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POLITICA
20 aprile 2021
LO SFOGO DI GRILLO

Non ho ascoltato lo sfogo di Beppe Grillo a proposito dell’accusa di stupro contro il figlio. Del resto, non ho ascoltato neppure le sue precedenti allocuzioni, i suoi proclami, le sue arringhe. Né ho mai assistito ad un suo spettacolo. L’ultima volta che l’ho ascoltato è stato al tempo di: “Ve lo do io il Brasile”, o qualcosa del genere. Quando insomma faceva ancora il comico, non il predicatore. Dunque – direbbe qualcuno – non ho il diritto di parlare di lui.
E invece. Se mi sono sempre disinteressato del Grillo dell’ultimo decennio, è perché ciò che c’era da sapere su di lui l’ho saputo ancor prima di conoscerlo. E non sto scherzando.
Uno dei miei amori di gioventù – del resto mai rinnegato – è stato l’umorismo.  L’umorismo anglosassone, soprattutto. Per questo ho divorato Woodehouse, Mark Twain, gli italiani sulla loro stessa linea e, soprattutto, Jerome K.Jerome. Di quest’ultimo ho cercato tutti i libri, fino a leggere “Loro ed io”, uno degli ultimi e più corposi. Proprio quello che mi ha deluso. Infatti ho constatato che Jerome a poco a poco si era spostato dall’umorismo puro e astratto (quello dei “Tre uomini in barca” e soprattutto dei “Tre uomini a zonzo”) alle osservazioni morali e quasi alla predicazione. E allora ho capito un fenomeno eterno.
L’umorismo nasce (anche) dal  senso critico accoppiato col coraggio di dire la verità. “Lei deve rimuovere la causa della sua depressione”, dice lo psicoanalista. E il cliente: “Capisco. Ma posso ammazzare mia suocera?” La forma è quella di un umorismo fulminante ma il senso della gag è serissimo. Non basta identificare la causa dei nostri mali, rimane poi da vedere se possiamo eliminarla o no. E, se non possiamo, qual è l’altra soluzione? 
La risposta del cliente è dunque logica ma superficiale. Immaginiamo un’altra scenetta. “Dottore sono infelice, non riesco ad avere il minimo successo con le donne. È perché sono timido?” “No. È perché lei è veramente brutto”. Questa è una situazione ancor più drammatica, perché si può ammazzare la suocera, ma non la bruttezza. Come si vede, ridere è un conto, risolvere i problemi un altro conto.
Purtroppo i comici prima hanno il coraggio di identificare il problema, poi lo risolvono con una risata. Infine prendono sul serio la risata e la soluzione, e si trasformano da comici in predicatori: fallendo come umoristi e come moralisti.
Beppe Grillo ha seguito questa linea. Dopo avere fatto ridere il suo pubblico,  ha lui stesso preso per buone le sue battute. Poi ha indotto quello stesso pubblico – stanco e sfiduciato nei confronti della classe politica – a prenderle anch’esso sul serio, e si sono rovinati tanto lui quanto il suo pubblico.
Non si seguono impunemente schemi infantili. Di questo genere: “I politici sono tutti disonesti, dunque buttiamoli in galera. Magari non tutti, ma quelli che sospettiamo sì. E se tutti i politici fanno politica per arricchirsi, impediamogli di arricchirsi, vietando più di due mandati parlamentari. La politica è un servizio per la collettività, impediamo a tutti di farne una professione. E tanto peggio se in questo modo eliminiamo la competenza”.
E via di questo passo. I processi? Una perdita di tempo. Se un magistrato, anche dell’accusa, si convince che Tizio ha commesso un reato, perché perdere altro tempo? Buttiamolo in galera. “Gli innocenti, come pare abbia detto Davigo (ma speriamo che non sia vero) sono coloro di cui non si sono ancora scoperte le magagne”.
Insomma Beppe Grillo ha dato voce non al cervello e all’intelligenza del Paese, ma alla sua pancia, alla sua rabbia, al suo furore. E questo gli ha procurato un immenso successo. Purtroppo la posizione è insostenibile. Perché il garantismo, per dirne una, appare eccessivo quando è in favore di altri, ma insufficiente quando è a nostro favore.  Il compromesso sembra disonesto quando lo adottano gli altri, assolutamente necessario quando ci riguarda. I sospettati di stupro sono tutti colpevoli di stupro, ma se sospettano di stupro mio figlio, allora sono colpevoli i magistrati. Ecco la pancia di Grillo.
E questo spiega l’inconsistenza del Movimento. Come ha detto qualcuno, “quando la soluzione di un problema appare semplice, è segno che è sbagliata”. E poiché tutte le soluzioni dei “grillini” sono state semplici, sono state tutte sbagliate.
Ecco l’errore di fondo di Grillo e dei suoi seguaci. La realtà è complessa. Tanto complessa che, per capirne una fettina, bisogna essere specialisti di quella fettina. Altro che “uno vale uno”. Non è neppure vero che “un economista di fama mondiale vale quanto un altro economista di fama mondiale”.  E tuttavia è sempre meglio un economista, per discutere di economia, che un signore avvinazzato in una bettola.
Ciò che si sostiene qui è dunque che non è oggi che Grillo sbrocca, attaccando a testa bassa i magistrati, per difendere il figlio accusato di stupro. Perché in questo è coerente. Oggi la pancia e l’affetto di padre gli suggeriscono il garantismo, ieri la pancia e la rabbia di cittadino l’hanno indotto ad attaccare a testa bassa l’establishment. Lo schema è identico. Ma proprio perché è identico si rivela insostenibile in tutti e due i casi: superficiale, inaffidabile e letale per il Paese.
Quando una teoria è illogica, i veri competenti se ne accorgono subito. I meno competenti e gli ingenui sono capaci di seguirla magari per secoli. Ma soltanto finché la realtà non si incarica di smentirla. La catena di S.Antonio, che nel mondo finanziario è stata anche chiamata “schema Ponzi”, e più recentemente “Madoff”, ha un presupposto sbagliato ma seducente: e questo fa sì che periodicamente riparta. Ma invariabilmente finisce con una marea di allocchi truffati.  
Ecco tutto: il M5S è stato lo “schema Ponzi” della politica, ed è destinato a concludersi come tutte le catene di S.Antonio.
Gianni Pardo.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 20/4/2021 alle 12:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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