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POLITICA
13 luglio 2020
IL GIUSTO RANCORE DEI GIOVANI
A volte ho la sensazione che la vita mi prenda per i fondelli. E con ragione. Io mi reputo realista fino al cinismo, fino a giocare al cattivista, e addirittura confesso di considerare per certi versi “inferiori” i musulmani, i negri e, restando in Italia, noi meridionali. E tuttavia, se vedessi maltrattare un musulmano o un negro in quanto tali, mentre altri guarderebbero indifferenti, io interverrei. A mio rischio e pericolo. E qui sento la vita che sghignazza. “E tu eri quello che diceva che…”
In teoria potrei scrivere pagine intere su un ambiente e una religione che peggiorano la qualità umana della gente, come avviene in certi Paesi del Medio Oriente. Ma se poi in concreto una data persona è perbene, troverà spalancati la mia porta ed anche il mio cuore, quale che sia la sua religione e la sua razza.
Alle generalizzazioni un po’ credo, per esempio riguardo all’incapacità imprenditoriale dei meridionali italiani. Ma ciò non impedisce che la St Microelectronics, fiore all’occhiello del Sud italiano, sia stata fondata e portata al successo da un ingegnere, Pasquale Pistorio, nato nella lontana e terrosa Agira. Cittadina che un catanese guarderebbe come un avamposto della Legione Straniera. 
La vita mi ha contraddetto perfino  in piccole cose assolutamente impreviste. Da ragazzo ero abituato a giudicare superiori i gatti maschi bianchi e neri – perché a casa avevamo un supergatto bianco e nero – e poi ho raccolto per pietà una gattina soriana, specie per me inferiore. Col risultato che questa gatta è stata il grande amore della mia vita, prima della mia moglie attuale, scoprendo persino che i gatti bianchi e neri sono gatti e basta, mentre i soriani, con le loro strisce nere e giallastre, sono di razza. La mia piccola Grif era nobile, mentre il supergatto della mia infanzia era solo una persona intelligente.
Ma lascio queste divagazioni feline per venire all’argomento che mi sta a cuore: la sorte dei giovani. Comincio col dire che essi fanno parte dei gruppi che non stimo molto. Tutti coloro che si sdilinquiscono sui giovani mi danno un indicibile fastidio. In questo campo Sandro Pertini fu un olimpionico di retorica stupida. I giovani non saranno tutti degli scervellati che “pisciano contro vento”, come ha scritto Rabelais, ma a me sembrano problematici, presuntuosi, ignoranti, disinformati, velleitari, viziati, e per dirla tutta dei supremi rompiscatole. Ho tanta voglia di frequentare dei ventenni, anche femmine, quanta ne ho di avere mal di denti. 
E tuttavia quando ne vedo uno, e considero la sua situazione, avrei voglia di prendere a calci tutte le persone fra i venti e gli ottant’anni (io stesso mi salvo a stento, perché li ho superati). Infatti il nostro è un Paese criminale. I giovani sono viziati, coccolati, accarezzati e, per il resto, riguardo alle cose serie, potrebbero anche morire. Non c’è nessuno spazio, per loro. I vecchi sono illicenziabili. I giovani non possono essere stabilmente assunti, perché rappresentano un rischio troppo grande per il datore di lavoro, con un Paese capace di “bloccare i licenziamenti”. Come se il padrone, invece di assumerli, li avesse adottati. L’ascensore sociale è bloccato, o più precisamente è ancora capace di scendere, ma non di salire. Le raccomandazioni contano più del merito. La soluzione è non raramente l’emigrazione, con disagio dell’interessato e danno erariale, dal momento che la nostra università è quasi gratuita. Per giunta, in generale, la scuola non forma e non informa. Munito di un diploma immeritato, il giovane non è capace nemmeno di scrivere una pagina senza fare errori d’italiano. Addirittura, la scuola non insegna ai ragazzi nemmeno l’onestà e la buona educazione. Infine li tratta troppo bene, mentre poi la vita li tratta troppo male. Insomma siamo in presenza di un disastro formativo. 
I giovani avrebbero il diritto di fare la rivoluzione. Per fortuna sono troppo ignoranti e disinformati, per farla. Non hanno nemmeno idea di quanto le generazioni che li hanno preceduti siano state insieme egoiste, stupide e soprattutto dementi.
Nell’ultimo mezzo secolo gli italiani non si sono preoccupati che dei lavoratori a tempo indeterminato e dovutamente sindacalizzati.  Per loro ogni premura e ogni preoccupazione; per gli autonomi, le cesoie dei tosatori. Perfino col rischio, come per le capre, di togliergli anche pezzi di pelle. Per gli impiegati di Stato, a partire dai magistrati, ogni tolleranza per assenze, bassa produttività ed errori; per gli imprenditori la massima severità in materia fiscale, infortunistica e via dicendo. Per i ricchi, oppressione fiscale confinante con l’esproprio; per quelli così così, il massimo ottenibile e, infine, a compensazione, una diffusa inefficienza, in modo che gli onesti e quelli che non possono sfuggire paghino troppo, e i furbi o coloro che lo Stato non riesce a vedere, non paghino niente.
E non è stato il peggio.  Il peggio è stato che, negli ultimi trent’anni del secolo, gli italiani hanno speso quello che guadagnavano e quello che avrebbero guadagnato in futuro i loro figli e nipoti, fino ad accumulare uno stratosferico debito pubblico che condanna i giovani d’oggi, se mai supereremo l’attuale crisi, a farsi carico, ognuno di loro, di  un pensionato e a cercare per decenni di ripagare i debiti contratti da quei criminali dei loro genitori e dei loro nonni. E se invece ne saranno esentati, sarà perché sopporteranno le conseguenze di un fallimento di cui si parlerà per secoli. Perché esso imporrà delle sofferenze inaudite ad un  popolo stupidamente convinto che tutto non potesse andare che bene. “Siamo a diecimila metri d’altezza, perché dovremmo preoccuparci, se i due motori si sono fermati? La terra è talmente lontana!” Sembra un discorso da pazzi, ma è veramente quello che hanno detto gli italiani, per tanti decenni. Chi li ammoniva era una Cassandra rompiscatole.
Se potessimo risuscitare le legioni di imbecilli che hanno combinato questo disastro si giustificherebbero con mal digerite teorie keynesiane. Ma poi non saprebbero come rispondere a queste domande: “Ma non lo sapete che Keynes parlava del suo moltiplicatore, cioè la spesa a debito, soltanto come manovra congiunturale, esclusivamente congiunturale? E non vi siete accorti che per decenni avete speso enormi somme per investimenti, non ottenendo nulla e nel frattempo il debito aumentava? Se vi siete accorti che la medicina non faceva bene al malato, ma anzi lo faceva star peggio, perché non avete smesso? Con quale coraggio, con quale senso di responsabilità, avete sempre curato i vostri interessi e quelli dei vecchi, mentre spendevate il denaro che i vostri figli e nipoti un giorno avrebbero guadagnato, sempre che l’Italia non fallisca?” 
Anche chi non ha simpatia per i giovani, senso di colpa dovrebbe averne da vendere. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
12 luglio 2020




permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/7/2020 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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