocare Berlusconi non è reato. È un concetto che fini dovrebbe conoscere bene: ci fu un tempo in cui perfino uccidere un fascista non era reato.
Scalfari scrive poi che Napolitano fruisce di “un livello di fiducia popolare che sfiora l'unanimità”. Si vede che il tedio di cui parla all’inizio dell’articolo gli ha impedito di leggere i giornali, ultimamente.
Fini e i suoi fingono di appartenere ancora alla maggioranza, ma “Quella finzione è stata adottata affinché fosse evidente chi era stato il responsabile della secessione: un'evidenza però talmente plateale da non richiedere percorsi così tortuosi e sterilizzanti”. Insomma non Fini ha cercato la lite e la rottura, ma Berlusconi. Lo apprendiamo “con sorpresa e disappunto”.
Poi si parla del “massacro mediatico che i giornali berlusconiani infliggono a Fini con l'evidente supporto dei dossier dei Servizi segreti”. Evidente supporto. Ciò è che evidente o è evidente a tutti - e per noi non lo è - oppure è facile da provare. Aspettiamo la dimostrazione.
Ma c’è di peggio. Eugenio sottolinea le accuse dei finiani, che hanno attaccato il Cavaliere “indicando temi recenti di gravissima portata e cioè: l'uso dei Servizi di sicurezza per distruggere gli avversari politici del premier, rapporti di comparaggio del presidente del Consiglio con il primo ministro russo Putin; analoghi rapporti di comparaggio di Berlusconi con il leader libico Gheddafi”. Lasciamo da parte la riduzione della politica estera al livello d’osteria al quale alcuni sono abituati e fermiamoci a questo parole: “uso dei Servizi di sicurezza”, riguardo ai quali scrive lo stesso Scalfari: “Se i finiani dispongono di prove o almeno di gravi indizi su queste presunte e gravissime illegalità, hanno a nostro avviso l'obbligo di esibirle informandone la competente Procura della Repubblica”. E qui rimaniamo di sasso. Non è lui stesso che poco sopra ha parlato di dossier senza fornirne alcuna prova? E ora la richiede ai finiani?
L’unica spiegazione è che per una volta ha dimenticato l’aurea regola della sinistra: quando si accusa qualcuno, non si ha nessun dovere di provare ciò che si dice.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 agosto 2010
(1)http://www.repubblica.it/politica/2010/08/15/news/scalfari-6297904/?ref=HRER1-1


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POLITICA
15 agosto 2010
THE DEVIL'S DETAILS
C’è un detto d’origine ignota ma diffusissimo: il diavolo si nasconde nei particolari.
Se due fratelli ereditano i beni dei genitori e si vogliono bene, diranno: divideremo tutto a metà. Per il denaro, tot a te e tot a me. Chiaro e semplice. Ma per i beni immobili? A chi va la casa paterna? E quel vecchio e prezioso vaso cinese. E i gioielli di mamma? È inutile moltiplicare gli esempi. I problemi posti da un’eredità sono tanti - a volte si litiga perfino su chi debba avere il cane - che alla fine le soluzioni sono due: o uno degli eredi si rivolge al giudice, litigando definitivamente con l’ altro e mettendo in moto un processo che dura anni ed anni, oppure gli eredi arrivano ad un compromesso che li lascia comunque scontenti, perché ognuno pensa di averci perso. Eppure il principio era semplice: metà e metà. Purtroppo, quando si scende sul piano concreto si comincia a sentire puzza di zolfo.
Il fenomeno si verifica anche al più alto livello. Perché il Papa sembra dire sempre cose tanto sagge, e lodevoli, e condivisibili? Perché non scende mai nei particolari. Nel caso della disputa fra due Stati che rischiano di passare alle vie di fatto, auspica una soluzione pacifica che eviti dolore e spargimento di sangue alle popolazioni. Eccellente. Ma non dice qual è la soluzione pacifica. Lo stesso se si parla della fame nel mondo: in questo caso auspica che i governi locali e la comunità internazionale facciano tutto quanto è necessario per soccorrere chi è in bisogno. Ottimo. Non solo non dice che cosa debbano fare in concreto, ma non spiega neppure perché dovrebbero nutrire a loro spese e a tempo indeterminato intere popolazioni. E infatti, dopo la predica, non se ne fa niente. Ma è fisiologico. Proprio per preservare il rispetto dovuto alla carica, i discorsi dei Papi, dei Re e dei Presidenti della Repubblica si tengono ben lontani dai particolari.
Le cose non vanno diversamente con i discorsi dei politici i quali, nella lotta per il potere, usano una demagogia senza scrupoli tenendosi lontani dai particolari. Con l’aria di essere dei coraggiosi si denunciano le difficoltà dei disoccupati, il degrado dei monumenti, il disastro delle ferrovie, la decadenza della scuola, l’inefficienza degli ospedali, senza mai proporre soluzioni che non siano pura retorica. In generale, spese faraoniche senza indicare dove trovare i soldi. Di questi particolari triviali occupatevi voi. Per i disoccupati, addirittura, si chiede “la creazione di posti di lavoro” e la parola è interessante: creare è il verbo dell’Onnipotente che fa sorgere qualcosa dal nulla.
Perfino per le cose che non costano nulla i politici dimostrano la loro totale mancanza di scrupoli, servendosi dei bei principi generali. Nei mesi scorsi in Italia si è parlato instancabilmente della nuova legge che doveva limitare la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche e in molti si sono stracciati le vesti in difesa della libertà di stampa. Questa, come i diritti umani, l’uguaglianza della donna, la protezione dell’ambiente e la sanità pubblica è uno di quegli argomenti sui quali è assolutamente obbligatorio essere d’accordo. Prova ne sia che quando Silvio Berlusconi, stanco di essere attaccato e diffamato da mesi, ha querelato “la Repubblica” è stato pesantemente attaccato ed accusato di “volere intimidire la libera stampa”. Come ha detto poi Giancarlo Fini, parlando della legge sulle intercettazioni, “la libertà di stampa non è mai troppa”.
“La libertà di stampa non è mai troppa”. Innanzi tutto, se fosse vero, non esisterebbe il reato di diffamazione. Poi, se anche Fini avesse voluto dire: “Il reato rimanga nel codice, ma io non denuncerò mai un giornale per ciò che ha scritto” avrebbe mentito, perché in questi giorni ha ricoperto “il Giornale” di querele. E allora, perché stabilire un principio generale, “La libertà di stampa non è mai troppa”, se poi, non appena si scende nel particolare, ci si comporta in maniera opposta? Solo perché quel giorno occorreva andare contro Berlusconi?
Né diversamente si è comportato il Presidente della Repubblica. Prima ha promesso un occhiuto esame della legge allora in discussione, col chiaro intento di rimandarla indietro. A protezione dell’intangibile libera stampa. Poi, quando la libera stampa ha attaccato il Presidente della Camera, ha pubblicamente e solennemente detto: “Cessino gli attacchi”.
Il disprezzo dei particolari. Il Presidente della Repubblica deve sempre volare tanto alto che nessuno possa pensare che ha preso posizione in una controversia concreta. Se poi non intende seguire questo aureo consiglio, in tanto dovrà prescinderne, in quanto sia capace di azione. Se potesse mandare i carabinieri ad arrestare Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro, si capirebbe il suo “cessi la campagna”. Se non può farlo, esprime un voto irrituale, inane e contrario alla libertà di stampa.
Come avrebbe detto Talleyrand, più un errore che un crimine. E perfino più una sciocchezza che un errore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 agosto 2010


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POLITICA
14 agosto 2010
SOSPETTI MONEGASCHI

Per quanto riguarda l’ormai famoso appartamento di Montecarlo poche cose sono certe. Sappiamo, per concorde ammissione di tutti, che è stato venduto ad un prezzo corrispondente ad un quarto o ad un quinto del suo valore e noi stessi abbiamo scritto che per ottenere di più sarebbe bastato mettere il cartello “si vende”. Certo è pure che la casa ora è locata a Giancarlo Tulliani.
Il mistero è rimasto completo su chi si celi dietro la fantomatica società off-shore acquirente. “Il Giornale” ne ha fornito solo il nome e l’inquietante data di costituzione. Inquietante perché precedente il rogito solo di una quarantina di giorni. Ma dalle coincidenze non si può dedurre una certezza. Non si sa chi sia il vero compratore e non si sa come mai questo compratore abbia locato l’appartamento, per una pigione rimasta anch’essa misteriosa, proprio a Giancarlo Tulliani.
Antonio Di Pietro, come sempre diretto fino alla brutalità, ha detto che il compratore è “italianissimo”. Qualcun altro ha pure detto che chi sia è “evidente”, ma non è andato oltre. In questa sede si faranno dunque due ipotesi. Una esattamente in linea con la versione di Fini e dei Tulliani, una puramente fantastica.
Per la prima ipotesi, An tiene sfitto e chiuso un appartamento. Giancarlo Tulliani trova un compratore che offre trecentomila euro, An reputa l’offerta vantaggiosa e vende. Il compratore - che vuole rimanere ignoto - loca la casa a Giancarlo Tulliani. Il Presidente della Camera apprende tutto ciò, con sorpresa e disappunto, dalla sua compagna. Amen.
La seconda ipotesi è soltanto un gioco intellettuale ma suona molto diversa. An ha un appartamento che fa gola a Giancarlo Tulliani. An potrebbe locarglielo al prezzo corrente, ma non vuole che in giro si dica che Fini favorisce il quasi cognato. A questo punto, per nascondere qualcosa che - purché la pigione fosse di livello adeguato - sarebbe stato lecito, ci si imbarca in un inghippo infernale.
Per non apparire implicata, An costituisce una società off-shore la quale, fittiziamente, compra da An (se stessa) l’appartamento. Poi la società off-shore rivende l’appartamento ad una seconda società off-shore (un ulteriore alias di An) e tutto ciò spiegherebbe perché il prezzo sia stato così basso. Che fossero trecento euro o tre milioni di euro, non importava: se An svendeva, svendeva a se stessa. Una volta che essa non ha più avuto niente a che vedere con l’appartamento, e nessuno scandalo era possibile - c’erano già stati ben due cambi di proprietà! - la seconda società off-shore ha locato l’appartamento a Tulliani. E forse anche la pigione è simbolica: ciò spiegherebbe perché non si sia voluto esibire il contratto di locazione.
La costituzione delle società off-shore per simulare l’acquisto potrebbe avere avuto un’ulteriore finalità. Nel Principato, se si aliena la casa, si paga una tassa del 9%. Se invece si vende ad una società, non si paga nulla. Dunque non si è voluto vendere ad un “uomo di paglia”, perché si sarebbero dovuti pagare 27.000 €. Così si rischia però una doppia evasione fiscale: per non avere pagato il 9% (visto che di fatto si vendeva ad un privato) e per non averlo pagato sul valore vero della casa.
Visto che si gioca con le ipotesi, nulla impedisce di farne una ancora peggiore. L’italianissimo compratore potrebbe essere lo stesso Giancarlo Tulliani. In questo caso il prezzo sarebbe stato effettivamente di trecentomila euro (la truffa aggravata a danno di An ipotizzata dalla Procura di Roma) e il Tulliani potrebbe essere l’unico proprietario della società off-shore acquirente. Egli non potrebbe esibire nessun contratto di locazione per l’eccellente motivo che starebbe abitando in casa propria.
Sono ipotesi puramente fantastiche ma spiegano molti misteri, purtroppo con risultati allarmanti. È dunque comprensibile che da tante parti si preferisca vederle smentite: e per questo si chiedono chiarimenti. Gli italiani sono come quel marito che ha molte ragioni per temere l’infedeltà della moglie ma l’implora di fugare tutti i dubbi: non chiede niente di meglio che di crederle e dirle che l’ama come prima. Se Fini, come speriamo, può dimostrare che si è giocato con ipotesi calunniose, lo dimostri. Farà un favore a se stesso ed a noi. Non chiediamo niente di meglio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 agosto 2010



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POLITICA
11 agosto 2010
DIFFERENZE FRA FINI E BERLUSCONI
In margine alle parole di Italo Bocchino

Da più parti, e di primo acchito con notevole ragionevolezza, si è chiesto: se il Pdl chiede le dimissioni di Giancarlo Fini, sospettato dai media di essere implicato in affari poco puliti, e forse in una truffa, perché non dovrebbe dimettersi Silvio Berlusconi, che è non solo sospettato, ma anche imputato di parecchi reati?
La domanda è ragionevole. Tuttavia può darsi che la risposta non sia quella che ci si aspetta.
Di Berlusconi si è detto cento volte che è stato ed è oggetto di una persecuzione da parte dei magistrati. Chiunque può non essere d’accordo su questa affermazione, ma DEVE essere d’accordo Gianfranco Fini: perché l’ha fatta lui stesso, più volte. Non possiamo citare la bibliografia perché sul momento ciò che diceva l’ex leader di An appariva banale, ma non è passato abbastanza tempo perché gli italiani possano averlo dimenticato o perché Fini possa oggi dire il contrario di ciò che diceva ieri.
Viceversa Fini si è potuto vantare - e gliene diamo volentieri atto - che in decenni di vita politica non è mai stato sospettato della minima scorrettezza che potesse interessare la Giustizia. Ma questa differenza ora non gioca a suo favore.
Se l’Italia sospetta di qualcuno di cui non ha mai sospettato; se quest’uomo è implicato in un affare che la magistratura definisce truffa aggravata, anche se procede pudicamente “contro ignoti”; se perfino la stampa più accesamente di sinistra come “Repubblica” gli chiede conto di ciò che avviene (1), è segno che i sospetti su di lui sono - almeno da parte dell’opinione pubblica - più pesanti di quelli che si nutrono su Berlusconi. In altre parole, per Berlusconi la gente pensa che i magistrati potrebbero calunniarlo, per Fini la gente pensa che attualmente la magistratura forse lo sta risparmiando.
Ma c’è una seconda e ancor più importante differenza. Chi stabilisce le regole del gioco non ha il diritto di violarle. Se perdoniamo con un sorriso - “siamo tutti peccatori” - potremo sperare di essere perdonati, se siamo spietati non ci dobbiamo aspettare pietà. E qui nasce un’inevitabile serie di evidenze:
Chi pecca è bene che non condanni i peccatori.
Chi condanna i peccatori è bene che non pecchi.
Chi condanna i peccatori deve essere condannato con estrema severità se poi pecca lui stesso. Infatti rivela di non avere carità cristiana. Di essere il peggio del peggio: un moralista ipocrita.
Se qualcuno richiede le dimissioni di un sottosegretario come Giacomo Caliendo, che non è imputato di nulla ma solo sottoposto a qualche sospetto (e non di truffa!), quanto più è doveroso che si dimetta lui stesso, se i sospetti a suo carico sono più gravi!
Il garantista che è in noi dice queste cose superando un moto di ripugnanza, ma non stiamo applicando il nostro metodo: il metodo è quello di Antonio Di Pietro, ora sposato da Fini. Questi ha condiviso moralmente la mozione di sfiducia a Caliendo e non l’ha votata solo per non rischiare di andare ad elezioni anticipate. Il suo indefettibile principio morale proclamato alto e forte è stato che l’uomo politico deve essere come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto. Dunque è seguendo i suoi principi, non i nostri, che dovrebbe dimettersi. Se poi i suoi principi non valgono quando si tratta di lui stesso, o non valgono nulla i suoi principi o non vale nulla lui.
Questa è l’ultima differenza con Berlusconi. Il Cavaliere, pur proclamando la propria onestà, non si è mai proposto come modello di virtù. È un ex cantante da navi da crociera; un ex palazzinaro di successo; un miliardario gaudente con le mani in pasta in mille affari; uno che si è dato alla politica e che non per questo, malgrado la sua età, ha smesso di essere un donnaiolo. È insomma uno che non dà lezioni di morale a nessuno: e proprio per questo per lui valgono soltanto le regole del diritto. Lui può non dimettersi finché non sia intervenuta sentenza definitiva di interdizione dai pubblici uffici, altri devono andarsene al primo stormire di foglie. In base ai loro plumbei e crudeli principi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 agosto 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=TBQA4

POLITICA
11 agosto 2010
IL VANILOQUIO
Questi giorni dovrebbero essere drammatici e gravidi di conseguenze per il nostro Paese e tuttavia il tedio che ispira la stampa è incredibilmente grande. Il fenomeno ha una spiegazione: tutti parlano continuamente al futuro e il futuro è un mistero impenetrabile; tutti parlano continuamente per linee generali e si sa che il diavolo si nasconde nei particolari. Si possono dunque ascoltare decine di interviste, leggere miriadi di articoli e alla fine sentire che tutto ciò che è stato detto potrebbe non avere alcun rapporto con la realtà. Non si crede più a nulla.
Sono tutti bugiardi?
No, non sono bugiardi: da un lato non hanno niente da dire, dall’altro tirano ad indovinare. Chi potrebbe dire qualcosa di veramente importante è Silvio Berlusconi e questi, sempre che gli riesca di attuarle, ha interesse a preparare le sue mosse nel massimo segreto.
Si dice che il Cavaliere voglia prendere quattro punti del programma del Pdl e proporli ai finiani: “O ci sostenete su di essi come ve li stiamo presentando, o si va a votare”. Dalla parte opposta si risponde: “E che problemi ci sono? Noi siamo stati votati dagli elettori del Pdl su questo programma. Non solo siamo disposti, addirittura teniamo a realizzarlo”. Perfetto, no? Tanto perfetto, che uno si chiede perché mai si litighi, allora.
In realtà il progetto mostra la corda non appena lo si guarda un po’ più da vicino. “Come ve li stiamo presentando” implica che a Giancarlo Fini e ai suoi amici si proponga una legge, magari di centinaia di pagine, da accettare integralmente, virgole comprese. La discussione in Parlamento - perfino su argomenti scottanti come la riforma della giustizia - sarebbe soltanto formale: si lascerebbe parlare l’opposizione, senza interloquire, per poi passare al voto di fiducia sul testo precostituito. La procedura sarebbe irregolare, dal punto di vista democratico, e poco comunque verosimile. Non si può onestamente pretendere questo, da un gruppo parlamentare.
E allora si fa un’altra ipotesi. Ai finiani si presenta un piano dalle linee generali, plausibile anche se vago: ma Berlusconi sarebbe tanto ingenuo da accettare l’adesione ad un testo la cui interpretazione, sin dal primo giorno, lascerebbe largo adito a diversità di opinioni e di voto? L’attuale disponibilità dei finiani ad accettare la proposta potrebbe avere questo senso: “Noi diciamo di sì ed evitiamo elezioni anticipate - che in questo momento sarebbero sfavorevoli non solo a noi ma anche al Pd - e poi, una volta che si comincia a discutere in Parlamento, la tiriamo in lungo, guadagniamo tempo e se proprio bisogna tornare alle urne, ci torneremo quando conviene a noi, non al Cavaliere”.
Tutto questo considerato, a Berlusconi e ai suoi amici potrebbe convenire proporre formalmente i quattro famosi punti ma mettere intanto subito in votazione alcune leggine indigeribili per i finiani, in modo da attenderli al varco: il processo breve, i limiti alle intercettazioni, il lodo Alfano costituzionale, una legge sugli immigrati. Qualcosa su cui i finiani si sono già chiaramente pronunciati e che li obblighi a mettersi di traverso. Il gioco a questo punto diverrebbe facile: il governo cade, rifiuta ogni altro governo anche se caldeggiato da Napolitano, e va in tempi brevi a nuove elezioni.
Perché ascoltare le rassegne stampa di RaiTre o dei radicali o leggere quella della Camera dei Deputati? Perché leggere tanti articoli e tante interviste se le arrière-pensées (“i retropensieri”) sono molto più numerose dei pensieri espressi?
Per giunta non ne sapremmo molto di più neanche se, per pura ipotesi, invece di giocare a carte coperte, tutti dicessero l’assoluta verità. In concreto tutto dipenderà da quali leggi saranno proposte al Parlamento, da quanta paura i parlamentari avranno delle elezioni, da quanto tengono a maturare la pensione da parlamentari, da qualche avvenimento che potrebbe sconvolgere i dati di partenza. Per dirne una, l’indagine della Procura di Roma potrebbe coinvolgere seriamente Fini e lo scenario cambierebbe radicalmente.
Forse la situazione migliore la vivono quelli che sono andati al mare e non comprano giornali. Non perdono niente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 agosto 2010



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POLITICA
8 agosto 2010
FINI: UNO STUPORE CHE STUPISCE
A proposito dell’ormai famoso appartamento di Montecarlo, Giancarlo Fini si è finalmente deciso a dare la propria versione dei fatti (1). Chi si aspettava qualche rivelazione rimane deluso. Non c’ero e se c’ero dormivo.
Premesso che “la vicenda non ha ad oggetto soldi o beni pubblici ma solo la gestione di una eredità a favore di AN”, Fini, tanto per non perdere la buona abitudine di prendersela con Berlusconi anche se piove o tira vento, afferma che lui, “a differenza di altri non ha l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti...".  Ma riassumiamo i suoi otto argomenti.
1) L’appartamento fu stimato “dalla società che amministra il condominio” circa 450.000.000 di lire (circa 232.000 €) e per tale somma fu inserito nel bilancio di AN.
2) L’appartamento era inabitabile senza cospicue spese di ristrutturazione.
3) Non è vero che AN abbia ricevuto proposte di acquisto.
4) Questo punto si riporta integralmente: “Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l'appartamento, notoriamente abbandonato da anni”.
6) Si è venduto per fare cassa a favore del partito.
5) L’offerta di acquisto di 300.000 € era superiore al valore stimato.
7) “Sulla natura giudica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla”.
8) “Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite”.  Recte intuiti.
Tutto ciò premesso, che la vicenda non riguardi beni pubblici non impedisce che sia possibile sospettare qualcosa di illecito, come sarebbe per esempio incassare il prezzo di un milione di euro e depositarne solo 300.000 nelle casse del partito: attenzione, non si sta dicendo che sia avvenuto questo, si sta solo dicendo che il fatto che si tratti di un bene privato non mette al riparo da illeciti penali.
1 e 5) Che AN si sia fidata, per somme così grandi, della stima di un amministratore di condominio, è strano. Soprattutto dal momento che, per concorde giudizio di tutti (anche del Corriere della Sera), la somma era bassissima. Era così difficile rivolgersi almeno ad un’immobiliare del Principato? E anche ad ammettere che quella somma sia stata inserita senza ulteriori esami nei bilanci di AN, non sarebbe stata necessaria una più seria verifica, al momento della vendita, anni dopo? Chi non lo farebbe, per una casa propria? Soprattutto visto che oggi il sospetto è che l’appartamento sia stato venduto ad un quinto circa del suo valore. Infine, anche a credere a quello che ci viene detto, risulta dai fatti che se ne potevano ricavare almeno 30.000 € di più, come dimostra l’immediata rivendita dalla prima società off-shore alla seconda.
2) Quando si tratta di somme come quelle ipotizzate dai giornali, per un appartamento di 60-70 m2, inserito non in un decrepito stabile di Agrigento ma in un elegante condominio del centro di Montecarlo, le spese di ristrutturazione sono insignificanti.
3) Su questo punto - le offerte di acquisto ad An - aspettiamo al varco Feltri. Il “Giornale” sostiene di avere la registrazione in voce delle affermazioni di un signore che a suo tempo propose ad AN di acquistare l’appartamento per un milione e mezzo, ed insistette senza esito con telefonate e raccomandate.
8 e 4) Fini afferma che la vendita gli fu prospettata da Giancarlo Tulliani e poi si stupisce che costui - dopo avere seguito i lavori di ristrutturazione, a quanto dicono i vicini - sia andato ad abitarci? Vuole per favore consentire anche a noi di stupirci?
Comunque, in totale Fini afferma di non sapere nulla. Anche se ammette di essere stato a conoscenza dell’alienazione e di avere autorizzato Pontone ad effettuarla, dice di non conoscere i compratori. Rimane comunque da vedere - e se ne sta occupando la Procura di Roma - se quel prezzo era se pure approssimativamente congruo alla vendita effettuata; se effettivamente sia stato pagato in quella misura; e infine quale genere di interesse abbia avuto Giancarlo Tulliani in tutta questa faccenda. Insomma Fini, che tanto sospettoso si è dimostrato nei confronti di Caliendo, avrebbe fatto bene ad essere più sospettoso per quanto riguardava il valore dell’immobile, la qualità dei compratori, il prezzo effettivamente pagato e il vero ruolo recitato dal giovane Tulliani in tutta la faccenda. Non si vede infatti perché questi avrebbe dovuto disturbarsi tanto per l’appartamento, andando più volte a Montecarlo, senza avere la minima intenzione di approfittarne o di andare ad abitarci.
Gianfranco Fini prova disappunto e stupore, per questa conclusione. Anche noi, a dire poco.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 agosto 2010
(1)http://www.ilgiornale.it/interni/montecarlo_fini_nulla_nascondere_sorpreso_locazione_tulliani/08-08-2010/articolostampa-id=466091-page=1-comments=1


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POLITICA
7 agosto 2010
FINI IL MORALISTA
Questo articolo è dedicato a chi ha già letto ciò che c’era da leggere sull’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad An. L’immobile è stato venduto per 300.000 euro ad una fantomatica società off-shore (cioè sostanzialmente anonima), mentre un vicino di casa monegasco offriva, a quanto scrivono i giornali, fino a un milione e mezzo (1). L’appartamento oggi è abitato da tale Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini, il quale paga una pigione che si tiene segreta.
La situazione è talmente torbida che la Procura della Repubblica di Roma, su denuncia di esponenti della Destra di Storace, ha aperto un fascicolo per truffa aggravata ed altro. Fini ha querelato a destra e a manca, sostenendo che lui non era il proprietario dell’appartamento (cosa che nessuno gli ha mai addebitato) ma non ha smentito nulla di sostanziale, tanto che continuano a chiedergli chiarimenti quotidiani tanto lontani fra loro quanto il Giornale e il Fatto, la Repubblica e il Corriere della Sera. Ma mentre i funzionari di An si lanciano in dichiarazioni contraddittorie, in ammissioni tardive, in affermazioni imbarazzate (“effettivamente è un mistero, come mai abbiano locato la casa a Tulliani”), in smentite e controsmentite, il Presidente della Camera mantiene il silenzio.
Il commento su questa affaire ha il dovere di svolgersi in due direzioni diverse, una giuridica e una politica.
Giuridicamente, la prima cosa da osservare è che la firma sull’atto notarile non è di Fini. La valutazione della congruità del prezzo offerto non era di sua competenza. Il rifiuto di un prezzo cinque volte superiore potrebbe essere stato determinato da ragioni che non conosciamo e che i funzionari del partito avranno agio di spiegare alla Procura di Roma. A chi una società off-shore lochi un suo appartamento non è cosa che lo riguardi. Tutto ciò premesso, non essendo stato dimostrato nulla di penalmente rilevante a carico dell’on.Gianfranco Fini, accusarlo di checchessia è non solo incongruo, ma anticostituzionale. Infatti ogni cittadino è da considerare innocente finché non sia intervenuta sentenza di condanna definitiva a suo carico (Cost., Art.27).
Questo non è l’unico punto di vista. Secondo personaggi come Antonio Di Pietro e parecchi altri, fra i quali Fini, i politici non solo devono essere innocenti secondo la Costituzione ma non devono essere pregiudicati, neanche per reati colposi (è questa la ragione per la quale Beppe Grillo non si candida personalmente). Non devono avere in corso procedimenti penali a loro carico. Non devono essere iscritti nel registro degli indagati. Addirittura non devono essere sospettati dai giornali, dal momento che si sono richieste le dimissioni del ministro Scajola nel momento in cui nel registro degli indagati, salvo errori, non era nemmeno iscritto. Come non è iscritto il sottosegretario Giacomo Caliendo.
A questo punto ci si può chiedere: c’è materia di sospetti, a carico di Gianfranco Fini? La risposta è sì. Ce n’è a iosa, come provato dal fatto che egli ha querelato il Giornale proprio per questi sospetti. Ce n’è a iosa perché anche la Procura della Repubblica di Roma è stata indotta a prendere sul serio una denuncia per truffa aggravata (che avrebbe potuto archiviare “per manifesta infondatezza”, addirittura procedendo contro i denunzianti per calunnia) anche se attualmente il fascicolo è a carico di ignoti. Senza dire che la vendita di un appartamento per un prezzo che è un quinto o meno di quello di mercato, ad un compratore misterioso, per poi ritrovare in quell’appartamento il “cognato” di Fini, che non vuol rivelare quanto paga di canone locativo, susciterebbe dei sospetti anche nell’uomo più ingenuo del mondo. Se il Presidente della Camera si fosse chiamato Silvio invece di Gianfranco, e Berlusconi invece che Fini, questo è un episodio che avrebbe provocato il finimondo.
Due mentalità, abbiamo detto: una garantista, una giustizialista. La nostra è quella garantista. Ma qual è quella di Gianfranco Fini? Ce l’ha rivelata lui stesso cento volte, parlando continuamente di legalità, di moralità e da ultimo astenendosi (ma solo per non far cadere il governo) sulla mozione di sfiducia contro Caliendo. Se costui deve dimettersi pur essendo solo sospettato, e non di truffa, ma di avere cercato raccomandazioni, perché non si deve dimettere Fini stesso? Dopo che avrà dimostrato la sua totale, immacolata innocenza tornerà alla sua carica, se sarà ancora disponibile. Diversamente l’avrà persa come i tanti innocenti. I ministri Calogero Mannino e Rino Formica, tanto per fare dei nomi, sono stati assolti il primo dopo sedici e il secondo dopo diciassette anni. E non c’è nulla da criticare: sappiamo benissimo che la magistratura fa solo, egregiamente, il proprio dovere.
La verità è che bisognerebbe ripristinare l’art.68 della Costituzione com’era prima del 1990; ma questo vale per i garantisti, non per i giustizialisti. Costoro, se appena sospettati, vorremmo vederli in galera: se non altro, per mandarli lì dove loro stessi reputano giusto mandare i sospettati.
Il nostro è il Paese delle leggi ad personam. Per esempio, Di Pietro è stato sospettato molte volte e molte volte i giudici si sono occupati  di lui. La conclusione è stata a suo favore e questo gli bastato. E basta anche a noi. Ma, seguendo la sua mentalità, prima di quella conclusione, mentre era sotto indagine, e dunque era sospettato, come mai non ha sentito il dovere di fare un passo indietro, come ora ha chiesto a Caliendo di fare?
Ciò che vale per qualcuno non vale per qualcun altro: c’est la vie.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 agosto 2010
(1) Con “maps.google.it”, digitando “princesse charlotte, montecarlo, monaco”, si scopre che questa via non è periferica, ma al contrario è assolutamente al centro del Principato, a circa trecento metri dal Casino.


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permalink | inviato da giannipardo il 7/8/2010 alle 9:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
6 agosto 2010
LA CONGIURA DI FINI
Si è spesso detto che i recenti avvenimenti politici, pur allarmanti, non indicano chiaramente che cosa avverrà in futuro. Non è razionale sommare contrari ed astenuti ma d’altra parte è vero che il Pdl e la Lega insieme non hanno la maggioranza assoluta alla Camera.
Nessuno si aspettava che i finiani sarebbero stati così numerosi. L’iniziale errore di calcolo sul numero dei dissidenti è forse nato dal fatto che proprio non si capiva dove sarebbero potuti andare a parare; viceversa il loro numero ora fa pensare che forse lo sapevano. E per questo bisogna fare delle ipotesi.
Forse molti reputano che Berlusconi sia finito e pensano che, a questo punto, prima si scende dal suo carro più probabilità si hanno di salvarsi. Che poi questo ragionamento si faccia a proposito di un partito che da solo vale più del trenta per cento, è soltanto stupefacente: ma ammettiamo che sia così.
Se Berlusconi è “bollito”, bisogna trovare il modo di rimuoverlo in concreto. La dietrologia è da aborrire ma qui è necessario fare l’ipotesi di un complotto. Eccone la trama: Fini ordisce una congiura con un buon numero di deputati e senatori e poi reitera le provocazioni fino a costringere il Cavaliere alla rottura. A questo punto, seguito dai complici, esce da vittima dalla maggioranza, denunciando l’illiberalità del Pdl. Il progetto avrebbe questo seguito: il Partito Democratico, l’Italia dei Valori, l’Unione di Centro, Futuro e Libertà, Api e qualche indipendente fanno cadere il governo e poi dicono a Giorgio Napolitano che non è necessario andare a nuove elezioni: in Parlamento è disponibile una maggioranza alternativa. La loro.
Una simile armata Brancaleone, inconcepibile dal punto di vista ideologico, non può avere un programma ed ha un unico punto di convergenza: l’abolizione del premio di maggioranza previsto dall’attuale legge elettorale. Anche se è giusto chiedersi perché mai il Pd dovrebbe rinunciarvi. Infatti se il Partito di Berlusconi dovesse sgonfiarsi al punto di non essere più il primo partito, Bersani e i suoi amici toccherebbero il cielo col dito: gli basterebbe prendere un punto percentuale più del Pdl per fare da soli il governo.
Ma ammettiamo che il Pd passasse sopra ai propri interessi pur di mandar via Berlusconi: che altro farebbe, questo governo, dopo la riforma della legge elettorale? Se richiedesse le elezioni anticipate, il Cavaliere potrebbe vincere con la nuova legge come ha vinto con la legge elettorale precedente il “Porcellum”. Né sarebbero favorevoli i tempi dell’operazione. Dopo il Ribaltone del 1994 fu chiaro che, se si fosse votato subito, Berlusconi avrebbe riconquistato il potere senza difficoltà. Fu proprio per questo che Oscar Scalfaro, non mantenendo la parola data, fece passare più di un anno prima di concedere le elezioni. In tempi brevi, dunque, Fini e gli altri potrebbero essere travolti dall’indignazione popolare.
E allora bisogna fare l’ipotesi B, secondo cui il governo nato per riformare la legge elettorale si trasforma in governo tecnico, di transizione, di salute pubblica, di ricchi premi e cotillons, insomma un governo né carne né pesce che non fa nulla. Peggio del governo Prodi. E durerebbe, un simile esecutivo? Come lo tratterebbero gli elettori, se arrivasse al 2013? Si può ipotizzare  un tornado di disprezzo.
Rimane per finire uno scenario improbabile, che qualcuno ha tuttavia preso in considerazione. L’armata Brancaleone potrebbe coinvolgere Bossi offrendogli il federalismo, pur di staccarlo da Berlusconi, potendo così fare a meno di Di Pietro. Se ne fiderebbe, il Senatur? Da quel furbacchione che è, non si accontenterebbe di promesse vaghe. Vorrebbe vedere scritto nero su bianco, ed anche reso noto urbi et orbi,  il tipo di federalismo che gli si offre. Sarebbe disposto a concederglielo, Fini, che proprio sul meridionalismo e sull’antifederalismo ha sempre puntato? E comunque rimarrebbero in vita tutte le obiezioni precedenti. Una, soprattutto: quale programma potrebbero mettere insieme personaggi così diversi?
La conclusione, guardando all’essenziale, è diversa. Il Cavaliere potrebbe essersi sbagliato, o essere stato ingannato, sulla consistenza dei dissidenti: ma tutti gli altri discorsi, gli altri progetti, gli altri sogni sono nati e cresciuti nel mondo della politica. Nelle “stanze piene di fumo”, come si diceva quando ancora tutti fumavano. E invece il fulcro di tutta l’operazione è un altro. Fini forse pensa che Silvio Berlusconi sia “superato”, “finito”, “bollito”, ma si dovrebbe lo stesso chiedere: gli italiani lo sanno che è “superato”, “finito”, “bollito”? Perché, se non lo sanno, potrebbero ancora votare in massa per lui.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 agosto 2010

POLITICA
1 agosto 2010
FINI PUO' ESSERE OBBLIGATO A DIMETTERSI?
Mesi fa, quando dal palco Silvio Berlusconi si lamentò delle parole di Gianfranco Fini questi, facendo anche un gesto con la mano, dalla prima fila, gli chiese: “Che fai, mi cacci?” La risposta si è avuta a mesi di distanza: “Sì”.
Mai credersi invulnerabili.
La domanda di oggi è un’altra: Berlusconi può cacciare Fini dalla sua carica di Presidente della Camera? Stavolta la risposta, non solo di Fini ma di tutti i commentatori, è: “No”.  E tuttavia.
Vediamo per cominciare due importanti pareri.
Sul Corriere della Sera c’è un’intervista (1) a Pier Alberto Capotosti, ex presidente della Corte Costituzionale, il quale afferma: “La Costituzione non prevede revoche”. “Il meccanismo della revoca non è previsto dalla Costituzione né per il presidente della Camera, né per i deputati. Ci possono essere pressioni politiche, ma senza conseguenze giuridiche”.
Luciano Violante, Presidente della Camera per cinque anni, intervistato da Repubblica (2), alla domanda: “È possibile una mozione di sfiducia a Fini?” risponde: “No. Significherebbe che il presidente della Camera o del Senato sono nelle mani della maggioranza. Non è così”. E poi: “I ruoli super partes non possono decadere per una scelta della maggioranza parlamentare, non sono nelle mani di chi ha vinto le elezioni”. Queste affermazioni sono perentorie e ciò malgrado non sono convincenti: infatti non sono sostenute da un solo rigo della Costituzione.
La Costituzione all’art.94 prescrive: “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere./ Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. / Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia./ Il voto contrario di una o d'entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni./ La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione”. Salvo errori, questo è l’unico punto in cui si parla di fiducia o sfiducia, e dunque i due illustri giuristi avrebbero ragione. Non si parla né di Presidenti delle Camere, né di ministri.
Ma la storia dice qualcosa di diverso. Alcuni anni fa, nel 1995, con notevolissima sorpresa di chi scrive, il Ministro di Giustizia del governo Dini Filippo Mancuso, inviso alla sinistra giustizialista perché colpevole di avere ordinato un’ispezione sui magistrati di Mani Pulite, fu fatto oggetto di un’inedita iniziativa parlamentare. La sinistra presentò una mozione di sfiducia non contro il governo - cosa prevista dalla Costituzione - ma contro lui personalmente: e dal momento che la mozione fu votata, Mancuso si dimise, scomparendo dalla scena politica. Ora si chiede: in quale articolo della Costituzione è scritto che la sfiducia può essere votata ad personam, contro un singolo ministro? E se, pur non essendo scritta da nessuna parte, questa procedura informale è stata adottata per un ministro, chi dice che non possa essere adottata altrettanto informalmente contro il Presidente della Camera?
Qualcuno sostiene che c’è una differenza, fra un ministro e il Presidente di una delle Camere, perché la prima è una carica politica e la seconda è una carica istituzionale. Ma a parte il fatto che ambedue le cariche non sono neutre, come origine, perché provengono da una parte politica, la Costituzione per questo riguardo non parla né di ministri né di Presidenti delle Camere. Se dunque s’è potuto inventare qualcosa per i ministri, altrettanto bene (o male) si può inventare per i Presidenti. Violante può pensarla diversamente e la sua è un’opinione legittima: ma nulla di più. Non risulta certo dalla Costituzione.
Qualcuno può fare notare che il ministro Mancuso si dimise non perché obbligato ma per sensibilità giuridica e morale. Sostiene infatti Capotosti: “Ci possono essere pressioni politiche, ma senza conseguenze giuridiche”.  Ma un ministro che non aveva né la fiducia del suo proprio esecutivo (che infatti non lo sostenne), né della Camera, era giusto che andasse via. E se Mancuso ebbe quella sensibilità, siamo sicuri che Fini potrebbe prescinderne? Che potrebbe rimanere Presidente della Camera a dispetto degli angeli e dei santi, aggrappandosi alla sedia e squalificandosi agli occhi degli italiani?
Indubbiamente, tutto è possibile e in politica non bisogna stupirsi di nulla. Ma una cosa è certa: le argomentazioni in favore dell’inamovibilità di Fini sono claudicanti dal punto di vista giuridico e certamente insostenibili dal punto di vista politico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 luglio 2010
 
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=T4VBX
(2)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=T4W8L
 
POLITICA
31 luglio 2010
CHE COSA PUO' FARE FINI
In molti siamo stati sorpresi dal numero dei sostenitori di Gianfranco Fini alla Camera e al Senato. Da domani comunque esisterà in Parlamento un nuovo partito, “Futuro e Libertà”, che avrà il suo gruppo, il suo capogruppo e, in prospettiva, il suo segretario. La sua collocazione è stata chiarita molte volte dallo stesso Fini: i suoi parlamentari sono stati votati dagli elettori del Pdl e non potrebbero ragionevolmente schierarsi contro di esso. Tuttavia, essendo il partito composto da fuorusciti, è altrettanto ragionevole che essi non si considereranno vincolati dalle decisioni e dalle linee politiche del partito di provenienza. Anzi, potranno sempre dire che le proprie tesi sono più aderenti al programma votato nel 2008: i traditori sono sempre gli altri.
La loro posizione offre qualche vantaggio. Da un lato c’è una sinistra afona e inconsistente, dall’altro un Pdl che, senza un aiuto esterno, sarà spesso impossibilitato a legiferare e costretto a concordare con loro le leggi da votare. Futuro e Liberta avrebbe così la golden share, il potere decisivo.
Un simile scenario per il Pdl somiglia ad un incubo ma in natura nulla è semplice e non è affatto detto che ai dissidenti arrida un roseo futuro.
Innanzi tutto, se i finiani vorranno votare contro una legge proposta dal Pdl, sarà necessario che spieghino molto chiaramente le loro ragioni agli elettori: il rischio è sempre quello di confermare l’idea che essi siano dei traditori che cercano scuse per sabotare il centro-destra. Inoltre, se i deputati del Pdl sono tutti presenti, il governo non avrà bisogno di nessuno. Poi, come si è detto più volte, l’Udc potrebbe entrare nella maggioranza. Infine, esiste la bomba atomica: per una legge che non piace agli antiberlusconiani, può sempre avvenire che il Pdl ponga all’improvviso la questione di fiducia.
Qui è come se Berlusconi potesse puntare contemporaneamente sul rosso e sul nero. Come si comporterebbero Bocchino, Granata, Urso e gli altri dinanzi a questa evenienza, per una legge prima duramente e pubblicamente avversata con parole di fuoco?
Se votassero la fiducia farebbero ridere il Paese. Sarebbe chiaro che per loro le idee non contano nulla: tengono solo a non andare a casa. E i poverini non potrebbero nemmeno invocare la disciplina di partito, dal momento che il Pdl non è il loro partito.
Se viceversa votassero contro e facessero cadere il governo, le nuove elezioni per loro sarebbero un autentico disastro. La base del Pdl è lungi dall’averli perdonati e non sarebbe contento nemmeno il Pd, oggi acutamente cosciente di non essere pronto ad un confronto elettorale.
È questa la ragione per la quale i molti che sperano di veder cadere questo governo non ipotizzano un ribaltamento delle alleanze ma vaghi governi di unità nazionale e simili: Berlusconi vada via ma, per favore, niente elezioni anticipate. Un programma cui il Cavaliere potrebbe partecipare con lo stesso entusiasmo col quale il tacchino partecipa al Thanksgiving Day.
Naturalmente molti dicono che, cadendo il governo, Giorgio Napolitano farà di tutto per evitare le elezioni anticipate. È una tradizione del Quirinale e qualcuno vede questo tentativo come un dovere istituzionale. Ma Berlusconi sa benissimo che per una maggioranza senza Pdl i numeri non esistono. E sa anche che ci sono milioni di italiani pieni di rancore nei confronti di Fini, pronti a fargliela pagare come l’avrebbero fatta pagare a Bossi nel 1995, se Scalfaro non avesse barato. Ma se allora il Cavaliere fu ingenuo (e perse le elezioni del 1996) ora non è più lo stesso : sa di poter contare solo su se stesso e non arretrerà nemmeno di un centimetro. Si è visto nel 2008 quando per le elezioni non ha consentito il rinvio nemmeno di qualche settimana.
Delle elezioni anticipate potrebbe essere contento solo Di Pietro, che raddoppierebbe o triplicherebbe i suoi voti: ma questo renderebbe ancor più problematica la situazione della sinistra, considerata ancor meno affidabile di quanto non sia oggi. La possibilità di tornare al governo si allontanerebbe nelle nebbie di un lontano futuro. Le elezioni successive alle prossime sarebbero nel 2016, quando Berlusconi potrebbe essersi ritirato dalla politica (in quell’anno avrebbe ottant’anni!) e il Pdl potrebbe essere divenuto un elemento credibile, stabile ed ineliminabile della politica italiana. Fra l’altro, con un nuovo leader, si toglierebbe alla minoranza l’arma preziosa dell’antiberlusconismo su cui ha puntato per decenni. Allora, il 2021?
Oggi i finiani hanno la libertà, ma non hanno un futuro. Possono dare fastidio a Berlusconi (che grande programma!), ma lui può ucciderli politicamente. E quel professionista del taglio del nodo di Gordio, come si è visto, è capacissimo di farlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 luglio 2010

POLITICA
30 luglio 2010
LE PROSPETTIVE DOPO LA ROTTURA
Quando una casa rovina, il polverone impedisce di vedere le macerie. Per questo i commenti sulla rottura Pdl-Fini risentono ancora di dubbi e perplessità che solo il tempo sarà in grado di chiarire.
Fino all’ultimo momento, nessuno sapeva che cosa intendesse fare Silvio Berlusconi. Come mi scriveva l’amico Alberto Merzi, già questo era fra gli altri un punto a suo favore: “Sembra una storia scritta da Sun Tzu [il famoso “maestro della guerra” cinese]. Mai sottovalutare il nemico, e Fini l'ha fatto. Mai usare le stesse mosse per più di due volte contro il nemico, e Fini son anni che fa sempre le stesse cose. Mai accettare battaglia dove e quando vuole il nemico, e Berlusconi ha aspettato in momento giusto. Mai fare ciò che il tuo nemico si aspetta che tu faccia; e mentre, per lungo tempo, le mosse di Fini sono state monotone, ripetitive e prevedibili, il Cavaliere ha reagito ora col silenzio, ora con l'understatement, ora con stizza, ora con battute di spirito. Dici che in molti non riescono ad immaginare in che modo possa agire Berlusconi? E' per questo che vincerà, secondo Sun Tzu”.
Oggi i giornali annunciano brutalmente che Gianfranco Fini e i suoi sono stati buttati fuori dal Pdl e questo è formalmente falso: Bocchino, Granata e Briguglio sono stati deferiti al giudizio dei probiviri del partito. Fini, in quanto non imparziale e in quanto sfiduciato dalla formazione politica che l’ha eletto, è stato soltanto dichiarato ideologicamente incompatibile sia col Pdl che con la carica di Presidente della Camera dei Deputati. Ma l’espulsione è sostanzialmente vera: se la totalità del Consiglio, salvo tre finiani, dichiara che Fini e i suoi amici non fanno ideologicamente parte del Pdl e sono quasi dei traditori, essi sono stati effettivamente buttati fuori. Se parleranno contro Berlusconi o contro il Pdl, si potrà far spallucce. “Non c’entrano, col Pdl, si dirà. Sono già stati invitati ad andarsene; sono solo oppositori; sono stati espulsi”.
Un risultato sicuramente conseguito è quello di avere fatto felici i sostenitori del Pdl. L’indignazione nei confronti di Fini e di personaggi urticanti come Italo Bocchino era tale che la base del partito oggi gongolerà. Si udranno gli alti lai degli interessati e gli attacchi forsennati dalla sinistra ma a questi strepiti si è fatto il callo. I dissidenti in sostanza saranno membri di un partitino d’opposizione, ironicamente costituito d’autorità da Berlusconi e non più credibile dell’Idv.
Rimangono sul tappeto la sorte del governo e quella di Fini.
In primo luogo, bisognerà vedere quanti saranno, concretamente, i dissidenti. Finché non si avranno dati certi, meglio non vendere la pelle dell’orso. In secondo luogo, il governo non dovrebbe correre eccessivi pericoli perché Berlusconi deve avere usato il pallottoliere, prima di fare questa mossa. In terzo luogo i dissidenti, anche se tali, si dichiarano leali alla maggioranza: sanno che, con nuove elezioni, rischierebbero di sparire dagli schermi radar. In quarto luogo, la maggioranza potrebbe aprirsi all’Udc. In quinto luogo è vero che, con numeri risicati, sarà molto difficile votare le leggi e fare le riforme, ma da un lato si potrà sopravvivere ciò malgrado (Prodi docet), dall’altro il governo forse spera proprio di cadere. È la tesi del giornalista Riccardo Barenghi. Berlusconi avrebbe organizzato tutto questo per andare a nuove elezioni e stravincerle. Così eliminerebbe del tutto Fini e chi lo segue: l’attuale legge elettorale gli concederebbe una buona maggioranza in Parlamento anche se il risultato delle urne non fosse entusiasmante. Insomma, secondo Barenghi, si direbbe che l’attuale maggioranza non possa che cadere in piedi ma il futuro è sulle ginocchia di Giove.
Interessante è la sorte di Gianfranco Fini. È vero, non c’è uno strumento costituzionale per costringerlo a dimettersi. Ma è anche vero che oggi come oggi, per restare seduto su quella poltrona, non ha altra legittimazione che non sia la forza con cui si aggrappa ad essa. Parecchi infatti dicono che, per dignità, dovrebbe dimettersi. Inoltre ora, se appena appena sgarra, dovrà aspettarsi, che il Pdl lo additi come fazioso e inadatto a ricoprire quella carica. Né il sostegno della sinistra gli sarà utile: per gli italiani sarà la prova del suo tradimento.
Un’altra ipotesi gravida di conseguenze e fonte di dibattito fra i costituzionalisti sarebbe il voto di sfiducia ad personam. È strano che nessuno ne abbia parlato. Questa pratica fu inaugurata - con notevole sorpresa di chi scrive - contro l’integerrimo Ministro di Giustizia del governo Dini Filippo Mancuso, colpevole di avere ordinato un’ispezione sui magistrati di Mani Pulite. La sfiducia andò in porto e il ministro, coraggiosamente abbandonato da Lamberto Dini, dovette dimettersi. Se fosse sfiduciato dalla Camera che dovrebbe presiedere, Fini non potrebbe rimanere al suo posto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 luglio 2010

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