.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
1 ottobre 2014
LA BOMBA FRANCESE CADE A BERLINO
La Francia ha dichiarato solennemente che non si atterrà all'obbligo dell'eurozona di non superare il 3% di deficit, e ciò fino al 2017. Quest'anno il deficit sarà del 4,4% (praticamente il 50% in più del consentito) e nel 2015 del 4,3% (sempre un buon 43% più del consentito). Parigi rifiuta inoltre di adottare nuove misure di austerità. Naturalmente - come sempre - si prevede che successivamente tutto comincerà ad andar bene. Il futuro - visto dalle stanze del governo - è sempre "un'aurora dalle dita rosate".
Fino ad ora una sorta di tacita convenzione ha fatto sì che riguardo ai grandi Paesi si parlasse di ripresa per la Spagna, di stagnazione per l'Italia e di "difficoltà" per la Francia. In realtà quest'ultima ha raggiunto un debito pubblico di duemila miliardi - il nostro gli è superiore soltanto dell'11% - corrispondente a oltre il 90% del pil;  le misure d'austerità hanno cominciato a produrre addirittura problemi di ordine pubblico, e infine si è avuto un drammatico calo di consensi dell'esecutivo e di François Hollande personalmente.
Sapevamo che la Francia era nei guai ma non ci aspettavamo che prendesse così risolutamente il toro per le corna. Infatti ha brutalmente messo Berlino di fronte al fatto compiuto. Probabilmente l'ha fatto in base al suo grande orgoglio nazionale e col coraggio che le viene dall'avere un peso specifico notevolmente più grande del nostro. L'Europa, magari con qualche problema borsistico, sopravvivrebbe senza alcuna difficoltà alla defezione della Grecia. Forse anche alla defezione di un grande Paese. Ma la Francia è, insieme alla Germania, l'elemento essenziale dell'Unione Europea. Non si può dimenticare che i principali fautori dell'Europa Unita sono stati, dopo la Seconda Guerra Mondiale, proprio i francesi e i tedeschi, perché volevano scongiurare, per i secoli avvenire, la possibilità di un conflitto fra di loro. 
Ci si può chiedere come mai tutto ciò sia avvenuto proprio ora. A parte il fatto che non si può costantemente peggiorare senza che accada nulla, non si può non osservare che la crisi dell'Europa e dell'euro, invece di risolversi, sembra incancrenirsi. In secondo luogo essa ormai coinvolge i due partner più importanti dopo la Germania, cioè la Francia e l'Italia. In terzo luogo la Germania, che fino ad ora s'è intestardita ad esigere il rispetto dei patti sottoscritti, non ha tenuto conto del fatto che l'intero continente, col rallentamento della sua crescita, dimostra che la politica economica fin qui seguita non conduce da nessuna parte. Essa è stata favorevole alla Germania (anche se ormai meno di prima), ma non si può far pagare a tutti gli altri Paese un regolamento che favorisce soltanto uno di essi e qualche suo satellite economico.
Non è un caso che il ministro francese Sapin, invece di scusarsi, abbia detto che l'Unione europea "deve a sua volta assumersi le sue responsabilità, in tutte le sue componenti". In particolare "i Paesi in surplus": espressione che si legge "Germania". In altri termini, la Francia s'è assunta la responsabilità di distruggere un sistema dannoso e di mettere tutti i partner dinanzi all'evidenza del problema; l'Unione Europea, e in particolare Berlino, devono ora trarne le conseguenze. Devono adattare le norme alla realtà, invece di inchiodare la realtà sul letto di Procuste delle regole sottoscritte.
Il presupposto di una moneta comune è che essa abbia più o meno lo stesso potere d'acquisto in tutti i Paesi che l'adottano. Se invece un Paese ha un deficit (e dunque, tendenzialmente, un'inflazione) del 4,5% e un altro del 3%, nel corso del tempo con quella moneta si comprerà parecchio di più nel secondo Paese (la Germania) che nel primo (la Francia). E dunque il flusso di merci andrà ancor di più dalla Germania alla Francia, danneggiando l'industria francese. Sembra evidente - sempre salvo errori - che provvedimenti del genere siano assurdi. È stato assurdo incatenare economicamente Paesi diversi da molti punti di vista ad una moneta unica, senza averli prima unificati politicamente, ed è assurdo pensare che si possano adottare politiche economiche differenti mantenendo la stessa moneta. 
Infine rimane l'interrogativo riguardante le future prospettive e l'effetto che questi ultimi avvenimenti potrebbero avere sui mercati e sulle Borse. Nel dubbio, incrociamo le dita.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 ottobre 2014, ore 14,30


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. francia euro deficit

permalink | inviato da giannipardo il 1/10/2014 alle 13:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
17 aprile 2011
LA FRANCIA CHIUDE LA FRONTIERA
Alla frontiera fra Ventimiglia e Mentone la Francia ha bloccato i treni provenienti dall’Italia. La misura non è diretta contro i cittadini italiani che quella frontiera, come quella del Moncenisio o della Maddalena, la traversano da decenni senza neppure badarci. Il provvedimento mira ad impedire l’arrivo di emigranti tunisini che l’Italia ha munito dei necessari documenti per circolare all’interno dell’ “area Schengen”. Parigi prima ha sollevato ogni sorta di obiezione giuridica, poi, visto che le autorità dell’Unione Europea le davano torto, ha puramente e semplicemente fatto ricorso ai risoluti CRS.
La prima cosa che viene in mente, dinanzi a tale avvenimento, è un’indimenticabile massima di Tucidide: potendo ricorrere alla forza, nessuno ricorre alla giustizia. E mentre fra privati l’uso della forza fa pensare a bulli e a delinquenti, quando si tratta di Stati esso è lo strumento naturale della politica estera. Se Clausewitz ha potuto dire che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, anche la pace è la prosecuzione della guerra con altri mezzi. I governi obbediscono ai trattati finché gli conviene farlo; o se, non rispettandoli, rischiano di pagare un prezzo troppo alto. Se viceversa non hanno niente da temere, agiscono sfrontatamente nel proprio interesse: cosa che può sorprendere solo chi non si interessa di politica internazionale.
Naturalmente i rapporti con l’Italia non sono in pericolo. Si è semplicemente chiusa la porta a qualche centinaio di maghrebini e un treno bloccato per queste ragioni non è diverso da un treno fermo per sciopero. Da noi la notizia non è sconvolgente. Ma sessantacinque anni di pace non sono trascorsi invano. Un grande Paese che si comporta con pochi scrupoli deve stare attento all’opinione pubblica internazionale. Se intende intervenire negli affari interni di una nazione debole e periferica come la Libia, può anche far credere che lo fa per ragioni umanitarie e in favore della democrazia, ma se ferma un treno italiano non ha scuse. Come mai affronta volontariamente e a viso aperto la disapprovazione internazionale?
La prima possibile ragione, forse per motivi elettorali, è che da qualche tempo Sarkozy e il suo governo amano dare l’impressione di essere persone risolute. E all’occasione perfino violente. Ma perché l’atteggiamento sia redditizio bisogna innanzi tutto vincere, e in Libia non si direbbe che sia il caso. Poi, con gli emigranti, non bisogna avere l’aria di sparare cannonate alle zanzare. Infine, siamo sicuri che la Francia riuscirà a chiudere questa frontiera a tempo indeterminato? E riuscirà realmente ad impedire l’ingresso degli emigranti? Dalla frontiera a ovest di Susa a Lanslebourg è una bella scarpinata, ma in un giorno si fa.
E allora si deve forse ipotizzare una seconda e più importante ragione. La Francia non ne può più dei maghrebini. Da un lato nessuno ha dimenticato le costose e devastanti rivolte delle banlieue, dall’altro Marine Le Pen ha un successo allarmante. Il mondo dei blog dice peste e corna di queste persone che a volte abitano in Francia da generazioni,  e tuttavia francesi non sono divenute. E che anzi si permettono di essere aspramente critiche con un Paese che è stato molto generoso con loro. La legge contro il velo islamico integrale è il sintomo di questa stanchezza. La tendenza attuale è: la Francia è un Paese libero e laico in cui bisogna vivere alla francese. Chi non è contento può anche andarsene.
Questo atteggiamento ha le sue giustificazioni. La nazione accoglie un’enorme quantità di islamici: milioni, mentre noi siamo allarmati per le centinaia di migliaia. E tuttavia quelle giustificazioni non sono sufficienti. La non assimilabilità degli islamici è un dato di fatto da oltre mezzo secolo. Finché gli immigranti sono stati in numero limitato, la popolazione è stata generalmente piena di scrupoli “antirazzistici” e il buonismo ha trionfato. Quando infine il problema è diventato tanto grande da non potere essere ignorato, la società ha cominciato a pretendere una reazione decisa. Dimenticando che ciò che era facile all’inizio, essendo un po’ meno “buoni”, diviene difficilissimo o forse impossibile alla fine, anche se si è disposti ad essere “cattivi”.
Se pure aveva la scusa dell’ex impero, la Francia in questo campo non è stata più intelligente di noi. Ha fornito e fornisce la riprova che la morale prevale finché costa poco. Tutti dicono che è inumano respingere chi cerca una vita migliore. Ma poi, se sono in troppi a cercare una vita migliore, la regola cambia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
17 aprile 2011

12 aprile 2011
L'EUROPA IMBELLE E PRESUNTUOSA
Friedrich Nietzsche notava che, se richiesti di un parere in materia di chimica o di paleografia, tutti si schermiscono: “Non sono competente”. Ma nessuno si dichiara incompetente in materia di morale. E di politica, aggiungiamo. In questo campo molti giornalisti scrivono disinvoltamente che i governi sono inetti, che chi li dirige non capisce nulla, che gli Stati - anche i più grandi e gloriosi - non fanno che inanellare errori. Uno di questi soloni in servizio permanente effettivo è Eugenio Scalfari. Leggendo i testi di questi Besserwisser, di quelli che la sanno più lunga, viene voglia di concludere: “Insomma mi stai dicendo che il principale errore è stato quello di non affidare a te la guida incontrastata del mondo. Tu sì avresti saputo che cosa fare”.
Nessuno dice a Vettel o ad Hamilton: “Alzati ché mi siedo al tuo posto e faccio meglio di te”, ma tutti sono disposti a dirlo a Sarkozy, a Obama, a Cameron e, ovviamente, a Berlusconi.
Naturalmente non si sostiene che gli illustri personaggi non sbaglino mai: sarebbe una sciocchezza smentita cento volte dalla storia. Ma li si potrebbe rispettare un po’ di più.
Franco Venturini ad esempio (1) fa una lunga lista dei problemi del momento in Egitto, Tunisia, Libano, Iraq, Iran, Gaza, Yemen, Giordania, Algeria, Oman, Marocco, Bahrein e Arabia Saudita. E conclude che “noi occidentali avremmo bisogno di statisti, di visioni strategiche, di capacità di leadership, e riusciamo ad esprimere soltanto la nostra inadeguatezza”. “Siamo davanti a una grande Storia, al processo rivoluzionario del mondo arabo, e non sappiamo bene cosa fare oppure siamo ostaggi delle nostre convenienze democratiche nazionali”. Insomma tutti i nostri governanti hanno le idee confuse e sbagliano in coro. Sarà. Ma a nostro parere l’errore non lo commettono i governanti: lo commettono i popoli. Soprattutto gli europei e gli statunitensi. E in democrazia i governanti sono costretti a seguirli.
Le potenze europee sono senza alcun dubbio in grado di difendersi agevolmente da un attacco proveniente dai Paesi meno sviluppati. Cessata la Grande Paura dell’Unione Sovietica, ed essendo inverosimile un attacco degli Stati Uniti o della lontana Cina, non solo l’Europa vive un periodo di pace che dura da 66 anni, ma non vede neppure all’orizzonte quale avvenimento potrebbe interromperlo. Se negli scorsi decenni dei soldati europei hanno imbracciato un fucile è stato fuori dall’Unione Europea. Per conseguenza potremmo dormire fra due guanciali. Invece ci procuriamo ansie contraddittorie e preoccupazioni inutili. Il problema dell’immigrazione clandestina, per esempio, nasce dalla nostra drammatica mancanza di risolutezza. E  soprattutto da un lato rifiutiamo di usare le armi perfino per difenderci, dall’altro ci sentiamo responsabili dell’universo mondo e vorremmo che esso obbedisse alla nostra volontà. Ci sentiamo in diritto di dire, disinvoltamente: “Questo non possiamo permetterlo”. Come se il mondo, per andare avanti, dovesse ottenere il nostro permesso.
La retorica sembra una forza irresistibile. E infatti Venturini scrive:  “Tutto è possibile, ma che vinca Gheddafi no. In Siria la febbre sale… Ma così, a colpi di stragi, non potrà durare”. Ora, di grazia, chi mai ci ha affidato la responsabilità dei libici, dei siriani, degli yemeniti e chissà di chi altro ancora? E soprattutto, perché non è possibile che vinca Gheddafi? Venturini manderebbe suo figlio a combattere in Libia, per impedirlo?
La nostra frustrazione – anzi, più esattamente la frustrazione di Franco Venturini – nasce dal contrasto fra una volontà di inazione e una volontà di dominio del mondo. Se i romani e gli inglesi hanno creato un impero non l’hanno fatto sventolando una Carta delle Nazioni Unite. E se non si è disposti a sparare e a morire, per imporre la nostra volontà in altri Paesi, è meglio alzare alte mura intorno alla nostra polis e lasciare che il resto del mondo vada come vuole andare.
Noi chiediamo ai nostri governanti l’impossibile: che facciano grandi frittate senza rompere un uovo. Non siamo dunque confusi e mal guidati, come dice l’articolo di Venturini: siamo imbelli e presuntuosi. Miope ed inadeguato è innanzi tutto l’editoriale del Corriere della Sera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 aprile 2011


(1) http://www.corriere.it/editoriali/11_aprile_10/venturini_914ac93a-6344-11e0-9ce6-e69a9a96cab4.shtml

UN PO' MIOPI E INADEGUATI
Al Cairo piazza Tahrir è tornata a riempirsi di manifestanti e ci sono scappati dei morti. In Tunisia un governo transitorio esangue attende le elezioni, e non potrebbe, nemmeno volendolo, mostrare contro i migranti la fermezza che gli viene chiesta dall'Italia. In Libia si lavora sottotraccia per disgregare dal di dentro il regime di Gheddafi, ma intanto le forze del Raìs rischiano di battere la Nato oltre ai ribelli. E siccome a questo non si può arrivare, infuria il dibattito sull'ultima ratio: truppe di terra, armi agli insorti, accettare le possibili perdite e far volare più bassi gli aerei dell'Alleanza? Tutto è possibile, ma che vinca Gheddafi no. In Siria le febbre sale, complici i militari legati al potere alawita degli Assad. Ma così, a colpi di stragi, non potrà durare. E allora quali saranno i contraccolpi in Libano, in Iraq, in Iran, a Gaza? E Israele, resterà ancora a guardare? Esplosioni quotidiane scuotono lo Yemen. La Giordania, l'Algeria, l'Oman, forse il Marocco sono a rischio. Il Bahrein è stato normalizzato da una dottrina Breznev in salsa saudita. Ma proprio l'Arabia Saudita ha paura e fa paura, più di tutti.
Basta questo rapido sorvolo per trovare conferma a quanto in Occidente si desiderava e insieme si temeva: la Rivoluzione araba è un processo inarrestabile benché assai variegato nelle sue diverse componenti libertarie, economiche, religiose, tribali, generazionali, tecnologiche. Non sappiamo quale delle sue fasi stiamo vivendo, non sappiamo quanto durerà, non conosciamo i suoi sbocchi finali che potrebbero essere o non essere di nostro gradimento.
Qualcosa, però, lo sappiamo. Che proprio quando noi occidentali avremmo bisogno di statisti, di visioni strategiche, di capacità di leadership, riusciamo ad esprimere soltanto la nostra inadeguatezza.
L'Europa è semplicemente se stessa, quella che è diventata da qualche anno a dispetto di tutte le retoriche. Non è soltanto il punto di riferimento Usa a mancarle, perché gli europei si divisero sull'Iraq anche quando la leadership americana era forte. Più semplicemente - e la Libia è una conferma - a dettar legge nell'Unione sono i fronti interni elettorali dei principali soci, sono ora le urgenze di Sarkozy ora il nuovo nazionalismo mercantilista tedesco. Si può trovare un compromesso se si è in pericolo di morte, come sull'euro, ma sulla politica estera comune o su una politica europea per i migranti è meglio non farsi illusioni.
E poi c'era una volta l'America. Oggi Barack Obama viene accusato da molti di essere diventato mister tentenna, dall'Afghanistan alla Libia. Ma per capirlo è utile ricordare una frase del capo di stato maggiore della Difesa Mullen: la principale minaccia alla sicurezza dell'America è il suo deficit. A Washington sperano in una crescita appena sotto il tre per cento. Chi se ne intende aggiunge che tutto dipenderà dalla Rivoluzione araba e dal prezzo del petrolio, che a sua volta dipende dall'Arabia Saudita. Si capisce che esistano due pesi e due misure, nella politica di un presidente che vuole la rielezione. Siamo davanti a una grande Storia, al processo rivoluzionario del mondo arabo, e non sappiamo bene cosa fare oppure siamo ostaggi delle nostre convenienze democratiche nazionali. Anche questo è un processo, involutivo. Si affaccia forse un mondo post-occidentale, mentre qualcuno sta alla finestra e se la ride. La Russia, con il suo gas e il suo petrolio. E soprattutto la Cina, la potenza in emersione che può raddoppiare la sua velocità grazie al declino altrui.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA FRANCIA VENTURINI CORRIERE

permalink | inviato da giannipardo il 12/4/2011 alle 8:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
sfoglia
settembre        novembre

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.