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POLITICA
24 gennaio 2020
L'ACCUMULAZIONE
Ci sono fenomeni la cui lentezza ci disorienta. Appartengono ad una scala temporale talmente lontana dalla vita umana da divenire un semplice dato teorico. Quasi una curiosità. Dicono che l’America continui ad allontanarsi dall’Europa di un paio di centimetri l’anno: e che ce ne importa? Certo non cambieranno il costo del biglietto aereo, per questo. E tuttavia rimane vero che l’accumulazione di quei due o tre centimetri l’anno ha messo migliaia di chilometri fra Lisbona e New York, mentre un tempo la punta del Brasile era ficcata nel Golfo di Guinea.
Non basta. Con i fenomeni “lenti”, noi abbiamo difficoltà anche per fatti molto più vicini al nostri ritmi. Per esempio, le donne bellissime invecchiano, come tutti, ma lo fanno così lentamente, che a volte alcune di loro quasi non se ne accorgono e credono di poter nascondere le devastazioni del tempo, esagerando col trucco. Con risultati grotteschi. 
La lentezza dei fenomeni ne ottunde la percezione. In mancanza del dato emotivo, la gente, per così dire, “non ci crede”. L’alcolista comincia col sostenere che a lui l’alcool non fa male e lo “regge” benissimo. Poi che in quella data occasione beve perché è triste ed ha bisogno di tirarsi su; in quell’altra, che l’incontro con un tale amico va celebrato; che è solo una dolce abitudine prima di andare a letto (“one for the night”). Finché  arriva il momento in cui il corpo dice basta e si è degli alcoolizzati. Se le conseguenze si fossero verificate tutte insieme dopo la prima ubriacatura, forse si sarebbe stati terrorizzati, invece dopo un lento accumulo, nulla riesce a fermare i deboli sul sentiero della perdizione.
Chi ha la fortuna di una lunga vita, constata personalmente mutamenti sociali che richiedono parecchio tempo. Personalmente, ad esempio, ho potuto osservare il decadimento morale e culturale della nostra società. E quando parlo di decadimento morale non intendo che gli italiani siano divenuti tutti delinquenti, intendo che la società si è infiacchita. Tutti sono fragili e pronti a lamentarsi; pressoché tutti i bambini sono viziati, come del resto gli adolescenti; la dirittura personale si è trasformata in moralismo nei confronti degli altri; la tolleranza verso i minorati e i devianti sessuali  si colora spesso di caccia alle streghe per chi viola i precetti del politicamente corretto; da una parte è in crisi il principio di autorità, dall’altra il senso di responsabilità; l’intera società è regredita al livello dei bambini che chiedono ai genitori la soluzione di qualunque problema: solo che in questo caso il padre è lo Stato. Se sono imprudenti e vanno a sbattere, se la prendono con lo Stato che non ha fatto l’impossibile per evitare che un imbecille si rompesse l’osso del collo.
Più grave ancora è la crisi culturale. Io ho studiato in classi senza riscaldamento; in un certo anno – ricordo – avevamo tre turni, cioè l’aula serviva per tre classi nello stesso giorno; le ore d’insegnamento, per mancanza di tempo, duravano quarantacinque minuti; i brutti voti facevano parte della vita e chi prendeva due non si suicidava, non andava dallo psicologo, non mandava i genitori a scuola e non ricorreva al Tar: capiva che, giusto o sbagliato che fosse, doveva studiare di più, diversamente il professore l’avrebbe bocciato. Nessuno mai chiedeva ai ragazzi quale fosse il reddito della famiglia o da dove venissero: si sapeva soltanto che venivano da soli, a piedi, anche se pioveva a catinelle. 
Secondo gli standard attuali, la mia carriera scolastica dovrebbe essere stata la Caienna, ma da quella Caienna uscivano ragazzi che in quarta e quinta elementare avevano fatto analisi grammaticale e analisi logica, che in quarta ginnasiale si limitavano a riprendere la sintassi latina, perché i rudimenti li avevano appresi nelle prime tre classi della Scuola Media. Mentre oggi vedo laureati che, nei quiz, stentano a identificare un complemento di termine.
Così, da laureato, ho appreso con meraviglia di essere stato a lungo maltrattato. Che a scuola – non soltanto a Barbiana, ma dovunque - venivano promossi i figli dei ricchi e bocciati i figli dei proletari. Che il riconoscimento del merito corrispondeva ad una discriminazione a carico dei più poveri, che proprio per questo andavano promossi anche se ignoranti. Insomma, arrivò il Sessantotto, che altrove fu una ventata della moda ma da noi si incistò, divenne cancerogeno e creò metastasi. Si lottò contro le nozioni, come se la cultura e la maturazione intellettuale potessero prescinderne. Si considerò una crudeltà degna di Erode la bocciatura nella scuola elementare, e si autorizzarono i pargoli a non fare il minimo sforzo. Poi, visto il successo dell’iniziativa, si richiese lo stesso standard nella Scuola Media: “Collega, che vuole? Questa è la scuola dell’obbligo”. L’obbligo della promozione. 
Il risultato è stato che hanno cominciato ad arrivare alle Medie Superiori dei semianalfabeti. E non si poteva certo bocciarli tutti. Allora si è cercato di semplificare programmi ed esami. Ai miei tempi, agli esami di Stato, “si portava” il programma di tutte e tre gli anni di Liceo Classico, con tutti gli scritti  e all’orale perfino l’esame di ginnastica. Poi invece sempre meno materie, stratagemmi per promuovere anche gli asini, fino ad arrivare al 97% di promossi. Ai miei tempi ce lo saremmo sognato. Sarà che non studiavamo quanto oggi.
Poi è arrivato all’Università il Sessantotto, con la lotta ai “baroni” e al nozionismo, col diciotto politico, i trenta regalati, gli esami di gruppo, la laurea in tre anni e mille altre innovazioni che hanno notevolmente abbassato lo standard del laureato medio. Col risultato paradossale, peraltro, che ciò malgrado i laureati sono diminuiti, in Italia, e quelli bravi vanno all’estero. Infatti troppo spesso l’Italia non offre sbocchi meritocratici ai migliori e seleziona il corpo docente universitario per cooptazione dei raccomandati.
Io ho assistito all’accumularsi di questi dati - lento e pluridecennale fenomeno - chiedendomi costantemente: “Dove arriveremo, di questo passo?” La scuola era ed è in decadenza dappertutto, ma particolarmente da noi, come certificano gli odiatissimi test Invalsi. Infatti i loro dati osano dirci la verità. Soprattutto riguardo al Sud.
Allora mi chiedevo: “Oggi i professori sono costretti a promuovere degli asini. Ma che avverrà, quando questi asini saranno divenuti a loro volta professori?” L’ho visto. La qualità di coloro che “hanno studiato” è scesa ad un tale livello che non mi presento mai come dottore o professore: perché spero che la gente mi consideri piuttosto qualcuno che, nella vita, ha imparato qualcosa.
E così torno alla mia domanda iniziale. Dove  condurrà questa  accumulazione dei dati negativi? Spero di non esserci, quando la storia risponderà alla domanda.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com Scrivetemi i vostri commenti, mi farete piacere. 
      23 gennaio 2020




permalink | inviato da Gianni Pardo il 24/1/2020 alle 10:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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