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POLITICA
15 aprile 2021
L'ITALIA E IL GIAPPONE DI FRONTE AL COVID
Il Covid-19 ha provocato una pandemia, ma ciò non vuol dire che tutti i Paesi abbiano affrontato il problema nello stesso modo. Gli Stati Uniti dapprima non hanno preso il virus sul serio, poi sono corsi ai ripari, ed hanno ricuperato lo svantaggio iniziale rispetto a tutti gli altri Paesi. In particolare rispetto all’Italia che, con Giuseppe Conte, si vantava di avere insegnato al mondo come reagire. Il famoso e invidiato “modello italiano”. 
In realtà, noi ci siamo imposti un’infinita e cangiante varietà di obblighi e regole, e il nostro numero di morti per Covid è rimasto da record. Il Giappone viceversa non ha mai imposto il lockdown e - mi scrive un amico che vive lì – se ha chiuso temporaneamente qualche negozio, ha immediatamente versato al proprietario 300€ al giorno di indennizzo. Trecento euro non sono un ristoro - come una bottiglietta d’acqua ad un corridore ciclista - sono un autentico indennizzo.
Ma il Giappone è lontano. Qui in Italia - anche se la gente non se ne è ancora resa conto - la dirigenza ha assassinato l’economia. E ciò malgrado  non ha ottenuto risultati migliori di altri. Il nostro numero di ricoveri in terapia intensiva e di morti è addirittura scandaloso. E così abbiamo avuto il danno e la beffa.
Avremmo dovuto avere il coraggio di correre qualche rischio in più e non programmare coraggiosamente di vivere di debiti. Avremmo dovuto far capire alla gente che non si trattava e non si tratta di obbedire allo Stato, ma di stare attenti a non prendersi il virus, perché, soprattutto se anziani, si rischia la vita. 
Non è che qui io voglia accusare l’ineffabile Giuseppe Conte o il povero Mario Draghi, il quale ha ereditato una situazione catastrofica. Nel mio piccolo, vorrei soltanto spiegare come mai un quisque de populo come Conte, e un illustre economista come Draghi, si comportino nello stesso modo, e ottengano gli stessi risultati. 
La prendo alla lontana. Soprattutto se antico, soprattutto se titolare di un’autentica e inconfondibile nazionalità, ogni Paese ha una personalità. Nella sua storia, il Giappone conta una sola sconfitta, nella Seconda Guerra Mondiale. E per giunta in questa occasione si è arreso di fronte a una forza nemica irresistibile come la bomba atomica. Questa gli ha fornito un formidabile alibi, perché la guerra l’avrebbe persa comunque, ma i  giapponesi hanno potuto continuare a considerarsi tutti, a ragione o a torto, guerrieri invincibili. 
L’Italia invece, dopo la caduta dell’Impero Romano, per secoli e secoli non ha contato nulla. È stata terra di conquista. E dal punto di vista delle tradizioni guerriere, visti dall’estero, facciamo quasi ridere. “Les Italiens ne se battent pas”, ha detto il generale Lamoricière, con parole passate in proverbio. Più o meno “gli italiani non hanno il coraggio di combattere”. Anche in tempi recenti, rimane indimenticabile il catastrofico andamento delle Guerre d’Indipendenza, rimane immutabile la convinzione del nostro limitato apporto alla vittoria nel 1918 (malgrado l’alto numero di caduti) e infine indelebili sono le pagliacciate, le infinite cattive figure e i voltafaccia della Seconda Guerra Mondiale. Ne abbiamo, di strada da fare, prima di recuperare credibilità.
Già sulla base di questi esempi possiamo stabilire dei paralleli. L’Italia è la culla del Cristianesimo, e da noi la morale è quella cristiana. La considerazione della vita (dono di Dio) è cristiana. L’impulso di preservarla a qualunque costo - che ha come molla l’istinto di conservazione, ma anche la viltà - si ammanta di dovere morale. In Giappone invece la vita è spendibile. Ci sono valori più importanti. Non solo si può morire in guerra, ma si può morire per motivi di onore: si pensi al seppuku. E in guerra la paura non è una giustificazione sufficiente per arretrare. Non è strano che gli americani sostengano – a mio parere con ragione – che le bombe atomiche hanno risparmiato la vita di centinaia di migliaia di americani e di milioni di giapponesi.
Altra differenza. L’Italia ha nel fondo della sua anima il concetto di peccato, soprattutto sessuale. Il Giappone non ha questo genere di pregiudizi e lì Nietzsche avrebbe perso il suo tempo, se avesse voluto sradicare la tabe ebraico-cristiana del peccato. Il massimo rischio, per un giapponese, non è la dannazione eterna ma quello di “perdere la faccia”: cioè di dimostrarsi un uomo senza dignità e senza onore. Da noi invece, per puro realismo, Machiavelli ha dovuto lodare la mancanza di scrupoli del Duca Valentino. Da noi l’interesse e la vittoria contano più della lealtà.
L’Italia non ha il problema di “perdere la faccia”. Basti vedere come si comporta una certa parte della magistratura, anche agli alti livelli. E se sono “discutibili” i custodi, figurarsi i custoditi. Purtroppo, la considerazione di certa nostra miseria umana non ci spinge alla tolleranza. Al contrario, purché sia a carico di altri, esageriamo nella severità. Il fatto che io non sia stato accusato di nessun grave reato non dimostra che sono una persona perbene, dimostra che non sono nessuno. Se avessi avuto veramente successo, chissà in che guai mi sarei trovato. Da noi le persone note e di potere - perseguitate per anni, distrutte, e infine assolte - non si contano. 
E allora, in che modo abbiamo ragionato riguardo al Covid? Pensando che la vita è sacra. L’ha detto anche il Papa. Dunque si può fare andare il Paese a catafascio, ché tanto dobbiamo salvare l’anima, non l’economia. Naturalmente è sacra la vita dei “buoni”, cioè di coloro che non producono ricchezza. L’Italia ama i lavoratori dipendenti (per esempio gli impiegati di Stato) a cui con la pandemia non ha tolto un euro. Viceversa, chi non può evadere un euro odia chi è sospettato di evasione fiscale e comunque chi si arricchisce, chi è indipendente, chi mira al profitto. Infatti a tutti costoro è stato impedito di lavorare, mandandoli a morire di fame. Del resto, Cristo non ha forse detto che bisogna amare il Signore e “Il resto vi sarà dato per soprappiù”? E il Papa si è forse preoccupato della loro sorte? A costoro “Pensa Dio”.
E per questa spensieratezza noi avevamo anche altre ragioni. La nostra filosofia insegna che si possono fare debiti all’infinito, che al debito non c’è nessun limite e comunque i debiti non si pagano mai. Ed è proprio così che abbiamo affrontato il Covid. Lo Stato si occupa dei suoi preferiti e gli altri fa finta di aiutarli con i “ristori”. Quanto ai più forti, se non sono poi tanto forti, e se muoiono, peggio per loro. Non avevano che da essere deboli e pensionati dello Stato, 
Ecco perché Draghi non può far altro che seguire le orme di Conte. Perché non può dire: “Signori, o si lavora – e muoia chi deve morire, soprattutto se non sta attento – o il Paese affonda”.  Se gli scappasse di bocca una frase del genere, molti proporrebbero di sgozzarlo in piazza. Noi rimaniamo convinti di poter vivere indefinitamente a spese altrui. 
Questo è un Paese di forsennati. Da noi il realismo, il pragmatismo, il buon senso sono peccati intollerabili. Forse saranno presto inclusi fra i reati del codice penale. Se abbiamo creato il reato di omicidio stradale e quello di concorso esterno in associazione mafiosa, che problema potremmo avere nel creare i reati di intelligenza laica, di insufficiente senso del peccato, o infine – orrore degli orrori – di ricerca del profitto?
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
15 aprile 2021



permalink | inviato da Gianni Pardo il 15/4/2021 alle 11:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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