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POLITICA
4 marzo 2021
MA SI DOVEVA DIMETTERE IL PD
Nicola Zingaretti si è dimesso da segretario del Partito Democratico e devo dire che mi dispiace. Innanzi tutto perché mi sembra una brava persona. È gentile, benevolo, quasi pacioso. Sembra impossibile che quaslcuno possa odiarlo. Ma in questo caso sono dispiaciuto soprattutto perché il dramma di queste dimissioni è innanzi tutto e soprattutto un dramma del Pd, non del suo segretario.
Zingaretti è stato la prua della nave, ma in realtà la rotta è stata diretta da dietro, e lui non ha mai avuto in mano la barra del timone. Non ha saputo o non ha potuto imporre la sua volontà al partito, e poi gli hanno rimproverato i risultati. Come se li avesse voluti lui. 
Emblematico è quanto successo alla caduta del governo M5S-Lega. Il segretario avrebbe voluto andare alle urne, ma il partito ha voluto allearsi con i Cinque Stelle. Non comprendendo che sarebbe stata una mossa dignitosa e coraggiosa. Dignitosa perché non ci si allea, da un giorno all’altro, con un nemico storico, che di noi ha detto il peggio, non fermandosi neanche dinanzi alla calunnia: “Il partito di Bibbiano”. Coraggiosa perché andare alle urne corrispondeva ad andare a chiedere agli italiani da chi volevano essere governati, e accettare la loro volontà, invece di sostenere, in modo ignobile, che formavano un nuovo esecutivo esclusivamente per impedire che potesse governare il partito che appariva vincente. Mi riprendo il pallone perché vedo che giocate meglio di noi.
 Infine, andando alle elezioni, anche ad avere un mediocre risultato, il Pd avrebbe avuto il monopolio dell’opposizione. Il M5S non poteva neanche proclamarsi di sinistra, perché aveva sempre rifiutato di prendere posizione fra i due poli storici. Ma il partito decise diversamente e il segretario, umilmente, si accodò.
Zingaretti avrebbe almeno voluto non vedersi imporre Conte, ma il partito lo costrinse ad accettare anche questo. Fino a farsi governare da quel signor nessuno con molta più arroganza di quanta ne avesse lo stesso Zingaretti nei confronti del suo partito.  Infine, nel momento della crisi, il Pd ha adottato la linea “Conte o morte”, e il segretario si è messo doverosamente a gridare anche lui: “Conte o morte”. Sbagliando, naturalmente, ma il partito avrebbe tollerato che si mettesse di traverso?
Da anni il segretario ha costantemente subito senza fiatare. Non ha reagito quando il M5S si è permesso di menare il Pd per il naso, imponendo l’abolizione della prescrizione in cambio di una riforma del processo penale cui Bonafede non ha mai minimamente pensato. Il Pd ha accettato il taglio dei parlamentari, cui in origine era contrario, in cambio di una nuova legge elettorale mai vista. E tanti altri episodi del genere, fino al momento in cui tutti hanno rimproverato a Zingaretti che il partito si era “appiattito” sui 5 Stelle. Dimenticando che lui è stato l’unico che ha debolmente tentato di resistere a questa deriva.
Così, di coltellata in coltellata fra le correnti, fra congiure e complotti per disarcionare Zingaretti, di compromesso in compromesso, il partito è apparso sempre più ingovernabile e sbiadito. E molti, ancora una volta,  ne hanno dato il torto a chi di tutto questo era vittima. Il nostro Nicola avrebbe potuto mettere rimedio a questa deriva? Forse sì, un uomo dal carattere forte ce l’avrebbe fatta, ma forse no, non ce l’avrebbe fatta neppure lui, se è vero che lo stesso Matteo Renzi ha preferito lasciare il partito che tentare di governarlo. Forse Zingaretti si sarebbe dovuto dimettere prima, per dignità personale. E che quella gabbia di matti si desse un segretario a sua immagine.
Il Pd è un partito che ha smarrito la sua anima. Un tempo si diceva che il frazionismo è la malattia endemica della sinistra, ma in quel tempo a sinistra ci si dilaniava perché ognuno era tanto appassionato dei suoi ideali da divenire aggressivo e intollerante. Recentemente invece abbiamo visto un frazionismo non su motivi ideali, ma su contrasti di interesse: Zingaretti stesso ha parlato di lotta per le poltrone. Nel Pci ci si straziava perché si era partiti dal sogno di una rivoluzione che avrebbe dovuto cambiare la storia, ora invece il leone si è imbolsito fino ad aggregarsi agli erbivori. È stato come se Marx si fosse messo a scrivere romanzi rosa perché si vendevano meglio del “Capitale”.
Zingaretti ha “lasciato”, ma più che lasciare una poltrona ha lasciato una patata bollente. Il Pd è divenuto un ossimoro. È al governo con Salvini e Berlusconi e segue un  Presidente del Consiglio dei Ministri che, come Paperon de’ Paperoni, ha le pupille a forma di $. Non perché quell’uomo ami il denaro per sé, ma perché la sua mentalità è finanziaria. Una mentalità benedetta, dico io, ma io sono un liberale. Che invece debba dirlo il Pd, che senso ha?
I “democratici” sono diventati dei perfetti filistei. Se molti hanno tentato di fondersi con i Cinque Stelle è perché hanno riconosciuto in loro dei veri fratelli. Borghesucci interessati soltanto ai vantaggi del potere. E ne sono stati ripagati con un Conte che, visto dal Pd come il federatore supremo fino a qualche giorno fa, ora guiderà il partito che farà loro concorrenza. 
Il Pd rappresenta la sconfitta su tutta la linea del tatticismo imbelle e interessato. Fa veramente tristezza. Il partito che per oltre mezzo secolo ha insegnato agli italiani come si fa opposizione, dovrebbe andare a lezione dalla “borgatara” Giorgia Meloni. Una che di fronte al Pd giganteggia come chiarezza di visione, intelligenza, coraggio. Un vero uomo, se essere un uomo fosse meglio che essere donna. Cosa di cui non è più lecito, ma doveroso dubitare. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
4 marzo 2021, ore 20



permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/3/2021 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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