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politica interna
22 febbraio 2021
TE DEUM E DIES IRAE
Nell’ambito dell’amore non corrisposto che l’Italia ha per la lingua inglese, qualche tempo fa, era di moda un’espressione: “coming out”. Letteralmente significa soltanto “venir fuori” ma, come sempre da noi, le parole inglesi hanno un significato specifico, che un inglese non capirebbe. Per esempio in inglese “recovery” significa ripresa, come quella di un malato che supera una crisi. ma in Italia “recovery” significa “Recovery Plan”. Ed anzi, dal momento che ha cambiato nome, “Next Generation Ue”. Come potrebbe mai capirlo un inglese, cui non è nemmeno stato detto chi è il malato?
Il “coming out”, in Italia, significava “confessione pubblica della propria omosessualità”. In sé e per sé, quell’iniziativa poteva sembrare assurda. Come se io mi mettessi a dire, sulla pubblica piazza: “Sapeste quanto mi piacciono le donne! Ed anche i gatti, se è per questo: infatti anche i gatti mi porto a letto”. 
Ma un senso quel coming out l’aveva: era la reazione esasperata di chi, per una vita, si era dovuto vergognare di una tendenza sessuale di cui non aveva colpa. E che comunque non danneggiava nessuno. Quasi a dire: “Voi mi sospettate? E che c’è da sospettare? Che male c’è se sono omosessuale? La cosa non vi riguarda”. Anche se, astrattamente, proprio perché la cosa non riguardava gli altri, non sarebbe stato il caso di parlargliene. Ma il motivo di fondo del fenomeno era l’esasperazione. Ed è l’esasperazione che mi spinge ad una sorta di coming out: sono stanco di nascondere agli altri, e persino a me stesso, la mia totale sfiducia nel governo Draghi.
Premetto che non ho scritto a caso “governo Draghi”. Infatti nella persona del Presidente del Consiglio ripongo una stima incomparabilmente superiore a quella che avevo per Giuseppe Conte. Il fatto è che quel governo non riuscirà mai a fare il necessario. Se ci riuscisse ne sarei tanto felice che rischierei, come quando la squadra del cuore vince lo scudetto, di scendere in strada strombazzando con l’automobile, sventolando bandiere e gridando a squarciagola: “Mi sono sbagliato! Che bellezza, mi sono sbagliato!”. Purtroppo credo che la mia squadra del cuore, se soltanto ne avessi una, non gioca nemmeno in serie B.
Il mio pessimismo nasce dal fatto che l’Italia ha un disperato bisogno di riforme, ma a queste riforme si oppongono troppi corpi organizzati, perfino più forti dei partiti: la burocrazia, la magistratura, i sindacati, la Chiesa, il buonismo nazionale. E – attenzione – queste forze, come l’acqua, non oppongono una resistenza lineare, ma una resistenza che aumenta secondo il quadrato della distanza, fino a divenire un muro d’acciaio. Ecco perché non credo al successo del governo Draghi. Per così dire, più ci proverà, più forte sarà la resistenza. E se si può vincere contro qualcuno, è impossibile vincere contro tutti. Soprattutto, l’Italia dovrebbe vincere contro il proprio stesso establishment, contro sé stessa. È come se chiedessimo a un drogato in perenne crisi di astinenza di mettersi a capo di una Comunità per il Recupero dei Tossicodipendenti. O ad Al Capone di lottare contro il crimine organizzato.
Se soltanto Draghi proverà seriamente, a riformare l’Italia, si vedrà cambiare il Te Deum di ringraziamento, quando è uscito dal Quirinale, in un tremendo Dies Irae, con richiesta di pena capitale. Magari pronunciata dalla magistratura, da  eseguire sulla pubblica piazza. Come, andare così contro i poveri impiegati di Stato mal pagati? Come, osare intervenire sull’indipendenza della magistratura? Come, osare sottoporre ad esame di produttività i giudici e i professori? Come, osare imporre la razionalità a un Paese di Santi, Poeti e Navigatori?
Ma lasciamo perdere. Per ora godiamoci i golden days della speranza non ancora contraddetta. Se ci si contenta di questo, perché non profittarne?
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
22 febbraio 2021



permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/2/2021 alle 10:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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