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POLITICA
27 agosto 2014
IN DIFESA DEI DESPOTI
Ogni tanto, per non perdere l'abitudine, bisogna raccogliere la sfida di Nietzsche ("Fin dove osi pensare?") e sostenere una tesi eterodossa. Nati in un Paese democratico, dove la libertà e gli altri diritti del cittadino sono ritenuti i massimi valori sociali, siamo abituati da sempre a condannare nel modo più risoluto l'autocrate. Fino all'ottusità di non riconoscerne gli eventuali meriti. In Italia, pur di dire male di Mussolini, si sono a lungo negati persino i fatti. Soltanto un grande storico come Renzo De Felice è riuscito a rimettere a posto alcune verità: ma soltanto perché erano passati vent'anni dalla caduta del fascismo ed era difficile dargli torto senza passare per analfabeti.
Pur conoscendone i difetti fino all'indignazione, sono un fervente della democrazia. Nel tempo ho però scoperto con imbarazzo che, ogni volta che si parlava di abbattere un tiranno, mi scoprivo perplesso. "E se il futuro fosse ancora peggiore?" Un caso classico fu quello dello Scià di Persia. In Occidente era estremamente di moda dirne male e non si può dimenticare l'intervista che egli concesse ad una iattante e provocatoria Oriana Fallaci. Il sovrano esponeva in che modo cercava di fare il bene del suo Paese, la giornalista cercava di dargli lezioni di politica e di democrazia. Finché egli le spiegò pazientemente che era inutile attendersi da un Paese come l'Iran una democrazia come quella inglese. Non convinse la Fallaci ma convinse me. Ed infatti la caduta dello Scià ha peggiorato, non migliorato le cose. 
I casi in cui l'eliminazione del dittatore ha comportato disastri ancora maggiori sono numerosi: la Jugoslavia ha sofferto orribili guerre civili e infine è andata in pezzi. Saddam Hussein fu certamente più un criminale che un dittatore ma sotto il suo bastone l'Iraq non ha sofferto per anni degli infiniti, vicendevoli massacri delle diverse fazioni. Né migliore è la situazione della Libia, dopo che Francia e Inghilterra hanno avuto la bella pensata di andare ad ammazzare Gheddafi. 
Il consiglio della prudenza riguardo alla rimozione dei dittatori non può comunque funzionare in tutti i casi. Se il piano di von Stauffenberg contro Hitler avesse funzionato, l'umanità gliene sarebbe stata infinitamente grata. Si impone dunque un discrimine fra le varie dittature e questo non è forse dato dagli stessi tiranni, quanto dai popoli ad essi sottomessi. Gli inglesi, senza smettere di essere monarchici, hanno decapitato un re per semplici motivi fiscali e di principi costituzionali: ci sono ben poche probabilità che quel popolo acclami un dittatore. Viceversa, non soltanto in molti Stati dell'ex Terzo Mondo al potere ci sono sempre autocrati (anche pessimi, si pensi a Bokassa o a Mugabe) ma troppo spesso, quando ne cade uno, se ne mette un altro al suo posto. 
Per fortuna il mondo non è immobile. La Russia è un Paese sconfinato che, per stare insieme, ha bisogno di un forte governo centrale. Tuttavia, agli inizi del Novecento, gli zar cominciarono ad aprire alle riforme, fino a far albeggiare una democrazia. Purtroppo con la Rivoluzione quell'immensa nazione ricadde nella più bieca delle tirannidi, dimostrando la sua vocazione naturale per la sottomissione. Infatti, morto Stalin, non per questo si ebbe la democrazia. Pur senza i deliranti e criminali eccessi del georgiano, il Soviet Supremo rimase al potere ancora per quasi quarant'anni, e se infine si è arrivati alla democrazia, è per la crisi economica e perché il Paese ha finalmente raggiunto la maturità.
Queste idee non sono nuove come potrebbe sembrare. Atatürk trasse a forza la Turchia dal Medio Evo, le impose delle istituzioni laiche e democratiche, ma non se ne fidò. Un popolo "orientale" poteva sempre voler tornare alle istituzioni d'un tempo. E infatti il Padre dei Turchi affidò ai militari il compito di far funzionare la democrazia, intervenendo con la forza per ristabilirla se il Paese avesse imboccato una strada sbagliata. Cosa che quei militari - aspramente criticati dalle anime belle occidentali - fecero più volte. Oggi invece, sotto la guida del pio Erdogan, i militari sono impotenti e quel grande Paese procede a marcia indietro nella storia.
Ecco perché non bisognerebbe cercare di abbattere personaggi come Mubarak o al-Sisi, al Cairo, mentre sarebbe stato giusto collaborare con von Stauffenberg. I primi sono gli unici capaci di assicurare un Egitto decente, tollerante e passabilmente laico, Hitler al contrario era un'intollerabile e criminale anomalia per un grande e civile Paese come la Germania. E infatti non c'è stato un dittatore tedesco né prima né dopo di lui.
Non bisogna essere contro le autocrazie per principio. Molto dipende dai popoli di cui si sta parlando. Per alcuni, il meglio che si possa sperare è un'autocrazia illuminata, il cui modello ideale è rappresentato nell'antichità da Ottaviano Augusto, e nell'epoca contemporanea da Lee Kuan Yew, a Singapore.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
26 agosto 2014

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POLITICA
3 aprile 2012
L'ERRORE DEL "MONTISMO"
L’interpretazione del presente è un esercizio arduo. Per questo va letto con rispetto e interesse il lungo articolo di Ilvo Diamanti, su Repubblica, dal titolo “Il principio del montismo”. Il politologo sostiene che gli italiani manifestano fiducia nell’attuale governo (politico e non tecnico) e condividono con esso una diffusa diffidenza ed anzi disistima verso le logiche della concertazione e della mediazione, verso i partiti, i sindacati, la confindustria, le elezioni e persino la democrazia. La stima per Monti “riflette un sentimento popolare, in parte, antipolitico. Sicuramente antipartitico”. E per questo “il ‘montismo’ va oltre la sua persona e il suo governo”. È “uno strumento per ‘liberarsi’ del sistema politico precedente”, e in totale una manifestazione di sfiducia totale nella democrazia. Raramente tanti dati correttamente identificati sono stati allineati per arrivare ad una conclusione opinabile.
Gli italiani stimano Monti e il suo governo perché hanno la speranza che riescano a fare quello che i governi precedenti non sono riusciti a fare. In questo dimostrano poca fiducia nella democrazia, come dice Diamanti, ma semplicemente perché non ne conoscono un’altra. Credono che la democrazia italiana sia l’unico modello possibile e che per governare un Paese bisogna sospenderla. Non sanno che ciò che la rende insieme odiosa ed inefficiente è il fatto che essa è paralizzata dai meccanismi costituzionali e dalle stesse opinioni dei cittadini, spesso succubi della demagogia.
Il governo Monti è eccezionale perché beneficia di due illusioni prospettiche. Molta gente è tanto disinformata da credere che la tecnica possa guidare un Paese. Che cioè ci siano cose “evidentemente sbagliate e da evitare”, e cose “evidentemente giuste e da preferire”. Crede dunque che il problema sia solo quello di realizzarle, e ignora che tutta la politica consiste nell’identificazione di ciò che va fatto. Nulla è “evidente”. 
La seconda illusione si salda alla prima: la gente pensa che questo governo tecnico stia facendo le cose giuste che i due principali partiti non avevano capito di dover fare.  Invece i due partiti sapevano benissimo ciò che avrebbero dovuto fare, ma non avrebbero mai potuto farlo: perché ognuno sarebbe stato contrastato a morte dall’altro e dalla retorica nazionale. Ché anzi con questo si giunge al nocciolo del problema. 
Se i grandi partiti sostengono un governo che fa le cose che essi avrebbero amato fare, è segno che il sistema è congegnato in modo che un partito, anche ad avere il programma giusto, non può realizzarlo. Il Pd avrebbe potuto imporre l’aggravamento della pressione fiscale attuata dal governo Monti? Si sarebbe squalificato agli occhi degli elettori, prenotando una bella sconfitta nel 2013. Il Pdl, ammesso che fosse necessario aumentare la pressione fiscale, avrebbe potuto reintrodurre l’Ici e rinnegare decenni di politica (e retorica) antitasse di Berlusconi? I partiti in realtà hanno sostenuto Monti sollevando gli avambracci, come i calciatori dopo aver commesso fallo: con l’aria di dire “non sono stato io”.
Il passato sta lì a dimostrare ciò che qui si sottolinea. La necessità della riforma del lavoro è un’evidenza. In passato il Pdl ha tentato di attuarla, senza riuscirci; il Pd l’ha combattuta come fosse nociva, ma la pensava come il partito avversario. Solo nella congiuntura attuale, potendone rigettare la “colpa” su qualcun altro, osa sostenerla. E va per questo contro una “base” che ha contribuito a disinformare per interessi di bottega. Ecco perché si sbaglia, non avendo fiducia nelle istituzioni democratiche: esse vanno benissimo in teoria ma non come sono attuate in Italia. Da noi, anche a vincere le elezioni, la maggioranza o non ha la possibilità o non ha il coraggio di governare. E se ci prova, la paga troppo cara.
Fra i grandi colpevoli gli italiani dovrebbero annoverare la demagogia e i troppi che la seguono. In Germania i sindacati hanno acconsentito a diminuzioni di salario, pur di evitare che le imprese spostassero i loro stabilimenti in Polonia, da noi non sarebbe mai potuto avvenire. Se per ipotesi il Pd fosse stato al governo e avesse riconosciuto questa necessità, sarebbe mai riuscito a spiegarlo ai propri elettori? I sindacati l’avrebbero mai sostenuto? La Cgil fa tanto professione di intransigenza che non è nemmeno detto che i suoi dirigenti pensino veramente ciò che dicono: forse sono costretti a seguire l’esercito che fingono di comandare.
Pur rimanendo naturalmente in democrazia, la soluzione sarebbe una riforma della Costituzione in senso anti-demagogico. Il governo eletto deve poter governare, come fa il governo Monti che proprio per questo – benché in molti siano scontenti dei provvedimenti adottati – rimane molto stimato e molto applaudito. Invece l’intera Italia è impegnata a combattere contro le ceneri del fascismo, tanto che la parola “decisionismo”, in sé neutra, è divenuta indecente. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 aprile 2012

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11 marzo 2011
IL GIUDIZIO SU MIKHAIL GORBACIOV
Mikhail Gorbaciov compie ottant’anni e somiglia a Giano Bifronte. Visto da ovest, è un democratico coraggioso, che ha posto termine alla Guerra Fredda ed ha liberato la Russia da un’orribile dittatura. Visto da est è giudicato da molti con severità come colui che ha fatto crollare l’Unione Sovietica, la seconda superpotenza mondiale. Ambedue i fatti sono veri e tuttavia, analizzandoli, si può arrivare alla sorprendente conclusione che Gorbaciov non merita né l’uno né l’altro giudizio.
I meriti democratici di Gorbaciov sono più oggettivi che soggettivi: nel senso che egli non intendeva affatto giungere ai risultati ai quali è giunto. Era un comunista tanto in buona fede da pensare che la società russa, anche se resa più libera e più informata, sarebbe rimasta comunista. Un idealista capace di pensare che il sistema economico sovietico potesse funzionare anche rimanendo statalista. La “perestrojka”, sperava, avrebbe tratto la Russia fuori da una crisi drammatica che fra l’altro rendeva insostenibile la competizione strategica con gli Stati Uniti.
Il suo personale abbaglio è stato la migliore dimostrazione dell’errore insito nel socialismo reale. Finché il comunismo è servito da paravento ad una dittatura asiatica in cui tutto – la terra, le imprese, gli uomini e perfino le loro idee – appartenevano ad un uomo e al suo partito, il regime si è mantenuto. Non appena non s’è più avuta troppa paura per aprir bocca, non appena qualcuno ha preso sul serio gli ideali comunisti, l’Unione Sovietica è implosa.
Come mai la Russia attuale, certo non disposta a tornare indietro, dà un giudizio molto severo sull’ultimo segretario del Pcus?
I nostalgici e i comunisti gli rimproverano di avere turbato un equilibrio che malgrado tutto reggeva. A loro parere o non avrebbe dovuto tentare quelle riforme o avrebbe dovuto tentarle in altro modo: si sa, c’è sempre un altro modo. I vecchi ricordano i tempi in cui l’Unione sovietica si estendeva dal Mar del Giappone alle soglie di Vienna e oltre Berlino; quando il suo nome faceva paura; quando tutti i Paesi del mondo, inclusi i più improbabili, per esempio quelli dell’Africa Nera, si sentivano in dovere di scegliere fra due superpotenze e due modelli di società. In questa visione geopolitica dimenticano la miseria dei lavoratori e la più totale mancanza di libertà.  Dimenticano anche che, con Stalin, per circa trent’anni non si fu mai sicuri che si sarebbe morti nel proprio letto. Dimenticano la corruzione di massa di un sistema in cui senza bakshish (bustarella) non si otteneva nulla e in cui i membri del partito trovavano tutto nei Beriozka mentre i normali cittadini non potevano nemmeno entrarci. Dimenticano tutto perché per il passato si applica il detto romano: de mortuis nil nisi bonum, dei morti si ricordano solo le cose buone. Oggi per esempio pongono l’accento sulla mancanza di disoccupazione di quei tempi: “lo Stato dava pochissimo, ma lo dava a tutti”. Dimenticando che allora si diceva amaramente che “lo Stato fa finta di pagare i lavoratori che fanno finta di lavorare” e che oggi fa capolino quell’abbondanza di tipo occidentale che, ai tempi di Stalin, sembrava una leggenda inventata per screditare il sistema sovietico.
La gente tende a vagheggiare il passato e a sottovalutare le cose positive del presente. Chissà, fra coloro che rimpiangono l’Unione Sovietica ci saranno anche alcuni dei turisti russi che si incontrano a Venezia, a Parigi o a New York, mentre una volta (salvo ad avere il passaporto interno) non era nemmeno permesso viaggiare all’interno dell’Unione Sovietica.
Se la Russia è troppo severa con Gorbaciov, l’Occidente ha per lui un’eccessiva simpatia. Gli presta programmi democratici e anticomunisti che egli non ebbe mai; gli accredita un risultato positivo che (salvo che per la distensione) non fu nelle sue intenzioni e non riesce a comprendere come mai i russi, che pure sono stati da lui oggettivamente liberati, non gli facciano un monumento in ogni grande città.
Nel caso di questo grande uomo si ha un interessante crocevia fra giudizio e pregiudizio, fra memoria del passato e constatazione del presente, fra risultati perseguiti e risultati raggiunti. I russi gli rimproverano un crollo dell’Unione Sovietica che egli non ha mai voluto, gli occidentali una democratizzazione in senso occidentale della Russia cui egli non mirava affatto. A volte la storia sembra prescindere dalla volontà degli uomini sulle cui gambe cammina.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 marzo 2011

POLITICA
25 febbraio 2011
LA DEMOCRAZIA NEL MAGHREB?
A leggere i giornali e ad ascoltare la televisione si capisce che tutti aspettano la resa di Muammar Gheddafi: seguirà il trionfo della libertà e della democrazia in Libia. Dicono.
Tutti siamo stati educati a ridere di Marie Antoinette che (secondo la leggenda) disse: “Se non hanno pane mangino brioche”. E poi ci comportiamo come lei. Per noi, se il popolo si ribella, è perché non c’è abbastanza democrazia e una volta che la rivoluzione vince, il sogno si realizza: i deputati vanno in Parlamento, discutono le leggi, si comportano come normali  cittadini investiti della responsabilità di governare i propri connazionali e alla fine, se non rieletti, tornano alla professione di prima. Purtroppo, non tutti i popoli hanno, in questo campo, i secoli di esperienza che ha l’Inghilterra.
La democrazia è caratterizzata dalla libera stampa, dalle elezioni e dal ricambio dei governanti in seguito a tali elezioni e tuttavia, non appena si guarda più da vicino, si vede che sotto ognuna di quelle condizioni si possono trovare realtà molto diverse.
Durante il Ventennio parecchi giovani intellettuali fascisti (poi diventati guru di sinistra) scrivevano a volte, proprio su pubblicazioni ufficiali, critiche al regime. Si può dire che ci fosse la libertà di stampa? Se invece di critiche velate e beneducate avessero scritto che Mussolini era un dittatore, un bieco demagogo e un puttaniere, avrebbero avuto il permesso di continuare a pubblicare i loro articoli? Viceversa, al tempo di De Gaulle, c’era un giornale, il Canard Enchaîné che un numero sì e l’altro pure faceva del sarcasmo sul Generale, su sua moglie e sull’intero governo. E il giornale non fu mai soppresso o molestato.  Ecco la differenza fra una libertà di stampa “sorvegliata” e una libertà di stampa senza limiti. Solo in una vera democrazia possono esistere giornali - come ”la Repubblica” e “il Fatto Quotidiano” la cui vocazione è quella di sparare a zero, tutti i giorni, sul governo e soprattutto sul suo Capo: non solo non c’è limite agli insulti, ma nemmeno alla diffamazione. Del resto è invalsa la prassi che il Presidente del Consiglio non quereli nessuno: Andreotti è rimasto famoso, per questo. È veramente ragionevole credere che, se Gheddafi cadrà, chi prenderà il potere in Libia permetterà questo genere di libertà di stampa? Intanto è sicuro che non era possibile né con Mubarak in Egitto né con Ben Alì in Tunisia o in Algeria con Bouteflika. In Marocco, dove il capo è il re, si arriverebbe semplicemente alla lesa maestà.
Le elezioni da sole non provano che ci sia democrazia. In Iran si vota, ma i candidati devono essere prima approvati dagli Ayatollah. Sarebbe come se, in Italia, si dicesse al Pd: “Potete candidare chi volete purché sia favorevole a Berlusconi. E comunque diteci i nomi prima, perché noi possiamo approvarli o rifiutarli”. In queste condizioni, quand’anche le elezioni fossero regolari e segrete, chi direbbe che esse sono “libere”?
Quanto all’alternarsi dei governanti, negli anni ci saranno indubbiamente stati dei cambiamenti, nel governo egiziano. Anche perché si è votato regolarmente. Ma non è stupefacente che, malgrado tutte le votazioni e tutti i cambiamenti, come per un caso al vertice di tutto ci sia stato sempre Mubarak? Come mai i governanti di Paesi come la Francia o l’Inghilterra hanno dei Primi Ministri che la gente manda a casa dopo pochi anni, mentre i Paesi musulmani hanno la fortuna che Dio gli mandi statisti così geniali che nessuno sogna di sostituirli, neppure dopo un trentennio?
Non è facile credere che, nel caso Gheddafi cada, in Libia ci sarà la democrazia come l’intendiamo noi. Né - pensiamo - ci sarà in Tunisia. Hanno mandato via Ben Alì ma non è che prima ci fosse la democrazia: prima c’era Bourguiba. E dopo ci sarà qualche Ahmed o qualche Ibrahim. In Iran sembra che dopo tanti anni si sia riusciti soltanto ad anagrammare il nome di chi comanda veramente: si è passati da Khomeini a Khamenei.
Che Gheddafi se ne vada o che domi la rivoluzione, importa poco. Ci limitiamo a sperare di non cadere dalla padella dell’autocrazia nella brace dell’integralismo islamico. Ci contenteremmo di un autocrate laico che non ci crei problemi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 febbraio 2011


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POLITICA
13 febbraio 2011
IL SIGNIFICATO DELLA RIVOLTA
È innegabile che in questi mesi c’è stato un contagioso vento di rivoluzione nei Paesi arabi. Non solo in Tunisia, Algeria ed Egitto, ma persino in Giordania e in Yemen. Che cosa vogliono, i manifestanti? Pane e libertà. E in primo luogo l’eliminazione dell’uomo che rappresenta il potere.
Una ventata di rivoluzioni fa inevitabilmente pensare al 1848. Ma i nostri avi non chiedevano qualcosa di vago, come il pane: chiedevano l’applicazione dei principi della Rivoluzione Francese, la modernizzazione del Paese, una maggiore libertà che facesse rivivere e trionfare quella spinta che si era creduto di annullare con la Restaurazione. La monarchia sì, ma costituzionale; e la fine di un mondo bigotto e conservatore. In poche parole, i rivoluzionari del Quarantotto avevano idee politiche. Anche se molte delle “rivoluzioni” non approdarono a gran che, certamente in quell’anno la storia subì una drammatica accelerazione. Del resto, proprio allora fu pubblicato il Manifesto di Marx.
Nei Paesi arabi tutto questo non è possibile. Da un lato la mentalità islamica spinge a subire il dominio di un oppressore, dall’altro il livello culturale è estremamente basso: in un anno si traducono più libri in greco che in tutti i paesi islamici riuniti. Come dire che un piccolo popolo che noi consideriamo uno dei fanalini di coda dell’Europa, legge quanto tutte quelle moltitudini messe insieme. Non è un caso se l’unica democrazia reale del Bacino del Mediterraneo sia Israele.
Nella rivolta egiziana quali sono state le richieste della folla? In primo luogo che Mubarak se ne andasse. Uno degli slogan era: “Go out. Just do it”. “Vattene. E basta”. E questo non è che sia molto intelligente. Perché se il quasi dittatore avesse fatto cose sbagliate, proprio quelle cose dovevano essergli rimproverate. Diversamente, chi garantisce agli egiziani che il nuovo uomo forte che dovesse emergere si comporterà diversamente?
Si è forse chiesto un maggiore spazio per gli integralisti musulmani? Neppure questo. Non solo dicono che la Fratellanza Musulmana sia in perdita di velocità, ma gli stessi esponenti del movimento hanno teso a presentarsi come moderati, come un semplice partito politico guidato da dirigenti in giacca e cravatta, senza barba o al massimo con barbette europee. Probabilmente perché sapevano che la grande massa del popolo li guarda con sospetto e una loro eccessiva visibilità avrebbe danneggiato la rivolta.
Poi i rivoltosi, al Cairo come a Tunisi, hanno chiesto “pane”. Se con questo si chiedeva un miglioramento dell’economia in genere, si chiedeva la Luna. In troppi Paesi del mondo (anche in Italia) si crede che il governo possa migliorare la situazione produttiva mentre è vero che può modificarla, ma solo in peggio. La prova l’ha data l’Unione Sovietica: lì lo Stato aveva in mano tutta l’economia. La ricchezza di un Paese nasce dalla sua libertà e dall’industriosità dei suoi cittadini. È ricco un Paese privo di tutto come l’Olanda, che deve addirittura rubare il suo stesso territorio al mare, mentre è povero un Paese che ha tutte le migliori risorse come il Congo.
Se invece si parlava effettivamente del prodotto della panificazione, è noto che questo cibo - salvo che nelle carceri e nelle caserme - non è mai distribuito dallo Stato. Dunque se uno Stato volesse tenere ad un determinato livello il prezzo di questa derrata, potrebbe farlo soltanto dando sussidi ai produttori e imponendo maggiori tasse sulla popolazione. In fin dei conti pagherebbe sempre il consumatore. L’unico sistema per far sì che il prezzo del pane sia basso è quello di produrlo a basso costo, con un’agricoltura meccanizzata ed estensiva come avviene negli Stati Uniti. Ma in Egitto questo non è possibile. A parte l’arretratezza tecnologica del Paese, mancano letteralmente i campi da coltivare. L’Egitto, ha detto Erodoto, è un “dono del Nilo”, nel senso che si può vivere lungo le sponde di quel grande fiume ma il resto è deserto. Dunque il grano è in larga misura importato al prezzo delle commodities quotate in Borsa, e in parte (forse) regalato dagli Stati Uniti. Gli egiziani non dovrebbero stupirsi del prezzo del pane ma della sua esistenza nei negozi.
La vera tragedia delle nazioni musulmane del Bacino del Mediterraneo è una straripante sovrappopolazione, rispetto alle risorse del territorio. Nascono troppi bambini. Troppi giovani sono disoccupati. Troppe famiglie sono disperate. E a tutto ciò non porrà rimedio l’allontanamento di un uomo.
Le folle islamiche non si sono rivoltate per ottenere qualcosa. Del resto non sapevano nemmeno che cosa avrebbero dovuto chiedere. Si sono rivoltate contro una situazione economicamente difficile. Chiedere pane corrisponde a dire “siamo infelici”. Ma la rivolta li renderà felici?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 febbraio 2011


POLITICA
12 febbraio 2011
MUBARAK SI È DIMESSO: E CON QUESTO?
Mubarak si è dimesso. Esulta la folla egiziana, esulta il Presidente Obama e si festeggia dovunque: nelle cancellerie occidentali, nei talk show, nelle redazioni dei giornali. Non ci si accorge che è un atteggiamento infantile. Solo i bambini credono che sia personalmente quel vigile urbano che gli impedisce di giocare. Solo loro credono che, se lo eliminassero, poi potrebbero giocare a volontà. Gli adulti sanno che la sorte dei Paesi non dipende tanto dai singoli individui quanto dalla società stessa.
Questo errore è quotidianamente commesso anche in Italia. Qui in tanti credono che tutto dipenda da Silvio Berlusconi. Se non ci fosse lui, pensano, la sinistra vincerebbe le elezioni indefinite volte. In realtà, nel 1994 il Cavaliere ha solo capito che gli italiani voterebbero per chiunque sia contro la sinistra, semplicemente perché essa normalmente è minoritaria nel Paese. Ed è quest’ultimo dato, che bisognerebbe modificare.
Gli egiziani hanno concentrato sul nome di Mubarak il loro scontento. Hanno parlato di insufficiente democrazia, di prezzo del pane e non si sa bene di che altro: gli slogan erano soprattutto diretti contro il rais. Ma i problemi fondamentali di quella nazione sono altri. In primo luogo, essa non è in grado di nutrire i suoi abitanti: dunque le importazioni di derrate e gli aiuti sono una parte essenziale della sua economia. E questo non lo modificheranno certo le dimissioni di Mubarak. È vero che una buona parte degli aiuti degli Stati Uniti è costituita da armi, ma è anche vero che, se quelle armi non gliele fornisse Washington, l’Egitto dovrebbe pagarle. E per giunta le esportazioni del Paese sono poca cosa.
Altro elemento essenziale dell’economia è la pace con Israele. La retorica islamista è cattiva consigliera. L’esercito non è più nelle condizioni disastrose dei tempi di Nasser ma in una guerra perderebbe molti più uomini degli israeliani. Inoltre non potrebbe comunque eliminare uno Stato che dispone di armi nucleari: una sola bomba potrebbe uccidere tutti gli abitanti del Cairo.
Si chiede una perfetta democrazia e si dimentica che essa non è il risultato di una sommossa di piazza ma di uno sviluppo di civiltà. Nei Paesi profondamente corrotti si preferisce sempre favorire l’amico che obbedire alla legge. Mubarak ha imposto lo stato d’emergenza per un trentennio ma lo stesso si è sempre votato, magari con qualche irregolarità: e forse non si può ottenere di più.
In Egitto, come in tutti i Paesi musulmani, l’avversario dello Stato è l’integralismo musulmano. Se è vero che, fra le nazioni del Vicino Oriente, questa è la più colta e la più progredita, e se è vero che in una certa misura la sua società è laica, è anche vero che esiste un’organizzazione - la Fratellanza Musulmana - che rappresenta un pericolo. Anche se oggi i suoi esponenti vestono in giacca e cravatta, si sa che sono idealmente collegati all’integralismo, a Hamas  e forse ad Al Qaeda.
L’integralismo musulmano è totalmente contrario alla democrazia perché per esso il sovrano non è il popolo: è la parola del Profeta. La teocrazia è l’unica forma di governo non blasfema. L’unica legge è la sharia. I militari sanno dunque che un’eventuale prevalenza della Brotherhood nelle elezioni andrebbe contrastata con la forza. Non diversamente da quanto è avvenuto in Algeria. La democrazia egiziana, se vuole sopravvivere, ha un limite: si può votare per chiunque ma non per i fanatici musulmani. O almeno si può votare per loro solo finché non rappresentano un pericolo.
Il disastro di un’affermazione della Fratellanza - a parte i riflessi internazionali - non sarebbe frenato dalle sofferenze degli egiziani. Gli integralisti sono indifferenti al bene del popolo. Se dunque cessassero gli aiuti, se si inaridisse il turismo, se i poveri fossero molto più poveri di prima, la cosa non li commuoverebbe: il problema è salvare le anime della gente, non farla stare meglio sulla Terra.
Oggi sappiamo soltanto che Mubarak si è dimesso e la sorte di rais ci interessa ben poco: ma se i militari saranno in grado di contrastare con la forza tendenze distruttive per la nazione potremo dire che, dopo tanto strepito, non sarà successo nulla.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 febbraio 2011

POLITICA
10 dicembre 2010
Gianni Pardo lascia il forum Ok Notizie
Ieri mi hanno scritto gli amministratori del forum per “ricordarmi” alcune regole del forum ed hanno cominciato con le parole: “Gentile utente, stiamo meditando sulla possibilità di assumere una squadra di moderatori con il compito di seguire esclusivamente la sua persona al fine di rendere la sua permanenza su oknotizie la piu' confortevole possibile”. La loro ironia è francamente fuor di luogo. Mi si scrive per minacciarmi il “ban” (“Detto questo la informiamo che non seguiranno ulteriori delucidazioni riguardo il regolamento di oknotizie”) e ci si permette anche di prendermi per i fondelli? Ma con chi credono di avere a che fare? L’ironia è la mia, arma, non loro. E infatti la loro “ironia” sconfina con la sua parente povera: l’irrisione.
Su Ok notizie avrei solo voluto fruire del normale rispetto dovuto ad un uomo perbene e la dirigenza di Ok notizie non me l’ha assicurato. Per  questo la minaccia di “ban” mi aveva lasciato freddo: perché ero già ad un pelo dall’andar via; lo scontro con gli ignoranti e i violenti mi aveva stancato. Ora vedo che sono stati vietati i miei commenti, e non so se corrisponda al “ban”. Certo è che me ne vado.
“Non è consentito innescare flame” e inserire insulti, mi scrivevano. Interessante, parliamone. Ci sono forumisti di sinistra (praticamente tutti) che intervengono a proposito e a sproposito solo per insultare gli altri. Chiunque sia sospettato di votare per il centro-destra  è trattato da servo, leccaculo, disonesto, evasore fiscale, prezzolato, ignorante e qualunque altro insulto venga in mente. Per decine e decine di volte. Ma gli amministratori si sono svegliati per me, inviandomi un commento all’articolo sugli “Odioti”: perché non è lecito trattare da “colpevole di odio fino all’idiozia” chi si comporta così.
Sempre a proposito di “flame”: i personaggi pubblici di centro-destra sono il bersaglio di ogni sorta di contumelie e sono irrisi con i soprannomi più offensivi - anche se spesso sciocchi ed infantili - che si riescano a trovare. Sono free game. Gli si può sparare senza aspettare la stagione della caccia  e questo già nei titoli dei “post”. Non è accendere “flame”, questo? Una volta ho chiesto agli amministratori come tollerassero la cosa - visto che ci sarebbe anche materia per querele - e mi hanno detto che il forum permette la libera espressione delle opinioni. Ebbene: anche questo mio scritto esprime un’opinione. Vedremo se riuscirà a permanere sul forum.
Ma c’è la segnalazione dell’abuso, si dice. Parliamo anche di questo. Se uno lo segnala, o l’insulto rimane lì, oppure è eliminato il giorno dopo e oltre, cioè quando ha ottenuto tutti gli effetti desiderati. E se infine uno, stanco di vedere l’insulto rimanere, risponde, magari con maggiore garbo e stile, il risultato finale, quando si ha, è che siano cancellati ambedue i commenti. Uno si ritrova appaiato ai maleducati e accusato di avere acceso un “flame”.
Per quanto riguarda me personalmente, ho ben capito di avere rappresento un problema. Turbo il quieto vivere dei frequentatori di sinistra. Turbo il pensiero unico dominante. E oggi finalmente convergono la mia volontà di sparire e la volontà di molti frequentatori del forum di vedermi sparire. Così potranno gridare in coro “Abbasso Berlusconi!”
Né so che cosa ci guadagnerà OkNotizie, visto che sono convinto di avere fatto aumentare il successo dei gruppi che ho frequentato. Ma non è affar mio.
Un forum di uomini liberi dovrebbe sanzionare sollecitamente e adeguatamente gli insulti e i “flame” di tutti. Dovrebbe essere aperto, in condizione di parità, alle varie opinioni politiche, con uguali obblighi di urbanità. Diversamente chi lo amministra si dimostra parziale e classicamente “democratico”. Confermando che in certi ambienti non è permesso aprir bocca a chi la pensa diversamente.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
P.S. Ho poi visto che ero stato bandito anche dall'inserimento di testi. Sicché questa risposta non è potuta apparire su quel forum. Ulteriore riprova di democrazia.
POLITICA
24 ottobre 2010
GOVERNANTI E GOVERNATI
La democrazia diretta era possibile nella Grecia antica: lo Stato era costituito da una città e tutta la popolazione poteva riunirsi in una piazza. In seguito quella forma di governo è divenuta impossibile e si è passati alla democrazia rappresentativa. Nello Stato moderno i deputati portano in Parlamento le istanze degli elettori ed esprimono un governo costituito da un ristretto gruppo di persone che operano in concreto e applicano le direttive del potere legislativo. La democrazia è mantenuta ma aumenta la distanza tra deleganti e delegati e avviene che il popolo senta come estranee le decisioni di chi guida la cosa pubblica: il giudizio negativo sul governo diviene un luogo comune.
Spesso, in democrazia, questo giudizio è immeritato. Guidare un Paese è estremamente difficile. Richiede una enorme raccolta di dati che solo un’enorme organizzazione può offrire e solo un certo numero di persone estremamente qualificate  può valutare. Si arriva alle decisioni solo dopo matura riflessione e dunque in linea di principio il popolo calunnia l’esecutivo: nessun politico vuole danneggiare il Paese. Nessun governo, in democrazia, vuole scontentare il popolo. Anche perché il successo dei politici è commisurato al gradimento popolare.
Purtroppo i governanti sono spesso essi stessi causa del loro male:  pur di avere successo promettono ciò che non possono mantenere e per giunta, una elezione dopo l’altra, instillano nella mentalità della gente l’idea che lo Stato possa tutto. Questa è la ragione per cui poi gli si dà la colpa di ogni possibile male: “Piove, governo ladro”.
Ma almeno il governo fa ciò che potrebbe fare? Non sempre. Non solo coloro che governano sono esseri umani che possono sbagliarsi, ma chi decide sta in alto (anche economicamente) mentre chi paga e soffre sta in basso. Nei palazzi del potere si può, magari per ragioni di prestigio, reputare imprescindibile affrontare una certa spesa (l’organizzazione di un’olimpiade) o correre un certo rischio (perfino una guerra) ma chi in concreto paga lo scotto è la povera gente, che tuttavia ha le sue responsabilità. Il governo ha il torto di promettere ciò che poi non manterrà, il popolo ha il torto di applaudire molte decisioni demagogiche, dimenticando che alla fine dovrà pagarne il costo. È simile a un bambino che continua a chiedere, chiedere e chiedere, rimanendo vittima di una pressione fiscale che inevitabilmente sale, sale e sale.
In questo eterno contrasto nessuno ha ragione. Oppure tutti hanno ragione: che è lo stesso. Si può azzardare che nelle monarchie assolute e nelle autocrazie ha più spesso ragione il popolo (che mai combatterebbe guerre per questioni dinastiche o di religione), mentre nelle democrazia ha più spesso ragione il governo. Paradossalmente però nelle autocrazie, lì dove la gente non ha libertà di criticare il governo, spesso i governanti - i re e persino Stalin - sono venerati, mentre nelle democrazie, dove è permesso dire di tutto, ci si lamenta del migliore governo possibile. Quello in cui i governanti, se difetti hanno, sono gli stessi degli altri cittadini, non quelli di un tiranno.
Il popolo si lamenta tanto più vivacemente quanto meglio sta. La Francia governata dai Borboni non viveva come la Russia sotto Stalin e tuttavia ha fatto la Révolution. Poi si è tenuta in allenamento nel 1830 e nel 1848, ha avuto un Secondo Impero, una Terza Repubblica, una Quarta Repubblica, una Quinta Repubblica e a momenti una Sesta, nel 1968, se solo i “sessantottini” francesi avessero saputo quello che volevano. Ancora in questi giorni il Paese lotta contro Sarkozy come mai i russi hanno lottato contro Stalin.
Forse non bisognerebbe mai fermarsi ad osservare la vita politica. Si finisce pressoché costantemente con un sapore d’amaro in bocca. Un sapore di fiele.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
24 ottobre 2010
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POLITICA
18 gennaio 2010
HAITI E LA DECOLONIZZAZIONE
Un modello può essere qualcosa da imitare o uno schema per spiegare un fenomeno. Haiti è un modello in questo secondo senso. Questo Paese – di cui si riassume la storia - cominciò ad esistere quando alcuni coloni francesi importarono molti schiavi per coltivare la terra; poi, nel 1791, sulla scia della Rivoluzione Francese, vi fu un’insurrezione e Parigi soppresse la schiavitù; in seguito apparve François Dominique Toussaint Louverture, padre della patria, e infine Haiti divenne indipendente: i bianchi furono espropriati e le terre furono date agli schiavi. Da quel momento s’è avuta una serie di scontri – non si sa se bisogna chiamarle guerre civili – una serie di tirannelli e uno Stato disordinato e miserabile. Fra i più poveri, se non il più povero, dell’America latina.
La chiave interpretativa più semplice di questi fatti è forse che i protagonisti della storia non sono tanto i governanti quanto i governati. Gli inglesi che nel 1215 ottennero la Magna Charta non erano colti politologi, erano anzi in maggioranza analfabeti, ma avevano abbastanza spirito di rivolta e di libertà per imporsi a Giovanni Senza Terra. E non si sa perché in questo siano stati tanto diversi dai russi che solo molto, molto recentemente hanno conosciuto la democrazia. In Russia si sono avuti Ivan il Terribile e Stalin, in Gran Bretagna l’Habeas Corpus e i Windsor. E soprattutto tradizioni di libertà tali da essere un esempio per il mondo.
Analogo fenomeno si è avuto in Francia dove, pur in presenza di una monarchia assoluta, non si sono certo avuti biechi fenomeni di tirannia. Montesquieu ha potuto scrivere che il fondamento della monarchia è l’onore inteso come ambizione, desiderio di distinzione, nobiltà, franchezza e cortesia, insomma le virtù del gentiluomo, da parte dei cittadini, mentre il sovrano è tenuto a stabilire leggi certe e a comportarsi onorevolmente. Sembra di sognare ma questo schema ha funzionato. La stessa ventata di follia del Terrore durò poco e la Francia tornò ad essere quella di prima. Viceversa, nelle cosiddette Repubbliche Popolari - quelle che, ispirate dalla Madre Russia, si riempivano la bocca di amore del popolo - l’oppressione non è stata inferiore a quella degli zar.
Non è perché una nazione ha l’indipendenza o una Costituzione scritta che il suo governo è moderato e rispettoso dei governati. L’indipendenza può servire al tiranno (Mugabe) per affamare il proprio popolo senza interferenze esterne e la Costituzione può essere sventolata solo per vantarsene con i giuristi, come in Unione Sovietica. È la civiltà politica che crea un governo democratico. La Cina per molti secoli è stata grande nella filosofia, nel gusto, nella saggezza ma dal punto di vita politico è stata una nazione poco sviluppata. Ferma all’imperatore e ai signori della guerra, l’ultimo dei quali si chiamava Mao Tse Tung. Solo molto recentemente ha raggiunto, attraverso la libertà economica, una migliore civiltà politica e si sta lentamente avviando verso la democrazia.
Se, malgrado una civiltà plurimillenaria, i cinesi non sono ancora arrivati al livello europeo, figurarsi se cinquant’anni fa ci poteva arrivare la maggior parte delle ex-colonie. Ché anzi, a farci caso, erano in condizioni migliori quelle che erano state più profondamente colonizzate, come l’Australia, la Nuova Zelanda o il Sud Africa, il paese più ricco del continente. Questo perché una lunga e approfondita colonizzazione, se pure realizzata per fini di profitto, insegna uno schema di vita associata. Viceversa, l’indipendenza regalata ad una popolazione sottosviluppata può peggiorarne la situazione. Come ha detto qualcuno, “la disgrazia di essere stati colonizzati è inferiore soltanto alla disgrazia di non esserlo stati”.
Ecco perché Haiti è un modello, se pure negativo. È bello che sia stata abolita la schiavitù ed è bello che Port-au-Prince sia diventata indipendente: ma se quei poveri schiavi analfabeti non avevano idea dei diritti e dei doveri dei cittadini, di che cosa fosse uno Stato e di come si produce ricchezza, non era fatale che fossero preda di demagoghi e tiranni?
È normale desiderare libertà democratiche e prosperità, ma non basta avere un’automobile, per andare veloci: bisogna saperla guidare. Prima di accusare sempre e soltanto gli altri, bisogna ricordare che, come diceva Catone, faber est suae quisque fortunae, ognuno è l’artefice della sua sorte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2010

POLITICA
17 settembre 2009
LE SOVVENZIONI ALL'ARTE
Uno Stato che si rispetti favorisce le opere d’arte, le sostiene economicamente e a volte le commissiona. Il Partenone non è stato costruito per l’iniziativa di un ricco cittadino, ma a spese della città di Atene: tanto è vero che alla fine Pericle e Fidia ebbero problemi con l’accusa di peculato. Anche i grandi monumenti romani, il Colosseo, gli archi di trionfo, le terme di Caracalla furono costruiti con soldi pubblici. Se la stessa  Firenze ha conosciuto un’epoca d’oro, dal punto di vista artistico, è perché essa era da un lato molto prospera economicamente, ma dall’altro era guidata da autocrati sensibili all’arte e capaci di pagare grandi somme. Né diversamente è andata con la Roma rinascimentale dei Papi. Per tutto questo, sembra naturale che anche oggi lo Stato sborsi grandi somme per sostenere i teatri lirici, il cinema, e perfino molti giornali. E tuttavia, qualche obiezione si può sollevare.
La democrazia è un tipo di regime relativamente recente. Dopo la breve stagione della Grecia classica, per secoli la regola è stata l’autocrazia. Se dunque un imperatore decideva di costruire la Domus Aurea, non è che dovesse ottenere il consenso dei senatori. Nerone aveva il potere e lo usava, sia pure spendendo i soldi dello Stato, e non è che il popolo dovesse essere d’accordo. Nel mondo contemporaneo, invece, chi governa non ha il potere di spendere a suo piacimento: il popolo è acutamente cosciente che quelli sono soldi suoi, pagati con tasse e imposte, e vuole che gliene se ne renda conto. Ma è possibile rendere conto, degli investimenti nell’arte?
Il governante come può essere sicuro di spendere bene quel denaro? Se l’opera che risulta dalla sovvenzione è buona, il popolo ne darà il merito all’artista, se è cattiva ne getterà il biasimo sul governo che l’ha commissionata, “sprecando il denaro dei contribuenti”. Ma appunto: chi può sapere in anticipo se un’opera d’arte riuscirà o no?
C’è poi una seconda obiezione di notevole spessore. Un tempo, quando chi sovvenzionava aveva ogni potere, era considerato naturale che i sovvenzionati facessero di tutto per piacergli. In regime di democrazia, invece, se gli artisti cercano di far piacere al potere sono considerati spregevoli dall’opposizione e dagli intellettuali, se cercano di andare contro il potere è il potere stesso che è considerato sciocco e spregevole: perché paga chi ne dice male.
È un fatto che l’arte è gracile per natura e dunque sembra giusto sostenerla. Ma la soluzione più semplice è che lo Stato favorisca l’arte nell’unico modo che non ha controindicazioni: non le imponga fardelli, la sollevi il più che sia possibile dal peso di tasse e imposte. Con un’IVA bassissima su tutti i prodotti connessi alla cultura e all’arte (libri, spettacoli, produzione di film, ecc.), per esempio, ma senza mai dare un soldo ad alcuno. L’arte deve sopravvivere perché apprezzata dai destinatari. Detto brutalmente: deve piacere al pubblico e, se al pubblico non piace, è giusto che affondi.
Qualche rigo a parte meritano i teatri lirici. Questi, francamente, non solo fanno solo archeologia musicale (e non potrebbero fare altro, vista la qualità della produzione da quasi un secolo in qua) ma costano troppo e servono un numero troppo piccolo di cittadini. Forse bisognerebbe aiutarli, certo non svenarsi per loro.
I greci trasformarono le rappresentazioni teatrali in concorsi in cui votavano gli spettatori e il risultato sono le opere di Sofocle. Mentre in Italia si sovvenziona un’industria cinematografica in cui spesso i film seguono ideologie non condivise dalla maggioranza dei cittadini, non piacciono agli spettatori, costano più di quanto incassano e costituiscono uno spreco di denaro pubblico.
La libertà d’espressione non include il diritto di vedersi fornire un megafono. Quello, ognuno se lo deve procurare da sé.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 settembre 2009

POLITICA
13 giugno 2009
GHEDDAFI SHOW
GHEDDAFI SHOW
Molti anni fa la BBC trasmetteva settimanalmente una conversazione di quindici minuti dal titolo “Letter from America”. Parlava Alistair Cooke, una sorta di monumento del giornalismo, morto poi novantaseienne nel 2004. Proprio questo insigne professionista una volta disse come andavano le cose in occasione di grandi incontri internazionali e conferenze. La gente si aspetta dai giornalisti che riferiscano tutto, mentre quei poveracci sono tenuti fuori dalle stanze in cui si parla seriamente, come il resto dei mortali. Possono solo dire a che ora è arrivato questo o quello, come erano vestiti, come hanno salutato e altri particolari assolutamente estranei alla sostanza dell’evento.
Né potrebbe essere diversamente. Nessuno deve aspettarsi che un incontro internazionale si tenga sotto l’occhio delle telecamere. Non possono essere mostrati a tutti gli scontri, i mercanteggiamenti, le minacce e tutte le armi, a volte piuttosto rudi, che i grandi usano per sostenere gli interessi del proprio Paese. Poi, dopo che si è discusso magari a colpi di calci negli stinchi, si stila un bel comunicato ufficiale ricoperto di glassa zuccherata. Le litigate furibonde divengono “colloqui aperti e franchi”, i rapporti tesi e i rancori divengono “tradizionali rapporti di amicizia”, e  quello si rende pubblico. La sostanza dell’incontro e il modo in cui si è effettivamente svolto sono cose che i comuni lettori apprendono dai ricordi degli interessati, decenni dopo. Ché anzi è proprio questa una delle ragioni del fascino della storia, quella vera. Cioè quella approfondita. È solo in questo genere di libri infatti che si vede come le cose realmente andarono. Il passato è spesso trasparente, l’attualità è spesso misteriosa.
Tutto questo rende ragionevole un certo disinteresse alla visita di Muammar Gheddafi. Si può essere indignati per gli onori tributati ad un dittatore, ma si scelgono gli amici, non i vicini di casa; si può essere divertiti dal narcisismo multicolore del personaggio, anche se non si può dimenticare quanto Mussolini tenesse all’effetto visivo; si può biasimare la cattiva educazione di chi arriva in ritardo a tutti gli incontri o l’ignoranza di chi pensa che la parola “democrazia” derivi dall’arabo, ma tutto questo non ha la minima importanza. Nella politica internazionale non si ha né il potere né l’interesse di giudicare gli altri. Non più di quanto, durante le olimpiadi, un lottatore possa prima esaminare il suo avversario dal punto di vista caratteriale o culturale.
Della visita di Gheddafi ognuno può pensare ciò che vuole. Tuttavia, se si vuol stare ai dati certi, bisogna dire: non ne so nulla e dunque non ne penso nulla. Se tutto ciò che è avvenuto dietro le porte chiuse sarà o non sarà nell’interesse dell’Italia, e se in concreto lo sarà in misura sufficiente per compensare i rospi che si son dovuti inghiottire, è cosa che solo il futuro ci dirà.
Se il governo italiano sarà stato messo nel sacco da colui che rimane orgogliosamente un beduino, tanto che vuole ricevere i suoi ospiti in una tenda, Roma avrà vissuto indimenticabili giorni di umiliazione. Se invece Silvio Berlusconi non avrà dimenticato, per amore di gloria o per vanità personale, le sue qualità di imprenditore,  e se sarà riuscito, come ogni buon commerciante, ad ottenere più di quanto ha dato, bisognerà essergliene molto grati. Non sarà la prima volta che si vendono fumo e lustrini in cambio di palanche.
Del resto, c’è un proverbio arabo che insegna: a un cane che ha denaro si dice signor cane.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 giugno 2009

CULTURA
17 dicembre 2008
NESSUNA QUESTIONE MORALE NEL PD

NESSUNA QUESTIONE MORALE NEL PD

La “questione morale” che sta investendo il Pd è spesso trattata come un fenomeno di origine sconosciuta. Mentre un tempo i politici di sinistra erano onesti e incorruttibili improvvisamente si sarebbero messi tutti a rubare. Per conseguenza, prima la magistratura non li toccava perché erano modelli di virtù, ora è costretta a stangarli come meritano.  Quadro realistico? Per niente.

Natura non facit saltus, diceva Linneo. Non è possibile che un grande gruppo di persone sia tutto onesto o tutto disonesto, e neppure che cambi con un saltus. È verosimile che, a destra come a sinistra, ci siano politici onesti e politici disonesti, e non può esistere dunque una specifica e nuova questione morale che riguardi solo il Pd.

Questo dice la ragionevolezza. Purtroppo, non è quello che hanno detto il Pci, il Pds, l’Ulivo, l’Unione, il Pd e tutti i partiti di sinistra. Per decenni essi hanno insistito sul punto che gli altri erano cattivi e loro buoni, gli altri immorali e loro morali. L’idea che si possa sottoporre  a condanna giuridico-morale un intero gruppo politico ha il marchio inconfondibile della sinistra. Essa ha a lungo creduto di poterne approfittare. E se oggi questa tesi certamente assurda le si ritorce contro, non può protestare: è la sua idea.

Rimane solo da spiegare come mai mentre prima i magistrati, dopo avere eliminato la Dc e il Psi, colpivano solo a destra, improvvisamente si siano accorti che esistono dei “mariuoli” anche a sinistra. Maria Paola Merloni, ministro ombra del Pd, sostiene: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”. Vero, non vero? Non è quello che importa. Interessante è il riconoscimento che i giudici hanno avuto un partito di riferimento, cosa che a sinistra ci si era affannati a negare per decenni.

Che i giudici danneggino il maggiore partito di centro-sinistra, non potrebbe, in linea teorica, che fare piacere a chi non vota per quella coalizione. Ma poiché è orribile che si cerchi di vincere gettando in galera l’avversario, se pure per interposta toga, la conclusione da trarre è di genere diverso.

Non è ammissibile che la politica sia determinata dalla magistratura. Questo ordine non è espressione del popolo e il suo potere non deriva da esso. Ogni suo intervento in politica non solo non è democratico, è addirittura eversivo. È contrario alla divisione dei poteri e ai principi fondamentali dello Stato. L’immunità parlamentare, che si è fatto l’errore di abolire, nasceva dall’esigenza di impedire certi straripamenti. L’imperdonabile errore commesso dalla sinistra per tanti anni, nel non capire la ratio di quella norma, è stato il frutto di un egoismo gretto e miope. Chi a suo tempo lanciò la diversità morale non sapeva di innescare una bomba a tempo. Il “partito degli onesti”, giacobini ingenui ma pericolosi come i dipietristi, deve naturalmente fare parte del folklore. La politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai moralisti.

Oggi sarebbe il momento ideale perché tutti i partiti capiscano che bisogna rimettere i magistrati requirenti al loro posto, adottando serissimi provvedimenti disciplinari a carico di chi, prima, avrebbe dovuto indagare sui disonesti (anche di sinistra) e non l’ha fatto, e su chi oggi sta indagando e magari gettando in galera politici su cui non grava nessun serio sospetto. Solo perché la moda è diventata quella di dare addosso al Pd.

Coloro che hanno così a lungo invocato l’intervento dei magistrati per combattere il malaffare della fazione avversa dovrebbero capire che il malaffare in quanto tale non è caratteristico di nessuno e che l’intervento dei magistrati non è neutrale. Se il popolo delega la politica ai giudici, rinuncia al suo proprio potere, cioè alla democrazia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 dicembre 2008


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