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POLITICA
4 luglio 2020
RAFFRONTI
No, non è che non scriva. Scrivo eccome. Qualche testo mi pare mediocre e lo butto. Qualche altro mi rende perplesso, lo memorizzo e lo lascio lì. Il caso più interessante è però quello degli articoli che mi piacciono, che limo accuratamente e che non mando a nessuno. Perché alcune cose sono già state dette e ridette da decine di commentatori politici, e dunque non val la pena di ripeterle. O perché l’argomento, pure valido dal punto di vista culturale, potrebbe non interessare a nessuno. Col rischio aggiuntivo di sembrare che io faccia la ruota come un pavone. E allora via, in archivio.
I pavoni non mi piacciono. Con il loro abbigliamento regale, con la loro testolina quasi perduta in quel mare di colori, malgrado il diadema a tridente che la sovrasta, sono magnifici. Ma io non riesco a dimenticare che sono soltanto supergalline, non più intelligenti della loro sorella normale, sprovvista di technicolor.
Ma credo di sapere un po’ come va il mondo, e se un amico mi scrivesse quello che ho scritto io, gli direi che è troppo severo con sé stesso, che probabilmente mi sta privando di cose interessantissime, che ragionando in questo modo l’umanità non avrebbe avuto i capolavori che ha avuto. E riguardo a lui non so se avrei torto o ragione. Ma so che non avrebbero ragione gli altri riguardo a me.
Il genio può perfino non capire quanto sia artistica una sua opera. Anni fa ho letto da qualche parte che Maurice Ravel scrisse il suo famoso “Boléro” come esercizio di orchestrazione. Comunque ripete diciotto volte lo stesso motivo tanto che alla prima esecuzione – ma forse questa è una leggenda – un critico alla quindicesima o alla sedicesima replica gridò: “Eh bien, nous avons compris!”, abbiamo  capito! Una stroncatura tremenda in un paio di parole. E tuttavia si sbagliava il critico; si sbagliavano molti spettatori e mi sbaglio anch’io, con loro, perché per il mondo intero il “Boléro” è un capolavoro e Maurice Ravel un artista per averlo scritto. 
Se fossi un genio, me ne sarei accorto. Ed avrebbero avuto il tempo di accorgersene anche tutti coloro che mi hanno conosciuto. Ma dal momento che ciò non è avvenuto, devo piuttosto stare attento ai commenti che ciascuno borbotta fra i denti: “Ma costui che mi racconta a fare queste cose? Crede che non le sappia? E chi si crede di essere, con questi riferimenti? Deve sempre giocare al professore? Questo articolo poteva risparmiarselo”. E infatti, quando ho un dubbio, me lo risparmio.
Fra queste considerazioni entra poi di diritto l’oggetto degli scritti. L’epopea della Battaglia di Maratona fu tanto grande che, già un paio di decenni dopo l’evento, in Grecia qualcuno era stanco dell’eccesso di celebrazioni, di racconti, di vanterie e perfino di quell’interminabile reducismo. Ma una cosa bisogna concedere a quegli antichi greci: il miracolo militare che avevano compiuto aveva salvato la civiltà occidentale ed era rimasto impresso nella memoria di tutti. Tanto che ancora oggi Leonida è sinonimo di straordinario eroe militare.
E qualcosa di simile è avvenuto meno di un secolo fa, quando la Gran Bretagna, invece di arrendersi, ha combattuto a mani nude contro il rullo compressore nazista. Ed ecco perché, anche se ho letto in non so quanti posti la storia della Battaglia d’Inghilterra, anche se mi sono commosso cento volte sulla breve vita di quei piloti che duravano tanto poco sulla terra, ma tanto a lungo nella storia, non me ne sazio mai, e mai smetto di sentirmi onorato di essere stato loro contemporaneo. Sono fatti, questi, la cui memoria va iscritta nel marmo, non nei byte. E nessuno dimenticherà le lapidarie parole che ha dedicato Winston Churchill a questi giovani che morendo hanno salvato l’Inghilterra e l’Occidente democratico, ben prima che si muovessero gli Stati Uniti: “Never was so much owed by so many to so few”, mai tantissimi ebbero un debito tanto grande nei confronti di tanto pochi”.
Ancora una volta il mio critico mi chiede perché gli racconto tutto questo. “Per contrasto”, gli rispondo. Mentre ogni volta che parlo delle poche decine di eroi della Royal Air Force (fra cui un cugino di una mia carissima amica inglese) mi sento onorato di essere un homo sapiens come loro; ogni volta che mi occupo, come lettore o come osservatore, dell’Italia pubblica contemporanea, sono assalito da un indicibile sconforto. Una sorta di sottaciuto lutto, di rovello, di sgomento, di disgusto. Come chi rischiasse di annegare nel colaticcio. 
A Maratona sui due piatti della bilancia c’erano la tirannia e la democrazia, la schiavitù e la libertà. Iin Italia oggi il dubbio in Parlamento è un altro: tollerare qualunque cosa, o perdere lo stipendio da parlamentare? Concludendo sempre a vantaggio dello stipendio. Che commento si può fare, a un simile dilemma? Io posso tentare di celebrare chi è morto per la patria, non chi si ferma a contare il resto che gli hanno dato, uscendo dal postribolo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
3 luglio 2020




permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/7/2020 alle 7:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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