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POLITICA
26 agosto 2014
LA MOSCA COCCHIERA INCOMPETENTE
Malgrado la stima che si può avere di Franco Venturini, è difficile sfuggire alla sensazione di pressappochismo e d'incompetenza storico-politica che promana dal suo ultimo articolo(1). Dopo avere accennato ai massacri che hanno luogo in Siria e nel nord dell'Iraq, e dopo averne enumerati molti altri, fino a parlare del Mar cinese meridionale, chiede: "E noi, l’Occidente civile e potente, cosa abbiamo fatto per mettere fine allo scempio?" Venturini intanto non spiega perché avremmo avuto il dovere di farlo e soprattutto dimentica quante volte questo stesso Occidente è stato accusato di ingerenza, neocolonialismo, imperialismo. Noi europei "civili e potenti" forse non siamo molto intelligenti, se passiamo il tempo un giorno a batterci il petto per non aver messo rimedio ai mali del mondo, e un giorno a batterci il petto per averci provato.
Venturini critica poi Obama, senza tener conto che è come sparare sulla Croce Rossa, e l'unico che salva è papa Francesco: perché ha denunciato la "Terza Guerra mondiale spezzettata". Perché denunciarla è come risolverla.
In questo disastro globale la soluzione tuttavia ci sarebbe. Scrive il giornalista: "l’Onu va cambiata ben oltre la riforma del Consiglio di sicurezza; "deve esistere un esercito vero alle dipendenze di un Segretario generale vero": "l’Europa deve fare la sua parte non alimentando la retorica su una politica estera comune" ma mediante "una forte avanzata integrazionista". C'è da prendersi la testa fra le mani.
L'"avanzata integrazionista" di cui parla è l'unione politica dell'Ue. Che sarebbe certo una buona cosa: come mai a Bruxelles non ci hanno pensato? In realtà le difficoltà sono tali che non val nemmeno la pena di enumerarle. Ché anzi, a suo tempo, disperando di ottenerla, i ferventi dell'Unione istituirono l'euro con l'idea che esso, provocando qualche problema non diversamente risolvibile, avrebbe obbligato gli Stati ad attuarla. Ed effettivamente quei governanti avevano visto giusto. La moneta ha provocato enormi problemi. Purtroppo l'unione politica ha continuato a presentare problemi ancor più grandi e non si è fatta. Oggi addirittura rischiamo una deflagrazione economica senza che nessuno osi proporla. Al massimo, come fa anche Venturini, la si "promuove". Del resto, chi pensava di bocciarla?
Il peggio tuttavia è il vagheggiamento dell'esercito dell'Onu. Se il buon Dio ce ne inviasse uno composto di Walkirie, e ne affidasse il comando al re Salomone, avremmo l'Onu che Venturini auspica. Ma finché Dio non si scomoderà personalmente, in tanto l'Onu potrebbe avere un "vero" esercito, in quanto ogni Paese inviasse un contingente in uomini e mezzi e poi rinunciasse non solo a comandarlo (e ci rinuncerebbero gli Stati Uniti? Ci rinuncerebbero la Russia o l'Inghilterra?) ma perfino a riprenderselo quand'anche quell'esercito marciasse contro di esso. 
Non basta. Dal momento che il contributo in uomini e mezzi sarebbe proporzionale, poniamo,  alla popolazione, il giorno in cui bisognasse sculacciare la Cina, e la Cina ritirasse il proprio contingente, quanto varrebbe quell'esercito? Chi avanza simili infantili proposte parte dal presupposto che l'Onu combatterebbe solo guerre giuste su cui tutti sarebbero d'accordo. Ma a parte il fatto che certamente non sarebbe dello stesso parere il Paese contro cui muove l'Onu, l'accordo di tutti non c'è mai, perché il giusto e l'ingiusto sono opinabili. 
In realtà non si va in guerra per motivi morali ma perché sono in gioco i massimi interessi di un Paese. E dunque, nel momento in cui l'esercito comune dovesse agire, i suoi contingenti si dividerebbero in tre parti: alcuni Paesi, non avendo interesse nella contesa, ritirerebbero le loro forze; altri combatterebbero per l'Onu, perché così gli conviene, e altri combatterebbero contro, perché così gli conviene. Qualcuno crede che Londra, per obbedire ad un "vero Segretario dell'Onu", manderebbero i suoi uomini a morire combattendo contro gli interessi dell'Inghilterra?
Venturini potrebbe obiettare che, di fatto, l'Onu è già intervenuta fattivamente. Per esempio in Corea. Ed è vero. Ma era l'esercito dell'Onu, quello? Il novanta e più per cento del peso della guerra fu sopportato dagli Stati Uniti, semplicemente perché questi pensavano di avervi interesse.
Un'armata è sempre composta da chi è disposto ad andare in guerra in quell'occasione e per quello scopo. Il Segretario Generale dell'Onu non ha mai comandato agli eserciti, e non comanderà mai agli eserciti più di quanto comandi al sole e alle nuvole. Il sogno di una polizia internazionale onnipotente e super partes va lasciato ai sognatori. E certo non dovrebbe trovar posto in un giornale serio come il "Corriere della Sera". Se serio è.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
25 agosto 2014
 (1)http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_25/grande-caos-l-onu-assente-c59a4fc2-2c17-11e4-9952-cb46fab97a50.shtml


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POLITICA
25 settembre 2011
LA REALTA' PER G.D.L. È UN OPTIONAL

Galli Della Loggia somiglia a volte a quegli intellettuali che, percepito il clima di un certo momento, se ne mettono alla testa come se l’avessero inventato loro. In questo momento i politici e i giornali parlano di mettere da parte Silvio Berlusconi ed anche lui dice la stessa cosa: ma non come gli altri. Il livello è diverso. Lui ha il cipiglio di chi è capace di dire tutta la verità e di vedere le cose con l’occhio della cultura storica. Basti dire che parla di “fosco tramonto del berlusconismo”, dimenticando che se ha usato l’aggettivo “fosco” per questo argomento, poi non gliene rimangono di adeguati per il tramonto dello stalinismo, quando a Mosca si giustiziava Beria.

La sua tesi di oggi è che, “Tutti, indistintamente”, i deputati, i senatori e ministri del Pdl vorrebbero che Berlusconi se ne andasse ma non osano dirglielo in faccia. Sicché glielo dice lui, Galli Della Loggia. Che non rischia niente. Ma lo fa per il bene del Pdl che o “riesce a svincolarsi da Berlusconi, e quindi a mantenere in vita un'esperienza dimostratasi cruciale per l'esistenza di un polo politico-elettorale di destra, o per lo stesso Pdl molto verosimilmente è finita”. Anche perché i suoi esponenti, privi di consenso personale, sarebbero espulsi dalla politica. Infatti il Pdl è “Un singolare partito, formalmente politico, ai cui esponenti però è stato finora vietato l'accesso a quello che da che mondo è mondo è il momento cruciale della politica stessa: il momento della decisione, delle scelte. Finora, invece, riservato solo al capo e ai suoi fidi. Ma la storia ha voluto prendersi la vendetta di questa bizzarra anomalia”. È difficile enumerare le cose contestabili contenute in così poche righe.  

Che il Pdl possa avere tendenza a disintegrarsi venendo meno Berlusconi, per qualsivoglia causa, è un’ipotesi da prendere in considerazione. Ciò che non può venire meno è l’area elettorale del suo consenso. È questo l’errore che commise Martinazzoli, a suo tempo, quando credette che, squalificata dai magistrati la Democrazia Cristiana, fosse scomparso con essa il suo elettorato. Invece Berlusconi capì che la gente avrebbe votato per il Partito della Pastasciutta, se fosse stato l’unico in grado di opporsi alla nostra sinistra. Da privato cittadino a Primo Ministro Berlusconi ha messo meno tempo di quanto ne abbia messo Napoleone, ma questo non significa che il Cavaliere sia più geniale del còrso: significa che, al contrario di tanti professionisti della politica, ha capito che il blocco moderato in Italia esisteva e sopravviveva a fenomeni contingenti come Mani Pulite. E ora potrebbe sopravvivere al berlusconismo. Dunque andiamoci piano, con lo squagliamento del Pdl: potrebbe avvenire in quindici giorni e potrebbe non avvenire mai. C’è una parte dell’elettorato che considera esiziali le ricette della sinistra.

Ma, dice Galli Della Loggia, anche i suoi dicono male di Berlusconi e vorrebbero che se ne andasse. E lui si fa portavoce delle maldicenze? sta tutta qui la sua critica politologica e la sua sapienza storica? Se quei signori non osano dire in faccia a Berlusconi che se ne deve andare, non potrebbe per caso essere che questo è contro i loro interessi e di gran lunga al di là dei loro poteri? Se sono privi di consenso personale perché dovrebbero spegnere il motore che li tiene in aria? Si lasciano andare al piacere della maldicenza come comari, è vero: ma non sono i soli.

Se il Pdl sopravvivrà alla grande a Berlusconi o se si disintegrerà lo dirà il tempo. Non tutti disponiamo della preveggenza dell’editorialista del “Corriere”. Ma consideriamo sbagliata l’analisi al presente. Se fosse vero quanto lui sostiene, che fino ad ora le decisioni sono state prese solo “dal capo e dai suoi fidi”, come mai non sono state fatte le leggi e le riforme che avrebbero messo lui e tutti noi al riparo dagli abusi della magistratura, a cominciare dalla sua imperdonabile lentezza? L’opposizione accusa Berlusconi di avere fatto solo leggi ad personam: come mai non avrebbe varato quelle che l’avrebbero fatto vivere in pace definitivamente, come si otterrebbe – per dirne una – ripristinando l’art.68 della Costituzione com’era prima del 1993?

Galli Della Loggia  scrive disinvoltamente che “la storia ha voluto prendersi la vendetta di questa bizzarra anomalia”. Dobbiamo veramente credere che non si sia accorto che Silvio Berlusconi è ancora il Primo Ministro, che non se n’è andato via, e che la storia potrebbe invece vendicarsi di chi non guarda ai fatti? Se qualcuno, con la smania del primo della classe, dà per avvenuto un fatto che non si è ancora verificato, rischia il ridicolo. Soprattutto se si esprime in modo pomposo e ultimativo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

25 settembre 2011


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SOCIETA'
13 luglio 2011
IL FUNERALE DEL GATTO

Una scultrice ha acquistato un’intera pagina del “Corriere della Sera” per far sapere a tutti quanto soffre per la morte del suo gatto Sky, dopo quindici anni di vita insieme, e quanto le manca. Inoltre ha noleggiato un elicottero per andare a seppellirlo ad Olbia(1). Non faremo il conto delle spese perché non conosciamo i prezzi di questi lussi e perché, dopo tutto, sarebbe un po’ miserabile: da un lato non si misura col denaro il dolore altrui, dall’altro ognuno è libero di spendere il proprio denaro come meglio crede.

Ma immaginiamo che, per molti, l’obiezione sia un’altra. Si può pretendere di soffrire tanto, per la morte di un gatto? Si può dare tanta importanza ad un animale?

Naturalmente chi pone queste domande non ha avuto l’occasione di dividere una parte della propria vita con uno di questi mammiferi superiori che ci somigliano tanto ed hanno anzi su di noi un vantaggio: non parlano. Personalmente non discuteremo affatto i sentimenti di questa signora e le offriamo anzi la testimonianza delle nostre lacrime, quando abbiamo perduto uno di questi cari esserini. Ma ciò non ci impedisce di non essere d’accordo con la sua iniziativa.

Quanto muore qualcuno è come se si desse il via libera al festival delle sciocchezze. Le lodi per il defunto sono iperboliche: del resto, si sa, de mortuis nil nisi bonum. Si afferma che non dimenticheremo mai chi dimenticheremo. Che sentiremo sempre la sua mancanza mentre presto, se siamo normali, penseremo ad altro. E se si ha l’imprudenza di organizzare un funerale religioso, avremo anche un sacerdote che ci spiegherà che il morto non è morto, che colui che non si può più accorgere di noi ci ama ancora ed anzi ci protegge “dall’alto”. Ci promette perfino che lo rivedremo in un Regno dei Cieli che immaginiamo molto affollato. Forse il nostro caro morto lo ritroveremo con il codice fiscale.

La morte è triste e il gruppo cerca di difendersene negandola in tutti i modi. Per cominciare, non è sicuro che i morti siano veramente morti e dunque li rabbonisce come può. Innanzi tutto con le lodi.  Poi ognuno teme che questo inconveniente possa capitare anche a lui e prova a convincersi di essere immortale. Per questo cerca di prestare fede alle parole di un sacerdote che dichiara immortale il cadavere muto che sta in mezzo alla chiesa. I funerali, per chi non si fa illusioni, sono veramente qualcosa di sconvolgente.

Ora la signora Matalon – che noleggia una pagina del “Corriere” per il suo gatto ma non tralascia di metterci una grande fotografia di se stessa – non capisce che la morte del micio è un’ottima occasione per smetterla con le menzogne consolatorie. Un’opportunità per soffrire evitando la pompa delle cerimonie, le speranze infondate, l’assurdo lusso dei cimiteri. Tutto quello che lei amava era quel prezioso, piccolo cervello che funzionava nella testolina triangolare di Sky. Quel cervello che dava un’anima a quegli occhi pensosi e che gli ispirava tanti gesti cortesi e delicati. Ma quella straordinaria macchina, nel caso di un gatto come nel caso di un uomo, smette definitivamente di operare quando il sangue smette di irrorarla per cinque minuti. Da quel momento, l’intero corpo è spazzatura. Certo, non si può chiedere ad una madre di avviare alla discarica il corpo del proprio figlio diciottenne, si può anche tollerare che la gente creda di lenire il proprio dolore con queste assurde parate, ma almeno il dolore per la morte di un gatto potrebbe servire per capire che in certi casi non ci sono parate possibili.

Il grandioso funerale per Sky non è più assurdo di quello per un Capo di Stato: ma, appunto, potrebbe essere un’occasione per capire che bisognerebbe abolire quello del Capo di Stato, piuttosto che tributarne uno al proprio micio.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 luglio 2011

(1)http://www.corriere.it/animali/11_luglio_13/ribaudo-gatto-morto_be0d9c38-ad2a-11e0-83b2-951b61194bdf.shtml


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12 aprile 2011
L'EUROPA IMBELLE E PRESUNTUOSA
Friedrich Nietzsche notava che, se richiesti di un parere in materia di chimica o di paleografia, tutti si schermiscono: “Non sono competente”. Ma nessuno si dichiara incompetente in materia di morale. E di politica, aggiungiamo. In questo campo molti giornalisti scrivono disinvoltamente che i governi sono inetti, che chi li dirige non capisce nulla, che gli Stati - anche i più grandi e gloriosi - non fanno che inanellare errori. Uno di questi soloni in servizio permanente effettivo è Eugenio Scalfari. Leggendo i testi di questi Besserwisser, di quelli che la sanno più lunga, viene voglia di concludere: “Insomma mi stai dicendo che il principale errore è stato quello di non affidare a te la guida incontrastata del mondo. Tu sì avresti saputo che cosa fare”.
Nessuno dice a Vettel o ad Hamilton: “Alzati ché mi siedo al tuo posto e faccio meglio di te”, ma tutti sono disposti a dirlo a Sarkozy, a Obama, a Cameron e, ovviamente, a Berlusconi.
Naturalmente non si sostiene che gli illustri personaggi non sbaglino mai: sarebbe una sciocchezza smentita cento volte dalla storia. Ma li si potrebbe rispettare un po’ di più.
Franco Venturini ad esempio (1) fa una lunga lista dei problemi del momento in Egitto, Tunisia, Libano, Iraq, Iran, Gaza, Yemen, Giordania, Algeria, Oman, Marocco, Bahrein e Arabia Saudita. E conclude che “noi occidentali avremmo bisogno di statisti, di visioni strategiche, di capacità di leadership, e riusciamo ad esprimere soltanto la nostra inadeguatezza”. “Siamo davanti a una grande Storia, al processo rivoluzionario del mondo arabo, e non sappiamo bene cosa fare oppure siamo ostaggi delle nostre convenienze democratiche nazionali”. Insomma tutti i nostri governanti hanno le idee confuse e sbagliano in coro. Sarà. Ma a nostro parere l’errore non lo commettono i governanti: lo commettono i popoli. Soprattutto gli europei e gli statunitensi. E in democrazia i governanti sono costretti a seguirli.
Le potenze europee sono senza alcun dubbio in grado di difendersi agevolmente da un attacco proveniente dai Paesi meno sviluppati. Cessata la Grande Paura dell’Unione Sovietica, ed essendo inverosimile un attacco degli Stati Uniti o della lontana Cina, non solo l’Europa vive un periodo di pace che dura da 66 anni, ma non vede neppure all’orizzonte quale avvenimento potrebbe interromperlo. Se negli scorsi decenni dei soldati europei hanno imbracciato un fucile è stato fuori dall’Unione Europea. Per conseguenza potremmo dormire fra due guanciali. Invece ci procuriamo ansie contraddittorie e preoccupazioni inutili. Il problema dell’immigrazione clandestina, per esempio, nasce dalla nostra drammatica mancanza di risolutezza. E  soprattutto da un lato rifiutiamo di usare le armi perfino per difenderci, dall’altro ci sentiamo responsabili dell’universo mondo e vorremmo che esso obbedisse alla nostra volontà. Ci sentiamo in diritto di dire, disinvoltamente: “Questo non possiamo permetterlo”. Come se il mondo, per andare avanti, dovesse ottenere il nostro permesso.
La retorica sembra una forza irresistibile. E infatti Venturini scrive:  “Tutto è possibile, ma che vinca Gheddafi no. In Siria la febbre sale… Ma così, a colpi di stragi, non potrà durare”. Ora, di grazia, chi mai ci ha affidato la responsabilità dei libici, dei siriani, degli yemeniti e chissà di chi altro ancora? E soprattutto, perché non è possibile che vinca Gheddafi? Venturini manderebbe suo figlio a combattere in Libia, per impedirlo?
La nostra frustrazione – anzi, più esattamente la frustrazione di Franco Venturini – nasce dal contrasto fra una volontà di inazione e una volontà di dominio del mondo. Se i romani e gli inglesi hanno creato un impero non l’hanno fatto sventolando una Carta delle Nazioni Unite. E se non si è disposti a sparare e a morire, per imporre la nostra volontà in altri Paesi, è meglio alzare alte mura intorno alla nostra polis e lasciare che il resto del mondo vada come vuole andare.
Noi chiediamo ai nostri governanti l’impossibile: che facciano grandi frittate senza rompere un uovo. Non siamo dunque confusi e mal guidati, come dice l’articolo di Venturini: siamo imbelli e presuntuosi. Miope ed inadeguato è innanzi tutto l’editoriale del Corriere della Sera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 aprile 2011


(1) http://www.corriere.it/editoriali/11_aprile_10/venturini_914ac93a-6344-11e0-9ce6-e69a9a96cab4.shtml

UN PO' MIOPI E INADEGUATI
Al Cairo piazza Tahrir è tornata a riempirsi di manifestanti e ci sono scappati dei morti. In Tunisia un governo transitorio esangue attende le elezioni, e non potrebbe, nemmeno volendolo, mostrare contro i migranti la fermezza che gli viene chiesta dall'Italia. In Libia si lavora sottotraccia per disgregare dal di dentro il regime di Gheddafi, ma intanto le forze del Raìs rischiano di battere la Nato oltre ai ribelli. E siccome a questo non si può arrivare, infuria il dibattito sull'ultima ratio: truppe di terra, armi agli insorti, accettare le possibili perdite e far volare più bassi gli aerei dell'Alleanza? Tutto è possibile, ma che vinca Gheddafi no. In Siria le febbre sale, complici i militari legati al potere alawita degli Assad. Ma così, a colpi di stragi, non potrà durare. E allora quali saranno i contraccolpi in Libano, in Iraq, in Iran, a Gaza? E Israele, resterà ancora a guardare? Esplosioni quotidiane scuotono lo Yemen. La Giordania, l'Algeria, l'Oman, forse il Marocco sono a rischio. Il Bahrein è stato normalizzato da una dottrina Breznev in salsa saudita. Ma proprio l'Arabia Saudita ha paura e fa paura, più di tutti.
Basta questo rapido sorvolo per trovare conferma a quanto in Occidente si desiderava e insieme si temeva: la Rivoluzione araba è un processo inarrestabile benché assai variegato nelle sue diverse componenti libertarie, economiche, religiose, tribali, generazionali, tecnologiche. Non sappiamo quale delle sue fasi stiamo vivendo, non sappiamo quanto durerà, non conosciamo i suoi sbocchi finali che potrebbero essere o non essere di nostro gradimento.
Qualcosa, però, lo sappiamo. Che proprio quando noi occidentali avremmo bisogno di statisti, di visioni strategiche, di capacità di leadership, riusciamo ad esprimere soltanto la nostra inadeguatezza.
L'Europa è semplicemente se stessa, quella che è diventata da qualche anno a dispetto di tutte le retoriche. Non è soltanto il punto di riferimento Usa a mancarle, perché gli europei si divisero sull'Iraq anche quando la leadership americana era forte. Più semplicemente - e la Libia è una conferma - a dettar legge nell'Unione sono i fronti interni elettorali dei principali soci, sono ora le urgenze di Sarkozy ora il nuovo nazionalismo mercantilista tedesco. Si può trovare un compromesso se si è in pericolo di morte, come sull'euro, ma sulla politica estera comune o su una politica europea per i migranti è meglio non farsi illusioni.
E poi c'era una volta l'America. Oggi Barack Obama viene accusato da molti di essere diventato mister tentenna, dall'Afghanistan alla Libia. Ma per capirlo è utile ricordare una frase del capo di stato maggiore della Difesa Mullen: la principale minaccia alla sicurezza dell'America è il suo deficit. A Washington sperano in una crescita appena sotto il tre per cento. Chi se ne intende aggiunge che tutto dipenderà dalla Rivoluzione araba e dal prezzo del petrolio, che a sua volta dipende dall'Arabia Saudita. Si capisce che esistano due pesi e due misure, nella politica di un presidente che vuole la rielezione. Siamo davanti a una grande Storia, al processo rivoluzionario del mondo arabo, e non sappiamo bene cosa fare oppure siamo ostaggi delle nostre convenienze democratiche nazionali. Anche questo è un processo, involutivo. Si affaccia forse un mondo post-occidentale, mentre qualcuno sta alla finestra e se la ride. La Russia, con il suo gas e il suo petrolio. E soprattutto la Cina, la potenza in emersione che può raddoppiare la sua velocità grazie al declino altrui.


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POLITICA
15 luglio 2010
D'ALEMA POLITICO INTELLIGENTE
Nell’intervista al “Corriere della Sera” (1), volendosi segnalare come il “politico intelligente” che molti reputano sia, Massimo D’Alema infila un paio di affermazioni di quelle che potrebbero indignare i minus habentes che votano per Di Pietro. “Non ci sono scorciatoie, dice: non si esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come può immaginare una certa parte dell’opposizione, o attraverso una campagna moralista e giustizialista”. Però! diranno le persone serie, inarcando le sopracciglia con stupore ed apprezzamento. Ma l’intervistato è ancor più audace: “io non credo che [dentro il Pdl] ci siano esclusivamente cortigiani perché comunque è una grande forza politica che ha avuto il voto di tanti milioni di italiani”. Che spirito d’osservazione!
Dopo tali incontrovertibili dimostrazioni di acume e di anticonformismo D’Alema si rifà lasciandosi andare ad un’orgia di wishful thinking (il prendere i propri sogni per realtà) e di banale, piatto antiberlusconismo.
Sostiene con toni apocalittici che siamo alla crisi finale del Pdl. Qualcosa come l’ultima convulsione del capitalismo di cui parlava sempre Mosca. “Le prospettive appaiono incerte mentre la crisi appare certa”. Anche se lui non specifica né quando avverrà né in che cosa consisterà. La caduta del governo? E chi lo butta giù? Soprattutto, chi ha interesse a farlo? Non ha udito Gianfranco Fini dire cento volte che lui e i suoi sosterranno sempre lealmente questo esecutivo? Questo è il partito che “ho contribuito a fondare”, sostiene il Presidente della Camera; e Massimo dovrebbe sapere che Fini e i suoi amici sono sinceri semplicemente perché, fuori del Pdl, sarebbero soli e al freddo.
Ma, dice D’Alema, “C’è anche una crisi morale, di credibilità dello Stato”. Oltre a fare un caldo boia. E di chi è la colpa? Di Berlusconi. Infatti D’Alema sostiene che bisognerebbe costituire un nuovo governo di cui non sa dire nulla se non che non dovrebbe capeggiarlo Silvio. “La lunga fase della parabola berlusconiana è finita”, decreta. Forse addirittura il Cavaliere è in vacanza da mesi alle Bermuda: infatti il leader pugliese constata “un vuoto di leadership politica impressionante”. E dire che credevamo d’avere udito ad nauseam accuse di dittatura sudamericana scagliate contro il Cavaliere un giorno sì e l’altro pure. E proprio dalla sinistra. Ma forse ricordiamo male.
A Palazzo Chigi deve tuttavia essere rimasto qualcosa, di Berlusconi. Forse il suo fantasma. Infatti per il ghostbuster D’Alema il governo futuro potrà essere guidato da chiunque, mentre: “Se si tratta di un’operazione di ceto politico intorno a Berlusconi non serve assolutamente a nulla”. “La portata della crisi richiede un salto di qualità politico ed escludo che possa farlo Berlusconi”. L’Italia, afferma quasi con lirismo, ha bisogno di “un momento di responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese con coraggio”; di “un nuovo patto sociale”; “di un patto per il risanamento”; “di un patto per la crescita”. Quante belle parole, signora mia.
Purtroppo, malgrado i desideri della sinistra, il Cavaliere è ancora vivo e tutti hanno paura di sfidarlo. “Ritengo che tornare a votare con l’attuale legge elettorale, per una sorta di referendum su Berlusconi sì, Berlusconi no, non sarebbe utile”. Perché la sinistra sarebbe ancora una volta sconfitta. E qual è la soluzione geniale? La soluzione è che, se non si riesce a battere il campione, il campione stesso si dichiari battuto e vada via. Sostituito da che cosa? Da “un governo di larghe intese”, da “un governo di transizione “o come vogliamo chiamarlo, dice l’intervistato, non riuscendo a trovare l’espressione più semplice: “Da un governo senza Berlusconi”.
La giornalista (che ha già suggerito il nome di Giulio Tremonti) chiede infine: “Ma chi potrebbe mai essere la personalità che riesce a mettere insieme forze politiche tanto diverse?” “Questa è una decisione che spetta, come lei sa, al presidente della Repubblica». Quando ci si infila in un vicolo cieco, la machina fa scendere dall’alto il deus che risolve il problema.
Anche la conclusione dell’intervista va segnalata. L’intervistatrice, sazia di parole vacue, chiede sensatamente: “E perché mai il Pdl dovrebbe scaricare Silvio Berlusconi per metter su un governo di transizione con le forze dell’opposizione?” A questo punto, dopo aver detto tante cose intelligenti, D’Alema potrebbe dire la più vera: “È solo che tutte queste cose le ho sognate stanotte”. Invece ecco le sue parole: “È chiaro che se questo discorso non troverà un ascolto nell’ambito della maggioranza è probabile che si arriverà alle elezioni anticipate”. Per riprendere le sue parole, Berlusconi sì, Berlusconi no, ancora una volta. Ma forse un ritorno alle urne, invece che dei suoi sogni, fa parte dei suoi incubi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 luglio 2010
(1)http://www.corriere.it/politica/10_luglio_15/meli_intervista-dalema_03bd51d4-8fd5-11df-b54a-00144f02aabe.shtml

POLITICA
13 settembre 2009
IN DIFESA DI D'ALEMA
Va subito messo in chiaro che chi scrive ha avuto due nonni più o meno contadini e due nonne analfabete: è dunque inutile pagare un istituto araldico per ritrovarsi qualche antenato di sangue blu. E tuttavia, ad esaminare la realtà italiana, anche un nipote di contadini può arricciare il naso.
L’abbiamo sentito cento volte, questo schifo, a proposito del comportamento dell’opposizione riguardo a Berlusconi – ma c’è mezza Italia che lo condivide – e oggi lo sentiamo a proposito dei giornali nei confronti di D’Alema.
D’accordo, questo politico non è un po’ antipatico: è molto antipatico. E non solo a chi vota per il centro-destra. C’è da temere che sia stato antipatico anche a sua madre. Ma questo non impedisce che, a suo tempo, ci indignammo quando qualcuno andò a verificare quanto avesse pagato un paio di scarpe. Come se, per essere di sinistra, dovesse per forza approvvigionarsi allo spaccio dei ferrotranvieri. Non diversamente da come si è criticato Epifani, capo del sindacato rosso, per avere, in occasione di una riunione a Milano, passato la notte in un albergo che è costato al sindacato un occhio della testa. Miserie.
Ma queste miserie sono nulla rispetto a quello che oggi occupa il posto d’onore nel Corriere della Sera. Qual è l’avvenimento epocale di cui si occupa il grande quotidiano di Via Solferino? Sapere se sì o no D’Alema conosceva tale Tarantini, un pugliese procacciatore di “escort” come gadget per ottenere simpatie e concludere affari. “Non lo conosco”, aveva detto Massimo. “Mi conosce eccome”, replicava l’altro. Ora risulta - grande giornalismo investigativo! - che hanno cenato insieme, e infatti è stato intervistato anche il padrone del ristorante, e sono stati nella stessa barca andando o tornando da Ponza. D’Alema però insiste: “Questo non significa che io lo conosca”. Ah ah! Però l’ammette! Accidenti. Perché occuparsi ancora delle ragioni che spinsero Stalin ad allearsi con Hitler? Ecco un problema storico molto più importante.
Secondo la nostra Costituzione, nessuno è colpevole fino a sentenza passata in giudicato (per esempio, il caso di Adriano Sofri). Se dunque qualcuno è imputato di qualcosa, e un politico si rifiuta di frequentarlo, prima ancora che contro l’umanità va contro la Costituzione: infatti discrimina un innocente. Inoltre, nel caso specifico, al momento della cena e della traversata in barca, Tarantini non era imputato di nulla: perché mai dunque bisognerebbe cercare una colpa di D’Alema? È un ragionamento modello D’Avanzo: Tarantini è imputato di corruzione (forse); Tarantini dunque è colpevole; Tarantini conosceva D’Alema; dunque D’Alema dovrebbe essere imputato di corruzione; dunque D’Alema è colpevole di corruzione.
Questo è uno strano Paese in cui  ci si è chiesto senza ridere se Enzo Tortora spacciasse droga agli angoli delle strade;  in cui si dà del mafioso a Berlusconi perché, quindici anni prima che si occupasse di politica, aveva alle sue dipendenze (non che cenasse ogni sera con lui!) un ex-carcerato condannato per mafia;  un Paese in cui si discute seriamente, sul più venduto giornale d’Italia, se D’Alema, fra le migliaia di mani che ha stretto in vita sua, abbia stretto anche la mano di Tarantini.
Non sappiamo se la campagna di odio di “Repubblica” le abbia fatto o no aumentare la tiratura, ché anzi ne dubitiamo. Ma anche ad ammettere che questo bel risultato abbia ottenuto, è triste che il “Corriere della Sera”, con tutta la sua tradizione, si accodi a un comportamento di questo genere.
L’unico commento degno di un grande giornale sarebbe stato: “Non lo sappiamo e non importa. Fino ad oggi D’Alema non è solo innocente, è anche al di sopra di ogni sospetto”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 settembre 2009

POLITICA
7 settembre 2009
UNO SCIVOLONE DI GALLI DELLA LOGGIA
Galli Della Loggia è un uomo intellettualmente stimabile ma oggi ha sbagliato un articolo . Dal momento che gli errori dei grandi sono più clamorosi, Orazio scriveva “indignor quandoque bonus dormitat Homerus”: m’indigno ogni volta che sonnecchia perfino il buon Omero. Ma Galli Della Loggia non è Omero e, seppure senza indignarsi, saranno lecite alcune osservazioni.
Sul “Corriere della Sera” di oggi egli fa un’affermazione sconvolgente: bisogna “consen¬tire alla stampa un’amplissima libertà di critica nei confronti degli uomini politici, anche ai limiti della calunnia, come ac¬cade per esempio negli Stati Uniti dove, per non incorrere nei rigori della legge, basta che anche chi scrive il falso non ne sia però espressamente consa¬pevole”.
A parte il fatto che in Italia vige la legge italiana, da un lato è lecito dubitare che negli Stati Uniti la tolleranza sia spinta “ai limiti della calunnia”, dall’altro la tesi è insostenibile filosoficamente e giuridicamente.
Si faccia l’ipotesi che qualcuno scriva che Giorgio Napolitano, nel 1989, uccise una ventiseienne che minacciava di rivelare la loro relazione. Il Presidente avrebbe motivo di risentirsi? Certamente. Ma avrebbe la possibilità di dimostrare che non è vero? Assolutamente no. Infatti è impossibile dimostrare un non-fatto, a meno che non sia assurdo: e che Giorgio Napolitano sia un assassino non è assurdo, è inverosimile soltanto. Se quel calunniatore scrivesse che “gli hanno detto” che il fatto sarebbe avvenuto a Pozzuoli, una notte tra il primo e il venti di agosto del 1989, e che lui in buona fede ci ha creduto, non solo il Presidente non potrebbe affatto ricordare dove si trovava in quei giorni, ma anche a ricordarlo, potrebbe dimostrare di non aver potuto fare un salto a Pozzuoli? La difesa è impossibile.
È per questo motivo che i giornalisti si affannano, prima di pubblicare una notizia, a verificare le prove di essa: perché sta a loro dimostrare la verità di un fatto lesivo dell’onorabilità di qualcuno, non all’offeso dimostrarne la falsità. E se i giornalisti non riescono a dimostrarlo, è normale che siano condannati per diffamazione. Onus probandi incumbit ei qui dicit, l’onere della prova ricade su colui che afferma qualcosa. Se invece, per condannare qualcuno, fosse necessario dimostrare che egli è “espressamente consapevole di scrivere il falso”, si richiederebbe una probatio diabolica, cioè una dimostrazione impossibile. Un tizio scrive che Brunetta ha rubato un milione di euro e lo pensa veramente. Un altro scrive la stessa cosa, sapendo che non è vera. Brunetta come può dimostrare quello che il secondo pensa?
Una caratteristica del diritto - si insegna in filosofia - è la sua “esteriorità”. Nessuno può essere condannato per i suoi pensieri, mentre chiunque può essere condannato per le sue azioni, che siano volontarie (dolo) o dovute a distrazione, ecc. (colpa). Galli Della Loggia che cultura giuridica ha?
Il resto dell’articolo intende fare contenti tutti. O scontentare tutti, che è lo stesso. Berlusconi – sostiene il politologo - non sa gestire i conflitti, cosa che dovrebbe fare “politicamente” e non con le querele. E perché mai? Siamo sicuri che l’articolista abbia criticato Prodi, Presidente del Consiglio, quando querelò il “Giornale” per Nomisma?
Poi egli ammette che “Repubblica” ha fatto Berlusconi oggetto di una campagna di odio che va molto oltre la normale battaglia politica. Riconosce in particolare che, per “chiu¬dere politicamente i con¬flitti è essenziale una con¬dizione: bisogna che il conflitto possa concluder¬si alla fine con un compro¬messo. Non pare proprio però che sia tale, che sia un conflitto «compromis¬sibile», quello in cui è coinvolto da settimane Sil¬vio Berlusconi”. Sono parole sue. E allora, visto che oggi si è partiti col latino, continuiamo: lo sa il politologo che ad impossibilia nemo tenetur, nessuno ha il dovere di fare cose impossibili? Se “Repubblica” non è disposta ad un compromesso e vuole ottenere le dimissioni del Cavaliere, che soluzione può trovare il malcapitato? I coloni americani del West dicevano che “un indiano buono è un indiano morto”. Per certa sinistra l’unica cosa giusta che Berlusconi potrebbe fare è morire o, quanto meno, andare in esilio.
Berlusconi non doveva sporgere querela ma “Repubblica” ha esagerato. E qui viene naturale la domanda che fanno gli adulti, quando vanno a separare i bambini: chi ha cominciato? Oppure la domanda che fanno i giuristi: siamo dinanzi ad un caso di legittima difesa?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 settembre 2009

POLITICA
13 agosto 2009
IL GOVERNO CHE SI MERITA
Pierluigi Battista, in un articolo grondante indignazione, parla dei crimini contro gli oppositori, e anche contro l’umanità, perpetrati da dittature che dimostrano di non avere nulla da temere dalla comunità internazionale. Battista è uno dei giornalisti più equilibrati che l’Italia possegga ma in questo caso si avrebbe voglia di rispondergli con una sola parola inglese: “Nonsense”.  Un modo esotico per dire: “sciocchezze!”
Il rispetto del singolo, e soprattutto del singolo oppositore, da parte dello Stato è uno dei massimi portati della civiltà. Prova ne sia che di esso si è avuta traccia solo in Inghilterra, quando ancora in Francia, perfino nel XVIII Secolo, il re poteva emettere lettres de cachet e fare imprigionare chiunque. È vero che non ne conseguivano torture o pene di morte, ma è anche vero che la Francia non era, già allora, né la Russia di Stalin né l’Arabia Saudita o l’Iran. E il XVIII Secolo è appena ieri, nella storia.
Battista dovrebbe sapere che non sono né le istituzioni né i paesi stranieri, quelli che possono imporre ad una determinata nazione quegli atteggiamenti civili per cui l’individuo può manifestare il proprio pensiero senza preoccupazioni. È al contrario proprio questo stadio di civiltà che conduce alle istituzioni democratiche. Gli italiani protesterebbero, se Berlusconi facesse chiudere Repubblica, ed è questo che permette a quel giornale d’insultarlo impunemente tutti i giorni, non un dimenticato articolo della Costituzione.
La realtà è che ogni Paese al proprio interno può fare quello che vuole e nessuno può impedirglielo; poi, che la mentalità internazionale – scottata dalle precedenti esperienze - è oggi assolutamente contraria agli interventi esterni per ragioni umanitarie. L’intero mondo ha biasimato Bush per avere rovesciato uno dei peggiori tiranni della storia: dunque tutta l’indignazione per l’inerzia dei Paesi democratici cade nel vuoto e suona come retorica. Gli stranieri, a cominciare da quella lettrice francese dell’università di Tehran, non devono immischiarsi negli affari interni dei paesi dittatoriali. Chi non è contento di come vanno le cose in un determinato posto, vada via. In silenzio.
Ma c’è qualcosa di ancora più serio e grave di tutto ciò che s’è detto fin qui. Se in Arabia Saudita alle donne non è permesso guidare l’automobile, o uscire di casa da sole, è perché questo è reputato giusto dalla maggior parte dei sauditi. Quando Stalin è morto, ci sono state migliaia di persone che hanno pianto in piazza. Lo stesso Iran è il paese che non ha sopportato lo scià modernista e tendenzialmente laico e si tiene ora, da più o meno un trentennio, una teocrazia oscurantista, oppressiva e proclive ad infliggere la pena di morte in piazza. Perché dunque voler salvare l’Iran? Non ce lo chiede e non ne ha nessun bisogno. Al massimo, dobbiamo salvare noi stessi dalla sua aggressività.
L’umanità occidentale è vittima dell’incapacità di concepire una mentalità diversa dalla propria. Noi siamo per la libertà di stampa e ci sembra assurdo che altrove non sia permessa. Siamo per una legislazione penale moderata e ci stupiamo della facilità con cui in Cina si infligge la pena di morte. Siamo per governi liberamente eletti e facili da abbattere, e ci stupiamo dell’eternità al potere di Fidel Castro o Gheddafi. Dovremmo invece pensare o che ai cubani Castro piaccia oppure che non abbiano la forza di rovesciarlo. E in questo secondo caso c’è da temere che, tolto un tiranno, se ne abbia un altro.
Molti forse non ricordano quel banale e cinico detto per cui ogni popolo ha il governo che merita. È inutile, come sembra fare Battista, rimpiangere l’ “esportazione della democrazia” o comunque una reazione credibile ed efficace dell’Occidente. Non ha senso scrivere che essa “è l’appuntamento che il presidente Obama e le democrazie europee non possono più mancare”. Altroché se possono mancarlo: non possono che mancarlo.
La famosa favola del Re Travicello ha un significato eterno. I popoli ingenui e moralisti, quelli che tendono all’assoluto meglio per punire l’assoluto male, e ascoltano tribuni come Di Pietro, si consegnano spesso all’assoluta dittatura. Sono solo i pragmatici disincantati come gli inglesi quelli che possono permettersi una democrazia che dura secoli.
La lettrice francese processata a Tehran ha sbagliato piazza. Se proprio aveva qualcosa da dire, doveva dirla a Hyde Park Corner.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 agosto 2009
http://www.corriere.it/editoriali/09_agosto_12/pierluigi_battista_l_impunita_dei_regimi_a8baa1be-86fd-11de-a53e-00144f02aabc.shtml

POLITICA
22 giugno 2009
COSSIGA COMMENTATO IN CORSIVO

COSSIGA COMMENTATO IN CORSIVO

Ecco la lettera di Francesco Cossiga pubblicata oggi dal Corriere della Sera.

Caro Silvio, ti scrivo da amico e da politico, non da «amico politico», benché legato a te da un’ami­cizia personale che data dal 1974 e che non è mai venuta meno. Primo, non è vero che gli sia amico. E poi, se gli scrivesse da amico, non userebbe un giornale. O nessuno gli ha detto, come nessuno l’ha detto a Veronica Lario, che esistono le poste e le e-mail? Non sono mai entrato nella tua vita privata pur, come tu ben sai, non con­dividendo alcune manifestazioni di essa. Non ci entra ma dice pubblicamente che la disapprova. Ri­tengo che i giudizi sulla vita privata di una per­sona che non attengano alla funzione pubblica esercitata - e in particolare la vita eufemisti­camente chiamata «sentimentale» ma più esattamente «sessuale» - debbano essere di­stinti dai giudizi politici. No, caro Presidente: non basta che  “i giudizi sulla vita privata di una per­sona che non attengano alla funzione pubblica esercitata” siano “distinti dai giudizi politici”: semplicemente non devono esistere, da parte dei politici. Sono di competenza della stampa rosa.

Non mi sembra che il giudizio politico di al­lora e il giudizio storico di oggi abbiano bollato con il marchio dell’infamia John Fitzgerald e Robert Kennedy, le cui attività galanti supera­rono di gran lunga le tue, e ebbero anche aspet­ti inquietanti sui quali la giustizia americana non volle inquisire fino in fondo. Ma l’America non è l’Italia e i Kennedy erano simpatici alla maggior parte degli americani, mentre c’è una mezza Italia che odia Berlusconi più dell’AIDS. E che dire del primo ministro britannico Wilson, che fece no­minare dalla Regina, che non batté un ciglio, alla carica di Pari a vita con il titolo di barones­sa una sua collaboratrice, collaboratrice per così dire, in senso piuttosto lato? E qui mi fer­mo… Ora tu ti trovi, a torto o a ragione, in un brutto impiccio: per motivi «sentimentali» e anche per motivi, diciamo così, mercantili. E lui è quello che non dava giudizi sulla vita privata dei politici? Qui accusa Berlusconi di pagare puttane, cosa che neanche Repubblica fino ad ora ha fatto. Vi è chi, movimenti politici e potentati economi­ci, con o senza giornali di loro proprietà, sono terrorizzati che tu possa governare il Paese per altri quattro anni; e sperano che titolari di alte cariche istituzionali, al primo, al secondo o al terzo posto nelle precedenze, riescano a farti uno sgambetto.

Vorrei darti qualche consiglio, anche se so che tu ritieni che pochi consigli possano darti quelli che furono attori o, come me, solo com­parse in quello che tu chiami il «teatrino» del­la politica della Prima Repubblica. È vero che una coincidenza è solo una coin­cidenza, che due coincidenze sono un indizio e che tre coincidenze possono essere una prova. Ma io non credo che tu sia vittima di un com­plotto. E poi, complotto di chi? Qui Cossiga ha ragione. Se un complotto è un’azione concertata e premeditata, non c’è nessun complotto. Ma se in molti odiano un singolo, non appena qualcuno dice “qualcuno a Villa Certosa usava droga” un altro dice “il Cavaliere è sospettato di usare droga”, il terzo riferisce “usa droga”, e il quarto afferma con sicurezza “spaccia droga”. Non è necessario nessun complotto. Dei nostri servi­zi di sicurezza? Ma al loro apice, da Gianni Di Gennaro a Bruno Branciforte e Giorgio Picciril­lo, ci sono dei fedeli e capaci servitori dello Sta­to, sui quali non può gravare alcun sospetto e che sono impegnati, oltre che a svolgere le loro mansioni, ancora a capire, per colpa della leg­ge e del Governo, quali esse siano e quali siano i confini tra le loro competenze e quelle del ser­vizio di informazione e sicurezza militare dello Stato Maggiore della Difesa…Saranno molto capaci ma non sono stati in grado di impedire ad un Oswald nostrano di ammazzare Berlusconi come fu ucciso  John F. Kennedy. Tra un teleobiettivo montato su un treppiede e un teleobiettivo montato su una carabina non è che ci sia molta differenza. Per favore, non parliamo di servizi di sicurezza. Ci sarebbe da piangere.

Complotto di un servizio estero? Di Cia o Dia americane? Certo, i mezzi e le competenze li hanno, eccome! E perché mai Barack Obama dovrebbe aver ordinato una tale campagna di «intossicazione»? Perché sei amico di Putin e della Federazione Russa? Ma immaginati. Al­la fine Putin preferirà Obama a te e viceversa. Noi siamo un grande Paese, ma non una gran­de potenza: smettiamolo di crederlo. Io penso che tu sia vittima dell’odio dei tuoi avversari ma anche delle tue imprudenze e ingenuità. L’odio dei tuoi avversari è eviden­te: e non penso al mite e sprovveduto Dario Franceschini, né al freddo, politico e onesto e corretto Massimo D’Alema, anche se si è la­sciato scappare una battuta che più che te e lui sta mettendo nei pasticci il «lotta-» o «lob­by- continuista» magistrato di Bari. Questo odio io l’ho patito sulla mia pelle. Perché a te il noto gruppo editoriale svizzero dà dello sciupa­femmine, ma a me per quasi sette anni ha da­to del golpista e del pazzo, nel senso tecnico del termine…

Lascia stare i complotti, e respingi anche l’odio che è un cattivo consigliere anche per chi ne è oggetto. Vendi Villa La Certosa, o meglio regalala allo Stato o alla Regione Sarda: è indi­fendibile e «penetrabilissima». Lascia anche Palazzo Grazioli, che ha ormai una fama equi­voca e trasferisciti per il lavoro e per abitarvi a Palazzo Chigi. Ma tutte queste cose suonerebbero come ammissioni di colpa. Sarebbe un liberarsi dei luoghi in cui si peccò, con una nuovissima damnatio locorum al posto della damnatio memoriae. Non chiedere scusa a nessu­no, salvo che ai tuoi figli, quelli almeno che hai in comune con Veronica. No, neanche a quelli. Con Veronica il rapporto è rotto da tempo e ai figli non ha tolto nulla, col suo essere un uomo normale (o super, vista l’età?). Non mi consta che gli altri due grandi sciupafemmine come Kennedy e Clinton abbiano mai chiesto scusa al loro po­polo… Né si vede perché dovremmo farci insegnare da loro come si comporta un capo di governo. Fai la pace con Murdoch: tra ricchi ci si mette sempre d’accordo. Cerca un armistizio con l’Anm: Qui Cossiga è ingenuo. L’unico armistizio che certi magistrati accetterebbero sarebbe quello di firmare un mandato di carcerazione per Silvio Berlusconi. Meglio parlare d’altro.  porta alle lunghe la legge sulle inter­cettazioni e quella sulle modifiche del Codice di Procedura Penale e dai ai magistrati un con­sistente aumento di stipendio. Dovrebbe rinunciare a riforme giuste e credere che i magistrati siano ammansiti da una mancia? Uno si chiede dove vada a nascondersi a volte l’innegabile intelligenza di questo grande vecchio.

Vuoi, invece, fare la guerra? Allora vai in Parlamento: ma al Senato per carità! E non alla Camera, per non correre il rischio di ve­derti togliere la parola o espulso dall’aula. Qui ritorna il famoso umorismo di Cossiga. Qualità che, nello sconsolato e plumbeo paesaggio italiano, gli fa molto onore. È il motivo per cui si può amare un Giovanni Sartori, dissentendo poi sull’ottanta per cento delle cose che dice. Tie­ni un duro discorso sfidando l’opposizione, a che cosa? A dire che cosa? Se l’opposizione si lasciasse trascinare a questo chiarimento scoprirebbe che non ha nulla da dire. E farebbe cattiva figura. L’opposizione ha tutto l’interesse a dire e non dire, a indignarsi senza neanche dire a proposito di che. A vendere fumo. E il fumo non si può smentire. fa presentare una mozione di approvazione delle tue dichiarazioni, poni la fiducia su di essa e, come ai gloriosi tempi della Dc con il Governo Fanfani, fatti votare contro dai tuoi, Dobbiamo prenderla come un’altra battuta? impeden­do con i voti la formazione di un altro gover­no, porta così il Paese a inevitabili nuove ele­zioni… E perché mai dovrebbe, se ha già una confortevole maggioranza? Già tempo fa Blair commise questo errore ed ebbe a pentirsene. Perché la guerra è sempre meglio per te, per l'opposizione e per il Paese, di questo rotolarsi nella melma. No, è meglio per l’opposizione. Se Berlusconi provocasse questo sconquasso, essa direbbe: Avete visto che non era solo melma? Avete visto che ce n’era abbastanza per far cadere il governo? Ed è merito nostro se è caduto. Ora votate per noi, che siamo puliti, mentre Berlusconi è melmoso, come lui stesso ha ammesso.

Per fortuna la fama di Cossiga è più quella di essere estroso e coraggioso che uomo di buon senso. Che Dio ce lo conservi così com’è.

Con affetto ed amicizia

Francesco Cossiga

Commentato da Gianni Pardo

 


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permalink | inviato da giannipardo il 22/6/2009 alle 12:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
CULTURA
14 maggio 2009
LE RAGIONI DI VERONICA LARIO
LE RAGIONI DI VERONICA LARIO
Sul Corriere della Sera compare un articolo – a firma Angela Frenda – in cui Veronica Lario esprime il proprio scoramento per la situazione in cui si è trovata a vivere dopo la propria richiesta di divorzio. L’intervista è interessante perché esprime il punto di vista, a mente riposata, della protagonista su un argomento su cui in troppi hanno scritto, magari solo sulla base delle proprie convinzioni. Qui invece si ha finalmente l’interpretazione autentica.
La signora è amareggiata per tutto il baccano che si è fatto sulla sua vicenda ma dimentica che quel baccano l’ha innescato lei stessa. Non è giustificato scrivere, come fa il “Corriere”, che “alla comprensibile fatica di affrontare e contestare pubblicamente gli atteggiamenti e le abitudini del proprio marito, fino a chiedere il divorzio, si è sommato il dolore di vedersi attaccare pubblicamente”: infatti, chi l’ha costretta a “contestare pubblicamente” il marito? Poteva parlargli in privato; poteva adire le vie legali in silenzio, magari lasciando scrivere ai suoi avvocati – senza clamore e perfino con maggiore efficacia - le ragioni della sua richiesta. E invece è lei che si è rivolta all’Ansa piuttosto che al giudice: è lei che ha creato un avvenimento pubblico, con accuse pubbliche, di cui il pubblico si è occupato.
«Non mi ha chiamato nessuno. Tranne Confalonieri e Letta», si lamenta. E non capisce che continua ad alimentare il circo mediatico. Chi la chiami o no è cosa che dovrebbe interessare solo lei. Inoltre, dicendo questo, non fa i propri interessi. I lettori concludono infatti: “è segno che suo marito ha più amici di lei”; oppure, “è segno che sono moltissimi a darle torto, anche fra quelli che lei credeva suoi amici”. Perché indurre il prossimo a queste riflessioni?
“Veronica in lacrime avrebbe confessato: Non me l'aspettavo questa campagna mediatica. Non così. Non in questi termini. Una violenza inaudita”. Si riferiva in particolare a certe fotografie di “Libero”, in prima pagina. Dunque la signora ignora le supreme leggi del giornalismo? Che un giornale tanto più vende quanto più fa scandalo? Che chi attacca deve aspettarsi di essere attaccato? Che chi fa il moralista a ottant’anni rischia, se è una persona nota, di vedersi rinfacciare le marachelle di uando aveva vent’anni? È la regola. Lei ha attaccato giovani donne che si fanno forti del loro bell’aspetto? Era fatale che la si attaccasse sul fatto che una parte del suo successo è stata dovuta al suo bell’aspetto. Magari il suo stesso matrimonio con Berlusconi? Meglio tacere, di queste cose.
Forse la sostanza vera del problema è che questa donna è un’ingenua. Dice: “Vogliono descrivermi come poco affidabile, forse per poterlo usare in sede legale”. Ignora dunque che, per quanto la nostra magistratura possa essere poco credibile, non giudica certo leggendo i commenti dei giornalisti. E comunque, se volesse migliorare la propria immagine di affidabilità, per prima cosa non dovrebbe parlare con i giornalisti.
Nell’articolo si legge: “non essendo una sprovveduta aveva messo in conto una reazione forte da parte del marito. Ma non pensava che la strategia attuata sarebbe stata questa”. Ancora una volta, purtroppo, la signora Lario giudica sulla base dei giornali: come prova che la “strategia” sia del marito? Come dimostra che egli possa dare ordini a Feltri, Mauro, De Bortoli, Mazza, Riotta, alle televisioni, ai settimanali e a tutti gli altri? E perfino ai suoi amici, che “non la chiamano”?
Infine la signora Berlusconi riparla della discussa mancata partecipazione del marito alle feste di compleanno dei figli e non si rende conto di darsi la zappa sui piedi. Ecco le virgolette: “A quelle dei suoi figli non si è mai fatto vedere. Ora basta. La misura è colma”. La misura è colma? Se questi sono i motivi per divorziare, si rende conto di farsi guardare come una marziana, dai milioni di italiani che sopportano un matrimonio stanco, un matrimonio che non ha più nulla da dare ma che non si rompe perché ci sono dei figli, perché ormai si sta da tanti anni insieme, perché dopo tutto nessuno è perfetto?
Questa intervista, bevuta avidamente da chi aveva sete di verità e voleva conoscere “le ragioni della controparte”, è una delusione. Può dispiacere che Veronica Lario non sia felice – dispiace per chiunque – ma c’è da temere che lo sia per ragioni che non hanno molto a che vedere col suo matrimonio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


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