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24 settembre 2020
PERCHÉ CONTE NON È UN UOMO POLITICO E DI BATTISTA SI'
Normalmente, se un incontro di pugilato è fra campioni, l’interesse è grande. Se si scontrano un brocco e un campione, si è lieti di veder punire il brocco che ha osato lanciare la sfida. Ma se il match è fra due brocchi, cadono le braccia, e quasi si rimpiange che non possano perdere tutti e due. 
Qui, al peso, vediamo Giuseppe Conte, attuale Presidente del Consiglio, e Alessandro Di Battista, esponente del Movimento 5 Stelle, attualmente neppure parlamentare. E tuttavia personaggio rappresentativo di quella forza politica. Obiettivamente bisogna dire che, anche se nessuno dei due è un campione, probabilmente i due non sono neppure dei brocchi. Infatti la differenza fra loro - fondamentale e sorprendente – è un’altra. Uno è al sommo della piramide politica, e non è un politico; l’altro non è neppure un parlamentare, e tuttavia è un politico.
La tesi non è difficile da dimostrare. Il collegamento tra carica politica e qualità di politico non è affatto indispensabile. Mentre Lenin viaggiava nel suo vagone piombato dalla Germania alla Russia, non aveva nessuna carica politica ed anzi, se lo zar fosse riuscito a prenderlo, probabilmente l’avrebbe fatto sparire per sempre. E tuttavia non era un politico? Lo era non soltanto perché ne aveva la formazione culturale, ma soprattutto perché aveva dei piani politici, ed era disposto a battersi per realizzarli. Era un autentico rivoluzionario. Mentre al contrario (spero di non calunniarlo) un personaggio come Luigi XV, pur essendo il re di Francia, ed anzi un sovrano assoluto, non era un politico, perché della sua qualità istituzionale non gli importava nulla. Gli importavano soltanto i vantaggi materiali che Versailles poteva fornirgli. Come il figlio di un magnate che non andrebbe mai a visitare una catena di montaggio dell’impresa di famiglia.
Nel nostro caso, Di Battista è un giovane idealista dalle idee politiche confuse, e cui nondimeno crede, fino a rinunziare a qualunque carica per conservare lo status di puro e disinteressato. Il risultato è che, se allarma, perfino nel suo partito, non è perché non abbia dei piani, ma perché per la maggior parte essi sembrano utopici e nocivi. Ovviamente tutto questo non conta niente, per la qualifica di politico. Anche i progetti e i piani di Palmiro Togliatti sono stati fra i più pericolosi che si siano visti in Italia dai tempi di Vittorio Emanuele II, e nondimeno era un eccellente politico. Il Migliore, come lo chiamavano, perché era il migliore servo di Mosca. 
Giuseppe Conte invece, malgrado la sua reboante e inverosimile carica, non è un politico. Perché non ha idee e mai correrebbe il minimo rischio, per esse. E volere sopravvivere, restando Presidente del Consiglio dei Ministri, non è un’idea politica: è un semplice interesse. 
Che questo interesse sia prevalente su ogni altro aspetto, si vede dal modo come evita di prendere posizione, come rinvia tutti i problemi scomodi, come elude tutte le domande dirette, come promette (parla sempre al futuro) soluzioni e miracoli, e non mantiene mai. Non palesa una linea politica per la quale sarebbe disposto a battersi. Lui non si batte mai, lui chiede soltanto il prezzo. Se può pagarlo lo paga, se non può pagarlo rinvia, oppure passa la patata bollente a qualcun altro. Il Parlamento, per esempio, oppure un comitato inventato ad hoc, per poi buttarlo nel cestino della carta straccia. A lui importa un qualunque escamotage che lo faccia uscire dalla mischia senza un graffio, e sempre coi galloni di Presidente del Consiglio dei Ministri. 
Siamo onesti: per fare tutto questo, bisogna essere abili. E Conte indubbiamente lo è. È talmente capace di “vendersi bene” da essere popolare. Anche se la mancata soluzione dei mille problemi, di cui è anche lui causa, una volta o l’altra potrebbe presentare un conto salato. Neanche la sua competenza giuridica conta nulla, in questo contesto. Anche se è stato capace di affermare solennemente che “la politica non può aspettare i tempi della giustizia”, con gli applausi in sottofondo di Robespierre, Saint-Just e Fouquier-Tinville. Ma quand’anche fosse il miglior giurista d’Italia, e quand’anche fosse il campione mondiale delle anguille lubrificate, questo non ne farebbe un uomo politico.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
      24 settembre 2020



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POLITICA
23 settembre 2020
ARRIVANO I SOLDI
Se qualcuno avesse dubbi sulla decadenza dell’Italia, gli basterebbe considerare la curva del nostro debito pubblico. Vedrebbe subito che da decenni il nostro Paese va nella direzione sbagliata. Infatti il costante aumento del debito pubblico significa che l’Italia ha vissuto e vive al disopra dei suoi mezzi. E se debito significa impegno di restituzione, ne discende che, in futuro, l’Italia dovrebbe vivere al di sotto dei propri mezzi. Prospettiva  per nulla allettante. 
Non basta. Mentre vivevamo e viviamo al di sopra dei nostri mezzi, di fatto da tempo, proprio a causa dell’enormità del debito accumulato, vivamo al di sotto dei nostri mezzi. Infatti una bella parte del nostro prodotto interno lordo – sessanta, settana miliardi l’anno – se ne vanno per pagare gli interessi sul debito. Cioè produciamo più di quanto consumiamo e tuttavia, dovendo rimunerare i nostri creditori, finiamo col consumare meno di quanto produciamo, già oggi. Abbiamo la fama di scialacquare al di sopra di ciò che produciamo, e in realtà è l’opposto. Ma l’abbiamo voluto noi.
Questa la situazione, diciamo fino all’inizio del 2020. Poi c’è stata e c’è la mazzata del Covid-19, con una caduta del prodotto interno lordo probabilmente a due cifre. Inoltre abbiamo speso circa cento miliardi per l’emergenza del virus, fino a far saltare il nostro rapporto debito/pil dal 134 al 150/160. Una catastrofe, senza il salvagente dell’Unione Europea, che tiene bassi i tassi d’interesse. 
Ma ora c’è un tempo in cui dobbiamo nuotare da soli. Ammesso che sia in programma l’arrivo di nuovi finanziamenti (a debito, naturalmente) questi finanziamenti li avremo fra mesi, e non nell’immaginario e totale importo di 209 miliardi, di cui tanti favoleggiano, ma in una madesta frazione di quella cifra. Infatti il piano è previsto in all’incirca un lustro. E come ce la caveremo fra la fine dei provvedimenti di emergenza (quelli per i quali abbiamo già speso circa cento miliardi) e l’inizio dei nuovi crediti che ci saranno concessi? Per fortuna al governo c’è Giuseppe Conte, che già mostra di non preoccuparsene affatto..
E così vengo all’ultimo motivo di pessimismo, anzi, di scoramento. La domanda è semplice: è probabile, anzi, è possibile che, con l’aiuto dell’Europa, riusciremo a rilanciare l’economia del Paese?
Per ottenere i nuovi crediti, dobbiamo presentare a metà ottobre un documento contenente le linee generali degli interventi previsti per rilanciare la nazione. Penso ne abbiano mostrato un’anticipazione ed è significativo che essa sia contenuta (credo di ricordare) in trentotto pagine, mentre l’analogo documento francese è un autentico libro di trecento pagine. Ciò significa che mentre i francesi hanno risposto alle richieste dell’Europa noi presentiamo un vago libro dei sogni. A Bruxelles se ne contenteranno, o ci restituiranno il compito in classe chiedendoci di riscriverlo?
Ma ammettiamo che riusciamo a sujperare gli esami, dal momento che la commissione esaminatrice è formata da professori sensibili alle raccomandazioni, poi che cosa faremo, nei prossimi anni, del denaro che otterremo a rate?
Già se leggiamo le raccomandazioni dell’Europa ci cascano le braccia. Vi si parla molto di ecologia, di digitalizzazione e di altri progetti molto politically correct, mentre a me, povero materialone, sarebbe interessata un’immediata e radicale riforma della giustizia, scontendando chi si deve scontentare, a parte i garantisti, e una liberalizzazione risoluta dell’economia, senza la quale l’Italia non uscirà mai dalle peste. Di questo l’Europa parla timidamente, forse in modo da permetterci di continuare come prima. Cioè sempre facendo finta e mai facendo sul serio.
E allora, che cosa è prevedibile che l’Italia faccia dei fondi che attende? Se conosco il mio Paese, cederà ai molti assaltatori della diligenza, sprecando quei soldi in sussidi, provvidenze, regali, investimenti statali che si risolveranno in spreco di denaro pubblico. In una parola, in un ulteriore aumento del debito pubblico, mentre l’Italia continuerà a scivolare verso quello che un tempo si chiamava Terzo Mondo. 
Tutto questo mi provoca una tale tristezza che arrivo a dire che forse l’Europa meglio avrebbe fatto se non ci avesse aiutati ad avere un soldo in più. Infatti noi i soldi siamo capaci soltanto di sprecarli, e più ne abbiamo più ne sprechiamo. Scendendo a due a due i gradini verso il fallimento economico della nazione.
Naturalmente vorrei tanto sbagliarmi, naturalmente so che a capo del governo abbiamo un genio senza eguali, ma non riesco a sfuggire alla tenaglia del pessimismo. Non ho la beata capacità di credere, come la maggior parte dei miei connazionali, che i debiti sono quella cosa che permette di spendere il denaro che non si ha, senza mai restituirlo e senza mai pagare pegno.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
23 settembre 2020



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POLITICA
22 settembre 2020
COMMENTI AL VOTO
Una volta, in questa Italia dalle grandissime tradizioni culturali e artistiche, c’era il “Ballo del Qua Qua”. Ora abbiamo esteso le innovazioni alla politica, creando le “Elezioni del Bla bla”. Stamani ho seguito per un’ora e venti minuti la Rassegna Stampa di Radioradicale e ne sono uscito stordito. Non per la difficoltà di comprensione delle diverse tesi e delle diverse argomentazioni, quanto per l’agguato teso ad ogni articolo dalla noia che spingeva il cervello a “staccare”. Le varie opinioni rientravano in queste categorie: previsto, ottativo, azzardato, infondato, discutibile, superficiale, cronachistico, e nessuna di esse risultava veramente interessante. E alla fine mi sono chiesto come mai. 
Che il governo esca da questa tornata elettorale “rafforzato” è una stupidaggine, se è vero che la maggioranza di governo ha prima proclamato che, anche in caso di sconfitta “sette a zero” (come è arrivato a “sparare” Salvini) il governo non sarebbe andato a casa. Cioè, quando temevano che gli elettori li squalificassero, gli amici della maggioranza hanno detto che il voto dei cittadini non avrebbe contato: e perché dovrebbe contare ora che hanno soltanto pareggiato?
Ancora una volta, la semplice verità è che il governo non è mai stato a rischio. Esso rimane in piedi perché la stragrande maggioranza dei pentastellati, una volta uscita da Montecitorio o da Palazzo Madama, della politica avrà notizia soltanto dai giornali. Per non dire che dovrà cercarsi un lavoro e non è detto che lo trovi. E poiché questo evento non  alletta nessuno, il governo è blindato dalla paura. “E tutto il resto è letteratura”, come scriveva Verlaine.
Ma c’è anche la tentazione. che sembra irresistibile, di cadere nell’eccesso opposto. Prima si è parlato della sopravvivenza del governo, ora molti hanno parlato di un governo che arriverà senza problemi alla sua scadenza naturale, nel 2023. Dimenticando che un governo dura o cade non soltanto per motivi razionali, ma anche per semplici incidenti di percorso, per un calcolo sbagliato, e soprattutto per la semplice follia umana. Mai dire mai. 
Il fastidio, per tutto ciò che viene detto, nasce dal fatto che, come spesso avviene nel nostro Paese, in tutta la faccenda non si tiene conto della fondamentale realtà. Da un lato è vero che il governo è sostenuto dal soverchiante interesse dei parlamentari, che pur di non andare a casa voterebbero il rilascio di Barabba e la condanna di Gesù, ma dall’altro la situazione del Paese è gravissima, dal punto di vista economico, tanto che occuparsi delle cose di cui parla questo stesso articolo sembra una dimostrazione di incoscienza. Non a tutti basta – come a Giuseppe Conte – durare qualche giorno di più. Abbiamo speso oltre cento miliardi per resistere al Covid (senza farcela, economicamente) cioè due volte e mezzo il famoso “Mes”, e le scadenze rinviate ci rincorrono minacciosamente. 
Tutti parlano del problema di “come spendere la montagna di soldi che deve arrivarci dall’Europa”, senza pensare che il primo problema non è come spenderli, ma come li restituiremo, o come li restituiranno i nostri figli e nipoti. A meno che non consideriamo ineluttabile il fallimento del Paese, e dunque après nous le déluge. In secondo luogo, non è affatto vero che si tratta di una montagna di soldi. Se noi cento e passa miliardi li abbiamo spesi in sei mesi, quanto ci metteremmo a spenderne duecento, se i mercati ce ne dessero duecento? La verità è che quei duecento miliardi (in prestito e non in regalo) sono condizionati all’accettazione da parte dell’Europa dei nostri piani di rilancio e questo, a mio parere, avverrà soltanto se l’Europa farà finta che i nostri siano dei piani di rilancio, e non di spesa per consumi. Poi, quanto all’erogazione in concreto, essa non sarà immediata ma spalmata sui prossimi cinque anni, più o meno. E allora dove sono i duecentonove miliardi che devono arrivare in regalo dall’Europa, da un momento all’altro? E con quali soldi il governo scriverà la legge di bilancio, in dicembre? E come farà fronte alla marea di licenziamenti, non appena sarà tolto il blocco? E come farà fronte alla marea di fallimenti, se non si toglie quel blocco? E dove troverà i soldi per pagare la cassa integrazione a milioni e milioni di disoccupati?
Ecco a che cosa pensavo, mentre ascoltavo distrattamente profonde riflessioni sul futuro di Zingaretti, di Di Maio, di Salvini e compagnia cantante. Tutta gente che per me potrebbe anche andare al diavolo, se soltanto non si trascinasse dietro la nostra disastrata nazione. Ecco perché non mi appassiona il problema della rappresentanza in Parlamento della popolazione italiana, una volta detto “Sì” al referendum. Perché la mia impressione è che di governare il Paese non si interessa nessuno. Che ci sia o non ci sia un governo, che sia fucsia o amaranto, a strisce o a palline, e con quale metodo sia eletto, conta poco. L’essenziale è che chi ha conquistato uno stipendio da parlamentare non lo perda.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  



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POLITICA
19 settembre 2020
NON SPARATE AI FANTASMI
Se si parla di misteri, di fatti stupefacenti, di coincidenze, di premonizioni e via dicendo, si può star certi che gli interlocutori forniranno più o meno tutti una messe di fatti sorprendenti che confermano come veramente siamo circondati dal mistero. E spesso sembra proprio che qualcuno preordini le cose perché vadano in un certo modo. Un tempo ci si limitava a dire: “Era destino”.  Intendendo che certi accadimenti sono la conclusione ineluttabile di una serie di eventi, preordinati – dal destino, appunto - a quello scopo. “Io che non sono credente ho incontrato la mia futura moglie l’unica volta che ho accompagnato mia madre a Lourdes. E lì ho incontrato Jutta, anche lei miscredente. Lei non parlava italiano e io non parlavo tedesco, ci siamo capiti a stento con un po’ d’inglese, e tuttavia… Era proprio destino che condividessimo il resto della vita! Forse la Madonna ha realizzato proprio per noi, che non l’avevamo chiesto, un vero miracolo”.”
Discorso poetico, ma anche piuttosto stupido. La parola “destino” – utilizzata infatti anche nel gergo dei portalettere – significa destinazione, indirizzo, punto d’arrivo previsto. Ma allora si sarebbe in diritto di chiedere a quel signore: “Lei ci ha raccontato una bella serie di imprevedibili coincidenze, con una conclusione tutt’altro che scontata, ed ha parlato di destino. Ora mi dica: chi ha stabilito che dovesse finire così?”
La domanda non è fuor di luogo. In tanto si può parlare di destinazione di una lettera, in quanto ci sia un mittente e un indirizzo. Dunque, prima di chiedersi se ci sono o no coincidenze inspiegabili e che lasciano perplessi, conclusioni che sembrano organizzate da un fato burlone, premonizioni e via dicendo, bisogna chiedersi se sia possibile che esistano. 
Molti credono in Dio, e tuttavia immagino siano rari coloro che se lo figurano come un paraninfo. Del resto, vista l’enorme quantità di matrimoni che finiscono male, sarebbe attribuirgli una grave responsabilità. In questo genere di piccole faccende private le persone normali, e perfino i religiosi, parlano di caso. La Divina Provvidenza, se esiste, si occupa di fatti di ben diversa portata. Basti dire che la Shoah non le è sembrata sufficientemente importante da provocare il suo intervento. E invece Dio si sarebbe dato la pena di organizzare mille cose per far sì che quel signore, in un dato giorno, in una data ora, in un determinato posato, si trovasse dove, in quello stesso giorno, in quella stessa ora, in quello stesso posto, si trovava anche Jutta? Francamente sembra chiedere troppo.
Ma se non si crede in Dio, e comunque se non si crede che, pur esistendo, si occupi di organizzare matrimoni, incidenti stradali, vincite alla lotteria e fatti strani, rimane da stabilire chi avrebbe scritto e determinato quel “destino”, quella conclusione. Perché se dietro i fatti non c’è una volontà cosciente, tutto il discorso perde il suo senso.  E invece di essere sbalordito perché, su centomila biglietti della lotteria, è uscito proprio il mio, mi dirò razionalmente che qualcuno doveva pur vincere, e che sia stato io non è più stupefacente che se fosse stato un altro. 
Molta gente si crede furba con affermazioni fumose di questo genere: “Io non so se sia Dio, che fa queste cose. O il Diavolo, o chissà chi. Ma è impossibile che dietro fenomeni del genere non ci sia qualcuno che li ha voluti. Io non so dirvi chi sia, ma qualcuno deve esserci”. Un discorso del genere, che sembra coraggioso e profondo, fa invece cadere le braccia. La generalizzazione delle volontà occulte è ciò che, fra i primitivi, ha fatto nascere l’animismo. Per loro – ma non solo per loro - tutta la realtà ha un “dàimon”, un qualche demone, una sottodivinità, un’anima, appunto. Come pensavano i greci e come pensano molti contemporanei.
Per dipingere a che punto questa mentalità sia magica possiamo contrapporle la mentalità scientifica. La scienza non dice sempre “Questo è vero e questo è falso”. Spesso dice:  “Questo esula dalla mia competenza”. Per esempio: “Col mio metodo, non posso stabilire se Dio esista o no”. Che è poi il criterio popperiano della “falsificabilità”. Dinanzi a ciò che non può risolvere con l’esperimento, lo scienziato non conclude: “Ma comunque ci deve essere qualcuno dietro”, proprio perché dell’esistenza di questo qualcuno non ha nessuna prova. E di ciò su cui non si può fare nessun discorso ragionevole, è meglio tacere, come ha insegnato Wittgenstein. 
Ecco un episodio emblematico. Napoleone andò a trovare Laplace, il famoso scienziato, e complimentandosi con lui gli chiese tuttavia: “Ma come mai, in tutto il suo libro, non ho mai incontrato la parola ‘Dio’?” “Cittadino Primo Console, gli rispose Laplace, non ho avuto bisogno di questa ipotesi”.
Agli occhi di chi ha mentalità scientifica, tutto ciò che sa di esoterico, di misterioso e di magico suscita – accanto ad un invincibile sentimento di noia – un totale scetticismo. E certo la persona razionale non ne trae alcuna conclusione, se non quella, banale e quotidiana, che non sappiamo tutto e non abbiamo la spiegazione di tutto. Già non sappiamo se fra un anno esatto pioverà o no, qui dove siamo. Perché mai “qualcuno” (e chi?) dovrebbe sapere con dieci anni d’anticipo quando incontrerò Jutta?
Non si intendono cambiare le idee e i sentimenti di chi la pensa diversamente. Del resto, sarebbe impresa destinata (!) all’insuccesso. Se qualcuno si diverte a credere al destino, al mistero, alle coincidenze, e il resto degli argomenti con cui ammobiliare le lunghe sere d’inverno, si accomodi. Quanto a me, è una vita che annuncio che, se mi capitasse di vedere un fantasma, gli direi: “Vattene. Sai benissimo che non esisti”. E se gli sparassi una rivoltellata non morirebbe un fantasma, ma uno sciocco burlone.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com
19 settembre 2020



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POLITICA
18 settembre 2020
COINCIDENZE
Un caro amico mi poneva il problema delle coincidenze e me ne enumerava parecchie. Da persona intelligente non saltava alle conclusioni, ma non poteva esimersi dal rimanere perplesso: da un lato le coincidenze erano inspiegabili, dall’altro non si vedeva chi o che cosa avrebbe potuto determinarle. 
Tutto questo mi ricorda una barzelletta. Una Blondine (la ragazza stupida, protagonista di tante storielle tedesche) va dal dottore e si lamenta di aver male dappertutto. “Come, dappertutto?” chiede il medico. E la ragazza si tocca qui, lì e là, più sotto e più sopra, ogni volta facendo “Ahi!” Finché il dottore la visita e conclude: “Signorina, lei ha il dito fratturato”.
Per le coincidenze è la stessa cosa. La stranezza della coincidenza è nell’osservatore (il dito) e non è nel “fatto” che si osserva (il corpo) . Cioè nella nostra mentalità. Se un tizio sogna suo cugino, che non vede da anni, e il giorno dopo quel cugino gli telefona, chi gli toglierà dalla mente che si tratta di una “premonizione”? Di un “sogno profetico” o, come minimo, di una “coincidenza”? In realtà, se il giorno dopo il cugino non gli avesse telefonato, quel sogno l’avrebbe presto dimenticato. È il ben noto fenomeno per cui chiromanti e cartomanti hanno più successo di quanto meriterebbero: tutti ricordano le loro previsioni che si sono verificate, e tutti trascurano quelle che non si sono verificate. A questo prezzo, è facile essere profeti. 
Una volta una signora insistette per “farmi le carte” ed io, per non essere scortese, dissi di sì, ma in cuor mio  decisi di non confermare o negare nulla di ciò che lei avrebbe detto. Così lei da prima azzeccò alcune cose, stupendomi parecchio, poi cominciò a sbagliare tutte le altre in modo plateale, senza ricevere da me nessun aiuto che l’indirizzasse. Come sarebbe fatalmente successo con altri. Il torto fu suo: io avevo tentato in tutti i modi di rifiutare la sua amichevole prestazione.
Noi siamo influenzati da un invincibile antropomorfismo e non ci rendiamo conto che la realtà funziona diversamente. Una moneta gettata in aria ha una probabilità su due di dare “testa”. E ovviamente nessuno si aspetta che, gettandola più volte, cada sempre dal lato “testa”. Ma per la realtà il fatto che cada per quattro volte di seguito “testa” è un fenomeno perfettamente “scientifico” che, almeno nei grandi numeri, si verifica una volta su sedici (1/2x1/2x1/2x1/2+=1/16) E se gettiamo la moneta ancora una volta, la probabilità sale a trentadue. E noi soffriamo anche di illusioni prospettiche. La sequenza testa croce testa testa testa croce, se richiesta in anticipo, ha la stessa probabilità di verificarsi della sequenza testa testa testa testa testa testa. Ma non c’è niente da fare. anche qui la gente sbaglia. Se la moneta ha già dato quattro volte testa, pensa che sia estremamente improbabile che esca ancora testa. Senza pensare che la moneta ha sempre una probabilità su due di cadere su una delle due facce. 
E infatti ci sono giornali per appassionati del Lotto che pubblicano la lista dei “numeri ritardatari”. Quelli che non escono da tempo e che, secondo gli imbecilli, hanno maggiori possibilità di altri di uscire “stavolta”. E questo è un ragionamento infantile. Ritardatari sono coloro che arrivano tardi all’appuntamento, perché avevano l’obbligo di arrivare entro l’orario. Mentre i numeri estratti al lotto non hanno preso nessun impegno e non hanno memoria del passato. 
Se gettiamo tre palline in aria, cadendo si disporranno come i vertici di triangoli sempre diversi. E noi ci meravigliamo moltissimo se per una volta osserviamo che non formano un triangolo, ma è come se fossero disposte in fila su una retta. E come mai ci meravigliamo? Quella disposizione non è casuale quanto le altre? Noi ci siamo abituati al triangolo delle palline, ma loro si erano impegnate a formarli?
Tutta la nostra esistenza si dipana in una foresta di snodi, di biforcazioni, di casi fortuiti, di “coincidenze”, appunto, tanto che noi la guidiamo soltanto in parte e ne siamo responsabili soltanto in parte. Nella vita incontriamo migliaia di donne, ma ne sposiamo una. E chi ci ha assicurato che l’avremmo incontrata? Potevamo non vederla mai, poteva vivere in un altro Paese o in un altro continente, e non ne avremmo mai avuto notizia. Mancando così la migliore occasione della nostra vita , o anche evitandome la peggiore disgrazia. 
Noi parliamo delle coincidenze di cui abbiamo preso coscienza, ma che ne sappiamo di tutte le coincidenze che non si sono verificate, e che pure hanno avuto influenza sul nostro destino?  Noi dimentichiamo che in ogni incidente stradale c’è un elemento “casuale”, almeno dal punto di vista umano. Se quel giorno non fossimo usciti, se fossimo passati da quell’incrocio dieci secondi prima o dieci secondi dopo, tutto sarebbe stato diverso. E chi ha nozione di tutti gli incidenti che non ha avuto? E tuttavia gli infortuni si verificano con tale regolarità, che le società di assicurazione possono stilare statistiche con cui stabilire il costo delle polizze. 
Per le coincidenze la conclusione è semplice: non c’è niente di strano, in loro. Siamo noi che ce ne meravigliamo, ma esse fanno parte della realtà quanto il resto.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
      8 agosto 2020 



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POLITICA
16 settembre 2020
LE CONSEGUENZE DEL SUPERDEBITO

 Alessandro De Nicola, sulla “Stampa” di oggi, 16 settembre 2020.

Vi invito a leggerel’articolo. Così, invece di ripetere io le solite cose, le solitecose le ripete la Banca Centrale Europea.

LECONSEGUENZE DEL SUPER DEBITO

Ronald Reagan avevaun ottimo senso dello humour. Una volta l’ex presidente americanodisse a un gruppo di reporter: “Non sono preoccupato del deficit, ègrande abbastanza per badare a se stesso”.

Nonostante tutti imeriti di The Gipper, però, se c’è una sua spiritosaggine che halanciato il messaggio sbagliato, è proprio questa. Peraltro, giustoieri Banca d’Italia ha certificato il nuovo livello diindebitamento delle amministrazioni pubbliche del Belpaese, pari a2.560 miliardi di euro, una cifra enorme e in aumento esponenziale acausa degli effetti del Covid, il quale comporta più spesa pubblicae una diminuzione del Pil (che la deflazione di agosto contribuiscecrudelmente ad abbassare ulteriormente), rendendo quindi il suorapporto con il debito ancor più sbilanciato. Orbene, in questomomento il dibattito politico in Italia è concentrato su comespendere i soldi del Recovery fund, dal quale l’Italia si aspettadi ottenere 209 miliardi, in parte in crediti in parte a fondoperduto, con un saldo netto a nostro favore di circa 46 miliardi.Tuttavia, è bene fin d’ora porsi il problema di come avverrà larestituzione dei soldi che oggi prendiamo a prestito, di quanto siasostenibile per un Paese con debolezze strutturali come l’Italia unmacigno esageratamente pesante di passivo e di quanto quest’ultimoaffligga la nostra crescita. Sotto questo profilo può essercid’aiuto uno studio pubblicato a luglio del 2020 dalla Bancacentrale europea sulle conseguenze economiche di un alto debitopubblico. Attraverso tre diversi modelli econometrici si cercainfatti di prevedere i rischi a esso associati e per far questo vienepassata in rassegna la letteratura empirica e teorica sul tema. Irisultati sono preoccupanti: la prima conclusione è che unindebitamento troppo alto rende l’economia meno resistente in casodi shock sia sistemici (che colpiscono tutti, come il coronavirus)che asimmetrici (che interessano un solo Paese, tipo la crisiargentina o lo spread a 600 che afflisse l’Italia nel 2011). Laspiegazione è semplice: i mercati finanziari dubitano dellasolvibilità del Paese e cominciano a chiedere tassi di interessesempre più alti per pagare i quali si deve aumentare l’imposizioneo ridurre la spesa (con quest’ultima soluzione meno dannosa dellaprima, come evidenziano i recenti studi di Alesina, Giavazzi eFavero), provvedimenti che soffocano la crescita il che, in unperfetto circolo vizioso, rende ancora più difficile risanare iconti. Oltretutto è molto probabile che le tasse approvate inemergenza siano distorsive e che le imprese, proprio in previsione ditale evenienza, non investano o abbandonino il Paese. Inoltre, lacontinua emissione di titoli obbligazionari statali ha lo spiacevolerisultato di togliere risorse agli investimenti privati. E’ veroche i tassi sono bassi, ma le banche sono piene zeppe di Btp e,complici le stringenti regolamentazioni bancarie, fanno affluire menosoldi agli imprenditori. Gli studi esaminati dal paper concordano cheil debito pubblico è tanto più dannoso per l’economia quanto piùè provocato da spese improduttive non tese alla massimizzazione delsuo sviluppo (tipo Quota 100, il reddito di cittadinanza o i varibonus); un assetto istituzionale debole, poi, facilita lacorrelazione tra basso sviluppo e alto indebitamento (decidete voi sele istituzioni italiane siano forti ed efficienti abbastanza). Molteanalisi empiriche concludono infine che a un livello di circal’85/90% di rapporto debito/Pil si comincino a sentire gli effettinegativi sulla crescita (l’Italia quest’anno supererà il 150%).Nessuna sorpresa, quindi, se anche i tre modelli elaborati dairicercatori Bce suonino un allarme angosciato sugli esiti moltopericolosi di un macigno troppo ponderoso. E se lo dice il famosoprestatore di ultima istanza che a furia di stampare banconotedovrebbe risolvere tutti i problemi, possiamo crederci.  




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POLITICA
16 settembre 2020
LE PETIT OISEAU
Secondo un articolo dell’Ansa(1) ecco che cosa è avvenuto: "Il piano Next generation you è un progetto per voi, per restituirvi un Paese migliore": lo ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte parlando con gli studenti a Norcia. "Se perderemo questa sfida avrete il diritto di mandarci a casa" ha aggiunto.
La prima cosa da notare è che anche l’Ansa comincia a somigliare ad altri giornali. Infatti scrive “Next generation you” e non “Next Generation Eu”. Segno che da quelle parti non ne hanno poi sentito parlare molto. 
Per il resto. sono dolente, ma devo prenderla alla lontana. C’era una volta un gioco di società. Tutti tenevano congiunti il pollice e l’indice della mano sinistra, e all’ordine di colui che conduce il gioco inserivano in quel buco l’indice della mano destra, se l’ordine era: “Buco proprio”. Ma poteva essere buco del vicino o buco comune (al centro) e chi sbagliava pagava pegno. Il gioco era noto anche in Francia e qualcuno, maliziosamente, ne riassumeva la regola così: “celui qui réussira à mettre son petit oiseau dans le nid de sa cavalière... aura le droit de l’embrasser”. Colui che riuscirà a mettere il suo uccellino nel nido della sua compagna di gioco… avrà il diritto di darle un bacetto”.
Le parole di Conte mi ricordano questo gioco di società, se soltanto si pensa che il piano europeo comincerà a funzionare nel 2021 e durerà cinque anni, cioè fino al 2026. E prima d’allora – ovviamente – nessuno potrà dire che sia fallito, in Europa o in Italia. E che cosa mai fa pensare a Conte che nel 2026 lui sarà ancora a Palazzo Chigi? Già rischia che fra un paio di giorni gli italiani gli facciano sapere che cosa pensano di lui e del suo goveno, e lui parla di 2026? Non solo il suo umorismo involontario ricorda quello della frase francese, ma corrisponde alla dichiarazione di un ministro della guerra che dicesse al Capo di uno Stato vicino: “Se ci batterete militarmene in campo, e invaderete totalmente il nostro Paese, avrete il diritto di ammainare la nostra bandiera sul palazzo del governo”. 
Questo Paese è diventato un palcoscenico di pochade.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2020/09/15/conte-a-studentia-casa-se-perdiamo-sfida-recovery_be075a9e-41d8-4c82-bd57-388b0d884abb.html



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POLITICA
14 settembre 2020
IL VOTO DI SFIDUCIA NON È L'UNICA ALTERNATIVA
Un buon articolo di giornale è un testo che espone chiaramente una sola idea, con poche parole. In questo Vittorio Feltri è un maestro. Nell’articolo di sabato scorso ha sostenuto che non dobbiamo aspettarci grandi cambiamenti dal prossimo voto, perché un governo, quand’anche fosse sgradito al novanta per cento della popolazione, rimane al potere finché non riceve un voto di sfiducia in Parlamento. Voto che oggi non è nemmeno all’orizzonte, proprio perché moltissimi deputati e senatori sanno che, se cade il governo, diranno definitivamente addio allo stipendio da parlamentare.
Ragionamento inappuntabile, salvo che per un particolare. Il codice penale non contiene un solo articolo contro la possibilità di liberarsi in pubblico, rumorosamente, dell’eccesso d’aria nel crasso. E si comprende. La flatulenza - inevitabile conseguenza della fermentazione intestinale - è un fatto naturale; e tuttavia chi riuscirebbe a fare carriera, nella vita pubblica, se fosse incapace di dominare il proprio sfintere?
Il codice penale non è tutto. Dai miei ricordi universitari riemerge il nome di un filosofo del diritto, Hans Kelsen, il quale definiva il diritto come “minimo etico”: se non saluti la vecchia signora, sei un maleducato, ma se la uccidi ti mandiamo in galera per trent’anni. Non uccidere è “il minimo etico”. Tuttavia non è che gli altri comportamenti siano del tutto privi di sanzione. Pietro Maso ha ucciso i propri genitori per ereditare, ha scontato la sua pena, ma non finirà mai l’ergastolo dell’orrore e della condanna sociale. Addirittura, con un verdetto scandaloso, O.J.Simpson fu assolto da un duplice omicidio ma da allora sconta nel modo più duro la pena sociale per questo crimine. 
Per mandare a casa un governo di incapaci è necessario un voto di sfiducia, ma per la sfiducia al livello del Paese non è necessario nessun pronunciamento parlamentare. E quanto più il giudizio è negativo, tanto più feroce sarà la reazione. La principale colpa del fascismo non è stata quella di essere stato na dittatura. E infatti, finché ha mietuto successi, l’Italia lo ha sostenuto. È stata soltanto con l’enorme, epocale delusione provocata dalla disfatta nella Seconda Guerra Mondiale - col suo carico di distruzioni, di fame, e di umiliazione nazionale - che il consenso di prima si è trasformato in un odio feroce, fino a fare del fascismo il paradigma del male. Tutto questo senza il minimo voto di sfiducia. 
Ecco perché, nell’interminabile agonia di questo governo nato morto, da un lato prego perché esso non cada, in modo che mieta ciò che ha seminato, dall’altro piango sulla sorte del Partito Democratico, che merita di essere sconfitto, non di essere cancellato dalla storia. E invece fa spavento l’accumulazione di condanna e di disprezzo di cui si sta facendo carico, tenendo il sacco a Giuseppe Conte. 
Comunque, il suo caso rientra in un fenomeno generale. A volte ci si comporta male e tutto continua lo stesso ad andar bene, fino a farci credere che, forse, ci stiamo comportando bene. E che, dopo tutto, non ci sarà presentato nessun conto. E questo è un inganno funesto. L’umanità a volte è torpida e ci mette tempo a percepire ciò che è sbagliato e nocivo; ma, quando se ne accorge e si rende conto anche del ritardo, è come se volesse riguadagnare il tempo perduto e manifesta un’acredine, una frenesia di punizione e quasi di crudeltà, che possono perfino essere giudicate eccessive. Si pensi alla parabola di Matteo Renzi.
Ecco perché un governo deve dimettersi quando vede che, prolungando il tempo del potere, fa aumentare il rancore della società. Un debito che essa gli farà poi pagare con gli interessi. Il Pd ha una storia troppo lunga, e un’esperienza troppo vasta, per non sapere che questo governo lascerà dietro di sé un pessimo ricordo, oltre che una caterva di guai.  E questo anche incolpevolmente, nel senso che la gestione del Covid-19 a base di bonus, sarebbe stata adottata probabilmente da ogni altro governo. Perché non è che gli altri siano tutti composti di statisti. Ma la gente dà la colpa al governo in carica. 
Il Pd avrebbe dovuto rompere alla prima buona occasione, per non affondare insieme col M5s. Invece si è accodato a quell’essere di sughero – galleggiante naturale – che si chiama Giuseppe Conte. Ha dimenticato che egli non ha futuro, e dunque il suo personale interesse è quello di prolungare al massimo l’incredibile miracolo di un quisque de populo divenuto improvvisamente Presidente del Consiglio dei Ministri, mentre il Pd deve rispondere del suo comportamento ai suoi elettori. Ed anche alla storia. Nel codice della politica il voto di sfiducia non è l’unica sanzione. 
 I “grillini” sanno che per loro l’autobus non passerà più, e dunque si godono la gita finché dura. A costo di votare le leggi razziali o la collettivizzazione agricola con i Kolchoz. Ma il Pd dovrebbe sapere che la sinistra affonda le sue radici nella psicologia umana, e per questo i suoi autobus passeranno sempre. Il rischio in questo caso è che passino per qualcun altro. Perfino per un’autocrazia, visto che anche quella è una tendenza eterna. Se tanti fascisti, dopo la guerra, divennero comunisti, è perché Stalin gli sembrò un super Mussolini coi baffi.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
12 settembre 2020



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POLITICA
13 settembre 2020
L'ANTIPOLITICA
In democrazia, il concetto di antipolitica indica un atteggiamento di rigetto del regime e di coloro che lo fanno funzionare. Normalmente le persone colte respingono questa posizione come stupida e volgare ma questa non è una risposta. Il popolo “antipolitico” potrebbe pensare che quelle persone colte difendono il governo perché loro di quel sistema profittano. 
La risposta giusta è un’altra. Innanzi tutto bisogna riconoscere che il disgusto per la politica è del tutto giustificato. Non raramente i rappresentanti del popolo sono indegni del loro compito. A volte i governanti opprimono i cittadini più di quanto non li guidino. Ma esiste un’alternativa? In altre parole: si può abolire la politica? Perché in fondo questo sembra essere il programma di chi è “antipolitico”. 
In generale, ci sono dei casi in cui si può scegliere. Se si va al ristorante, e non si ama la pasta alla Norma, si può sempre scegliere il risotto alla pescatora. Esattamente come, in materia di regimi democratici, si può scegliere fra monarchia e repubblica. Ma, a meno di volersi suicidare, non si può scegliere tra mangiare e non mangiare. E infatti l’alternativa alla democrazia è un regime in cui è vietato persino lamentarsi. 
La società non sa fare a meno di qualcuno che comandi. L’esistenza di un capo è un fatto talmente naturale che esso esiste presso molti animali, a cominciare dai mammiferi sociali e arrivando persino alle galline. Gli uomini si danno un capo persino dove uno meno se lo aspetta, per esempio fra i carcerati. La politica dunque non risponde alla domanda: “Qualcuno deve comandare?” ma alla domanda: “Chi comanda, qui?”
Nelle democrazie si amerebbe poter rispondere: “Il popolo”, o più nobilmente:  “La Legge”. Infatti, se si elimina la democrazia, si ha un altro tipo di autorità: o la dittatura o l’anarchia, cioè il regime in cui comanda il bullo del quartiere, finché un “superbullo” comanda l’intero Paese e si chiama dittatura. Tutt’altro che un affare.
La società è come una bottiglia: la si può riempire di acqua, di vino o d’aria, ma qualcosa dentro ci sarà sempre. Natura abhorret a vacuo, la natura ha orrore del vuoto. Ciò vuol dire che, eliminato un potere, il vuoto di potere è subito riempito da un altro potere. Dunque non si può essere contro la politica, si può soltanto desiderare una politica diversa. 
Questa affermazione cambia interamente la prospettiva. Se un popolo è intimamente democratico, potrà anche decapitare il suo re (Carlo I Stuart) per poi - dopo aver riaffermato la propria primazia, soprattutto in materia di tasse - riprendere la tradizione monarchica e democratica con Carlo II Stuart. E tenersela per altri secoli, fino ad oggi. Gli inglesi sono profondamente democratici. Gli arabi del Vicino Oriente hanno tutti delle autocrazie, e se qualcuno gli regala la democrazia, poi tornano all’autocrazia. Basti pensare alla laica Turchia di Atatürk che, dopo una parentesi democratica di un secolo, è divenuta la satrapia di Erdogan. 
Dunque la prima cosa che dovrebbero pensare gli antipolitici è che, fin troppo spesso, un popolo ha il governo che merita. Se i governanti sembrano interessati in primo luogo al proprio profitto e se sembrano sprovvisti del senso dell’onore, i governati dovrebbero chiedersi se, per caso, essi in media non siano interessati in primo luogo al proprio profitto e se non siano sprovvisti del senso dell’onore. Da un cesto di fichi si possono trarre frutti più o meno maturi, ma sempre fichi. Dunque, se da un popolo di immorali bisogna estrarre dei governanti, sarà ben difficile che essi siano migliori dei cittadini. 
La democrazia manda al potere anche degli immeritevoli, ma dal momento che non esiste un sistema migliore, dovremo comunque scegliere quelli che ci disgustano di meno. Non saranno l’ideale, ma saranno meglio dei peggiori che potevamo scegliere. Ecco a che serve non sprecare la scheda elettorale.
 Alla democrazia non c’è alternativa valida. L’antipolitica è soltanto un modo ingenuo di delegare agli altri la responsabilità della guida, pagandone però le conseguenze. Come insegna un famoso detto, se voi non vi interessate di politica, la politica si interesserà lo stesso di voi. E forse non nel modo che avreste desiderato.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
8 settembre 2020 




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POLITICA
12 settembre 2020
I CATTIVI E I MEDIOCRI
Una volta una signora mi fulminò: “Quelli che difendi non valgono più di quelli che combatti”. La botta mi lasciò sgomento. Chi andrebbe a vedere un western in cui ci sono soltanto cattivi contro cattivi? Il cinema è il mondo del nostro immaginario, e il nostro immaginario soffre se l’assassino rimane impunito. Non per caso nella fiction il numero di assassini identificati e puniti è di gran lunga superiore che nella realtà. 
Ora ammettiamo che un soggettista dica: “Vuoi negare che nella realtà ci siano più cattivi che buoni, più egoisti che altruisti, più codardi che coraggiosi? E allora perché dovresti escludere una vicenda in cui tutti siano come i primi e nessuno come i secondi?” 
. È un ragionamento imbattibile, tanto che ci si può salvare soltanto in corner. “Io sto accettabilmente bene di salute. A che servirebbe che tu mi illustrassi compiutamente quanto sarei addolorato, se mi annunciassero che ho sei mesi di vita, e quanto soffrirei di quel genere di cancro, fino a morire fra i tormenti? Lo so che il cancro esiste, lo so che a volte è spietato, ma se ancora non me l’hanno diagnosticato, perché dovrei soffrire al solo pensarci? Il tuo film con i cattivi soltanto è in pura perdita. Come la descrizione di ciò che potrei soffrire”.
Se si è sensibili ai mali del mondo si rischia la vertigine. La chiamano Madre Natura ma la Natura non è affatto una madre. Non solo è indifferente allo spettacolo della crudeltà, ma si direbbe che quella crudeltà l’abbia organizzata come quotidianità. La savana è il teatro di costanti, innumerevoli tragedie. Non ultima quella del predatore che non riesce più a cacciare, come il vecchio leone spodestato, e muore di fame. Lui che prima assassinava i cuccioli delle gazzelle, o li faceva assassinare dalle sue femmine. 
Ma Madre Natura è un personaggio da animisti. La realtà non ha un responsabile. Neanche per quanto riguarda noi uomini. Il truffatore che depreda le vecchiette è quanto di più spregevole si possa immaginare, e tuttavia rimane comprensibile: è un predatore. Ma come sistemare, nella nostra mente e nel nostro cuore, lo schizofrenico violento che tortura e uccide con indifferenza, e tuttavia non è responsabile, perché non ha un cervello funzionante con la normale dose di empatia?
Questa idea di un film western soltanto con i cattivi viene in mente contemplando il nostro scenario politico. Per oltre quarant’anni, a partire dal 1945, in Italia abbiamo potuto soltanto distinguere i cattivi dai pessimi, cioè i democristiani dai comunisti. Essendo poi costretti, ad ogni elezione, a parteggiare per i primi. Avremmo preferito che la maggioranza fosse laica e liberale, ma meglio democristiani che comunisti. Nel 1976 perfino io, spaventato, mi sono turato il naso ed ho votato per la Dc. E non me ne vergogno. Come dice un saggio proverbio siciliano: “Fuggir via è vergognoso, ma ci si salva la vita”. Ho votato per i cattivi ma ho evitato i pessimi.
A questo pensavo stamani dando una scorsa ai titoli dei giornali, senza aver voglia di leggere nessuno degli articoli. Un tempo il dilemma era tra libertà e schiavitù, tra prosperità (e corruzione) capitalista e povertà (e corruzione) comunista. Qualcosa di drammatico. Oggi invece il coro guida all’unisono il Paese verso il disastro economico con la buona coscienza di chi non sa quello che fa.
Sulla scena non ci sono i cattivi e i cattivi, e neppure i cattivi e i pessimi, ma i mediocri e i mediocri.  Non escludo che in giro ci siano teste pensanti. Ogni tanto qualche voce ragionevole si sente, ma nessuno la distingue dalle altre. Per giunta, dal momento che queste voci sono pessimistiche e parlano di catastrofi, sono sgradevoli. La gente pensa – e i politici bugiardi glielo confermano – che a tutti i problemi può mettere rimedio il governo, distribuendo pani e pesci. 
Commentare tutto questo? No, grazie. Quando il Paese ritornerà alla realtà ne riparleremo.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
      28 agosto 2020



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POLITICA
10 settembre 2020
RASSÌA - Cronaca di viaggio - 2002
Un testo di Alida Pardo
Si chiama Russia, ma loro dicono Rassìa. 
Una strana nostalgia mi vince quando parlo di questa immensità pianeggiante e dispersa, divoratrice di eserciti. Feroce. 
La sua grande letteratura ha fatto parte della mia vita fin dall’adolescenza, e Ivan Karamazov ha camminato a lungo insieme con Ulisse e Prometeo nella mia Magna Grecia. Ho fatto quello che ho potuto, per la Russia: le ho assicurato quello sbocco sul mare cui sempre ha ambito. 
Mi sono chiesta, a volte, se questo Paese straziante e lontano non fosse il continente della mia anima. 
Lì ci sono gli spazi aperti che il mio immaginario cerca. Lì ha cavalcato Caikovskij, macinando note e leghe, urlando il suo dolore senza verecondia, come solo un russo “eccessivo” può fare. Lì il valore della vita ha toccato il suo minimo. Lì corre ancora la disperazione di Dostoëvskij, che scrive di notte inseguito dai debiti di gioco, si succedono i lampi della sua grande arte impressionistica e crudele. Il cupio dissolvi dei suoi personaggi. Lì ho sentito nominare per la prima volta il delirium tremens, fenomeno a me sconosciuto, pur chiamandosi Enotria la mia terra.
Ci sono stata. Solo una volta. E non ho avuto voglia di tornarci. Ha prevalso l’amarezza. L’Unione Sovietica ha martirizzato questo Paese e alcuni segni erano ancora evidenti nel 2002, anno in cui ho visitato Mosca, San Pietroburgo e i suggestivi monasteri dell’“Anello d’oro”. Viaggio rigorosamente organizzato e non poteva essere altrimenti. Ci si sente lontani da casa, “in terra incognita”, e in pericolo. Con la sensazione che, se stai male, non hai a chi rivolgerti, non sai che lingua parlare. Nessuna scritta in inglese accompagna il russo.
Quando ci sono andata io, il turista era ancora malvisto, vessato, trattato da merce. Non so se adesso le cose sono cambiate. Un cameriere scacciò il nostro gruppo in malo modo: “Via, via”, diceva, avanzando minaccioso verso di noi perché avevamo interpretato male un avviso in cirillico puro e ci eravamo presentati a cena con mezz’ora di anticipo. Sembrava un boscaiolo a caccia di orsi. Ma noi eravamo orsacchiotti imbelli. Degno di boscaioli, quanto a rudezza, era invece il cibo. I francesi dicono degli inglesi che “Ils mangent de la merde”, avendo discretamente ragione. Ma quando hanno inventato la loro colorita osservazione non avevano ancora assaggiato il cibo russo. Oppure conoscevano solo i blinis e il caviale, accompagnato - perché no? - da champagne.
Il primo disperato contatto fu una colazione per migliaia di persone tutte insieme nell’enorme refettorio del nostro albergo, e una sorta di assalto alla diligenza per conquistare un posto a sedere. In questo girone dantesco ci venne “servita” una colazione da orfanotrofio, con una marmellata di lamponi che ondeggiava sui piatti, liquida come … non oso fare un paragone, dopo quello dei francesi. A fine colazione, tutte le scolature della marmellata incontinente sfuggite senza appello a migliaia di persone venivano raccolte dagli inservienti-camerieri-chef in enormi secchi di alluminio. “È per la colazione di domani”, insinuò un nostro amico con un senso dell’umorismo macabro fuori misura. 
Andò sempre così col cibo. Durante uno dei viaggi di spostamento, un giorno a pranzo ci venne servito il famoso “borshch”. “Servito” nel senso che un pentolone fu collocato al centro della lunga tavola. Una gentile signora del gruppo si offrì di fare lei le porzioni per tutti. “Prima suo marito”, la invitammo, forse per ragioni di età o per ricambiare la gentilezza. Fu così che il marito della signora ebbe la sua zuppa e tutti gli altri solo acqua colorata di barbabietola, senza carne, appena sufficiente per uno. A mano a mano che serviva, la signora si dispiaceva: “Ma io non volevo, ma io non sapevo, credetemi …” Lei mescolava, mescolava a fondo, nella speranza di trovare qualche pezzetto di carne, ma era finita tutta nel piatto del marito, il quale, poveretto, si sentiva un ladro e non sapeva se poteva cominciare a mangiare prima che si freddasse. Noi ridevamo guardando le loro facce.  
In un ristorante di “lusso”, effettivamente distinto, ci venne somministrata un’altra zuppa tipica del Bassopiano Sarmatico, immagino. Eravamo stanchi ed affamati e la minestra fumava. “Strana, ma … buona”, osai, volenterosa. Anche altri cominciarono a sorbirla. Ci colpì a tradimento il giudizio di mio marito: “L’odore è quello del DDT”. “Oddio, è vero”. I piatti furono fatti convergere silenziosamente verso il centro del tavolo, come obbedendo a un unico comando. Volute di DDT seguirono il cameriere che portò via le minestre intatte e danzanti. 
Ma un vero e proprio insulto fu quello che subimmo in un altro “locale tipico”, quello di Sergiev Posad. Lì il caffè ci venne servito prima che avessimo finito di pranzare (perché ci meravigliavamo, era lì pronto a nostra disposizione, no?) in tazzine sbrecciate e disuguali, quelle sopravvissute forse a qualche precedente massacro ceramico. Con in più la “nota di colore” di tracce di rossetto. L’acqua del rubinetto risuscitava incessantemente vecchie bottiglie di acqua minerale. L’odore delle latrine chiamate elegantemente “toilette” ci accompagnò per tutto il pranzo a cinquanta metri di distanza.  
Sembrava che l’anima di Fedor Pavlovic Karamazov, carica di tutte le nefandezze di quell’immortale personaggio, si fosse trasferita nelle cucine russe in cui veniva preparato il nostro cibo, perdendo la sua dignità e il suo epos e assumendo il carattere di una stolida cattiveria. Il cibo russo, come l’ho provato per dodici giorni, è indifferente al dato morale. Come il padre di Dmitri e Vania.
Certo poi San Pietroburgo ti accoglie con la sua aria europea, altera e familiare insieme, con la Prospettiva Nevskij, una delle strade più belle del mondo, con la Sindrome di Stendhal indotta dal suo celeberrimo Museo. Ti  trovi lì ad accarezzare con gli occhi le tante opere d’arte conosciute attraverso i libri, credevi che il regime sovietico te le avesse sottratte per sempre e invece. Per un momento ti senti a casa. Non si ha il tempo di tirare il fiato, però, che la città ti tende tranelli con la sua distante diversità: quel mare di un grigio implacabile in piena estate; gli avvertimenti da parte delle guide “Attenti agli zingari”… Ci circondarono infatti, in pieno centro, in uno dei rari pomeriggi liberi: una decina di ragazzini e tre adulti un po’ più defilati. Ce la cavammo, con po’ di spavento. 
E poi ci sono i palazzi, tutti quegli inquietanti splendori dei palazzi sembrano risuonare dei gemiti delle migliaia di morti che costò l’ossessione innovatrice di un sovrano moderno e visionario. Efferato fino a far uccidere fra i tormenti un figlio che reputava traditore e indegno di sé. Cosa che la nostra sensibilità europea e attuale stenta a contestualizzare, pronti anche come siamo a dimenticare i delitti perpetrati nelle corti rinascimentali italiane. È un fascino culturale, freddo, quello di San Petroburgo. La città ancora oggi conserva qualcosa di artificiale. Anche quando, aprendo un portone lasciato accostato, abbiamo trovato, lasciato lì per noi da Dostoëvskij il cortile della vecchia e lo spirito non placato di Raskolnikov. Sicuro era quello. Aveva ancora tutta la miseria fatiscente della Russia eterna. Ma si è trattato di una constatazione, di un déjà-vu. Per il resto mi sono mancate le atmosfere, gli incontri occasionali, i sorrisi.
Ricordo con quanta commozione avevamo incontrato in Francia, subito dopo la caduta del Muro, un gruppo di tedeschi dell’est. “Finalmente Europa”, disse mio marito, con la commozione nella voce, avendo ricostruito dalle iniziali della targa del pullman la città di provenienza di quei turisti. “Finalmente”, ci rispose una signora non più giovanissima. E in quel momento fu come se ci fossimo abbracciati, come se ci fossimo riconosciuti nel nostro destino di uomini liberi.
Niente di tutto questo, in Russia. “Finalmente Europa”, dicevamo noi prima di partire, felici per loro. “Noi non siamo Europa, siamo Rassìa”, ci rispondevano quasi risentite le guide con cui scambiavamo qualche parola. Altezzosi ed arroganti, pronti a farci pagare con il loro rancore il nostro maggiore benessere. 
Il viaggio in Russia non è servito a niente perché non abbiamo incontrato mai la gente. Solo ex funzionari del KGB. Durante il regime sovietico tutte le guide, i camerieri, i gestori degli hotel facevano parte dei servizi segreti. Godevano di una condizione di relativo benessere, e continuavano anche ora ad avere a che fare con i nemici. Per loro non era cambiato niente. 
Ascoltavano freddi e annoiati le nostre rimostranze. Tutti a bordo di un treno fermo in stazione da tempo. “Stiamo per partire”. Ma il treno non si muove. Siamo stipati negli scompartimenti e il sudore comincia a gocciolare. Scendo. “Quando si parte?” “Appena possibile”. “Apriamo i finestrini”. “È proibito”. “Da chi?” “Dal regolamento ferroviario”. “Allora scendiamo, c’è gente che sta per sentirsi male”. “È proibito scendere”. “Ma dove ci portate, al gulag?”, ironizzo. Sono furente. Non mi guardano nemmeno. “Risalga sul treno”. “Lei non mi dà ordini, dovrebbe essere al mio servizio, sono io che le do il pane”. Si volta e si allontana fumando una sigaretta con la sua collega, conversano a voce bassa, sorridono. “Forse siete abituati ai carri bestiame, non siamo il vostro bestiame. Faremo i vostri nomi in agenzia”. Non alzano neanche le spalle, mi ignorano. Il treno parte con quaranta minuti di ritardo, nessuno ci dà spiegazioni, nessuno si scusa, l’aria condizionata si rivela adatta al caviale che continuamente ci viene offerto di contrabbando da contadini avventizi, inservienti del treno, operatori turistici di passaggio. Lo tirano fuori dalle gonne, dalle giacche, da sotto i grembiuli, con fare da prestigiatori. È di quello buono, dicono, come a Napoli. Impariamo a dire “niet”, senza cordialità. Arriviamo a Mosca stremati. Ci avevano parlato delle piccole poetiche dacie nella steppa. Abbiamo visto catapecchie, da fare sembrare villaggi turistici le case abusive dell’Italia del sud e della Grecia. Trentotto gradi all’ombra. Sapore metallico in gola. Scendiamo con gli arti congelati. 
La metropoli si rivela una sorpresa. Moderna, vibrante di traffico, con negozi eleganti sotto i portici della sconfinata Piazza Rossa. Per niente tetra. Di notte illuminata in maniera magistrale, hanno ingaggiato i migliori esperti. Brutta architettura di regime, lo sappiamo, Cremlino sontuoso ed “orientale”.
 Abbiamo una guida nuova, Dmitri. Fortemente compromesso col regime sovietico, ma le guide sono tutte così. Lui è intelligente, e spesso mio marito lo prende a braccetto, e si diverte a metterlo in imbarazzo, con la sua conoscenza della politica e della storia che Dmitri vorrebbe raccontare a modo suo. Io non ho voglia di parlare, sono intenta a salvare la pelle e veglio sui miei cari. Non scherzo poi tanto. Se a San Pietroburgo avevamo “La Sarmata da corsa”, qui abbiamo uno che potrebbe aver fatto la maratona. Nessuno tiene il suo passo e chi rimane indietro, non so, forse gli sparano. Per essere guide turistiche, oltre all’appartenenza al KGB devo pensare che sia richiesta anche una medaglia olimpica in qualche specialità di atletica leggera. 
Dmitri sa che non può negare il suo passato, il regime è caduto da un decennio appena, e lui è oltre i quaranta. Sa che non deve contrastare troppo i turisti e rivelarsi invidioso del loro benessere, cammina sulla lama sempre orgoglioso ma senza spocchia. Qualche volta incrocio il suo sguardo. Mi sembra freddo, privo di sensualità e d’anima. Ci  conduce a rotta di collo nella Metropolitana di Mosca. “Attenti a non perdervi” dice, “non avete possibilità di ritrovare la strada giusta”. È immensa e bellissima la Metropolitana, elegante e sfarzosa, ma è anche un incubo di scale mobili velocissime e ripide che precipitano a terra in rapida successione una dopo l’altra, una discesa all’inferno pericolosa e ansante, uno dei luoghi più ansiogeni che abbia mai attraversato, continuamente alla ricerca di mio marito e dei miei amici, non ci possiamo perdere, non ci possiamo perdere. Sudiamo. Ho fatto non so come qualche foto. Non vedo l’ora di uscire. Non è la mia Russia, penso.
Difficile dimenticare i paesaggi urbani stuprati dagli alveari abitativi della gente “normale”, dove sono stati stipati milioni di esseri umani innocenti costretti ad una degradante convivenza con estranei, con il gabinetto in comune, in fondo al corridoio. L’inferno quotidiano, la condanna senza colpa, nel silenzio connivente dei politici occidentali che gravitavano nell’orbita di Mosca e, facendo de albo nigrum, ci descrivevano la tortura come paradiso. 
La miseria delle periferie russe delle grandi città uniforma il pensiero in un’immobilità di morte, ma i piccoli centri impressionano anche di più. Qui, accanto a magnifici monasteri restaurati di fresco con la facciata bianca e le cupole d’oro, ci sono case fatiscenti, fantasmi di muri, vetri rotti, tetti di lamiera o di eternit, nessun albero. Sono le abitazioni in cui vivono tuttora esseri umani che si riversano nelle chiese in un ritrovato ingenuo spirito religioso e baciano uno dopo l’altro le reliquie, lasciando l’impronta delle labbra. Chissà come se la sono cavata con il Covid. La libertà. Cos’è la libertà per questa gente che non ho mai abbracciato? 
E comprendo sempre più l’amarezza che tinge di verde le mie parole. La Russia, come l’ho vista io, è un Paese a cui è stata tolta l’anima. Un paese ancora nel 2002 indottrinato e sconfitto che parla degli inauditi successi del comunismo; che attraverso le voci dei piccoli burocrati dice che non vuole essere Europa perché loro sono molto meglio e noi siamo dei poveretti a cui farla pagare in qualche modo. Eravamo i nemici dell’Unione Sovietica, e poco importa che l’Unione Sovietica politicamente non ci fosse più. Sopravviveva ogni giorno in questa incolta arroganza che, a Sergiev Posad, ancora attribuisce ad una vecchia contadina semianalfabeta, con tanto di grembiule, trenta chili in più del dovuto e il fazzoletto in testa per “fare autentico”, la funzione di guida, in uno dei suggestivi monasteri. Pagavamo, venendo dal corrotto occidente, per sentirci leggere in russo con dizione stentata una paginetta di storia del monastero, scritta dalle autorità competenti che dovevano dimostrarci che siamo tutti uguali. Dopo aver letto, la “guida” per fortuna aveva finito il suo intervento.
Certo, l’Unione Sovietica non c’era più, come era caduto il Muro quando con mio marito cercavamo di sistemarci in uno dei campeggi di Berlino est e i gestori sparivano o ci dicevano “non c’è posto” (vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali). O, se ci dicevano distrattamente “vedete se riuscite a trovare qualcosa”, allora si avvicinavano gli stanziali a dirci “non accanto a noi” o mettevano oggetti, taniche d’acqua o cianfrusaglie per impedire che piantassimo la nostra tenda. 
È grigio il mio racconto, qualche volta grottesco, mai commosso, perché non mi sono mai divertita in Russia, non ho mai riso, non ho mai pianto. È un racconto pervaso dallo stupore per un regime capace di sregolare le menti, alimentare il sospetto, seminare l’incultura. In Russia ha dilaniato le anime, ha asciugato la passione. Tutti nel mondo mostrano con orgoglio le tracce lasciate dall’Impero Romano; a Praga ti raccomandano di non parlare russo perché questa lingua, lì, non è gradita.
L’ultima sera prima della partenza ho parlato con le guide e ho spiegato loro perché non lasciavo mancia. “Non volete essere Europa”, ricordo di avergli detto. “Fate bene, vi separano secoli dall’Europa”. Lasciata la camera alle 12, dovevamo partire nel pomeriggio, con l’odore nauseante della torba in fiamme nelle vicinanze di Mosca che ci perseguitava. Partimmo all’una del mattino dall’aeroporto di Domodedovo. L’aereo atterrò a Palermo invece che a Catania, a causa delle ceneri dell’Etna in eruzione. E percorremmo in pullman le ultime tre ore di calvario. Era già mattino inoltrato quando arrivammo a casa. Ci mettemmo a letto senza svestirci.
In aereo, tormentata dalla tachicardia indotta dal bruciore di stomaco, mi attraversavano la mente lampi e frammenti di parole. Immagini. La  chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, citata decine di volte dalle guide, con i suoi colori barbari, la sua fantasia demenziale da Meccano costoso. E San Basilio, sulla Piazza Rossa. Opere indigeste a noi italiani viziati da ben altra architettura. 
  E ricordavo ossessivamente un pomeriggio passato in un “locale tipico”, non so perché ci conducevano nei locali tipici invece che al Bolshoi. Una specie di balera in pieno centro dove un’orchestrina suonava motivi anni ’60, con un volume di decibel che avrebbe assordato un jet al decollo. Gli uomini indossavano smoking bianchi presi in affitto o abiti “eleganti”, da sera. Le donne sembravano felici con le loro gonne ampie e le scarpe col “tacchetto”, come fanciulle debuttanti. Ballavano. Una malinconia da Bollywood. 
Anna Murabito (alias Alida Pardo(



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POLITICA
9 settembre 2020
LA MORTE DELLA STELLA POLARE
Un gentile corrispondente mi ha mandato un’intervista di Martin Heidegger(1), pubblicata postuma per sua volontà nel 1976, nella quale il filosofo propone un’eccellente difesa contro l’accusa, così frequentemente e spensieratamente scagliata contro di lui, di essere stato un nazista. Purtroppo poi intervistato e intervistatore [dello Spiegel) si lanciano a parlare di filosofia e spesso non sono riuscito a capire che cosa intendessero, neanche ricorrendo alla traduzione in inglese di cui disponevo. E tuttavia ho anche letto una frase che ha valso tutto il tempo perduto a non capire ciò che leggevo. Eccola (pag.209): “Die Rolle der Philosophie haben heute die Wissenschaften übernommen”, il ruolo della filosofia oggi è stato assunto dalle scienze. E più oltre (pag.210) “Die Philosophie löst sich auf in Einzelnwissenschaften : Psychologie, Logik, Politologie”, la filosofia si dissolve in singole scienze: psicologia, logica, politologia.
Questo concetto, che a molti può sembrare ovvio, mi ha colpito. Nell’epoca contemporanea è facile incontrare persone che reputano la filosofia un’occupazione di attardati perdigiorno. “Non se ne occupa più nessuno” direbbero. E sono certo che l’affermazione potrebbe incontrare molti consensi. Tuttavia essa è fondamentalmente falsa. Non perché in segreto tutti studino Epicuro o Nietzsche, ma perché tutti devono inevitabilmente affrontare nella vita la distinzione fra bene e male, fra importante e non importante, fra giusto e ingiusto. Che lo vogliano o no, tutti si pongono il problema del senso dell’esistenza, dello scopo della vita, dell’amore, del successo, della morte. E se questi problemi non se li pongono coscientemente – anzi, e se la maggior parte degli uomini non se li pone coscientemente – nondimeno li risolvono praticamente, col loro modo di vivere. Mietendo poi ciò che hanno seminato. E non di rado meravigliandosi dell’esiguità del risultato.
E tuttavia anche queste constatazioni potrebbero urtare contro l’ironia del contemporaneo. Mi si potrebbe accusare di attribuire alla nostra epoca un torto che hanno avuto tutte le epoche. Anzi, oggi gli analfabeti sono rari e un tempo erano rari quelli che erano in grado di leggere e scrivere. Con quale coraggio si può affermare che gli uomini normali fossero più “filosofi” un tempo di quanto siano oggi?
Obiezione fondata, se non fosse per un punto fondamentale. Un tempo gli uomini, pure più ignoranti di oggi, la domenica andavano a messa e, anche non comprendendo niente di teologia e non molto neppure di dottrina cristiana, credevano comunque in Dio. Per giunta un Dio provvidenziale, che si poteva pregare, che presiedeva alla realtà umana, che poteva intervenire, che giudicava dopo la morte, premiando i buoni e castigando i cattivi. Saranno state favole – almeno, per i miscredenti lo sono – ma costituivano lo scheletro di una filosofia. Perfino le frequenti bestemmie, che oggi non si odono più, testimoniavano la presenza di Dio nella società. Ciò che insegnava il prete forniva una risposta alle grandi domande. Si potevano non prendere sul serio, quelle risposte, si potevano anche non seguire i precetti impartiti dal pulpito, ma nessuno si sognava di metterli in discussione.
La società, nel suo complesso, era cristiana. Non cristiana fervente; non cristiana in modo intellettuale, cioè sapendo in che cosa credeva: semplicemente non negando quella visione del mondo e non contrapponendogliene nessun’altra. Ché anzi, spesso, la gente non aveva nemmeno idea che se ne potesse avere un’altra. Basti questo esempio: per moltissimi, ancora oggi, la morale è una ed una soltanto, quella cristiana. L’idea che se ne possa avere un’altra, addirittura sorprende. Pensatori come Voltaire o Nietzsche sono stati visti come pericolosi, eversivi e immorali, proprio perché anticristiani.
Ecco la novità dell’epoca contemporanea. La religione è morta e la certezza fondamentale di tutti è passata dall’esistenza di Dio alla validità della scienza. Un tempo, se qualcuno moriva, si diceva che “Dio l’aveva chiamato a sé”, “Era la sua ora”. Oggi ci si chiede se la scienza poteva salvarlo e magari si ipotizza di intentare un processo al medico curante. Non a caso, le estrose università americane fanno ricerche sociologiche sui più strani quesiti, del tipo: “Le mogli adultere sono più longeve delle fedeli?” “Fanno più carriera coloro che portano gli occhiali o quelli che non ne hanno bisogno?” “Che rapporto c’è tra obesità e infelicità?” e via dicendo. Un tempo ci si occupava di metafisica – sia pure sub specie religionis – o, essendo colti, di filosofia, oggi si crede che i massimi problemi possano essere risolti dalla scienza. Naturalmente rimanendo delusi perché la scienza quei problemi non li può risolvere. 
La morte della filosofia – cioè del pensiero che si occupa dei problemi fondamentali -  sembra corrispondere alla morte della Stella Polare. Gli uomini non sanno perché vivono. Non sanno che cosa devono cercare di ottenere e da che cosa si devono guardare. Non sanno se l’imperativo di comportarsi bene è un dogma in sé (Immanuel Kant, ma la gente non lo sa) o una strategia da adottare nel nostro interesse (utilitarismo, ma neanche questo la gente sa). La nostra società vive a caso, senza un programma e senza una bussola. E se alla fine è assalita dalla depressione non si chiede se ha sbagliato vita, ma se ha sbagliato antidepressivo. Il Prozac al posto di Seneca.
Perfino la stima che si ha in giro per la scienza è malata di un’incomprensione di fondo della scienza stessa. Se la si fosse capita, il magico non avrebbe tanto posto nella nostra società. La scienza, come l’ha concepita Galileo, ha una sua rigorosa logica interna e una sua mentalità che spesso si rivela inesistente nella gente comune. Da un lato tutti vorrebbero che la scienza risolvesse tutti i problemi (“Ma come, oggi si va sulla Luna e tuttavia…”) dall’altro prosperano ancora cartomanti, oroscopi, pregiudizi, e una sorta di “religione del mistero” che tiene luogo, per molti, di “inquietudine metafisica”. Cioè il farsi un vanto del proprio disorientamento.
In questo senso Heidegger parlava del fatto che la scienza – concetto in sé augusto, come l’hanno concepita Bacone, Galileo, Newton – si è spezzettata in tante sotto-scienze. Perché le sotto-scienze sono tecniche, non teoriche. Non visioni della realtà, ma soluzioni di problemi particolari, nella misura del possibile.
Questo quadro della società è drammatico più di quanto non si pensi. Di fronte al problema del senso della vita, ci sono fondamentalmente due soluzioni: o quella religiosa, per ciò che vale, o quella di affrontare a viso aperto l’assurdità del reale. Avendo il coraggio di essere atei, orfani e mortali.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
10 agosto 2020
(1)https://bublitz.org/wp-content/uploads/2018/03/Heidegger-Spiegel-31-05-1976.pdf 
Se appare la schermata di Google, scegliere la prima proposta. Dove c’è scritto Bublitz.



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POLITICA
8 settembre 2020
SCUOLABUS ALL'80%
Lasciatemi inventare un aneddoto. 
C’era una volta, in una diocesi molto piccola e sperduta, un vescovo che era stato nominato tale più perché non aveva avuto modo di difendesi che perché desiderasse quella carica. Infatti quella diocesi era così povera, così scomoda, che neanche si capiva perché esistesse. E infatti, ora che ne era divenuto vescovo, don Giunti, anzi Sua Eccellenza Giunti, spiegava in chiesa che dovevano essere orgogliosi di un vescovado la cui fondazione risaliva a tanto, tanto tempo fa, quando la cittadina aveva ben altra popolazione e ben altra importanza.
Ma, appunto, tanto, tanto tempo fa. Ora nessuno voleva andarci. E così dovette andarci don Giunti che tanto sarebbe stato felice di rimanere nella sua parrocchia. 
Infatti gliene erano venute soltanto seccature. Non soltanto non gli piaceva comandare (ed eventualmente sanzionare) i preti della diocesi, ma era sotto gli occhi di tutti e si sentiva meno libero. Prima, la sua passione di allevare polli, sul retro della sua canonica, non aveva dato nell’occhio, ora quel vescovo così appassionato di galli, galline e pulcini, oltre che fornitore regolare di uova di un negozietto del Paese, faceva notizia. La gente si chiedeva se “avesse tutta la sua testa”. Quesito per giunta aggravato da un’altra mania, meno perdonabile, questa.
Sua Eccellenza amava mangiare carne. Non fumava, non beveva, di donne neanche parlarne, insomma nessuno aveva nulla da rimproverargli, ma correva voce che non soltanto mangiava carne tutti i giorni, ma non riusciva a farne a meno nemmeno il venerdì. Mentre i credenti erano peggio che perplessi, i miscredenti ridevano: “Proprio non trovava un peccato più saporito da commettere?”
Il povero don Giunti, ché in fondo al cuore era sempre rimasto tale, andò a chiedere consiglio al suo confessore, mons.Guido Erlini s.J., noto teologo e soprattutto uomo di buon senso. Il gesuita gli fece una breve lezione di teologia e di storia sull’origine del divieto, per poi concludere, inaspettatamente: “Questa è una di quelle ubbie della Chiesa che non servono a niente e fanno più male che bene. Io nei panni di quel papa avrei concesso il divorzio ad Enrico VIII. Valeva la pena di provocare lo scisma anglicano per una stupidaggine del genere?” Don Giunti, anima semplice, annaspava. “Ma allora…” 
Il gesuita, paziente, gli ricordò come l’insegnamento di Gesù fosse quello di andare alla sostanza, lasciando le forme ai farisei. È meglio guarire un malato, anche violando il sacro riposo del sabato, o lasciarlo morire e rispettare la Legge? Si ricordi: il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato. L’ha detto Gesù”. “Lo so”, scappò detto a don Giunti. “E allora che devo fare?” “Mangia ciò che ti pare, figlio mio”. “E il divieto di mangare carne?” “Semplice, chiamala pesce. Pesce di pollo, pesce di vitello, pesce di maiale”. E fu così che tutto rientrò nell’ordine.
La capacità dei gesuiti di venire a patti con la propria coscienza è una tendenza eterna dell’umanità. Una tentazione cui è tanto più difficile resistere, quanto meno saldi sono i presidi della propria moralità. E dunque figurarsi se possono resisterle i politici, che una coscienza, se mai l’hanno avuta, ormai l’hanno depositata in una cassetta di sicurezza. Cosa preziosa, ma che non è necessario usare spesso.
Un gustoso esempio l’abbiamo in questi giorni. L’attuale Trinità virologica impone tre doveri fondamentali: la mascherina, lavarsi spesso le mani e, soprattutto, mantenere le distanze dal prossimo. Soprattutto mantenere le distanze dal prossimo, almeno tre metri. Va bene, anche un po’ meno. Due metri. Un metro e mezzo. Accidenti, almeno un metro. Ma purtroppo anche questa misura risultava inapplicabile sugli scuolabus, per giunta non moltiplicabili ad libitum. Qui ad essere generosi, si poteva imbarcare la metà dei passeggeri. E allora come fare? Normalmente il problema sarebbe stato da ritenersi insolubile, ma per fortuna il governo disponeva di grandi esperti. E così fu finalmente trovata la soluzione: gli scuolabus potevano imbarcare passeggeri corrispondenti all’ottanta per cento dei posti. Voilà. È bastato modificare il distanziamento minimo. Pesce di maiale. Dove prima stavano quattro passeggeri ora ce ne stanno cinque, l’autobus è praticamente pieno e gli alunni arriveranno a scuola.
Ma perfino questa soluzione fa sorgere alcune perplessità. I sedili, sugli autobus, vanno a coppie. E sono contigui. O accanto a me non si siede nessuno (ecco il 50%) oppure, se si siede qualcuno, siamo a contatto di gomito. E allora? Che faccio, ma la cavo dichiarando il compagno “lontano, distanziato”?
Non basta. Se lo scuolabus avesse cento posti a sedere, sapremmo che possiamo far salire ottanta passeggeri. Ma qual è l’80% di 38, 41, 52 o quello che sia? E dopo averli fatti salire, l’autista se a naso gli pare che siano troppi, che fa, ne fa scendere cinque o sei a caso?
Poi le autorità hanno detto che gli autobus avevano la libertà di fare non so più che, purché il tragitto non superasse il quarto d’ora. Dunque, se in un giorno di pioggia c’è molto traffico e si crea un ingorgo, l’autista, per non pagare lui una multa, dice ai ragazzi: “Sapete che c’è, è passato un quarto d’ora, scendete tutti e proseguite a piedi”. Col rischio che i genitori poi lo lincino. 
Egregi signori che sedete a Roma, e che disponete di esperti cui io non son degno nemmeno di allacciare i calzari, era poi tanto difficile dire: “La vita è un rischio. Se volete evitarlo, andate a piedi. Come hanno fatto tutti gli alunni da quando la Rivoluzione Francese impose la scuola obbligatoria”. Ma già, questo è un ragionare al 100%, non all’80%.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
9 settembre 2020



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POLITICA
7 settembre 2020
I CONFINI DELLA SCIENZA
Più ci si allontana dall’evidenza galileiana, meno mi fido della scienza. Finché la scienza constata le cose più assurde, ma reali, non metto becco. Se invece ha la tentazione di tracimare in metafisica, in logica, in filosofia e via dicendo, allora non mi sento disarmato io e mi chiedo se non sia disarmato lo scienziato. 
Un amico mi ha citato uno scienziato secondo il quale il reale è creato dalla coscienza, e non l’inverso. Ed io mi sono messo a ridere. Non con la semplicità del presuntuoso, ma con la memoria di un ex ragazzo che ha studiato l’idealismo in filosofia sessant’anni fa. Ed anche il problema della conoscenza. Roba vecchia.
Lo stesso, per la retrocausalità, di cui hanno parlato altri scienziati. Si tratterebbe di fenomeni in cui, secondo loro, l’effetto precederebbe la causa o, tanto per capirci, la vittima è colpita prima che l’assassino le spari. Ovviamente non comprendo il problema di fisica, ma alcune cose posso dirle. 
In primo luogo, ho cercato retrocausality, in Wikipedia in inglese, e credo di aver capito che si tratta di una teoria, un’ipotesi, e comunque non di una certezza. Già questo mi consentirebbe di non occuparmene più. Ma vado oltre. L’effetto può precedere la causa? No. Semplicemente perché staremmo giocando con le parole. La causa, per definizione, è ciò che precede e determina l’effetto. “Precede” significa che si ha prima, e “determina” significa che, senza di essa, l’effetto non può esistere. Se l’effetto ci sembra precedere la causa, è segno che abbiamo visto male, e quello che credevamo l’effetto era la causa. Le parole non danno scampo. Il loro significato, direbbe Kant, è a priori. Il fatto di avere dei talleri in tasca, per riprendere un esempio che è proprio suo, è a posteriori, e non posso dedurlo dalla natura dei talleri. Ma che la parola “talleri” indichi soldi, che io li abbia o no, è comunque vero. Dunque la causa è ciò che sta prima. Sempre. O non è.
Altro dato. Per me il tempo è modificazione o movimento. Se nulla esistesse, non esisterebbe neanche il tempo. Come ho scritto una volta, “le lancette dell’orologio non indicano il tempo, sono il tempo”. Ora se la lancetta prima indica le tre, e poi le quattro e poi di nuovo le tre, non è che, dalle quattro alle tre, ha risalito il tempo, ha semplicemente utilizzato una nuova porzione di tempo per muoversi in un’altra direzione. Intendo dire che il tempo non può tornare indietro perché non c’è un indietro. Se la pera che oggi è marcita ieri era buona non c’è modo di farla tornare buona perché la pera buona non esiste più. Sarebbe come voler andare in un posto che non esiste. L’elettrone che gira intorno al nucleo non fa mai lo stesso giro, quand’anche percorresse esattamente la stessa ellisse, non più di quanto le lancette del mio orologio indichino le ore di ieri. Un film può essere proiettato all’indietro, ma anche il film proiettato all’indietro, utilizza un tempo nuovo, come confermerebbe anche un orologio da quattro soldi. 
In conclusione, se la retrocausalità fosse confermata, sarebbe meglio descriverla con altri termini, perché l’effetto non può precedere la causa, Come il tuono non può precedere il lampo. E se un tuono precede il lampo, vuol dire che è il suono di un altro lampo, che non abbiamo visto. La velocità del suono e della luce non sono un’opinione. Se vogliamo ipotizzare un triangolo con tredici lati, facciamolo pure, ma non chiamiamolo triangolo. Ecco in che senso l’effetto non può precedere la causa.
Mi scuso se le mie espressioni sembrano assertive, ma mi sforzo soltanto di essere chiaro. Se poi mi sbaglio, che le mie espressioni siano assertive od esitanti, cambia poco.
Gli scienziati devono comunque stare attenti, se entrano nel campo della filosofia. In quello il vecchio Aristotele forse ne sa più di loro.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
agosto 2020



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POLITICA
6 settembre 2020
IL BLOCCO DEI LICENZIAMENTI
Agosto, mese delle vacanze, mese della spensieratezza, mese in cui si mettono tra parentesi tutti i problemi. In attesa di tornare sulla Terra a settembre. Insomma il mese ideale degli italiani, quello in cui il rinvio, che è una colpa per undici mesi, diviene diritto e tradizione.
Agosto è il mese in cui chi manda avanti la baracca diventa un minus habens. Se tutti sono al mare tu perché lavori, perché ti aspetti di trovare facilmente qualche negozio aperto, qualche trasmissione interessante in televisione, e all’occasione speri di essere curato, se stai male? Perfino chi, disgraziatamente, ha la passione di comunicare col prossimo, scrivendo qualcosa, rischia di parlare col muro. L’eco risponde: “Chiuso per ferie”.
Intendiamoci, non ho niente contro le ferie. Personalmente ne ho la vocazione e sono in ferie da oltre trent’anni. Ma – da essere inutile qual sono - non ho nessuna responsabilità. Ed è una fortuna, perché se la condizione in cui versa l’Italia fosse colpa mia, forse dovrei suicidarmi. 
È triste non sentirsi in sintonia col proprio Paese. Quand’ero ragazzo ho sofferto di questa separatezza fin quasi alla disperazione. Ma era un problema sociale, di costumi, di mentalità, di cui davo la colpa alla Sicilia. Mentre oggi la separatezza si è estesa alla nazione. Qui sembra che l’arte di governare consista nell’evitare che il governo cada. Anche truccando la realtà, facendo promesse impossibili, svicolando continuamente e soprattutto rinviando ti problemi invece di affrontarli. In questo abbiamo un campione: Giuseppe Conte. 
Ammetto di essere in ritardo sulla nostra realtà, ma per me governare corrisponde a far funzionare la Pubblica Amministrazione; a cambiare le cose che si possono cambiare e soprattutto a prendere i provvedimenti necessari, anche se non sono popolari. E anche se non portano voti per le prossime elezioni amministrative.
In ogni caso, odio i rinvii. Che cos’è un rinvio se non l’aggiunta di una preoccupazione al problema? Infatti il problema rimane e si è costretti a pre-occuparsene finché non lo si affronta. Non è che se una lampadina si è fulminata, una di queste sere mi farà la bella sorpresa di accendersi di nuovo. 
È desolante vivere in un Paese in cui i governi parlano da sempre di riformare la Pubblica Amministrazione e non la riformano mai. Addirittura sono capaci di complicarla ulteriormente creando il “Ministero della Riforma della Pubblica Amministrazione”. Vorrebbero uccidere il Moloch, ma intanto lo fanno ingrassare. E se quella riforma è impossibile, perché ce la promettono?
Ora abbiamo avuto una botta tremenda, col Covid-19, e ne abbiamo approfittato per fare spese a gogò. Ogni tre per due ci annunciano giulivi che arrivano nuovi soldi dall’Europa, come se questi miliardi ce li regalassero, dimenticando che ci concedono soltanto di fare ulteriori debiti, nei prossimi cinque anni, e di caricare l’Italia futura di ulteriori pesi. Con la Francia di Luigi XV abbiamo visto un re che diceva: “Après moi le déluge”, con l’Italia attuale vediamo sessanta milioni di cittadini che dicono: “Dopo di noi il diluvio”.
Il governo è talmente in bilico che il nostro capo e quasi dittatore supremo Giuseppe Conte sa benissimo che fra due settimane potrebbe dover tornare ai suoi goliardi, non so quanto felici di rivederlo. Così, ciò che va oltre due settimane per lui è terra incognita. Qualcosa che non lo riguarda. Ogni anno in settembre ricomincia la scuola, ma a lui che cosa poteva importargliene, a maggio? Ora siamo a due settimane dalla scadenza fatidica, e come facciamo? Creiamo una task force che, avendo un nome inglese, non può che essere miracolosa.

Ma non è un caso, è un sistema. Non soltanto non abbiamo risolto i problemi che si sono creati ma li abbiamo aggravati con provvedimenti demenziali. Che senso ha il blocco dei licenziamenti? Se è lo Stato che, direttamente o indirettamente, paga quei salari, per quanto tempo potrà farlo? E che ne sarà, di quegli operai, quando – come è giocoforza che avvenga – quella sorgente di reddito si inaridirà? E se invece paga l’azienda, e quell’esborso la porta al fallimento, allora sarà giustificato il licenziamento degli operai. Ma non il fallimento dell’impresa, che sarà colpa di uno stato pauperista e marxista per ignoranza.
Qualcuno mi dirà che sono duro di cuore, se ipotizzo il licenziamento degli operai che non servono all’impresa. E quando, fra tre o quattro mesi, dovrete per forza permetterlo, sarete voi i duri di cuore ? 
In Italia tutti sono convinti che Milton Friedman aveva torto. Bisognerebbe aprire  un ristorante gratuito ogni cento abitanti. Per favore, non chiedete con quali soldi. Non siate anche voi duri di cuore.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
     10 agosto 2020



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POLITICA
5 settembre 2020
IL MAFIOSO ANNACQUATO
Io sono siciliano. Lo so, nessuno è perfetto, ma certe qualifiche sono difficili da sopportare. Soprattutto quando viste dall’interno e viste dall’esterno appaiono tanto diverse. Per esempio essere siciliani significa essere isolani, e tuttavia io, come chissà quanti altri siciliani, non mi sento un isolano. Non che voglia contestare la geografia, ma mi sono sentito isolano a Lipari, quando ci sono stato, perché quella è un’isola sul serio. La Sicilia invece è talmente grande che soltanto una volta, in vita mia, sono riuscito a farne il giro in auto, e non so quanti giorni ci ho messo. Ma questo è secondario. “Isolano” non è un insulto, se no dovrebbero sentirsi insultati gli inglesi che invece di quella qualifica si fanno un vanto. Anche perché gli consente di dire, in caso di maltempo, che “il Continente è isolato”.
Più significativo è il problema di essere o no un “mafioso”. Per molto tempo, essendo siciliano, mi sono sentito in dovere di essere un mafioso e, per fare contenti gli amici in cerca di folklore. Mi sarei perfino adattato a indossare la coppola. E l’ho fatto senza molta difficoltà, nel senso che se qualcuno, per insultarmi, mi chiamava mafioso (m’è successo in Francia, in Costa Azzurra) mi sono messo a ridere. Anche perché la megera in questione mi ha accusato anche di essere un truffatore, e ciò perché, benché la mia carta d’identità dicesse che ero italiano, per come parlavo lei vedeva benissimo che ero un francese. Dunque un francese mafioso. Peccato, avrei dovuto farmi fotografare, quel giorno. Quanto meno per documentare l’esistenza di una specie in via di estinzione.
Come mai ero così tollerante nei confronti di chi, sapendo che ero siciliano, mi considerava con sospetto, come quelli che, stavolta in Bretagna, rifiutarono di affittarmi una casa? Semplicemente perché so che pensare è faticoso e la maggior parte della gente se ne dispensa. Del resto, se un intero Paese manda in giro per decenni film come quelli di Alberto Sordi, come ci possiamo meravigliare se poi all’estero ci considerano piccoli imbroglioni, bugiardi e vili? E così, se a proposito della Sicilia si parla sempre di mafia, è poi strano se la gente pensa che mafioso corrisponda ad “abitante della Sicilia”? Qualcuno dirà: “Ma ‘mafioso’ non somiglia neppure a ‘siciliano’!”  “E perché, rodigino somiglia forse ad abitante di Rovigo?”
Ma tutto questo riguarda il passato. Il tempo in cui si credeva che la mafia fosse un fenomeno soltanto siciliano. Poi i più colti impararono che in inglese essa si chiama “organized crime” e può – anzi poteva – esistere a New York e Chicago. Come non bastasse, nella stessa Italia, ci si accorse – oh, meraviglia – che essa era indistinguibile dalla Camorra napoletana, dalla ‘Ndrangheta calabrese o dalla Sacra Corona Unita pugliese. E infine – oh, scandalo! - si ebbe perfino la Mafia del Brenta.
Noi mafiosi eravamo divenuti talmente numerosi, che la quantità cominciò ad andare a scapito della qualità. Da un lato non ci si era allenati abbastanza per chiamare tutti i baresi sacracoronunitesi, dall’altro qualcuno parlava imprudentemente (violando il copyright) di Mafia Capitale. Il risultato è stato che la mia mafiosità si è talmente attenuata e diluita che quasi mi sentivo un essere umano normale. 
Ma è stato soltanto un  momento. Poi ho sentito l’imperioso dovere di reclamare la mia identità. Dunque mi metterò in contatto con l’apposito comitato per ottenere la qualifica d.o.c. La devono smettere tutti questi abusivi di fregiarsi del titolo. E deve essere severamente vietato a tutti di presentarsi mettendo il verbo dopo il nome.
Gianni Pardo sono.
       25 agosto 2020



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POLITICA
2 settembre 2020
LA REALTA' ALLEATA DI ISRAELE
L’intenzione degli arabi era quella di impedire la nascita di uno stato israeliano. Ci hanno provato subito, nel 1949, nel momento stesso in cui si doveva applicare la decisione dell’Onu di creare due Stati sul suolo palestinese. Persero quella prima guerra e nacque Israele. Ebbero una seconda occasione nel 1956, e fu – soprattutto per gli egiziani - una sonora sconfitta. Infine tentarono il tutto per tutto nel 1967, riunendo in armi l’intera Umma, ma persero così catastroficamente che chiunque avrebbe considerato chiusa per sempre la questione. E viceversa non soltanto ci provarono ancora una volta nel 1973 (anche stavolta perdendo, con Ariel Sharon a pochi chilometri dal Cairo) ma continuarono come sempre a sobillare i palestinesi contro gli israeliani, inducendoli ad avanzare pretese irricevibili, che neanche da vincitori avrebbero potuto formulare. Fino ad impedire qualunque pace. 
Il fenomeno va spiegato. Dal punto di vista religioso, i maomettani distinguono la terra dell’Islàm, dove vige la sharia, e le terre degli infedeli, in linea di principio destinate alla conquista. In questo senso, nulla è cambiato dal Settimo Secolo. Il Vicino Oriente è ovviamente destinato ad essere terra dell’Islàm e per questo uno Stato prevalentemente ebreo, anche se tollerante con i maomettani (come i maomettani non sono con gli ebrei) è in sé e per sé una bestemmia. 
Ma è ovvio che non tutti gli islamici sono mentalmente fermi al Settimo Secolo. Dunque l’ostilità ad Israele ha anche altre radici. Le ripetute sconfitte subite brucerebbero l’orgoglio di qualunque etnia. Si pensi allo stato d’animo della Francia nei confronti della Germania dal 1870 al 1914. Soprattutto la guerra dei Sei Giorni è rimasta un’umiliazione di proporzioni mitologiche, che si sarebbe voluto cancellare con una vittoria. Ma l’Egitto, salvato dall’indimenticabile coraggio di El Sadat, uno dei pochi che avrebbero meritato una decina di Premi Nobel per la Pace, alla fine ha accettato la realtà, e non vuol più sentir parlare di guerra. Addirittura, per non avere problemi, ha anche rinunciato alla sovranità su Gaza. E anche la Giordania, oltre ad avere rapporti pacifici con Israele, ha anch’essa rinunziato alla sovranità sulla West Bank, lasciando i palestinesi orfani. 
Il problema palestinese, pur oggettivamente superato dai fatti, è stato comunque utile per nutrire la leggenda di una futura rivincita, e come elemento unificante degli Stati arabi. Se siamo tutti solidali con i palestinesi, tutti d’accordo contro Israele, come negare la nostra unità di spirito? Naturalmente è stata sempre una finzione, e questa finzione l’hanno pagata soprattutto i palestinesi. Perché quelli che soffiavano sul fuoco, quel fuoco non l’avevano in casa loro. 
E  mentre molti di loro beneficiavano del grande regalo di Allah, il petrolio, i palestinesi soffrivano la miseria per la sovrappopolazione, l’incapacità imprenditoriale, la corruzione. E perfino del fatto di non potere andare a lavorare in Israele, come facevano da principio. Per giunta, credendo di ottenere chissà che risultato col terrorismo, i palestinesi si sono preclusa quella possibilità, e Israele si è chiusa su sé stessa come un grande castello medievale.
La rigida posizione negativa nei confronti di Gerusalemme  assunta da tutti, e indiscutibile come tutti i dogmi di fede, ha tenuto la situazione bloccata per un tempo interminabile. Il fenomeno è forse dovuto al fatto che quanto più una posizione è ritenuta incontestabilmente doverosa, e quanto più, col tempo, si rivela assurda, tanto più ci si sente in dovere di non cambiarla, perché si è coscienti che, con certi tipi di “verità”, mettersi a discuterle comporta il rischio che rovini l’intero edificio. Ecco perché, se fossi stato comunista e sovietico, sarei stato risolutamente contro le rivelazioni di Khrushchev. Chi fosse Stalin lo sapevamo tutti. E anche quello che aveva fatto, sapevamo tutti. A che scopo gridarlo ai quattro venti, col rischio (come poi si è visto) che implodesse l’Unione Sovietica? A che scopo gridare in mezzo alla cattedrale che Dio è morto? Non per niente la Chiesa ha resistito a Galileo. Perché se, con Galileo, avesse vinto la scienza, avrebbe perso per sempre la Chiesa. Infatti il Cristianesimo è oggi più una mentalità che una religione.
Il tempo è un nemico temibile. Se con la carezza dell’acqua scava le valli e i canyon, figurarsi se non distrugge i miti falsi e dannosi. Dopo che è passato più di mezzo secolo dalla Guerra dei Sei Giorni, dopo che Israele, invece di sparire, ha raddoppiato la propria popolazione, dopo che ha l’esercito più forte e moderno della regione, bomba atomica inclusa, a che scopo tenerle il broncio? E allora riconosciamo che Stalin è stato un criminale. Khrushchev e gli altri dovevano temere che con la fine del comunismo avrebbero anche perso il potere, ma gli Emirati Arabi che cosa hanno da temere? Non sono neanche confinanti con Israele. Al contrario hanno tutto da guadagnare, soprattutto dal punto di vista economico e militare. 
Nel primo campo Israele è un piccolo gigante, soprattutto dal punto di vista informatico. Ed è facile ipotizzare la collaborazione fra investimenti arabi e know how israeliano. Dal punto di vista militare l’interesse degli Emirati è ancor più evidente. I loro dirimpettai iraniani non nascondono le loro mire di egemonia sciita regionale, mentre loro, che sono sunniti e sostanzialmente disarmati, hanno tutto da temere. Sicché un’alleanza con un altro Stato minacciato dall’Iran, ma militarmente forte come Israele, è una garanzia di indipendenza.
In futuro la conseguenza possibile è che altri Stati abbiano il coraggio di dire che il re è nudo, che dei palestinesi non gli importa un fico secco (come è sempre stato) e che, se l’Egitto, la Giordania e, sotto banco, perfino l’Arabia Saudita hanno potuto far la pace con Israele, non si vede perché non possano farlo Stati come la Siria, il Libano e chiunque ne abbia abbastanza di questo rumoroso e inutile carosello guerriero. Si spara in aria, senza spaventare nessuno. La realtà è che Israele è soltanto una vicina di casa.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
      1° settembre 2020



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POLITICA
1 settembre 2020
PER FAVORE, NON FATE CADERE CONTE
Certo, chi non sa guidare provoca disastri. Ma anche chi è un eccellente guidatore provocherà danni e lutti, se gli danno un’auto senza freni. In questo secondo caso, dei guai provocati il guidatore non sarà colpevole tecnicamente ma lo sarà giuridicamente e socialmente. Giuridicamente, perché male ha fatto a fidarsi a non controllare il veicolo; socialmente, perché la gente non si interessa di tecnica e condanna chi era al volante. 
Sto parlando del governo dell’Italia.  Da molti decenni tutti i governi hanno rinviato i problemi senza risolverli, hanno contratto un Everest di debiti, ci hanno creato nel mondo una fama di finanza allegra e di inaffidabilità e insomma hanno posto le premesse di un disastro epocale.
Di fatto però, da quando siamo parte integrante dell’Unione Europea, il problema è stato preso in considerazione anche dal punto di vista delle possibili conseguenze comunitarie, e ciò ha fatto sì che i partner, nella misura del possibile, ci abbiano dato una mano. Si è visto con l’intervento della Banca Centrale Europea, al partire dal 2011, e si vede ancora oggi, con i vari Mes, Sure e soprattutto Next Generation Ue. Ma gli aiuti non hanno affatto fermato il degrado. Un drogato non lo si aiuta pagandogli dosi di droga (solo perché è in crisi di astinenza) ma imponendogli la disintossicazione. Nel 2011 è come se le Borse avessero detto: “Questo Paese è fallito”, e dall’Europa gli avessero risposto: “Ma no, lo sosteniamo noi”. Ed era una bugia. 
Che vuol dire sostenere un Paese? Che quel Paese può vivere indefinitamente di debiti, al di sopra dei suoi mezzi? Assurdo. Che se non potrà pagare pagherà l’Europa, al suo posto? Anche questo è assurdo. Soprattutto visto il livello del nostro debito pubblico. Insomma anche i governanti europei, esattamente come i nostri, hanno “comprato tempo”, hanno rassicurato le Borse ed hanno spazzato la polvere sotto il tappeto. E questo gioco non può continuare all’infinito. Si tratta soltanto di indovinare quando si raggiungerà il punto di rottura.
In questo campo io mi sono sbagliato. Già molti anni fa ho pensato che quel punto era stato raggiunto, ed ho avuto torto. Non nel senso che la situazione fosse diversa da come la vedevo io, ma nel senso che gli altri non la percepivano nello stesso modo. E poiché la percezione pesa spesso di più della realtà, abbiamo tirato avanti. Ma quando si accumulano le cause, l’effetto è inevitabile. Chi si ubriaca ogni giorno non è che si mitridatizzerà, al contrario finirà alcoolizzato. Non c’è scampo.
La nostra recessione è cominciata prima che il Covid-19 ci assestasse la mazzata finale, ma in un momento particolarmente drammatico il governo è riuscito a peggiorare le cose. Ha aumentato il debito di cento miliardi, ed ha speso tutto questo denaro non per impedire che le imprese fallissero, ma per mille maldestre e demagogiche regalie. Nessun sostegno alla produzione di ricchezza, solo sussidi temporanei ai dipendenti. Anche nel momento più difficile gli imprenditori sono rimasti brutti e cattivi.
Si conta troppo sui futuri aiuti dell’Europa. Si parla di 209 miliardi come se dovessero arrivare subito e invece sono spalmati su cinque anni. Inoltre, salvo per una piccola parte, saranno soltanto il permesso di fare ulteriori debiti. Un permesso che ci dovrebbero dare i mercati, non l’Europa. Ma già, tutta la situazione è distorta, falsificata, drogata. Il mondo bara e crede scioccamente di poterlo fare all’infinito.
Naturalmente, se domani cadesse il governo e a dicembre si verificasse il collasso dell’Italia, che direbbe la gente? “Finché c’è stato Conte è andato tutto bene, è arrivato quest’altro e siamo rovinati”. Non sarebbe vero, ovviamente. Le premesse del disastro risalgono a molto tempo fa. Tutti coloro che sono stati al governo hanno accettato di guidare una macchina senza freni. E non hanno nemmeno tentato di ripararla. Ma in questi casi la responsabilità, invece di diminuire, aumenta col tempo. Ecco perché il più colpevole, in questa triste gara, è Giuseppe Conte. Fra l’altro perché ha speso più di tutti, male e nel momento peggiore. Egli deve dunque rimanere al timone finché non mieterà, insieme con la sua maggioranza da Corte dei Miracoli, ciò che ha seminato in questo 2020. 
Già in ottobre avremo i licenziamenti, le chiusure delle imprese e tutto il rosario di disastri che non abbiamo saputo evitare. Non sarebbe giusto biasimare un altro governo che ha appena ereditato la situazione. Una volta o l’altra a qualcuno deve pur risultare impossibile passare ad altri il cerino acceso.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
31 agosto 2020




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POLITICA
31 agosto 2020
RAZZISMO
Era alta, snella, allegra. Avrà avuto diciott’anni, come me, del resto. Partecipava al passeggio di Via Etnea, come tutti, ed io la guardavo incantato. Con i suoi capelli biondi a caschetto e il suo nasino piccolo in mezzo al viso chiaro, sembrava appartenere ad un altro livello sociale, ad un’altra razza, ad un altro mondo. Non ne ero innamorato, forse anche perché la natura ci impedisce di aver voglia di accoppiarci con animali che non appartengono alla nostra specie. Ma era impossibile ignorare un sentimento di invalicabile inferiorità. Ero piccolo di statura, mi consideravo di colorito scuro (mentre non lo ero, l’ho capito dopo), temevo quasi di avere il nasone e i labbroni dei neri (non avevo nemmeno quelli) e insomma ho assaggiato l’inferiorità razziale.
Lasciamo da parte le angosce immaginarie di un ragazzo, certo è che da sempre ho cercato di non chiudere gli occhi sui difetti miei o del mio gruppo. Quando, negli Anni Cinquanta, il Nord Italia guardava al Sud come ad una colonia di selvaggi semi-islamici, io ero pronto a solidarizzare con i polentoni. Quando nei libri percepivo il disprezzo che l’Italia “militare” riscuoteva nell’intera Europa, passavo in rassegna le nostre sconfitte e non pensavo più che i nostri amici d’Oltralpe fossero dei calunniatori. Quando poi consideravo le nostre furbizie (la dichiarazione di guerra alla Francia, nel 1940) e i nostri voltafaccia, mi vergognavo come un ladro, come se fossero colpa mia. 
Il principio, allora come oggi, è sempre lo stesso. Dal momento che tutti tendiamo a vederci migliori di come siamo, e dal momento che tutti siamo pronti a perdonarci qualunque cosa, la regola deve essere quella di vederci peggiori di come siamo e di non perdonarci niente. Chissà che così, contrapponendo un eccesso all’altro, non ci avviciniamo alla verità.
Questo per dire che, come da ragazzo non mi sono meravigliato quando nel Nord mi hanno considerato un selvaggio (e mi è stata risparmiata l’accusa di mafioso soltanto perché non avevo l’età per essere arruolato) oggi non mi meraviglierei se, essendo negro, mi considerassi un individuo di razza inferiore. Ma è la verità?
Domanda difficile. Il fatto che, da negro, io sarei disposto ad accettare la qualifica di inferiore, non dimostra che lo sia. In questo campo non bisogna eccedere né nell’una né nell’altra direzione. Se fossi una donna, per esempio, accetterei senza batter ciglio, ma soltanto fino a nuovo ordine, l’accusa di una minore predisposizione alla composizione musicale. Infatti, mentre le esecutrici valgono sicuramente quanto gli esecutori, e a volte addirittura sembrano incomparabili (pensiamo a geni del pianoforte, come Martha Argerich, del violino, come Anne Sophie Mutter. o del violoncello, come la compianta Jacqueline Du Pré) di compositori donne di cui valga la pena di parlare, neanche l’ombra. E dire che nell’Ottocento tutte le ragazze di buona famiglia hanno studiato pianoforte. Una differenza in positivo o in negativo è sempre possibile. I fondisti del Kenia o dell’Etiopia (credo) hanno sempre fatto strage di medaglie, alle Olimpiadi.
Il caso delle donne ci illumina per quanto riguarda i neri. Soltanto nei Paesi sviluppati, e da non molto tempo, le donne sono relativamente libere e relativamente in rapporto di parità con gli uomini. Quando questa parità si sarà mantenuta per due o tre secoli, si pareggerà la creatività artistica o rimarrà più o meno la stessa di oggi? Chissà.
Sicuro è che un gruppo, anche se non lo è biologicamente, può essere reso inferiore dalle condizioni sociali. I Taliban, in Afghanistan, vietano alle donne di imparare a leggere e scrivere, per non parlare del resto, e così si assicurano l’evidenza della superiorità maschile. Basterebbe vietare la scuola agli uomini e non alle donne, e avremmo ribaltato la superiorità. E così la mia personale negritudine va a cercare altrove la soluzione del problema.
È vero che la polizia americana non raramente è brutale quando procede all’arresto di un ladro. E comunque reagisce selvaggiamente quando il fermato resiste alla forza pubblica. Ma com’è che tanto spesso quel ladro o quel violento è di razza nera? È passato un secolo e mezzo dalla fine della schiavitù, possibile che ancora ci sia una distinzione di economia e di civiltà fra bianchi e neri? O è che i neri, temendo di essere considerati inferiori, sovrareagiscono a qualunque imposizione? E com’è che essi primeggiano nel calcio mentre sono praticamente assenti nella produzione artistica, salvo il jazz?
Temo che, per avere risposte convincenti, anche per i neri bisognerà aspettare qualche secolo. Fino ad ora ne abbiamo soltanto una: il Sud Africa dell’apartheid, socialmente ingiusto, era più prospero e ordinato del Sud Africa dove comandano i neri, e dove oggi essi stanno peggio di come stessero allora. Forse qui bisognerà aspettare anche più di tre secoli.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com
29 agosto 2020




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30 agosto 2020
LA BORSA E IL FUTURO DELLA TESLA
A volte un singolo dato basta a porre un problema epocale. Leggo su “Affaritaliani”: “Un anno fa il valore in Borsa di Tesla era di 221,71 dollari ad azione, oggi il titolo è salito a 2213,40 dollari”. Dieci volte tanto. E l’analista del giornale si chiede: “È una bolla speculativa? Scoppierà, come altre in passato?” Se non può rispondere lui, a questo interrogativo, figurarsi io. Ma mi piace vedere il significato di questa straordinaria quotazione di Borsa. 
Tesla produce auto elettriche. Le auto elettriche costano moltissimo, hanno una scarsa autonomia e richiedono tempi lunghi di ricarica. E questo ne ha grandemente frenato le vendite. In compenso, c’è un consenso universale per decantarne i meriti, lodarne la correctness ecologica, indicarla costantemente non soltanto come l’inevitabile futuro, ma come un futuro estremamente desiderabile. Gli altri fabbricanti di automobili pagano fior di soldoni, per farsi pubblicità, e l’accogliamo con scetticismo; Tesla non ha bisogno di pagare nessuno, perché tutti i media sono impegnati ad esaltare il suo prodotto.  Questo è un fenomeno straordinario, ma non nuovo.
I regimi dittatoriali, disponendo di ogni potere, ne approfittano per ridurre al silenzio qualunque voce critica, mentre tutte le voci autorizzate coprono di lodi chi guida il Paese. Alla lunga, anche se i governanti sono personaggi indiscutibilmente negativi, la propaganda finisce col fare breccia. Come diceva Lenin, “una bugia infinitamente ripetuta prende il posto della verità”. 
E tuttavia questo consenso rimane fragile e rischia di sbriciolarsi se appena un bambino grida che il re è nudo. Dopo settant’anni di indottrinamento, la Russia ha rinnegato per sempre il comunismo senza lasciare un briciolo di nostalgia né nel suo popolo, né in tutti i Paesi in cui, con la violenza totalitaria, ha cercato di imporre il proprio modello. 
La lezione di questi fenomeni è che si può avere un consenso oceanico perché imposto con la forza, si può avere un consenso oceanico perché una certa tesi è di moda (come l’ecologismo spinto) ma il problema vero rimane: quel consenso è fondato sulla realtà o sull’illusione? E se è fondato sull’illusione, quanto tempo ci vuole, perché si dissolva? Nel caso della favola degli abiti nuovi dell’imperatore, il grido del bambino è servito soltanto a indurre la gente a credere piuttosto ai propri occhi che a ciò che le era stato detto e ripetuto. Ma non sempre bastano gli occhi, per riconoscere la verità. Soprattutto quando questa non riguarda il presente ma il futuro.
Un’azione, in Borsa, non vale quanto vale l’impresa di cui rappresenta una particella di capitale, ma quanto ci si aspetta che varrà domani. Infatti se oggi l’azione è quotata cento e si pensa che domani sarà quotata centodieci, mi conviene comprarne altre, per guadagnare dieci ognuna; se viceversa temo che domani sarà quotata novanta, cercherò di disfarmene al più presto. Purtroppo per me, anche gli altri fanno lo stesso ragionamento. Se dunque tutti pensiamo che le azioni di quella società caleranno, e cercano di venderle, con ciò stesso, ne aumentano l’offerta e ne diminuiscono il valore. Così, se quell’azione doveva calare del 10% magari calerà del 20, del 30 o del 90 per cento. E se prima, con le aspettative rosee, era salita troppo, ora, con le previsioni pessimistiche, magari scende troppo. È questo lo scoppio della bolla speculativa.
Se dunque un’azione sale in maniera anormale non significa che la società, da che valeva uno, vale tre, ma che, secondo le previsioni, in futuro farà grandi profitti e distribuirà grandi dividendi. Ecco perché la definizione più banale ma anche più azzeccata della Borsa è: “Il termometro del tempo che farà domani”. E, come con ogni previsione, si rischia di sbagliare. Infatti in Borsa sbagliano anche i grandi analisti e i grandi fondi di investimento. Di sicuro, in quel mondo, c’è soltanto il rischio.  
Il boom borsistico della Tesla non significa che stia avendo chissà che successo commerciale (chi di voi riconoscerebbe una Tesla da lontano?) ma che si presume lo avrà. 
La Borsa è il tempio del denaro e si potrebbe pensare che sia dunque il tempio del realismo. Ma è tutto il contrario. Essa vive di impressioni sul presente e di previsioni per il futuro: due materie fra le più scivolose e pericolose su cui ci si possa imbattere. Dunque la prospettiva che la Tesla sia destinata a chissà quali successi potrebbe effettivamente realizzarsi, come potrebbe non realizzarsi. Sopratutto tenendo conto della mazzata che il Covid-19 ha inferto al mondo intero. 
Fra l’altro, l’automobile moderna è un bene di consumo, ma un bene molto resistente. Se sono ricco e seguo la moda, sarò indotto a cambiare automobile ogni due-tre anni; se sono povero, posso tenermi anche una macchina vecchia di vent’anni “che va ancora bene”. La domanda delle automobili è una domanda flessibile – come si è visto anche  in occasione di questo Coronavirus – e non ci mette niente a calare drammaticamente. 
In conclusione, attenderei ancora un paio d’anni, o magari un lustro, per vedere se effettivamente la Tesla si metterà a vendere auto come panini, invadendo i mercati. O se, stancandosi i media di pubblicare ditirambi su questa “auto del futuro”, la gente si accorgerà che la vecchia Panda a benzina che ha in garage è ancora tutto ciò che le serve. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
30 agosto 2020



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POLITICA
29 agosto 2020
DUE SOLE RIFORME
Un giornale mi ha gentilmente fornito la lista delle raccomandazioni della Commissione all’Italia per la compilazione dei “programmi dettagliati” cui è condizionata la concessione dei miliardi di euro promessi dall’Europa. Ad essere esatti, per la stragrande maggioranza non si tratta di regali, ma di un (pericoloso) permesso di contrarre ancora debiti. 
Le finalità indicate sono le seguenti: “migliorare l’efficienza del sistema giudiziario e il funzionamento della pubblica amministrazione, evitare ritardi nei pagamenti, anticipare i progetti di investimento pubblici maturi, promuovere gli investimenti privati, concentrare gli investimenti sulla transizione verde e digitale,in particolare su una produzione e un uso puliti ed efficienti dell’energia”. La prima tentazione è quella di fare dell’umorismo, al riguardo, ma bisogna trattenersi. Se il malato ha un cancro e qualcuno propone di guarirlo con una limonata, la tentazione di mettersi a ridere è comprensibile, ma chi avrebbe il coraggio di farlo, dinanzi al condannato a morte?
L’ampiezza del programma proposto rende tuttavia inevitabile un tranquillo sarcasmo. Infatti questa rivoluzione è del tutto  impossibile da realizzare. Per cominciare, anche se i famosi duecento e passa miliardi sembrano il Pozzo di San Patrizio, l’esperienza insegna che non bisogna mai illudersi, sulla propria ricchezza. È perché i figli dei ricchi considerano il patrimonio familiare inesauribile che non raramente si riducono in miseria. Sono convinto che se dei competenti si mettessero a pianificare tutte quelle riforme, specificando per ognuna il costo, si andrebbe molto oltre i duecento miliardi. Dunque, calma e gesso.
L’Italia non può realizzare d’un sol colpo tutte queste riforme, forse nessun Paese lo potrebbe. Non con questi fondi,. E soprattutto perché di riformarsi è sostanzialmente incapace, come dimostrano i decenni di storia passata. Nemmeno quando si tratta di riforme non costose, come quella della giustizia. Perciò figurarsi se mai potrebbe essere capace di una palingenesi, che dico, di una risurrezione come quella delineata a Bruxelles. 
E tutto ciò corrisponde a dire che l’Europa non è seria. Perché se quelle riforme le volesse seriamente, saprebbe anche di averci posto una condizione impossibile. E dunque la promessa dei nuovi crediti sarebbe fasulla. La seconda ipotesi è che l’Europa abbia formulato quella linea di programma sapendo che non era da prendere alla lettera, e allora non sarebbe seria neanche per questo verso. Sarebbe come qualcuno che parla con la faccia severa e nel frattempo ci strizza l’occhio: “Lo sai che dico queste cose per la galleria, tu non te ne curare”.
Un’Unione in cui imperasse il buon senso si sarebbe accontentata di molto meno, ma quel “molto meno” l’avrebbe effettivamente preteso. Ad esempio, due sole riforme, ma a tamburo battente: quella della giustizia e la totale liberalizzazione del mercato del lavoro. Niente contratti nazionali, libertà di contrattazione delle paghe, libertà di assunzione e licenziamento, snellimento della burocrazia riguardante le imprese e il lavoro. Nessuno dica che questi programmi sono troppo ambiziosi, perché la lista stilata dalla Commissione Europea è molto più lunga della mia. 
Queste due riforme tenderebbero in sostanza a rilanciare il lavoro e la produzione di ricchezza. ¿Qualcuno temerebbe che, liberalizzando i salari, le imprese ne approfitterebbero per strangolare i lavoratori? Ammettiamo che sia così. Le imprese assumono a gogò, perché il lavoro costa poco ed eventualmente si possono licenziare i lavoratori in soprannumero. Così si ingrassano a spese dei dipendenti. Ma la pacchia è di breve durata. Se il mercato assume i disoccupati, seppure pagandoli poco, presto i disoccupati finiranno, e i datori di lavoro dovranno offrire di più, ai dipendenti, se vogliono sottrarli ai concorrenti. Fatalmente arriva il momento in cui il sistema si riequilibra. E il lavoro è rimunerato quanto effettivamente vale, dal punto di vista economico. 
Se in Italia esiste il lavoro nero, è perché il lavoro ufficiale è “sovrappagato”, mentre il lavoro nero (accettato da chi ha veramente bisogno) è “sottopagato”. Ciò significa che, se l’operaio legale è pagato 1.500€ al mese, e quello in nero 600€, probabilmente il salario equo sarà intorno ai 1.000€. Se a qualcuno la sola idea sembra sacrilega, gli segnalo che ognuno ha la sua idea del sacrilegio. Io trovo sacrilega la disparità tra uno che incassa 1.500€ al mese, e un altro che ne incassa 600, per lo stesso lavoro.
Ma tutto questo è un gioco intellettuale. Se conosco il mio Paese, l’Italia non realizzerà né il libro dei sogni della Commissione Europea né le due riforme suggerite da me. Per questo le ho accuratamente scritte sull’acqua.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
29. agosto 2020



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POLITICA
26 agosto 2020
LA SCUOLA, NEL TEMPO E NELL'ATTUALITA'
La scuola è un’istituzione necessaria ma pressoché insopportabile. Ecco alcuni dei suoi difetti. Gli alunni, nel carcere del banco, si sentono oggetto di un’ingiustizia, perpetrata dai genitori in combutta con l’intera società. E infatti studiano perché minacciati e costretti, il che falsa l’intera faccenda. Finite le scuole elementari bisognerebbe porre ai ragazzi l’alternativa: scuola o duro lavoro manuale per otto ore al giorno, cominciando dall’estate che segue la licenza elementare. Perché è questa l’alternativa della realtà. Quella che i ragazzi hanno avuto per innumerevoli secoli e che oggi non immaginano neppure. Così capirebbero che studiare è un privilegio, non una condanna. 
La scuola è un’istituzione costosa e dunque deve essere al servizio di chi la sostiene economicamente. Le scuole religiose di un tempo imponevano la storia e il latino, ma anche la frequenza alla messa e lo studio della religione. Nello stesso modo, la scuola laica non è neutrale: insegna e impone la mentalità corrente, con i suoi tabù, i suoi idoli, i suoi pregiudizi, i suoi conformismi, le sue falsificazioni storiche. Il pensiero libero nelle aule annaspa, quando non soffoca. Ma forse a ciò non c’è rimedio. La società può soltanto scegliere quale Moloch adorare, perché il pensiero libero non si insegna. Forse è Nietzsche che ha scritto: “Se vuoi seguirmi sèguiti”. E chissà quanti capirebbero questo consiglio.
La scuola non è all’immagine dell’io della società, ma all’immagine del suo superio. Non di come essa è, ma di come essa vorrebbe essere o, peggio, di come vorrebbe dare a bere di essere. Dunque tutto è in chiave di ideali, di amore della cultura, di onestà, di solidarietà, di generosità, perfino. Così essa è buonista, benedicente, giulebbosa e suona falsa da un capo all’altro. Io stupivo i ragazzi quando li ringraziavo di avere scioperato, il giorno prima: “Mi avete risparmiato un giorno di lavoro e lo Stato mi ha pagato lo stesso”. I ragazzi si stupivano di incontrare la piana verità, quella che si cerca di tenere lontana dal sacro nome di “scuola”. Forse il più grave difetto della scuola è quello di essere ammalata di retorica fino agli occhi. Come dimenticare, in questo senso, la lezione di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”?
Questa è la scuola eterna, quella che – nel suo mondo ovattato e artificiale – può rimanere immutata per decenni. Quella che sforna giovani disorientati che devono ancora imparare tutto del mondo. Ma la scuola attuale sta aggiungendo al quadro un fenomeno raro: quello di un’istituzione che inciampa nei suoi propri difetti. 
Poiché c’è stata e c’è una pandemia, la politica non ha potuto che riempirsi la bocca di ogni forma di retorica. La scuola è necessaria e imprescindibile, anche se è stato possibile prescinderne da marzo. Ma è anche necessario e imprescindibile che essa sia un luogo sicuro, in cui nessuno si ammalerà per averlo frequentato o per averlo raggiunto con lo “scuolabus”. Un veicolo del tutto ignoto alla mia fanciullezza. 
E così ci si è formalmente impegnati all’impossibile. Il distanziamento sociale, per cominciare, rimanendo a chiedersi come si possano distanziare le pareti delle aule. Poi si è parlato di sostituire tutti i banchi, senza chiedersi quanto costerà e quanto tempo ci vorrà per averli. Infine, non si è pensato che, se gli alunni devono stare lontani gli uni dagli altri, ogni classe di trenta alunni ne figlierà due di quindici, col conseguente raddoppio dei docenti. E dove trovarli? E come pagarli? Del resto, lo stesso problema si pone per gli scuolabus: dimezzare la capienza significa raddoppiare i mezzi. E poi, mascherine sì, mascherine no, anche per i pargoli? Ed eventualmente, come sanzionare gli indisciplinati? E che spazio dare all’insegnamento a distanza? E come organizzarlo? E funzionerebbe?  Mille problemi indotti dalla perfezione che si è imprudentemente promessa, in un giro infernale di contraddizioni e impossibilità. Forse bastava dire: “Ragazzi, faremo il possibile, ma la vita è un rischio”.
La retorica scolastica ha incontrato la realtà e non si sono piaciute.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  



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POLITICA
25 agosto 2020
I GONZI DEL PD
C’è qualche frase che rivela a colpo sicuro il cretino, come il lampo annuncia il tuono? Sì, c’è. Basta che qualcuno dica: “Ha lottato contro il cancro ed ha vinto”. Perché questa frase, se non fosse l’epitome dell’inescusabile stupidità, significherebbe che chi è morto di cancro non ha voluto curarsi e non ha lottato. Se i fantasmi esistessero, alcuni di loro avrebbero il pieno diritto di andare a terrorizzare l’idiota militante, di notte.
E tuttavia bisogna chiedersi che cosa possa spingere un giornalista distratto e conformista a ripetere quell’inammissibile stereotipo. Forse ciò che dà lunga vita a certe illusioni è il bisogno che abbiamo di una speranza, di un miracolo. Il padre di un giovane defunto che in chiesa dice “Egli ci guarda da lassù”, la madre che gli si rivolge parlandogli a voce alta come se potesse sentirla, dicono sciocchezze, ma chi avrebbe il coraggio di rimproverarli? È chiaro, negano la realtà irrimediabile. Preferiscono ciò che sperano a ciò che hanno sotto gli occhi.
Benché l’umanità abbia fatto tanti progressi, benché si sia arrivati ad una scienza raffinata e comprovata, resiste nell’animo dei più la magia delle parole. Quando la cartomante, quando il “mago” dicono al cliente: “Lei guarirà di questa malattia e starà meglio di prima”, il cliente imbecille esce più rassicurato e paga volentieri la truffa. La promessa è soltanto una frase, ma molti la prendono per realtà. “Me l’ha promesso”, dicono, come se avessero già in tasca il regalo. E non si può dimenticare quante carriere politiche di successo, ed anche quanti governi, si sono ottenuti con magnifiche promesse. Certo, se poi le promesse non sono state mantenuta, è stato per colpa del destino o perché si è scoperto che il denaro non cresce sugli alberi.
Che l’umanità in generale si lasci ingannare dalle promesse, è una triste realtà, ma che si lascino ingannare dalle promesse i professionisti delle promesse fasulle, cioè gli stessi politici, sembra inverosimile. E tuttavia avviene. Ovviamente è necessario che le vittime siano dei perfetti cretini, come alcuni dirigenti del Partito Democratico attuale. Comunque avviene. 
Mesi fa il ministro Alfonso Bonafede, per conto del M5s, chiedeva il voto sull’abolizione della prescrizione nel processo penale. La riforma era (ed è) una tale eresia giuridica, in un Paese civile, che si è avuta una unanime levata di scudi, cui il ministro Bonafede ha risposto promettendo una riforma del processo penale che l’avrebbe talmente accelerato, da rendere inoperanti i possibili guasti di quell’abolizione. E il Pd, in nome di quella promessa ha votato la legge. Poi sono passati i mesi e il M5s non ha mantenuto la parola. Colpa dei “grillini”? No, colpa del Pd. Contrariamente a quanto la gente semplice e il Pd pensano, la legge non tutela dalle truffe evidenti. Se il truffatore mette in atto “artifici e raggiri”, come si esprime il codice, tali da ingannare una persona normale, e viene scoperto, paga pegno. Ma se riesce a vendere dieci ettari di Luna, un chilo d’oro contenuto a Fort Knox o altri incredibili benefici, la legge si volta dall’altra parte. Così ci si può chiedere come abbia potuto il Pd credere alla promessa dei Cinque Stelle. 
E che siamo di fronte a perfetti ingenui possiamo vederlo anche da un’altra circostanza. Il truffatore normale, fatto il colpo, cerca di sparire dagli schermi radar, ma stavolta è rimasto al suo posto, offrendo il fianco ad una risposta del truffato. Il Pd, tre mesi dopo la promessa, dopo aver fatto nascere il governo Conte 2, avrebbe potuto (e dovuto) dire: “Ed ora i provvedimenti promessi o cade il governo”. Non l’ha fatto e dunque ha avallato la truffa.
E non si tratta di un’eccezione. La tendenza degli incapaci (nel senso in cui li intende l’art.643 del C.p.) a farsi imbrogliare a ripetizione, il Pd l’ha dimostrata per quanto riguarda il taglio dei parlamentari. Lo ha concesso (votando sì dopo avere già votato tre volte no) sulla base di una promessa di riforma di parecchi istituti e di una nuova legge elettorale, per non rendere quel provvedimento assolutamente nocivo. Ora siamo a un mese del referendum e il M5s si appresta ad incassare una legge da esibire come un trofeo ai propri (residui) elettori senza nulla aver concesso in cambio. E il Pd che fa? Protesta. Protesta e chiede che si approvi la nuova legge elettorale (in meno di un mese, quando di solito non ci si è riusciti malgrado anni di logomachie?) almeno in una delle due camere. Scherza? In modo che poi il M5s possa affosarla nell’altra? Ma già, prometterebbe di non farlo.
Non ho mai votato per il Pci e nemmeno per i partiti suoi successori. Ma se mai l’avessi fatto, non lo farei più. Potrei votare per un partito di cinici ma efficienti liberticidi, non posso votare per un partito di pecore imbelli. Al macello, se voglio, posso andarci da solo. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  



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POLITICA
24 agosto 2020
LA PERCEZIONE DELLA REALTA'
Leggiamo sui giornali che i contagi del Covid-19 sono ripresi alla grande, in Italia e altrove. Non si muore più tanto facilmente come prima, perché il virus è più noto e lo si combatte meglio: ma ciò non significa affatto che sia sparito e che prenderlo sul serio sia semplice allarmismo. La notizia che di Covid è morta una bambina di cinque anni, anche a me che non stravedo per i bambini, ha dato un sincero dispiacere. E mi basterebbe questo per raccomandare a tutti di non essere superficiali. Anche a non temere il virus personalmente, lo si faccia per gli altri. Soprattutto per i più deboli.
Ma la ripresa dei contagi e del numero dei malati può servire da insegnamento generale. Nel momento in cui sullo schermo del televisore sfilavano gli autocarri militari carichi di bare, sul virus nessuno aveva voglia di scherzare. Poi i politici e i giornali si sono riempiti la bocca di lodi per la maturità e lo spirito civico degli italiani, cioè per il modo come hanno attuato la quarantena senza uscire di casa, dimenticando che le parole civismo e paura, anche se possono occasionalmente condurre allo stesso comportamento, non sono sinonimi. 
Ma così come la paura ha condotto ad un atteggiamento di prudenza, la sensazione che il peggio fosse passato ha indotto ad un comportamento spensierato. Tutti si sono convinti che il virus stesse battendo in ritirata e che le raccomandazioni in materia di igiene e mascherine fossero un eccesso di scrupolo. E naturalmente ne è seguita l’attuale esplosione dei sondaggi. 
Questo ci insegna che le nostre “sensazioni” sono tutt’altro che uno strumento di misura accurato.  Forse non bisognerebbe mai dire: “Fa caldo” ma soltanto: “Ho caldo”. Solo il termometro può dire: “Fa caldo”. E nello stesso modo, quando c’è un’epidemia, bisogna dar retta agli scienziati. È inutile star lì a fare i furbi, a rivedergli le bucce, a sottolineare con compiacimento che c’è un punto marginale in cui si contraddicono. E infatti, per quanto riguarda la possibilità di una ripresa dell’epidemia c’è stata l’unanimità. Né val la pena di citare un medico che neppure crede all’esistenza del virus: volete che non ci sia un matto almeno ogni cento, anche fra i medici? 
L’occasione è opportuna per parlare di mestieri e situazioni esistenziali che favoriscono, o no, la salute mentale . Un paio di giorni fa il bollitore del tè, mentre riscaldava l’acqua, si è spento. Come fosse mancata la corrente. Può succedere. Ma per prudenza sono andato a guardare il quadro elettrico, e il salvavita aveva staccato la corrente. Anche a riattaccarla, si staccava di nuovo. Dunque, senza che io toccassi nulla, si era verificato un corto circuito. Da prima ho pensato alla prolunga, ma era a posto. Poi ho dato la colpa ad una presa multipla, ma anch’essa era innocente. Insomma ci ho messo un paio d’ore, ad uscirmene. Senza poter dare la colpa a nessuno, senza che nessuno mi avesse fatto dei dispetti, senza che ci fosse nulla di veramente misterioso, salvo che per un incompetente come me. 
E questo mi ha fatto pensare. Dalla realtà l’elettricista riceve una risposta che prescinde totalmente dalla sua buona volontà, dalle sue teorie, dai suoi sforzi e da quanto è pagato. Se trova il guasto bene, se non lo trova, per quanto possa costargli, sono affari suoi. Il sistema elettrico non si commuove e tutto ciò è estremamente morale. La risposta della realtà non è mai ingiusta. Se la soluzione di un problema gli risulta particolarmente difficile, significa che lui non è particolarmente qualificato. L’impianto non ha scelto quel guasto per fargli un dispetto. Esattamente come il virus non rallenta e non accelera per farci piacere o dispiacere.
Ora prendiamo il lavoro dell’avvocato. Anche per lui c’è la variabile della competenza, ma nel suo caso c’è anche la simmetrica variabile della competenza del giudice. Già questo dà quattro combinazioni, senza che il cliente possa sapere quale di esse si è verificata. Come non bastasse, il giudicante può essere “morale” e distorcere il dettato della legge per applicare una giustizia superiore. Purtroppo superiore come la concepisce lui, non certo la legge o il malcapitato che subisce la sentenza.
E così arriviamo ai mestieri più “fuorvianti” in assoluto, nel senso che la realtà non insegna nulla a chi li pratica. L’insegnante, per esempio, non ha controllori e non ha la verifica del risultato. Nessuno misura quanto abbia insegnato ai suoi alunni. Ché anzi, se insegna molto, ma all’occasione boccia, sarà considerato cattivo, mentre se non insegna nulla e promuove tutti sarà considerato buono. E potrà crederlo persino lui, dal momento che nessuno mai lo contraddice.
In questo campo il mestiere più pericoloso è quello del giudice o forse, al sommo della piramide, quello del Pubblico Ministero. Costui ha l’intera polizia ai suoi ordini, può gettare in galera chiunque, senza un giudizio, e tenercelo per mesi o anni, e nessuno lo bacchetterà mai. Comunque tutti i giudici si reputano infallibili, e non badano nemmeno alla quantità di loro sentenze che sono modificate o addirittura ribaltate in appello. La conclusione è che se un elettricista è malato di mente lo è malgrado il lavoro che fa, mentre un giudice malato di mente è uno che non ha resistito alla patologia indotta dal suo lavoro. Tutta la sua vita gli ripete  giorno per giorno che non sbaglia mai, come potrebbe rimanere equilibrato? Al trionfatore romano che sfilava sul cocchio qualcuno ripeteva all’orecchio: “Ricordati che devi morire”. E invece temo che se qualcuno si azzardasse a dire una cosa simile in giudizio, si vedrebbe condannare per oltraggio a magistrato in udienza (art.343 C.p.).
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  



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POLITICA
22 agosto 2020
ORSINI E L'ART.11 DELLA COSTITUZIONE
Alessandro Orsini, con un buon articolo(1) sul Messaggero del 21 agosto, ci prospetta la formazione di un’alleanza militare di Francia, Grecia, Egitto, Israele e Cipro contro Erdogan. E ci dimostra che, malgrado la nostra antipatia per il  quasi-dittatore turco, non dobbiamo allinearci con quell’iniziativa. Il nostro interesse è per il mantenimento della pace e le antipatie devono cedere il passo al senso del reale. Sostiene inoltre Orsini che l'Italia non può partecipare alle guerre 1. per un divieto costituzionale; 2. perché non può vendere armi ai Paesi in stato di conflitto armato (legge del 1990); e 3. per il peso della Chiesa Cattolica che abbiamo in casa. Dunque l’Italia “niente può fare per loro quando parlano i fucili”. 
 Stimo Orsini e sono lieto di aver letto il suo articolo. Nondimeno ho una perplessità. Se l’Italia, a causa delle leggi che si è date, è militarmente paralizzata, che senso ha consigliarle questa o quella politica estera? 
La politica estera si svolge di solito a base di incontri, di trattati, di diplomazia ma, in fin dei conti (diceva Klausewitz, non l’ultimo venuto) tutto segue i rapporti di forza. È come per le  transazioni economiche che si svolgono con assegni, bonifici e scritture contabili, ma il valore sottostante a tutti questi mezzi di pagamento rimane il contante, Nello stesso modo, il valore sottostante a tutta la politica internazionale  è la guerra. Tacitamente tenuta presente, minacciata o attuale, ma sempre la guerra.  Se si sa in anticipo chi, eventualmente, la vincerebbe, si sa anche in che chiave si svolgeranno le discussioni. I vignettisti hanno reso “visivo” questo principio, disegnando due uomini che discutono, ma uno dei due ha posato sul tavolo la sua pistola. Ecco perché un Paese che si vieti la guerra, come abbiamo fatto noi con l’art.11 della Costituzione, è come se si fosse vietata la politica internazionale. E del resto i risultati si vedono.
Dunque a che scopo discutere della posizione che l’Italia dovrebbe assumere, nel caso di una tensione – al limite militare – nel Mediterraneo Orientale se, in fin dei conti, tutti sanno che in ogni caso non muoveremo un dito? Che l’Italia “niente può fare quando parlano i fucili”?
Né meno stupida è la legge del 1990 che ci vieta di vendere armi ai Paesi che intendono usarle. Sarebbe come pretendere di vendere ombrelli a patto che i compratori non li aprano se piove. Noi ci dichiariamo pronti a vendere armi soltanto a chi non ne ha bisogno. Sai che affari faremo. Questa legge, oltre che dannosa per la nostra economia, è anche stupida: perché, se vogliono fare una guerra, quei Paesi le armi le compreranno altrove e noi avremo un effetto collaterale negativo. Se produciamo molte armi, abbiamo economie di scala e profitti che possono finanziarie la ricerca; viceversa, se non ne vendiamo, e non abbiamo soldi per investirli nella ricerca, rimarremo sempre indietro nella tecnologia militare. Mussolini ci voleva un popolo di guerrieri, ed era una cretinata. Ma se la Repubblica attuale ci vuole agnelli in un mondo di lupi, è una simmetrica cretinata. 
Allego, per chi volesse rileggerlo, quanto scrivevo nel 2012 sull’art.11 della Costituzione.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/intranetarticle?art=510243920_20200821_14004&section=view&idIntranet=212 
Cap. V
L’art.11 - contemporaneamente uno dei più importanti e uno dei più discutibili - recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Il principio è ottimo: purtroppo nessuno Stato ha mai confessato d’aver dato inizio ad una guerra d’aggressione. Roma conquistò un immenso Impero “per difendersi”, per avere un altro Stato cuscinetto che allontanasse la minaccia successiva. E niente di diverso ha fatto la Russia, soprattutto perché priva di confini naturali. Perfino Hitler - un vero aggressore, se mai ce n’è stato uno - si aggrappò al concetto di Lebensraum, spazio vitale: insomma attaccò la Cecoslovacchia e la Polonia per sopravvivere. E neanche l’Italia può pretendersi innocente: recentemente ha bombardato la Serbia – che certo non ci aveva attaccato – ed ha contribuito all’aggressione alla Libia di Gheddafi.
Per questa parte la formulazione dell’art.11 è dunque inutile. Se l’Italia sarà pacifica, non aggredirà mai nessuno; e se aggressiva volesse essere, come è già accaduto più volte, direbbe che quella non è una guerra d’aggressione. È un’operazione di polizia. I nostri militari compiono “missioni di pace”. Sono armati, certo, ma poco. Sparano, ma a malincuore. 
Fra l’altro fa sorridere la precisazione secondo cui l’Italia ripudia la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. Ohibò, e a chi mai potrebbe venire in mente una simile idea? Nei secoli, la guerra è servita a procurarsi delle risorse, ad allargare i propri confini, ad eliminare una minaccia, a moltissimi scopi, ma mai a perseguire uno scopo teorico ed inutile come quello di offendere la libertà altrui. Chi deciderebbe di far morire alcune migliaia dei propri soldati pur di andare a dar fastidio ad un altro popolo? 
La rinuncia alla guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” non è meno discutibile. Cercare di evitare i conflitti mediante negoziati è cosa giustissima. Ma si potrebbe essere sicuri di evitarli soltanto se si potesse essere certi che la trattativa avrà successo, sempre e comunque. Così non è. Per giunta, se realmente l’Italia contasse di non ricorrere in nessun caso alle armi, sarebbe soccombente in ogni negoziato proprio perché la controparte saprebbe in anticipo che, in caso di rottura, l’Italia cederebbe. Anche se noi poi potremmo virtuosamente organizzare col nostro esercito, con la nostra flotta e con la nostra aviazione un’operazione di mantenimento della pace tendente allo sterminio dell’intero esercito che ci attacca. 
La formulazione dell’art.11, a forza di strafare, potrebbe persino essere controproducente. L’Italia potrebbe cercare di annettersi Malta giustificandosi col dire che non lo fa né per risolvere una controversia internazionale né per offendere la libertà di un altro popolo ma solo perché la conquista sarebbe strategicamente utile. Non violerebbe l’art.11, che non ha vietato l’utilità strategica.
Il resto dell’articolo ipotizza una polizia internazionale capace di assicurare la pace. Ma questa polizia internazionale non esiste. L’Onu non ha un esercito. E quando questo esercito si trova, è perché qualcuno ha interesse ad offrirlo. Se gli Stati Uniti non avessero voluto contenere l’espansionismo comunista, chi avrebbe impedito alla Corea del Nord di annettersi la Corea del Sud? 
Nella realtà chi ci assicura che il Palazzo di Vetro sia infallibile? Un esercito dell’Onu potrebbe essere disponibile quando la causa è ingiusta e non essere disponibile quando la causa è giusta. Siamo sicuri che intervenire in una guerra civile, come ha fatto la Nato in Libia, parteggiando per una delle fazioni,  sia conforme agli ideali pacifisti delle Nazioni Unite? 
L’Onu, d’altra parte, è tutt’altro che un modello di giustizia e imparzialità. Da decenni quella nobile organizzazione rivede le bucce del comportamento di Israele per dare soddisfazione alla “maggioranza automatica” (notoriamente composta da nazioni antidemocratiche) e chiude gli occhi sulle aggressioni mortali subite da quel piccolo Paese. Che per fortuna sua non ha ripudiato la guerra. 
Questo altisonante e vuoto principio, se applicato, corrisponderebbe alla castrazione di qualunque Paese. Infatti all’occasione i nostri governanti, incluso Massimo D’Alema, hanno fatto ricorso a contorsioni verbali e non ne hanno tenuto conto. 
Se la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali (Clemenceau) figurarsi se se ne può delegare la decisione a chi ha creduto di esorcizzarla con le parole. 
Gianni Pardo




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POLITICA
21 agosto 2020
TRUMP O BIDEN
Predire il futuro è un pessimo affare. Non soltanto si tratta di una cosa impossibile, ma neppure il mito è ottimista. Il mestiere non ha portato bene a Laocoonte, a Cassandra e a Tiresia. Tuttavia, se si è curiosi, se non si hanno grandi pretese, e se si gioca col futuro come un cane con un elefante, allora ci si può chiedere come andranno a finire certe vicende. Per esempio chi – salvo imprevisti – sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Una volta Alistair Cooke, il grande giornalista, disse che “sei mesi, in politica, sono un’eternità”, e dalle elezioni di  novembre ci separano appena due mesi e mezzo. Dunque qualcosa di meno di un’eternità. E tuttavia, meglio non azzardare previsioni. Le indagini demoscopiche danno Joe Biden in leggero vantaggio, ma questo non significa niente. Vedremo.
Tuttavia, mentre i politologi e i giornalisti possono scrivere migliaia di parole ben documentate, chissà quanti elettori voteranno per l’uno o per l’altro per i motivi più incongrui. Per esempio a favore o contro Donald Trump per il semplice fatto che è ricco. O contro Biden soltanto perché è anziano. E magari a favore di Trump solo perché non ha come Vice Presidente una donna, e per giunta nera. Chissà. 
Per me, la cosa divertente è che mi trovo nella condizione dell’americano ignorante e per questo posso parlare di “trivialities”, più delle immagini che delle parole e – Dio liberi – dei concetti e dei programmi. Come farebbe un americano ignorante.
In generale c’è qualcosa che opera a favore di Trump ed è che si presenta come vincente. Gli americani non amano i bulli, che infatti alla fine, nei western, pigliano sempre botte e pallottole: ma il protagonista, pur essendo in sostanza un uomo di pace, di fatto è anche quello che spara prima e meglio degli altri, che uccide e non è ucciso. Vincente come Ronald Reagan, non mite come Jimmy Carter. 
Per Biden, a parte il fatto che non è caratterizzato (se mandassero sul podio un altro gentiluomo anziano, forse gli elettori non si renderebbero conto che non è Joe Biden) il primo punto a suo sfavore è quello di apparire vecchio, fragile, beneducato. Uno che bisogna difendere più di quanto non possa, lui, difendere gli altri.
Altro suo punto negativo è che chi dovrebbe aiutarlo forse lo danneggia. I personaggi che dovrebbero costituire i suoi grandi sponsor sono sfocati e per così dire oltre la data di scadenza. I Clinton, per esempio, sembrano sopravviversi. E non è che Hillary Clinton quattro anni dopo sia diventata simpatica. Neanche gli Obama sono un riferimento positivo. Michelle è sempre – per come la vedo io – la stessa cavallona ingombrante e Obama è quello di “we could, but we didn’t””. È quello del flop delle primavere arabe. È quello delle parole vuote, dei buoni sentimenti e degli scarsi risultati. Tutto chiacchiere e distintivo.
Insomma, sempre da americano ignorante dico che, mentre Trump è in buona salute, più grasso che magro, aggressivo, ricco, vincente e sicuro di sé (oltre ad avere accanto un super-splendore di donna) l’immagine dei democratici sembra quella di un gruppo che ha perduto l’autobus con cui andare nel ristorante di lusso e ora si consola in pizzeria.
Argomenti futili di cui ci si dovrebbe vergognare. E me ne vergogno anch’io. Ma la grande massa degli americani è così serenamente ignorante che mi chiedo fino a che punto ascolti le parole e non si basi piuttosto sulle impressioni, sui gesti, sulle facce. Infatti ha potuto lasciarsi incantare da uno slogan assurdo, reboante e vuoto come “Yes, we can”. Che avrebbe senso soltanto se significasse “noi inscatoliamo”.
Proprio non so chi vincerà le elezioni americane. Soprattutto non so chi merita di vincerle. Ma una cosa è certa, meglio andarci piano, con le previsioni infauste, soprattutto  quando si tratta di Trump. Chi lo dava vincente, quattro anni fa?
Fra l’altro, sempre da americano ignorante, mi direi: “Può darsi che Trump sia una disgrazia, per l’America, ma come saperlo, quando ha contro tutti i giornali, tutti gli intellettuali e tutte le sinistre del mondo?” In Italia si fa a gara per dirne male, come se, convincendo gli italiani che Trump è un pessimo Presidente, con ciò aiutassimo l’elezione di Biden. Del resto, da che pulpito. Qui diciamo che Trump è un superficiale e un ignorante, e poi votiamo per i Cinque Stelle. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
21 agosto 2020



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POLITICA
20 agosto 2020
BRUXELLES FA SUL SERIO?
Se la vostra auto non si mette in moto, che cosa bisogna fare perché il motore giri a dovere, e che cosa bisogna fare perché continui ad essere guasta? Per ottenere il primo risultato, bisogna trovare un meccanico: per ottenere il secondo, basterà affidarla al primo che passa, o metterci le mani noi, dando qualche martellata qui e là. La soluzione giusta è unica, gli errori sono infiniti. E basta anche non far nulla, perché l’automobile rimanga guasta. Tutto ciò spiega perché il pessimismo sia più giustificato dell’ottimismo. Risolvere un problema è difficile, mentre sbagliare è facilissimo. 
Almeno dal 2008 l’Italia è in una profonda crisi economica. Ha una crescita insignificante, a volte negativa, e un debito pubblico mostruoso. Economicamente, invece di andare avanti, siamo regrediti a venti anni fa. Infine il Covid-19 ci ha dato una mazzata e il governo ha solo saputo spendere cento miliardi senza aiutare la ripresa. E non può continuare a spendere in deficit. Per giunta, gli introiti dell’erario calano drammaticamente e così tutti si chiedono che cosa si conta di fare per uscire dallo stallo. 
Giuseppe Conte non è l’uomo della provvidenza ma  bisogna dargli atto che statisti ben più grandi di lui si metterebbero le mani nei capelli. Lui invece – asini e bambini, il Ciel li aiuta, dice un proverbio – non si rende conto della situazione, è felice di credersi una persona importante e naviga a vista. Cerca soltanto di guadagnare qualche giorno ancora e spera che i problemi si risolvano da sé. Che l’automobile guasta si rimetta in moto da sola, mentre leggiamo il giornale. 
Su questa situazione si innesta un problema gravissimo. Teoricamente - dico teoricamente perché non mi fido della parola di nessuno - per ottenere i fondi promessi dall’Unione, l’Italia dovrebbe inviare a Bruxelles entro la metà di ottobre un piano generale di spesa. Un piano che specifichi molto esattamente che cosa l’Italia intende fare con i soldi che riceverà. Infatti l’erogazione di quelle somme è teoricamente (vedi sopra) condizionata dall’approvazione dei piani particolareggiati delle singole riforme. E tutto questo è di una difficoltà inaudita. Infatti, ogni volta che si parla di riforme i vari partiti desiderano cose diverse, per non dire che si toccano interessi consolidati. Dunque differenze d’opinione, suscitando durissime resistenze. Il risultato, fino ad oggi, è che di riforme si è sempre parlato, ma quanto a realizzarle, siamo rimasti ai conati o a “fare la mossa”. Per giunta, quando si è  riformato seriamente qualcosa, come l’immunità parlamentare, nel 1993, si sono combinati disastri. In questo caso asservendo la politica alla magistratura. 
Formulare le linee generali delle riforme è un’impresa proibitiva, tanto che, per non sapere né leggere né scrivere, il governo ancora nemmeno ci ha posto mano. Soprattutto tenendo presente che a Bruxelles hanno specificato che non si accontenteranno di dichiarazioni vaghe e retoriche.
In questo quadro si inserisce ancora un episodio dell’inguaribile “irrealismo” italiano. Quando qualcosa ci dà fastidio (come la disfatta nella Seconda Guerra Mondiale) noi l’espungiamo  dalla realtà non parlandone. Oggi, rimuovendo tutte le condizioni che ci sono state imposte per i prestiti, diamo le somme di cui si parla - oltre duecento miliardi - per certe, per incontestabili, per acquisite. Sì, ci hanno chiesto delle riforme ma, si sa, parlano tanto per parlare. Per la maggior parte dei politici l’ottenimento di quelle somme fa parte del passato, non del futuro. 
Ed ecco arriviamo al punto. Teoricamente – teoricamente – fino ad ora ci siamo preclusi i soldi del Next Generation Ue. Ma può darsi che Conte e tutti gli altri abbiano puntato su un altro cavallo. Al governo forse reputano che se l’Unione ci ha promesso quei fondi non è perché pensa che faremo quanto richiesto, in materia di riforme, ma esclusivamente perché Bruxelles teme il fallimento dell’Italia e le sue conseguenze sull’intera Unione. Dunque possiamo non presentare il documento ad ottobre, possiamo presentarlo scrivendoci sopra quattro stupidaggini retoriche, perché tanto, al di là delle Alpi dovranno comunque calare le corna, e darci “i nostri soldi”. Nel loro stesso interesse.
Hanno ragione, hanno torto? Stanno giocando col fuoco o stanno giocando sul sicuro? Non dimentichiamo che alcuni Stati hanno accettato il piano di finanziamento dei Paesi in difficoltà con estrema riluttanza (obtorto collo, si sarebbe detto quando in Italia si studiava ancora latino) ed hanno conservato il diritto di dire di no, se gli impegni non saranno seri. O non saranno eseguiti a puntino. Ed ecco l’interrogativo: la prossima volta prevarranno la Germania e la Francia, o Paesi come l’Olanda e L’Austria si metteranno seriamente di traverso, lasciandoci a becco asciutto? Loro che, dal punto di vista della lealtà e della moralità, ci considerano poco al di sopra di Jack the Ripper?
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
20 agosto 2020




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POLITICA
19 agosto 2020
DRAGHI E IL DEBITO
Mario Draghi, nel panorama, è un‘eccezione. Non solo è universalmente stimato in Italia, ma è anche noto e stimato all’estero. Ricordo un importante economista francese, intervistato dalla televisione del suo Paese, che lo definitiva molto competente e furbissimo, “brillantissime”, diceva anzi per ridere. cioè capace di circuire anche coloro che si credono più scaltri. Comunque, Draghi è veramente qualcuno. Stamani una rassegna stampa, per dimostrarne la grandezza, sosteneva che sono indimenticabili coloro che creano nuove parole, e Draghi fa parte di questa schiera con due espressioni: “Whatever it takes”, di quasi dieci anni fa, ed ora distinguendo “debito buono” e “debito cattivo”.
Senza nulla togliere ai meriti sostanziali di Draghi, dinanzi alle sue creazioni linguistiche si può rimanere dubbiosi. “Whatever it takes” dimostra coraggio e un intento bellicoso che, infatti, quasi dieci anni fa indusse le Borse a più miti consigli. Ma se traduciamo l’espressione inglese abbiamo, letteralmente, “qualunque cosa esso comporti” e, nell’“idiom” italiano corrispondente, “a qualunque costo”. Se mi è permessa una nota, intanto chiunque usi quell’espressione si dimostrerebbe coraggioso, in quanto fosse sottinteso che quel costo eventualmente lo pagherà lui. Perché se la frase corrispondesse a: “Per quanto possa costare caro a mio zio” da un lato il parlante non sarebbe poi tanto coraggioso, e dall’altro bisognerebbe vedere che cosa ne pensa lo zio. Nella specie, tutto ciò che intendeva Draghi era che l’Italia avrebbe fatto, se necessario, enormi debiti aiutata in questo dalla Banca Centrale Europea. E che potesse non essere una buona idea, lo ha recentemente sostenuto la Corte Costituzionale Tedesca di Karlsruhe. 
E così veniamo ai debiti. I debiti ovviamente cattivi sono quelli contratti per pure spese di consumo. Se insegno storia e filosofia in un liceo, e contraggo un debito per comprare un SUV da settantamila euro, la spesa corrisponde ad un mio capriccio e non è affatto economicamente valida. Il mio prodotto è la cultura dei miei studenti, e questa dipende da ciò che dico sulla cattedra, non dal veicolo che ho lasciato in cortile. Se invece un imprenditore decide di lanciare una nuova linea di produzione, e richiede un milione di mutuo alla banca, nella speranza, poi realizzata, di realizzare 1.200.000€, tanto da poter rimborsare il debito e per giunta ottenere un utile, ecco il “debito buono”.
Dunque, dice Draghi, è inutile indebitare l’Italia per distribuire sussidi a pioggia in occasione del Covid-19. Perché se questo denaro viene speso per consumi o, ancor peggio, tesaurizzato, si tratta di un debito cattivo. Se invece lo Stato utilizzasse quel denaro preso a prestito per grandi investimenti produttivi (come nel caso dell’imprenditore) quello sarebbe un debito buono. Ed è quello che il governo dovrebbe fare. Applausi a scena aperta.
Io rimango a braccia conserte. Non nego il quadro teorico, e non nego che, astrattamente, lo Stato potrebbe contrarre debiti buoni per rilanciare l’economia. Ma partendo dalla pratica, mentre di “debito cattivo” ne ho visto a iosa - e infatti l’Italia deve duemilacinquecento miliardi di euro - di debito buono non ne ricordo molto. Al punto che, anche se qualcuno mi dicesse: “Ma nel tal caso l’Italia, intervenendo nell’economia, fece un affare”, non cambierei opinione. Una rondine non fa primavera e la regola costante è che lo Stato è un cattivo amministratore e un pessimo imprenditore. Al punto che, diversamente da Draghi, nel caso dello Stato distinguerei “il debito normalmente cattivo” e “il debito miracoloso”, quando cioè riesce utile all’economia del Paese. Ma io non credo ai miracoli.
Del resto, basterebbe chiedere allo stesso Draghi se la montagna di debiti che l’Italia ha contratto da quando rischiava di fallire e lui ha proclamato il suo “Whatever it takes”, ha aiutato il Paese a ripartire, addirittura cominciando a rimborsare il debito. Come sempre, il debito pubblico è enormemente aumentato e il rilancio non si è avuto. Keynes può dire quello che vuole (e spesso gli fanno dire ciò che non ha detto) ma anche se la sua teoria fosse giusta, non è giusta in Italia, se deve applicarla lo Stato italiano. 
Ecco perché “Timeo Danaos et dona ferentis”, ho paura dell’intervento dello Stato anche quando propone di fare dei regali. Perché i regali li fa a spese dei contribuenti, il debito si avvia a dimensioni galattiche, e l’azione del governo somiglia sempre più a quella di pompieri che, per spegnere gli incendi, usassero autobotti piene di benzina.
Niente “debiti buoni” e “debiti cattivi”, ma soltanto debiti o non debiti.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
18 agosto 2020
L'ALTERNATIVA DEL COVID-19
Se alcuni politici disponessero del potere di rendere tutti felici, si può star sicuri che userebbero questo potere pochi secondi dopo averlo ricevuto. Non tanto per amore del prossimo, quanto perché qualcuno che rendesse tutti felici sarebbe rieletto in aeternum. 
Ma quel potere non si ipotizza nemmeno nelle favole dei fratelli Grimm: nella realtà ci si scontra sempre con il dolore e con la scarsità. Se le risorse non fossero scarse, non sarebbe neppure nata l’economia. E se essa può guidare vantaggiosamente le scelte di un singolo (la chiamano  “economia della massaia”) è difficile che possa guidare senza errori e lamentele, le scelte della collettività. Infatti qualunque decisione dello Stato, se favorisce alcuni, sfavorisce altri o, male che vada, crea degli invidiosi: “Perché a loro sì e a noi no?” 
Di rendere tutti felici i politici non hanno il potere, ma di essere accusati di tutto, e del contrario di tutto, possono essere sicuri. Per quanto possano far bene, la quantità di coloro che si dichiareranno scontenti sarà tale che, una volta o l’altra, cambierà il governo.
Un caso particolarmente negativo si ha quando la scelta di ciò che va fatto è tra due cose ugualmente positive, ugualmente necessarie, e tuttavia impossibili da realizzare contemporaneamente. Se un Paese ha problemi di comunicazioni e di sanità pubblica, e può costruire o un nuovo ponte o un nuovo ospedale, ma non tutti e due, si può star sicuri che buona parte dei cittadini penserà che bisognava fare l’“altra” cosa, quale che fosse.
L’Italia vive oggi uno di questi dilemmi, aggravato dalla mancanza di chiarezza del governo. L’alternativa è semplice: curiamo la salute pubblica, costi quel che costi, o salviamo l’economia, e qualcuno che magari avrebbe potuto vivere morirà?
Quando si tratta di dire la verità, la paura dell’impopolarità paralizza la lingua dei politici. E questo perfino quando può risultare esiziale non dirla. Promettere tutti i giorni, come fa l’attuale governo, la botte piena e la moglie ubriaca è un comportamento che si concluderà sicuramente col biasimo. Anche nel caso del miglior risultato possibile. La gente non vedrà che la botte è mezzo piena e la moglie alticcia, dirà che non si è realizzata né l’una cosa né l’altra. 
La verità, sin dall’inizio della pandemia, sarebbe stata dire che il governo è costretto ad un compromesso. Magari con un discorso di poche parole: “Preferite morire di virus o di fame? Il massimo che il governo può offrire sono pochi morti per virus e pochi morti per fame. Ma tutti sani e ricchi, scordatevelo”.
In questo campo è esemplare il problema delle scuole. Come imporre a tutti i ragazzini di tenere la maschera sul muso per quattro, cinque o sei ore al giorno? E soprattutto, come realizzare il distanziamento sociale? Se dimezziamo le classi dobbiamo raddoppiare le aule e i docenti, cosa impossibile.  Se mettiamo trenta alunni in un’aula, il distanziamento sociale me lo salutate. Ma, appunto, “Volete che chiudiamo le scuole a tempo indeterminato o preferite che corriamo qualche rischio, anche se effettueremo molti controlli?” Ecco che cosa bisognava dire alla gente. E invece siamo a meno di un mese dal nuovo anno scolastico, e la gente sogna ancora aule impossibili e docenti inesistenti.
Né si possono reclutare come docenti i primi che passano. Già la scuola italiana è afflitta da una monumentale ignoranza, a tutti i livelli; se mettiamo a insegnare letteratura o storia qualche studentello a cui è stato regalato l’esame di Stato (97-98% di promossi) passeremo dall’analfabetismo funzionale all’analfabetismo propriamente detto. “Che disegnino carino, sembra una scala a forbice. Che cos’è?” “Una A maiuscola”.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
      18 agosto 2020



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POLITICA
16 agosto 2020
IL VACCINO RUSSO
Il Covid-19, oltre ad avermi provocato fastidi, mi è antipatico. A cominciare dal fatto che se ne parla troppo. In sé, è soltanto la causa di una malattia che, salvo eccezioni, i più prudenti possono evitare. Fosse così il cancro gli darei un bacione. Ammesso che si possa baciare il cancro.
Del Coronavirus ho evitato di parlare per non annoiare gli amici e perché , essendo io incompetente, non ne so più degli altri. Viceversa, la questione del vaccino si presta ad un inquadramento politico-economico che, in buona misura, esula dalla medicina.  
Alcuni non lo sanno, ma il primo imperativo di un medicinale non è quello di essere utile ma quello di non far male. Mai. Neanche se è scaduto. E nondimeno, dal momento che in casi rari esso provoca qualche problema, tutti i prodotti sono afflitti da foglietti in cui si enumerano le più impensate ed imprevedibili controindicazioni. Se uno le prendesse sul serio, non manderebbe giù nemmeno un’aspirina. E infatti tutti i medici raccomandano: “Segua le mie indicazioni e lasci perdere il bugiardino”. Che un tempo si chiamava così perché, mentendo per la gola, prometteva mari e monti. Mentre oggi il foglietto meriterebbe di essere chiamato “L’Allarmista”. 
Quando una casa farmaceutica scopre un principio attivo da cui può ricavare un medicinale (e dunque una fonte di guadagno) non può limitarsi a produrlo e a mandarlo alle farmacie. Deve ottenere l’autorizzazione delle autorità sanitarie nazionali, e soprattutto, per mesi e per anni, deve effettuare dei test su migliaia di volontari, fino a dimostrare che i vantaggi dell’assunzione sono largamente superiori agli eventuali svantaggi. Credo che questo ultimo passo sia chiamato “fase 3”.
Lo scrupolo è tale che una scienziata italiana (credo si chiami Cassetti, e lavori nell’istituto guidato dal celebre virologo americano Fauci) in un’intervista di un paio di giorno fa, ha rivelato che in America il vaccino è già in produzione, prima ancora di aver completato la fase 3, perché l’impresa è “ragionevolmente certa” che quel vaccino sarà autorizzato. E per questo vuole poter disporre di milioni di dosi già al momento del “via”. 
Il principio del vaccino, come lo scoprì Pasteur, è abbastanza semplice. Ma in un mondo in cui la gente ha paura dell’elettrosmog (che non esiste), degli ogm (teoricamente anche dei bassotti e degli alani) e dell’olio di palma (chissà perché) figurarsi se non si pretende che il vaccino sia “sicuro”. Dunque è inutile dire: “Ho scoperto il vaccino”. È un po’ come se, dovendo partire per un viaggio, qualcuno dicesse: “Sono pronto, ho la patente e la benzina”. Mentre è anche necessaria un’automobile.
Ecco perché l’annuncio di Putin suona sospetto in Occidente. Non perché sia impossibile che in Russia dispongano già del principio attivo del vaccino, ché anzi si può essere ragionevolmente sicuri che lo abbiano, come lo hanno anche altri, in particolare l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Il punto è che non si può “saltare” la fase dei controlli su larga scala – cosa che richiede molto tempo - e in Russia sembra si stia facendo proprio questo. Dunque parlare del vaccino come disponibile già oggi sul mercato è una grave imprudenza.
Di questa situazione siamo avvertiti da molto tempo. Ancora in inverno, quando comparve questo virus, si è detto che il vaccino sarebbe stato pronto a fine anno. Non perché si disponesse di particolari poteri divinatori, ma perché è sempre stato così, anno dopo anno. Ci ammaliamo a febbraio, e ci vacciniamo in novembre contro tutti i virus noti fino a febbraio. I produttori non possono vendere prima i vaccini perché se poi quei vaccini provocassero problemi alla salute, l’impresa produttrice potrebbe chiudere i battenti. In un mondo che ha paura dei fantasmi, figurarsi se un medicinale si rivelasse pericoloso. I “no-vax” sono stupidamente contro i vaccini, figurarsi se potesse esserlo “giustificatamente”.
Può darsi che il vaccino russo sia ottimo. Il punto è che Putin e i suoi consiglieri, pur di vincere la gara, hanno dichiarato di essere pronti e non possono esserlo. E se, sfortunatamente, i fatti dovessero dargli torto, pagherebbero cara la loro presunzione. Tanto cara che si pentirebbero amaramente di essere stati superficiali. 
Se altri ricercatori e altre imprese non hanno fatto dichiarazioni come quelle di Putin non è perché non potessero, è perché non si sono sentiti di assumersi i rischi di un fallimento sanitario che li squalificherebbe per generazioni. Il mondo non ha ancora dimenticato la biologia di Lysenko che, favorito da Stalin, andò contro la scienza ufficiale (fino a fare imprigionare gli scienziati seri) facendo cattiva figura lui e con lui la Russia Sovietica. Speriamo che questa della superficialità scientifica non sia una malattia endemica.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com
16 agosto 2020



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