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POLITICA
21 aprile 2021
RISOLTO IL PROBLEMA DELLA SCUOLA
Una volta a scuola si studiava. Ricordo un tempo terribile in cui si facevano seriamente otto anni di latino, e in quinta ginnasiale sfogliavo avanti e indietro il libro di sintassi latina, per verificare se mai ci fosse qualcosa che non sapevo. E con questo non ero il primo della classe. 
Al liceo, non si insegnavano più grammatica e sintassi latina, perché la conoscenza di quelle materie era data per scontata. Si leggevano i classici.  Si traduceva dal greco. Io me la son dovuta vedere con Erodoto e Platone. E non sono morto. La traduzione dal latino in italiano era vista come una cosa dopo tutto abbordabile, il guaio era infatti la traduzione dall’italiano in latino. Talvolta con risultati comici.  
Decenni dopo aver abbandonato i banchi, le battute in latino si sprecavano, Oggi invece se uno dice in pubblico “Nemo propheta in patria”, oppure “vae victis!” o una qualunque banalità, come “risus abundat in ore stultorum”, viene guardato come un marziano. Non dal conducente dell’autobus, ma dall’amico laureato. 
In quel tempo a scuola si era sottoposti a sevizie inaudite come la lettura (e quel ch’è peggio, la comprensione) di Dante. Si leggevano anche i Promessi Sposi, ed era normale che tutti conoscessero la famosa domanda: “Carneade, chi era costui?” Nome che ancora oggi si usa per indicare “una persona ignota”. Ma io sono curioso e a suo tempo, volli sapere chi era Carneade. Così appresi che era un filosofo scettico dalle capacità dialettiche straordinarie.
Venuto a Roma, annunciò: “Domani proverò la tale tesi”. Ed effettivamente ci riuscì. Ma a conclusione disse: “Domani proverò la tesi opposta”. Ed effettivamente anche in questo riuscì. L’errore fu di annunciare, a questo punto: “Domani proverò che ambedue le tesi sono sbagliate”. E non poté farlo perché i senatori romani, allarmati, gli imposero di lasciare immediatamente la città. 
Ecco dunque che, indegno pronipote di cotanto dialettico, mi propongo di dimostrare due tesi opposte a proposito della scuola in tempo di pandemia.
La scuola è più importante di quanto la gente non pensi. E poiché la gente non lo capisce, è inutile cercare di dimostrarlo. I ragazzi hanno perduto due anni di scuola e poiché neanche questa tragedia la gente capisce, non tenterò di illustrarla. Ma le persone più riflessive danno la colpa di questo disastro al governo, e non mi pare giusto. A Palazzo Chigi non sono matti. La scuola è un luogo di assembramento. Se i ragazzi non si infettano, possono lo stesso portare il virus a casa e ammazzare i nonni. E questo è il primo motivo per tenerle chiuse. Ormai da due anni.
Ma c’è un ulteriore e più serio motivo di allarme: se a scuola si possono imporre le sanificazioni, le mascherine, e il distanziamento, come mantenere il distanziamento sugli autobus? E infatti, malgrado ogni speranza e ogni promessa, soprattutto nelle ore di punta (quelle cui almeno al mattino gli studenti contribuiscono potentemente) negli autobus si viaggia stretti come sardine. Né è possibile moltiplicare il numero dei mezzi circolanti per tre o quattro, da un giorno all’altro. Il problema è senza soluzione. E infatti lo Stato non ha saputo far di meglio che abolire la scuola per un paio d’anni. Fine della prima dimostrazione.
Seconda dimostrazione. Non è affatto vero che il problema della scuola è insolubile. Basterebbe vaccinare prioritariamente i docenti, per non infettare i piccoli messaggeri del contagio. Poi, bisognerebbe sanificare le aule ogni giorno, come si fa con altri locali pubblici, obbligare i ragazzi a tenere la mascherina e a sottoporsi al tampone rapido una volta la settimana. Con le conseguenze del caso.
“E fin qui tutto bene”, mi dirà qualcuno: “Ma come la mettiamo con i mezzi pubblici?” E qui ho l’asso nella manica. Nella scuola che ho frequentato io, salvo per coloro che abitavano fuori città, il problema dei mezzi pubblici non esisteva. In città i ragazzi andavano a scuola a piedi. Tutti. Anche quando la scuola era distante tre chilometri, come quando io ho frequentato la Terza Media. Un momento, non è che non ci fosse il tram, era che io non avevo i soldi per prenderlo.
Ebbene, quello che noi abbiamo fatto per povertà, i ragazzi d’oggi potrebbero farlo per motivi di salute (altrui). Dunque non bisogna modificare il numero o la sistemazione dei mezzi pubblici, ma soltanto la mentalità dei ragazzi. Non è scritto da nessuna parte che, se fanno qualche chilometro a piedi, gli si impolvera la mitra. Bisogna alzarsi prima, lo so. Bisogna strapazzarsi a camminare, lo so. Bisogna anche un po’ bagnarsi, se piove, ma si sopravvive. Io sono vecchissimo e, come si vede, sono sopravvissuto a questa Beresina. 
Dunque la soluzione del problema non è quello di usare autobus immensi per portare in tutto venti persone: è quella  di vietare ai ragazzini di salire sull’autobus. Dalle sette alle otto e mezza, gli autobus sono vietati ai minori di vent’anni. Suvvia, in cammino.
Ora, emulo di Carneade, dovrei dire che domani dimostrerò che ambedue queste tesi sono sbagliate, ma non lo farò. Da un lato non vorrei che i senatori mi scacciassero dalla mia città, dall’altro già credo che la mia proposta di far strapazzare i pargoli contemporanei sia sufficiente per mettere in pericolo la mia vita.
Rassicuratevi, ho soltanto scherzato. Soltanto Erode potrebbe proporre che i ragazzi camminino a lungo sotto la pioggia. Sappiamo benissimo che in Italia sui minorenni non piove acqua, ma acido solforico.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
21. aprile 2021




permalink | inviato da Gianni Pardo il 21/4/2021 alle 8:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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