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POLITICA
23 maggio 2014
BEPPE GRILLO, SINTOMO DELL'ITALIA PEGGIORE
Qualcuno si chiede perché dare tanta importanza a Beppe Grillo. Il personaggio infatti appare notevole soltanto sulla scala dei decibel e della coprolalia. Ma l’importanza di qualcuno o di qualcosa non dipende soltanto dal suo proprio valore: quanto vale un verme solitario? E anche qui bisogna fare un’ulteriore distinzione. La tenia, almeno, il suo danno lo fa da sola. Mentre un fiammifero, in sé insignificante e inoffensivo, può fare danni enormi se acceso in una polveriera.
L’importanza di Beppe Grillo può essere spiegata mettendolo in parallelo con Charles De Gaulle. Nel 1940 i francesi non furono ostili al piano di Pétain di trovare un appeasement con i tedeschi. Dopo tutto costoro non intendevano affatto annettersi la Francia, volevano soltanto avere le mani libere ad oriente. Viceversa il Generale, contro venti e maree, e contro buona parte dei francesi, si lanciò da solo in un’impresa folle: mobilitare la flotta, l’impero, creare una resistenza all’invasore e muovere alla riscossa. Bisognava riscattare l’onore della Francia e sedere un giorno fra i vincitori. La grandezza di quell’uomo non fu simile a quella del fiammifero che fa saltare la polveriera. La sua fiammella si accese in una grotta in cui chi la teneva in mano, condannato a morte da Parigi, rischiava veramente di trovarsi da solo. In questo senso De Gaulle personalmente fu “un uomo estremamente dannoso”, per i tedeschi.
Beppe Grillo è l’opposto. La sua proposta politica è confusa, i suoi piani sono utopici, alcuni dei suoi progetti sono antidemocratici e incivili, in totale il suo messaggio non vale niente e trae la sua forza dall’esasperazione degli italiani. In un Paese normale, meno schiumante di disprezzo per l’élite della nazione, quel comico sarebbe guardato con la compassione che si ha per chi esagera talmente da far chiedere se sia sano di mente. Ma l’Italia non è un Paese normale. E Grillo è abbastanza intelligente per capirne la pancia. Dunque la spinge ad essere ancor più arrabbiata, ancor più estremista, ancor più irragionevole. La ubriaca con le parole che vuole sentire, con gli insulti che non osa pronunciare ad alta voce, con la spontaneità di un subconscio violento ed infantile finalmente liberato. Beppe non è un uomo estremamente pericoloso. Forse è addirittura insignificante: ma è il fiammifero nella polveriera. Non ha il coraggio di un De Gaulle. Non è Davide contro Golia, è uno che a Golia offre vino e lo invita a fare una strage. Chi è pericoloso, in questa situazione, è il popolo italiano. 
La cosa, come sempre, ha la sua spiegazione storica, stavolta costituita da due sorprendenti contraddizioni.
L’Italia è una nazione antichissima, che da quasi due millenni e mezzo ne ha viste di tutti i colori. Non solo non ha avuto la Riforma, ma un forte senso del reale la spinge – al livello privato – al più disincantato pragmatismo. Spesso anzi ad una bassa moralità. E tuttavia, cosa stupefacente, mentre è personalmente allergico agli ideali, come opinione pubblica il popolo sogna una classe dirigente senza macchia, disinteressata, di un’onestà addirittura eroica. E non potendo ottenerla, incoraggiata dall’ipocrisia dei partiti, sogna di gettare in galera tutti. Nessuno cerca di insegnare agli italiani che l’ottimo è nemico del buono: sentiamo soltanto predicare nuovi reati, leggi più severe, pene più lunghe, prescrizioni sempre più lontane. Manifestando una sete di vendetta indiscriminata e perfino di sangue in cui si sarebbe facilmente riconosciuto Saint-Just. Beppe Grillo cavalca questo delirio draconiano.
E qui troviamo la seconda delle due contraddizioni. Se l’Italia fosse a livello pubblico com’è al livello privato, cioè piena di buon senso e di senso pratico, non sarebbe facile da abbindolare. E invece, mentre è impossibile da ipotizzare un Mussolini in Inghilterra, noi non soltanto l’abbiamo avuto, ma l’abbiamo fornito come modello a mezza Europa. A Londra, protestando contro le imposte, hanno finito col decapitare un re. In America hanno fatto la rivoluzione per una tassa sul tè. Noi subiamo le peggiori angherie da uno Stato costoso e inefficiente e ce la caviamo sognando l’uomo forte: quello che spazzerà via i cattivi, quello che risolverà tutto. Duce, a noi.
Ecco perché Grillo è importante. Perché ci dimostra che, dopo settant’anni di fastidioso antifascismo di facciata, il popolo italiano è ancora una volta pronto al saluto romano e ai tribunali del popolo. Tribunali che Mussolini non instaurò, ma che Grillo ha il coraggio d’invocare. 
Abbiamo motivo di essere preoccupati. Noi italiani siamo ancora capaci del peggio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 maggio 2014


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POLITICA
4 dicembre 2013
IL PROGRAMMA DI RENZI PER NATALE
Sarà per forza d’abitudine, ma quando si è italiani da molti, molti decenni, alla fine si vuol bene a questo Paese e gli si augura il meglio. Anche se attualmente si è ridotti ad augurargli soltanto di non perire. Ecco perché, ad ogni segnale di novità, alziamo la testa, chiedendoci: “Cambierà qualcosa?”
Stavolta, in materia di novità, è il turno di Renzi. “Ora o mai più”, dice; “il Pd ha ora la maggioranza per fare le cose”. “Per me ci sono delle cose da fare subito: legge elettorale, risparmio di un miliardo dei costi della politica, riforme e interventi per il lavoro”. Tutto qui. Sono parole testuali, dette nel programma “Piazza Pulita”. È questo che Renzi chiama “fare le cose”. E allora la testa possiamo riabbassarla.
Già la premessa è sbagliata, perché questo governo non ha “la maggioranza per fare le cose”. È infatti sostenuto da una maggioranza puramente parlamentare che non corrisponde alla maggioranza nel Paese, avendo contro Forza Italia e il M5S. Politicamente la situazione è identica al momento in cui Bersani cercava di formare un governo. Dunque “le cose” o il Pd le fa in accordo con la pattuglia di Alfano, o non può farle. Saranno pochi, avranno una base piccolissima, nel Paese, ma hanno la golden share: volgarmente un totale potere di ricatto, se pure condizionato dalla loro stessa sopravvivenza.  E poi le famose “cose” sono insignificanti. Vediamole ad una ad una. 
La nuova legge elettorale, che tanta saliva fa sprecare ai politici e che lui mette al primo posto, non cambierà la drammatica situazione economica dell’Italia. Dunque ci lascia tutti freddi. E comunque essa è uno scoglio non perché sia difficile cambiarla - infatti non è una norma costituzionale e basta un voto in Parlamento - ma perché, trattandosi di una “regola del gioco”, si vorrebbe che fosse sottoscritta da tutti gli interessati. E fino ad ora essi sono stati d’accordo solo sul fatto di litigare. In concreto, ognuno tira la coperta dal proprio lato. Mentre i piccoli partiti vorrebbero avere peso in un’eventuale coalizione, con la proporzionale, i grandi partiti vorrebbero col premio di maggioranza il massimo potere per governare e resistere agli attacchi di tutti gli altri. Infine molto dipende dal previsto esito elettorale. Ognuno si chiede: cambiando questa legge,  in questa o quella direzione, farò un favore un me stesso o all’avversario? Per il premio di maggioranza fa un’enorme differenza essere i primi o i secondi. E se infine si adotta la proporzionale, si adotta l’ingovernabilità della Prima Repubblica. Anche se, a dire il vero, non è che poi la Seconda abbia governato gran che. 
Ma Renzi non si limita al modo di eleggere i parlamentari e va coraggiosamente sul concreto: risparmio di un miliardo sui costi della politica. Grande soddisfazione in tutte le botteghe di barbiere d’Italia. Con un miliardo si potrebbe ripianare un duemillesimo scarso del debito pubblico.  Oppure distribuire una tantum sedici euro a testa agli italiani. Renzi si rende conto delle proporzioni dei nostri problemi o fa finta di non conoscerle? C’è o ci fa? 
Poi egli parla ancora di “riforme e interventi sul lavoro”. E qui veramente non è più robetta. Sappiamo tutti che uno dei motivi della stasi e infine della depressione è il fatto che in Italia è fin troppo difficile, quasi impossibile fare impresa. Sappiamo tutti che l’erario ha cercato in tutti i modi di convincere le persone attive che, se guadagnano qualcosa, lo Stato farà di tutto per appropriarselo. Dunque cambiando questa condizione si potrebbe attuare una svolta nella vita economica italiana. Renzi in questo campo ha le idee dell’Europa e dei liberali in generale? Personalmente giureremmo di no: e quand’anche le avesse, siamo sicuri che non coinciderebbero con quelle della Camusso e del suo partito. Parlare così, astrattamente, di riforme e interventi sul lavoro, è come parlare di “mettere rimedio ai problemi”, “rilanciare l’economia”, “intravedere la fine della crisi”. Insomma “vedere la luce in fondo al tunnel” come l’hanno vista tante volte, rendendosi ridicoli, Monti e Letta. È questa la grande novità?
Forse avremmo udito qualcosa di veramente sorprendente se Renzi avesse detto: “Se sarò nominato segretario del Pd, confesso che né io né il mio partito potremo mettere rimedio all’attuale situazione”. Ma per dire ciò Renzi avrebbe dovuto avere un coraggio che si limita a recitare.
Naturalmente, per onestà bisogna riconoscere che un altro non potrebbe dire nulla di meglio di ciò che dice lui: chiunque si brucerebbe politicamente. Ma a noi elettori rimane il dovere di sorridere di questi ingenui imbrogli. 
Renzi è soltanto un giovanotto ambizioso, non il Salvatore dell’Italia.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 dicembre 2013


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CULTURA
11 marzo 2012
LA RETORICA A SCUOLA
Dicono che a Sparta si obbligassero i bambini a rubare non dandogli da mangiare, per poi punirli severissimamente se si facevano scoprire. Dal momento che il primo dovere degli spartiati era quello di essere straordinari guerrieri, quei piccoli imparavano che nel contrasto oltre ad essere forti e valorosi bisogna essere furbi. Ecco una scuola che poteva avere dei difetti, ma non certo quello della retorica. Un secondo senso dell’insegnamento era che non bisogna aspettarsi ringraziamenti, se si è onesti, e al contrario non bisogna stupirsi se si è severamente puniti per aver violato le leggi. 
Nell’epoca attuale non solo tutto ciò è inverosimile ai limiti della leggenda, ma i governanti di tutti i Paesi si chiedono che cosa possano fare per i giovani. Niente di male, in questo, se fossero sinceri. Essi invece fanno finta di prendere sul serio gli studen­ti quando “scioperano”, mentre sanno benissimo che da un lato stanno marinando la scuola, dall’altro non sottraggono nessun  servizio a nessuno: per la buona ragione che essi sono i fruitori, non i produttori del servizio scolastico. Né li temono politicamente, dal momento che per età, in maggioranza non possono neppure votare. Ma i giovani questo non lo sanno. La teatrale preoccupazione dipinta sul viso delle massime autorità, fino al Presidente della Repubblica, li induce a credere che, se si dichiarano infeli­ci, l'umanità accorrerà trafelata. E sarebbe bello, se così fosse. In realtà il disagio esistenziale è inevitabile, nell’adolescenza, e protestare non cambia niente. 
Come se non bastasse, dopo essere stata materna per quasi due decenni, la società cambia totalmente atteggiamento. Prima ha permesso ai ragazzi di guardare dall'alto i borghesi, di minacciare lo Stato e di occupare scuole e Università; poi, non appena escono dai banchi, li considera per quello che sono: dei disoc­cupati. Subentra la retorica parasindacale, ma è ancor più falsa di quella scolastica, perché mentre la scuola può regalare una promozione il sindacato non può regalare un’occupazione. 
La ricerca del lavoro – salvo situazioni di privilegio - è la prima, durissima esperienza del giovane che diviene adulto. Ogni anno le scuole sfornano migliaia di nuovi ragionieri i quali passano da riformatori del mondo a spiantati. E quando final­mente trovano un impiego, si accorgono che l’ometto gretto e igno­rante del piano di sopra, disprezzato fino a poco tempo prima, è il capoufficio cui obbedire. Senza nessuna traccia di quella ironi­ca, superiore benevolenza che un tempo avevano ostentata nei confronti dei migliori professori. Perché a forza di canina sottomissione l’omino ha fatto carriera e ora può vendicarsi dando ordini e prevaricando un po’. Non ci sono più figure materne.
Questa situazione è insieme triste e immodificabile. Perché gli adulti di oggi credono, agendo così, di essere buoni. Prima illudono i ragazzi, “gliela lasciano passare”, poi li trattano con la totale e a volte crudele indifferenza riservata agli adulti. Un professore, quando uno studente protestava chiedendo: "Ma le pare giusto?", rispondeva invariabil­mente: "A me sì. Ma quand'anche non fosse giusto, cosa ti fa pensare che cambierei la mia decisione?" Gli studenti erano scandalizzati da quest’offesa alla political correctness e il profes­sore era scandalizzato dalla loro ignoranza. Non avevano capito la storia. A che scopo andare a scuola per tredici anni se alla fine si crede ancora che è sufficiente aver ragione per vedersi dar ragione? Può esistere dubbio sul fatto che il potere del Papa su Roma fosse legittimo, e che l'attacco dei bersaglieri di Lamarmora sia stato illegittimo? E tuttavia chi, in Italia, sarebbe oggi disposto a restituire Roma al Papa?
Non si può richiedere che nell'educazione siano introdotte a scopo educativo le ingiustizie: ce n’è già abbastanza. Ma si potrebbe essere meno retorici e riconoscere che esse ci sono nella scuola come nella vita. Se educare significa preparare alla vita, cioè ad orientarsi nella realtà com'è e non come dovrebbe essere, bisognerebbe adottare ben altri metodi. Quasi quelli degli spartiati.
L’osservatore neutrale, che magari prima si è indignato per come sono favoriti e quasi obbediti i ragazzi, è poi costretto ad avere un profondo sentimento di pietà per i giovani neodiplomati o neolaureati. Dopo che la famiglia, la società e la scuola li hanno viziati, quando si son bene abituati ad un certo mondo, li buttano nel mare della vita senza neppure chiedergli se sanno nuotare. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 marzo 2012
POLITICA
28 ottobre 2011
IL CANCRO DELLA DEMAGOGIA

Recentemente Gianfranco Fini, invece di pensare ai trecentomila scheletri che ha nell’armadio, ha irriso a Ballarò la moglie di Bossi, ex insegnante, perché a suo tempo si è messa in pensione a trentanove anni. I leghisti si sono vivamente risentiti e in Parlamento si è quasi arrivati allo scontro fisico. Da una battuta scema si è passati alla solita tragicommedia nazionale.

Molti hanno risposto a Fini che la signora ha lasciato il lavoro ai sensi di una legge vigente in quel momento. Dunque non le si può imputare nulla. In quel caso il delinquente è stato quel Parlamento che ha votato una legge demagogica senza curarsi dell’ingiustizia di caricare, sulle spalle dei contribuenti, il mantenimento di persone che potevano benissimo lavorare ancora a lungo. Per non parlare del danno ai conti dello Stato. Ma, appunto, chi erano questi deputati e questi senatori?

La legge è del 1973 e gli Anni Settanta del secolo scorso sono stati quelli del compromesso storico. Come sa chiunque si interessi di politica, il tempo in cui praticamente tutte le leggi sono state concordate fra il Pci e la maggioranza, in questo caso composta da Psi, Psdi, Pri e Dc, tre partiti di sinistra e uno che “guarda a sinistra”. Infatti, secondo i massimi pensatori politici del tempo (per esempio Aldo Moro) non si poteva tenere fuori dall’area del potere un partito che riceveva i suffragi di un terzo degli italiani, anche se formalmente il Pci doveva rimanere all’opposizione, perché il suo ingresso nel governo avrebbe creato uno sconquasso non solo nell’area Nato ma anche nell’area del Patto di Varsavia. L’Unione Sovietica temeva, come scrive Malgieri(1), che i satelliti avrebbero potuto sognare analoghe e speculari proposte. Il Pci dunque stava all’opposizione ma dall’opposizione co-governava.

La legge di cui parliamo è stata voluta da tutti i partiti italiani dell’ “arco costituzionale”, in particolare dal Pci, e non si è esitato a concedere la pensione alle impiegate pubbliche con figli dopo quindici anni di servizio, e agli impiegati pubblici in generale dopo venti. Con assegni pressoché pari alla retribuzione. Sempre secondo Malgieri(2), qualcuno si rendeva conto della immensa nocività del provvedimento, ma in particolare il Pci non aveva interesse a fare il bene dell’Italia. In tale perverso gioco, l'opposizione poté perfino compiacersi del ‘tanto peggio, tanto meglio’ dato che, alla fin fine, avrebbe potuto sperare di far ricadere la responsabilità del ‘peggio’ sugli altri, dato che la pubblica opinione, in vasta misura, non si rendeva conto dei legami consociativi occulti”.

Gianfranco Fini dovrebbe dunque prendersela in primo luogo con quel Terzo Polo nel quale è andato ad accasarsi, perché gli ex Dc sono i primi responsabili dello sconquasso. Inoltre dovrebbe prendersela col Pd, che raccoglie gli eredi del Pci e della sinistra Dc. Il peggio del peggio. Mentre sicuramente innocente è la Lega Nord che in quel tempo non esisteva. Prendersela con un singolo cittadino, e con la moglie di Bossi in particolare, è perfettamente stupido.

Immaginiamo che un miliardario impazzisca e si metta a distribuire a migliaia biglietti da cento euro a tutti quelli che incontra. Ci si può ragionevolmente aspettare che i viandanti rifiutino il regalo con la motivazione che quell’uomo, così facendo, sta sottraendo una parte dell’eredità ai suoi figli? Li si può condannare? È quell’uomo, il pazzo, non loro.

Stava ai parlamentari non comportarsi come una banda di lanzichenecchi all’assalto dell’Erario. Sono loro che avevano l’elementare dovere di proteggere le finanze dello Stato e di non caricare, col debito pubblico alimentato da leggi del genere, un peso insostenibile sulle spalle delle generazioni future. E se la signora Bossi, una singola professoressa, non si fosse messa in pensione, avrebbe salvato l’Italia? In un mondo in cui si è dovuto attendere il 1992 perché si cominciasse a mettere rimedio alla monumentale stupidità di quella norma?

La colpa di quell’antica legge come dell’attuale battuta di Fini è dell’irrefrenabile tendenza italiana alla demagogia. Una tendenza di cui abbiamo un altro bell’esempio nella reazione dei partiti e dei sindacati  alle richieste dell’Europa e ai provvedimenti del governo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

28 ottobre 2011


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politica interna
13 maggio 2011
PERCHÉ BEPPE GRILLO NON È UN CRETINO
Beppe Grillo non merita abbastanza stima perché si stia ad esaminare il suo comportamento, il suo linguaggio e la sua azione politica. Pierluigi Battista (1)  gli rende troppo onore, quando stigmatizza con molta ironia gli insulti che il comico distribuisce a pioggia, a Vendola, a Berlusconi, a Prodi, a Napolitano, a Pisapia e perfino alla Montalcini: ha il coraggio di chiamare “puttana” un’ultracentenaria.
Se Beppe Grillo si comporta in quel modo ed ha successo, non serve condannarlo: bisogna cercare la spiegazione del fenomeno. Magari partendo da qualche lustro fa.
In Italia il crollo del comunismo è pressoché coinciso con l’inizio del berlusconismo. Purtroppo, lo scontro fra un post-comunismo che si credeva vincente e un berlusconismo che pareva un passeggero fenomeno da baraccone, si risolse immediatamente con la vittoria di quest’ultimo e gli eredi del Pci non seppero spiegarsela. Anzi, non seppero darsi pace e concepirono un tale implacabile odio per il disturbatore da dimenticare che non si vince solo dicendo che l’avversario è brutto, sporco e cattivo: bisogna anche condurre una battaglia propositiva. Per anni hanno creduto che bastasse chiamare partito di plastica il partito che li batteva, senza capire che così dimostravano che la vera plastica è migliore del falso acciaio.
Il risultato è stato una straordinaria polarizzazione personale. Da un lato Berlusconi e dall’altro quelli che lo odiano, che vorrebbero abbatterlo con qualunque mezzo e con l’aiuto di chiunque: dai magistrati al Presidente della Repubblica, dalla stampa alla Corte Costituzionale, dalla Chiesa ai giornali stranieri. Se il diavolo dice male di Berlusconi, viene accolto come un fratello. Anche se è un notorio leader di destra, un “ex-fascista”, come direbbero loro. E dimenticando nel frattempo gli elettori.
I furbi (i contadini lo sono) hanno subito capito che la gara era a chi è più antiberlusconiano. Tu dici che Silvio è scorretto? Io dico che è un pericolo per la democrazia. Tu dici che è immorale? Io dico che è la vergogna del mondo. Antonio Di Pietro ha fatto un’eccellente concorrenza al Pd non con idee migliori ma con un estremismo più feroce e insulti più cocenti. Al punto da farsi rimproverare in Parlamento dall’ “alleato oggettivo” Gianfranco Fini.
Ma anche lui ha fatto male i suoi calcoli. Ha creduto che la sua antologia di contumelie fosse imbattibile e in realtà, come diceva Nenni, c’è sempre un più puro che ti epura. Per quanto si possa credere di essere arrivati all’ultima Thule, c’è qualcuno capace di andare un po’ più lontano. È come nell’asta: basta dire “più uno”. Il metodo ha fatto scuola e il risultato è Beppe Grillo.
Questo comico non viene dalla Luna. Ha capito che doveva dire le cose che dice Di Pietro, ma con maggiore violenza. Per lui è divenuta una colpa persino non essere giovani. È contro tutto e contro tutti, in base al principio che la situazione è sbagliata e bisogna ricominciare a ricostruire la società dalle basi. Magari con la non ricandidabilità di chi ha già fatto politica. Come dire che ad ogni Grand Prix ci vogliono piloti nuovi.
Naturalmente sono discorsi fantasiosi. La società è com’è. Non è che gli uomini, una volta che hanno votato per Grillo, divengono per miracolo altruisti e incorruttibili. Natura non facit saltus. Ma in realtà questi demagoghi non sono interessati al modo in cui si governa il Paese. Più furbi dei dirigenti del Pd hanno capito che con questo sistema non si va al potere e che, se si è condannati all’opposizione, in essa ha più successo chi è più apocalittico. Per questo a Grillo non interessa il fatto che la sua azione danneggi la sinistra.
Il Pd non rappresenta un’opposizione credibile ed è triste vederlo inseguire i demagoghi. Non è: “con questi dirigenti non vinceremo mai”, come gridava Nanni Moretti; è: “con questi metodi non vinceremo mai”. E qualcuno, a sinistra, queste cose le dice. Ma nel Pd continuano a giocare a chi è più duro:  personaggi come la seriosa Finocchiaro e l’acida Bindi, il greve Bersani e il velenoso Franceschini.
Neanche chi adora Berlusconi può essere contento di questa opposizione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
13 maggio 2011

(1)http://video.corriere.it/grillo-insulta-vendola/4bddede4-7d4a-11e0-9624-242b96a6d52e

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POLITICA
24 ottobre 2010
GOVERNANTI E GOVERNATI
La democrazia diretta era possibile nella Grecia antica: lo Stato era costituito da una città e tutta la popolazione poteva riunirsi in una piazza. In seguito quella forma di governo è divenuta impossibile e si è passati alla democrazia rappresentativa. Nello Stato moderno i deputati portano in Parlamento le istanze degli elettori ed esprimono un governo costituito da un ristretto gruppo di persone che operano in concreto e applicano le direttive del potere legislativo. La democrazia è mantenuta ma aumenta la distanza tra deleganti e delegati e avviene che il popolo senta come estranee le decisioni di chi guida la cosa pubblica: il giudizio negativo sul governo diviene un luogo comune.
Spesso, in democrazia, questo giudizio è immeritato. Guidare un Paese è estremamente difficile. Richiede una enorme raccolta di dati che solo un’enorme organizzazione può offrire e solo un certo numero di persone estremamente qualificate  può valutare. Si arriva alle decisioni solo dopo matura riflessione e dunque in linea di principio il popolo calunnia l’esecutivo: nessun politico vuole danneggiare il Paese. Nessun governo, in democrazia, vuole scontentare il popolo. Anche perché il successo dei politici è commisurato al gradimento popolare.
Purtroppo i governanti sono spesso essi stessi causa del loro male:  pur di avere successo promettono ciò che non possono mantenere e per giunta, una elezione dopo l’altra, instillano nella mentalità della gente l’idea che lo Stato possa tutto. Questa è la ragione per cui poi gli si dà la colpa di ogni possibile male: “Piove, governo ladro”.
Ma almeno il governo fa ciò che potrebbe fare? Non sempre. Non solo coloro che governano sono esseri umani che possono sbagliarsi, ma chi decide sta in alto (anche economicamente) mentre chi paga e soffre sta in basso. Nei palazzi del potere si può, magari per ragioni di prestigio, reputare imprescindibile affrontare una certa spesa (l’organizzazione di un’olimpiade) o correre un certo rischio (perfino una guerra) ma chi in concreto paga lo scotto è la povera gente, che tuttavia ha le sue responsabilità. Il governo ha il torto di promettere ciò che poi non manterrà, il popolo ha il torto di applaudire molte decisioni demagogiche, dimenticando che alla fine dovrà pagarne il costo. È simile a un bambino che continua a chiedere, chiedere e chiedere, rimanendo vittima di una pressione fiscale che inevitabilmente sale, sale e sale.
In questo eterno contrasto nessuno ha ragione. Oppure tutti hanno ragione: che è lo stesso. Si può azzardare che nelle monarchie assolute e nelle autocrazie ha più spesso ragione il popolo (che mai combatterebbe guerre per questioni dinastiche o di religione), mentre nelle democrazia ha più spesso ragione il governo. Paradossalmente però nelle autocrazie, lì dove la gente non ha libertà di criticare il governo, spesso i governanti - i re e persino Stalin - sono venerati, mentre nelle democrazie, dove è permesso dire di tutto, ci si lamenta del migliore governo possibile. Quello in cui i governanti, se difetti hanno, sono gli stessi degli altri cittadini, non quelli di un tiranno.
Il popolo si lamenta tanto più vivacemente quanto meglio sta. La Francia governata dai Borboni non viveva come la Russia sotto Stalin e tuttavia ha fatto la Révolution. Poi si è tenuta in allenamento nel 1830 e nel 1848, ha avuto un Secondo Impero, una Terza Repubblica, una Quarta Repubblica, una Quinta Repubblica e a momenti una Sesta, nel 1968, se solo i “sessantottini” francesi avessero saputo quello che volevano. Ancora in questi giorni il Paese lotta contro Sarkozy come mai i russi hanno lottato contro Stalin.
Forse non bisognerebbe mai fermarsi ad osservare la vita politica. Si finisce pressoché costantemente con un sapore d’amaro in bocca. Un sapore di fiele.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
24 ottobre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta.

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POLITICA
22 febbraio 2010
OBAMA SBATTE CONTRO LA REALTA'
La parabola discendente di Barack Hussein Obama si presta a considerazioni che vanno oltre l’interessato.
Tutti gli Stati hanno dei problemi. Alcuni di essi sono immutabili perché dipendono dalla geografia: per esempio l’accesso ai mari caldi per la Russia; altri si possono risolvere ma solo a prezzo di grandi sacrifici: per esempio la rinuncia all’Algérie Française; altri infine sfociano in una guerra che è impossibile vincere e che tuttavia è necessario combattere: i Parti per i Romani, il terrorismo per gli statunitensi. E infatti una notevole parte dell’impopolarità di George W.Bush derivò dalla stanchezza del popolo americano dinanzi a due guerre, quella dell’Iraq e quella dell’Afghanistan. Molti pensavano che in primo luogo era stato un errore cominciarle, tutti comunque rimproveravano all’Amministrazione di non sapere come uscirne.
In questi casi il popolo comincia a sognare l’intervento di un uomo superiore: più risoluto, più saggio, più illuminato. Qualcuno capace di fare ciò che non sa fare l’imbecille che siede alla Casa Bianca. È cavalcando questo malcontento che Obama è stato trionfalmente eletto. Purtroppo i dati di fatto della geopolitica e le necessità della guerra al terrorismo (per esempio la prigione di Guantánamo) sono testardi: non si lasciano impressionare né da bei sorrisi né da grandi ideali. Dunque il nuovo Presidente è stato costretto, in questo come nei rimanenti settori, a confermare pressoché al cento per cento la politica dell’Amministrazione precedente. E ciò ha deluso i moltissimi americani che hanno votato per lui.
Dinanzi al calo dei sondaggi, e anche per non apparire come un bugiardo e un imbonitore, Obama ha disperatamente cercato di mantenere alcune delle promesse fatte. Ma gli è andata malissimo. Con un umile sorriso si è presentato in Europa per lanciare quella politica del dialogo e del multilateralismo che pare Bush avesse trascurato, e non ha ottenuto niente;  è stato conciliante con la Cina, perfino tacendo dei diritti umani, e in totale è solo riuscito ad irritare profondamente quel grande Paese; ha cercato di favorire il processo di pace in Palestina e nessuno gli ha dato ascolto; ha teso la mano all’Iran e ne ha ricevuto insulti e minacce; quando infine ha cercato di mantenere, almeno in Patria, una grande promessa, quella della riforma sanitaria, le cose si sono messe male e a quanto sembra dovrà rinunciarci. In questi mesi i democratici hanno perso due governatori e quel preziosissimo seggio al Senato che gli dava libertà di manovra. Né migliori prospettive ci sono per le elezioni di mid term.
Obama più che un cinico demagogo è forse un ingenuo idealista. Magari ha creduto veramente che, con l’aiuto di Dio, sarebbe riuscito a fare miracoli: ma i miracoli non li fa nessuno e attualmente egli sembra perfino sfortunato. È bene che non sogni un secondo mandato.
Tutta la vicenda offre una serie di insegnamenti. Non bisogna credere facilmente che il problema insolubile per un politico sia poi facile per un altro politico. Il famoso cambiamento non sempre è possibile e soprattutto non sempre, quando è possibile, costituisce un miglioramento. Questo principio andrebbe ripetuto fino alla noia ai molti che chiedono “un nuovo modo di fare politica”, “un cambiamento di rotta”, una “discontinuità”  e altre spelacchiate e fumose palingenesi. Finché si rimarrà sul vago – e si parlerà di “Change” come faceva Obama – ci staremo facendo vento con le parole. Né più serio è che si indichino solo i fini – ad esempio una diminuzione delle imposte e un miglioramento dei servizi – perché di sognare siamo capaci tutti.
Chi propone un cambiamento dovrebbe esattamente specificare che cosa intende ottenere, con quali modalità e a spese di chi. Non appena si scende sul concreto, infatti, molti entusiasmi si spengono. Qualunque riforma lede infatti interessi consolidati, tanto che, se si potesse promettere la vita eterna, si provocherebbe uno sciopero dei becchini, futuri disoccupati.
La situazione dell’America non è colpa né di Bush né di Obama. Il nostro è un mondo imperfetto. Se gli statunitensi sono delusi, è perché sono stati capaci di illudersi. La democrazia permette l’impero della parola, della demagogia, del sogno: lo stato d’animo dominante ad Atene prima della spedizione in Sicilia. Se poi la realtà azzera i sogni, non per questo bisogna dir male della democrazia. È il meno peggio che l’umanità sia riuscita ad inventare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 febbraio 2010
POLITICA
1 novembre 2009
SCALFARI TRA CULTURA E SUPERFICIALITA'
Mi sono divertito più volte con Eugenio Scalfari, la cui prosopopea, accoppiata alla superficialità politica, si presta parecchio all’irrisione. Oggi dimostro che non sono un fanatico affermando che il suo ultimo articolo è notevole. Tanto che ne suggerisco la lettura .
Naturalmente non mancano i nei e ne segnalo due.  In primo luogo, chiedendosi quale argomento da trattare, Scalfari cita fra gli altri: “L'omicidio dello sventurato Stefano Cucchi, ucciso a bastonate mentre era affidato ai carabinieri e alla polizia penitenziaria?” Ora può darsi benissimo che quel giovane sia stato ucciso dai carabinieri o dalla polizia, e in questo caso ci auguriamo che i colpevoli siano non solo espulsi dal corpo di appartenenza, ma anche condannati ad un’eternità di anni di carcere. Ma non si può affermare che siano degli omicidi così, senza processo e senza sapere nulla dei fatti. Questa è, ancora una volta, superficialità e bassa demagogia. Ma è vero che Scalfari fruisce della verità infusa e noi no.
In secondo luogo, c’è qualche fastidioso riferimento “mistico”, in contraddizione con la visione laica e da non credente dell’autore. O si crede seriamente, e a tutta la dottrina cattolica, o non si cita Gesù come modello, del quale nulla sappiamo storicamente se non l’esistenza. Questa è superficialità sentimentale.
L’articolo è buono come una pera: purché non si mangi anche il picciolo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1 novembre 2009

POLITICA
3 giugno 2009
MASANIELLO AFFONDA IL PD

MASANIELLO AFFONDA IL PD

Nella società dei leoni il capobranco è tale perché è in grado di respingere gli assalti dei giovani maschi. Questi tuttavia sono la speranza del branco: se uno di loro vince, è segno che è più forte del precedente monarca. La vita dei partiti non è diversa. Chiunque sia il segretario di un partito, è normale che ci sia qualcuno che fa di tutto per fargli le scarpe. Dal punto di vista umano è sleale ma, etologicamente, è fattore di progresso. I partiti anchilosati, quelli che non si rinnovano, quelli in cui il capo continua a comandare non perché è il più forte ma solo perché già comandava, non hanno un futuro.
Il leone che riesce ad essere l’anima alfa  ha comunque il dovere di assicurare la sopravvivenza della specie. Magari con geni più vigorosi. Analogamente, colui che aspira a divenire il capo del partito deve tendere a prendere in mano il partito per portarlo al successo: la politica del pretendente non è quella del tanto peggio tanto meglio, è quella che potrebbe migliorare la vita dei cittadini.
Queste regole però non valgono per tutti. Chi si presenta come il paladino di una categoria destinata per sua natura a rimanere piccola (il partito dei cacciatori, il partito degli antiabortisti o quello degli “arrabbiati”) non ha né la speranza né l’intenzione di divenire il leader del Paese. Mira soltanto ad ottenere qualche modesto risultato: dare testimonianza delle proprie idee, avere un paio di parlamentari a Roma e qualche rimborso elettorale. Nulla di più. Per questo non ha preoccupazioni, riguardo alla collettività: la cosa non lo riguarda.
Antonio Di Pietro, che di questo genere di leader marginale è un esempio perfetto - anche se non della migliore qualità – non ambisce ad essere il nuovo capo della sinistra. Non vuole salvare l’Italia e soprattutto non vuole salvare il Pd. Vuole solo rosicchiare voti per aumentare il proprio consenso, si direbbe quasi il proprio profitto. Sa perfettamente che esagerando in ogni occasione, facendosi portavoce degli odiatori del più basso livello, dando costantemente addosso a Berlusconi, potrà salire al sei o all’otto per cento, ma non potrà mai governare il Paese. Il massimo che può realizzare, paradossalmente, è impedire che questo risultato lo raggiunga il Pd, ma proprio questo non lo turba. Mentre il giovane leone non lotta contro il branco ma contro il vecchio leone, Di Pietro lotta anche contro il branco. La  sopravvivenza della specie non gli interessa.
Per il Cavaliere l’ex-pm rappresenta un’assicurazione di lunga vita politica. Per questo nel centro-destra si dovrebbe essere felici della sua presenza e tuttavia, in tutte le persone non fanatiche, prevale l’indignazione. Anche chi non è di sinistra pensa che il Pd è l’erede del Pci e della Dc e si chiede come sia possibile che il rampollo di due delle più nobili famiglie politiche del Paese sia ridotto a questo punto. Un partito che ha avuto il coraggio di cancellare dalla realtà partiti carichi di ideologia - gloriosamente comunisti, si direbbe quasi - è affondato da un Masaniello qualunque.
Negli anni recenti, l’unica speranza del centro-sinistra è stata il progetto esposto a suo tempo da Veltroni: creare un partito fondato non sull’antiberlusconismo, ma su idee socialdemocratiche. Non un partito di proteste ma un partito di proposte. E soprattutto un partito che sapesse aspettare il proprio turno. Fatalmente, un giorno o l’altro arriverà la stanchezza del berlusconismo e comunque l’uscita di scena del protagonista. Non bisognava dunque preoccuparsi delle elezioni del 2009, all’inseguimento di Di Pietro, bisognava prepararsi alla traversata del deserto. Lo stesso Berlusconi non è forse stato per anni all’opposizione, uscendone rafforzato?
Con Franceschini il Pd non si è reso conto che c’è qualcosa di peggio dell’essere uccisi dai nemici: essere uccisi dal ridicolo. Un demagogo può avere successo col più basso strato della società, una sinistra credibile dovrebbe invece saper proporre un migliore governo. Solo questo – se si riuscisse a convincerne i cittadini – le darebbe una nuova speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 giugno 2009

CULTURA
24 marzo 2009
IL RITORNO DEL BUON SENSO

IL RITORNO DEL BUON SENSO

 

Le osservazioni sulla Storia hanno questo di caratteristico, che quanto più sono generali tanto più sono discutibili. Ecco perché il testo che segue è solo uno spunto di discussione.

Fino al XVII secolo l’Europa è stata serenamente cristiana. Nel XVIII secolo invece il pensiero e la scienza hanno reso la fede poco plausibile dal punto di vista intellettuale e la religione non è più stata sufficiente per accettare la realtà. Le idee dell’Illuminismo hanno vinto, anche se la Rivoluzione è stata battuta a Waterloo, e il mondo è divenuto democratico, alfabetizzato, “illuminato”.

Il Cristianesimo è poi potuto rinascere, nel XIX secolo, ma come religione non dogmatica, fatta di buoni sentimenti e il cui unico principio è stato un filantropismo solidaristico e compassionevole. La Chiesa più riflessiva ha certo visto il pericolo ma lo stesso non ha potuto difendersi. Ai giorni nostri la sua dottrina è messa fra parentesi e molti preti, abbondando nella direzione del “secolo” (come direbbero loro), perdonano a titolo personale ferventi dei contraccettivi, amanti e divorziati. Si arrogano diritti che nemmeno un Papa si attribuì nei confronti di Enrico VIII. Oggi i concubini, gli abortisti e i milioni e milioni che non vanno a messa la domenica continuano a dirsi cattolici, perché il credo è: “Io sono cattolico a modo mio”. Ognuno rivendica l’autonomo cammino che fu di Lutero. La religione ha perduto la sua ossatura intellettuale.

Tornando all’Ottocento, quando l’Illuminismo a sua volta non è stato più sentito come sufficiente, ci si è rivolti ad una nuova religione, esclusivamente terrestre ma altrettanto millenaristica, chiamata comunismo. Come ha detto Marx, la rivoluzione borghese doveva essere seguita dalla rivoluzione del proletariato. Questa teoria per molto tempo ha prosperato nei Paesi del socialismo reale perché trasformata in brutale dittatura, mentre nei Paesi liberi e poco pragmatici ha avuto successo perché la si è vagheggiata come soluzione di tutti i problemi sociali. Francia e Italia hanno infatti avuto i più grandi partiti comunisti.

I risultati sono stati ovunque pessimi. Il tempo ha corroso le fondamenta dell’utopia e nell’ultimo quarto del Ventesimo Secolo si è avuta una progressiva disaffezione per le “idee di sinistra”. La teoria economica è stata ripudiata da tutti (anche dagli eredi dei partiti comunisti), gli stessi ideali dell’umanesimo marxista hanno cominciato a mostrare la corda e tutti ne hanno visto gli alti costi e i miseri ricavi. Siamo al riflusso. Non solo si è avuta l’implosione dell’Unione Sovietica, ma la Francia non ha più un serio partito comunista e perfino i suoi socialisti sono allo sbando. La Spagna è perplessa, riguardo alle audacie di Zapatero, e un nome come quello di Santiago Carrillo è totalmente dimenticato. Le democrazie nordiche hanno smesso di andare a sinistra. L’Inghilterra non solo rischia di tornare ai conservatori, ma i suoi stessi laburisti sono “figli della Thatcher”, come disse Blair. Il caso dell’Italia poi è sotto gli occhi di tutti: si è passati dal famoso “sorpasso” del 1976 ad una sinistra che cerca di sopravvivere. Senza idee, confusa, litigiosa, scoraggiata.

Il significato di tutto questo è che, almeno attualmente, l’ideologia dominante non è più il Cristianesimo, non è più la Rivoluzione Francese (divenuta impercettibile proprio perché ha raggiunto i suoi scopi), non è più il Marxismo. Forse è il Buon Senso. I demagoghi sbattono contro lo scetticismo della gente. Per limitarci all’Italia, un tempo la proposta di Franceschini di un assegno per tutti i disoccupati avrebbe suscitato entusiasmo, oggi non è stata presa sul serio e la popolarità di Berlusconi non ne ha risentito. Probabilmente perché molti italiani avranno detto: “E i soldi, dove li prende?” Altro esempio: il governo propone un “piano casa” che (forse) mette a rischio l’ambiente e l’estetica del territorio, ma la gente, invece di indignarsi, pensa: “Intanto, cerchiamo di rimettere in moto l’economia. Intanto mangiamo. Poi, se del caso, ci pentiremo”. Un atteggiamento che non ha niente a che vedere con la fede cristiana, con gli ideali fiammeggianti dei giacobini o dei marxisti. L’articolo di fede è divenuto il detto “primum vivere, deinde philosophari”, è più importante vivere che far filosofia.

Coloro che furono di sinistra potrebbero dire che questa è una società di filistei, interpretata da un capo più filisteo di tutti gli altri filistei come Berlusconi. Ma – forse questo è il punto – Berlusconi interpreta il presente meglio dei tanti filosofi con la testa montata sul collo al contrario, come gli indovini nell’Inferno di Dante.

Un’ultima nota va dedicata al futuro: non è detto che il momento del Buon Senso duri. L’umanità ha purtroppo tendenza ad innamorarsi di religioni, ideologie, dottrine. Chissà quale sarà la prossima.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

24 marzo 2009

 

 

 

CULTURA
13 marzo 2009
I DISASTRI DELLA DEMAGOGIA

I DISASTRI DELLA DEMAGOGIA

La graduatoria d’importanza delle notizie, se bisognasse giudicare dal numero di citazioni nei telegiornali, potrebbe sorprendere. Secondo Medici senza Frontiere, se nello Zimbabwe c’è il colera, nelle tv Rai e Mediaset la cosa ottiene 12 citazioni; mentre le citazioni che riguardano Carla Bruni sono 208. Siamo dunque tanto insensibili alle sofferenze di migliaia e migliaia di persone? Siamo tanto superficiali da appassionarci a cose che in fondo non hanno nessuna importanza, o ne hanno quanto le chiacchiere di portineria? La risposta è purtroppo sì. Ma non per questo la gente merita di essere rimproverata per i mali del mondo.

Se piangessimo giorno dopo giorno sul colera nello Zimbabwe, sui massacri del Darfur, sull’oppressione del Tibet, questo non sarebbe di nessuna utilità agli interessati. E soprattutto bisogna dire che, se in Italia ci fosse un colera che miete migliaia di vittime, sarebbe uno scandalo internazionale, cadrebbe il governo, si farebbe scendere l’esercito per le strade, si rischierebbe la rivoluzione: ma certo non si rieleggerebbe per decenni un Mugabe come dittatore. Se dunque nello Zimbabwe tutto questo può avvenire, è segno che gli infelici abitanti di quel paese africano sono diversi da noi.

Razzismo? Per niente. Sono diversi perché più ignoranti, con meno coscienza democratica e soprattutto ancor più di noi permeabili alla demagogia.

Quando lo Zimbabwe si chiamava Rhodesia, era un Paese prospero, ordinato e gradevole. Era chiamato la Svizzera dell’Africa. Ciò dipendeva dal fatto che vi erano coloni bianchi che amministravano lo Stato e mandavano avanti molte fattorie. Il potere fu poi preso da Mugabe che promise l’Africa agli africani, depredò i bianchi delle loro terre, e li fece scappar via. Purtroppo gli africani non seppero mantenere le coltivazioni e lo Zimbabwe, da Paese prospero, divenne un posto in cui, se non si muore di colera, si muore di fame.

Al momento dell’indipendenza non ci si pose la semplice domanda: “Noi abbiamo la cultura imprenditoriale necessaria per fare a meno dei bianchi?”. Purtroppo, se qualcuno l’avesse fatta, quella domanda, si sarebbe sentito dare questa risposta: “Se oggi non sappiamo come fare, impareremo presto”. Suona bene, la demagogia, infatti. Il fatto è che gli Zimbabweans non hanno imparato.

Oggi possono consolarsi dicendo “La colpa è dei bianchi che non ci hanno insegnato ad essere produttivi come loro”. E questo può convincere le folle poco alfabetizzate dell’Africa come i comunisti europei. Ma in realtà i bianchi (nati e cresciuti lì) non erano insegnanti: erano cittadini come gli altri che facevano i propri interessi mentre facevano anche gli interessi dei neri: come si è visto dopo. Inoltre, chi dice che gli “alunni” avrebbero tratto profitto dalle lezioni?  Una classe imprenditoriale non si improvvisa, nemmeno in un posto pieno di laureati come la Sicilia o la Calabria.

Come se non bastasse, gli africani “progressisti” sono contro i missionari che in quel continente vanno proprio per fare del bene e per insegnare: sostengono di non avere bisogno né di tutela né di elemosine. E allora, perché accusare i fattori bianchi di non avere tenuto corsi di agronomia?

Infine, i neri non potevano imparare guardando ciò che facevano i competenti, esattamente come i garzoni imparano dagli artigiani elettrauto?

Inutile negarlo, ci sono delle differenze fra gli abitanti dello Zimbabwe e noi. Loro sono ancora capaci di essere vittime della demagogia più folle e rovinosa mentre noi, anche se non siamo gli allievi prediletti di Cartesio, siamo un po’ più razionali. Tuttavia anche noi abbiamo qualcosa da imparare dagli inglesi che hanno la più vecchia democrazia, hanno sconfitto i minatori di Scargill e non hanno mai avuto un grande partito comunista. Se si parla di differenze fra i popoli, non si tratta di razzismo. Si tratta di identificare lo stadio di sviluppo di una razionalità capace di contrastare la demagogia. E in questo campo in molti abbiamo parecchia strada da fare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 marzo 2009


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permalink | inviato da giannipardo il 13/3/2009 alle 16:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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