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POLITICA
11 giugno 2011
TURRIS EBURNEA
Di Carlo Quinto crediamo di ricordare che lasciò il trono e si ritirò in convento per una crisi depressivo-religiosa. Di Diocleziano sappiamo ancora meno: cessò di governare l’immenso Impero Romano per andare a vivere da privato a Spalato, ma non conosciamo i veri motivi della decisione. E oggi, giocando con la fantasia, ci chiediamo se anche noi lasceremmo il trono d’Italia per andare in un posto qualunque. Un posto in cui non sapremmo più niente del Paese che abbiamo cercato di governare.
Dicono che comandare dia più piacere che fare l’amore ma non è impossibile che ci si stanchi di ogni sorta di piacere. Incluso quello di comandare. Soprattutto in un Paese, come l’Italia, in cui il comando è solo un’apparenza di comando e di fatto non comanda nessuno. I carabinieri e i poliziotti hanno dovuto assistere per anni al reato flagrante di blocco del traffico da parte degli scioperanti perché neanche il codice penale comanda in Italia. E quando finalmente lo Stato è intervenuto, è stato per depenalizzare il fatto. Oggi se in tre blocchiamo una strada, i carabinieri ci strapazzano e andiamo in galera. Se siamo trecento o ancor meglio tremila, i carabinieri ci fanno la scorta. Si comanda a turno.
Chi ha votato da sempre “contro i comunisti” ha esultato, nel 1994, quando la Sambenedettese di Silvio Berlusconi ha vinto contro la Juventus di Occhetto. “Ci siamo, ora finalmente si governerà secondo i principi liberali”. E invece il governo non durò neanche un anno. Berlusconi ha rivinto nel 2001 e nel 2008, ma non abbiamo visto né un governo che governa secondo principi liberali, né le realizzazioni sperate e promesse: la riforma della giustizia, la riforma del fisco, l’energia nucleare, il Ponte sullo Stretto. Colpa di Berlusconi? Non proprio. Siamo convinti che essendo sul trono, noi non avremmo saputo fare di meglio.
Qui non si riesce a far niente neanche avendo di fronte un’opposizione sfilacciata, parolaia e inconcludente come quella attuale. Il nemico più serio è il potere dei magistrati, Corte Costituzionale in testa, ma quello più possente è l’inerzia, la demagogia, la pochezza della nostra classe politica. Timida fino alla viltà dinanzi agli attacchi della demagogia. E dal momento che questa classe politica è emanazione del popolo italiano - di tutti noi che siamo come siamo - c’è ben poco da sperare. E l’opposizione non è migliore della maggioranza. Prodi non ci era simpatico, ma chi avrebbe fatto meglio di lui, fra il 2006 e il 2008?
Ora ci sono dei referendum, puramente demagogici e a volte autolesionisti (come quelli riguardanti l’acqua) e si assiste ancora una volta al festival delle deformazioni e delle bugie intese puramente e semplicemente a profittare dell’ignoranza del prossimo per andare contro il governo. C’è gente che, con aria seria, non dice di votare contro il nucleare, ma di votare “per la vita”. Dunque chi è per l’energia nucleare è un assassino. E  poi compriamo l’energia dall’assassino francese che l’ha prodotta.
In queste condizioni, il trono mi disgusta. Me ne vado all’Escorial, me ne vado a Spalato, me ne vado senza lasciare l’indirizzo.
Prima seguivo i dibattiti politici, poi ho seguito solo quelli meno faziosi e meno vocianti, poi nessun dibattito politico e recentemente salto spesso il telegiornale. Senza dire che, per regola costante, tolgo l’audio quando appaiono il Papa, Napolitano, Di Pietro e qualche altro. La mia salute ne ha risentito positivamente.
Noi italiani meritiamo tutti i guai che riusciamo a procurarci. Nel giugno del 1940 siamo stati felici dell’entrata in guerra, sperando grandi vantaggi e gloria gratuita, e solo perché è andata veramente male abbiamo poi fatto finta che il torto fosse del solo Mussolini. Domani, quando l’acqua scarseggerà e allo Stato (cioè a tutti noi) costerà di più, dimenticheremo che abbiamo preferito dar torto a Berlusconi che sostenere buone leggi. Con la nostra eterna disinvoltura, daremo la colpa a lui invece che a noi stessi. Se tutto questo di fatto non avverrà, non sarà perché sappiamo a cosa si sarebbe detto sì o no, ma solo perché non ci siamo scomodati per andare alle urne.
La saggezza ci indica la stoica via del disinteresse. Se riusciamo a non ascoltare troppo la televisione e a non vedere troppi giornali, possiamo anche sognare, emuli di Montaigne, di vivere chiusi nella nostra torre, con i nostri libri e la nostra musica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
11 giugno 2011


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permalink | inviato da giannipardo il 11/6/2011 alle 19:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
POLITICA
27 marzo 2010
LE CONDIZIONI DI PACE DEI PALESTINESI
Un giornale ha riassunto in un riquadro le richieste palestinesi per siglare un accordo di pace: 1) Gerusalemme capitale dello Stato palestinese; 2) problema - eliminazione? - degli insediamenti israeliani nei Territori Occupati; 3) ritorno ai confini del 1967; 4) ritorno dei rifugiati; 5) redistribuzione delle risorse idriche; 6) liberazione dei prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane.
1)    Gerusalemme è almeno dal 1980 la capitale di Israele e poco importa il mancato riconoscimento internazionale. Si può biasimare l’invasione cinese del Tibet, cionondimeno non si può contestare che la Cina eserciti la propria sovranità su quella regione. E non si può nemmeno dire che Gerusalemme sia stata la capitale palestinese prima del 1967: infatti in quel momento tutta la regione faceva parte della Giordania. Ma soprattutto non è facile concepire che, senza esservi costretto, un Paese accetti la capitale di uno altro Stato all’interno del perimetro della propria capitale. Il caso del Vaticano è particolare: qui era il Papa ad essere a casa sua, non i Savoia: e questi che si sono imposti con la forza.
2)    Gli insediamenti israeliani nei Territori Occupati sono certamente un problema ma nulla impedirebbe che essi rimangano, anche se il territorio passa sotto amministrazione palestinese. Forse che nei confini di Israele non c’è più di un milione di palestinesi, per giunta con diritto di voto alle elezioni politiche? Comunque è un problema secondario, anche se richiedere la loro eliminazione sarebbe una dimostrazione di razzismo.
3)    Il ritorno ai confini del 1967 è una richiesta stupefacente. I palestinesi dimenticano che sono stati loro e i loro alleati, Nasser in particolare, a violarli, con l’intenzione di appropriarsi l’intero territorio di Israele. Ora, avendo fallito, pretendono che tutto torni come prima. È come se qualcuno obbligasse un altro a giocare una partita di poker, perdesse l’intera posta e alla fine ne chiedesse la restituzione. Gli israeliani chiedono solo piccoli aggiustamenti dei confini, mentre per diritto di guerra si sarebbero potuto annettere tutto il territorio. Questo non andrebbe dimenticato: la Russia non si è forse annessa Königsberg, su cui non vantava nessuna rivendicazione storica?
4)    Il ritorno dei rifugiati è un’assurdità. Costoro hanno abbandonato l’attuale territorio di Israele volontariamente: lo prova il fatto che centinaia di migliaia di altri palestinesi sono invece rimasti e sono ancora lì, vivi e vegeti. Inoltre i rifugiati non si sono integrati nei posti in cui sono andati a vivere (il Libano per esempio) e sarebbe strano che si integrassero in Israele. E tutto questo mentre i palestinesi non li accolgono, loro, sul proprio territorio. Infine, se è vero che si tratta di quattro milioni di persone, sarebbe come se proponessero a noi di accogliere quaranta milioni di cittadini islamici, di origine e lingua diversa, allevati per giunta ad odiare mortalmente l’Italia.
5)    La redistribuzione delle risorse idriche è un problema poco noto ma gli israeliani non hanno certo deviato il corso del Giordano. Se esso passa nel loro territorio, non è merito loro e non è neppure colpa loro. Ogni regione si ritrova con vantaggi e svantaggi geografici. L’Iraq condivide forse le proprie risorse petrolifere con la Giordania, sprovvista di petrolio? Lo stesso concetto di “redistribuzione” è falso: non c’è mai stata una distribuzione ingiusta cui ora dovrebbe seguire una distribuzione giusta.
6)    La liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane è una richiesta inammissibile perché queste persone non sono incarcerate per motivi politici ma per reati comuni. Se poi i palestinesi li reputano eroi perché hanno ammazzato dei civili israeliani, non possono pretendere che gli israeliani condividano questo punto di vista.
Una nota finale  riguarda il fatto che i palestinesi non parlino affatto delle condizioni militari di un eventuale accordo. Gli israeliani infatti non potranno mai e in nessun caso permettere una totale indipendenza bellica del nuovo Stato. Non concederanno mai ai palestinesi la possibilità di detenere armi pesanti o di accettare eserciti stranieri sul loro territorio: sono stati attaccati troppe volte. Dunque è strano che i palestinesi – che pure non dimostrano buon senso negli altri campi - non si lamentino del fatto che si discute solo di una larga autonomia, non di una vera indipendenza. La Palestina non sarebbe un vero Stato sovrano.
I palestinesi e la comunità internazionale si ostinano a chiudere gli occhi su una semplice realtà: contro Israele gli arabi hanno perso tutte le guerre che essi stessi hanno voluto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2010
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