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POLITICA
14 gennaio 2020
NO ALLA TREGUA
Quale sia, esattamente, la situazione in Libia è difficile dirlo. Da un lato i reporter non hanno certo intera libertà di movimento, quando un conflitto è in corso, dall’altro ciò che dichiarano le parti interessate non è degno di fede. Quando scoppia una guerra, la prima vittima è sempre la verità. 
Pare che i miliziani del generale Khalifa Haftar siano già in qualche quartiere di Tripoli, e che controllino parti del territorio fra Benghazi e Tripoli, ma la diffidenza induce a non essere sicuri di niente. Una sola cosa certa: molti degli interessati alla questione stanno facendo pressione sulle parti – da un lato Haftar, dall’altro  Fayez al-Sarraj - perché si giunga ad una tregua. 
Sull’opportunità di essa vi è un largo accordo: infatti una situazione stabile e di pace è nell’interesse dei terzi. Che in questo caso sono proprio molti, alcuni addirittura con loro uomini sul terreno, ed avendo offerto costose forniture di materiale bellico. Si va dalla Russia alla Turchia, dall’Egitto agli Emirati Arabi, dall’Arabia Saudita all’Unione Europea, dalla Francia all’Italia, dirimpettaia della Libia. Così nei giorni scorsi, a Mosca  si è stilato un accordo di cessate il fuoco che è stato infine firmato da Sarraj, mentre Haftar, dopo avere partecipato ai negoziati, ha chiesto tempo per pensarci, promettendo che avrebbe dato la risposta il giorno dopo, cioè oggi. A questo punto il nostro ineffabile Primo Ministro, perdendo come tante altre volte, una buona occasione per tacere, ha detto che Haftar si è preso questa notte per pensarci su, “Ma io sono fiducioso che domani sottoscriverà" il documento. E invece stamani il generale Haftar, senza curarsi del fiducioso Conte, ha detto che non firmerà l’accordo. Ed ha lasciato Mosca. 
Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, inviperito, ha minacciato di “infliggere una lezione” al generale di Benghazi, se dovesse riprendere i suoi attacchi. Ma la tregua in questo momento è divenuta così inverosimile che lo stesso suo ministro degli esteri ha detto: "Se Haftar continua così, la conferenza di Berlino (prevista per la fine della settimana) non avrà senso".
Gli avvenimenti di Mosca sono significativi. La tregua – cioè una sospensione delle operazioni – può avere parecchie funzioni. Può servire se ambedue i belligeranti sono così stanchi dei combattimenti, tanto allarmati per le perdite umane e tanto scoraggiati, riguardo alla vittoria, che sono disposti ad addivenire ad una pace. In questo caso, la tregua è soltanto una preparazione alla fine del conflitto.
Una tregua può essere accettata quando conviene ad ambedue i belligeranti, sia pure per scopi divergenti. Per esempio uno spera di ottenere un po’ di tempo per ricevere rinforzi e poter resistere all’attacco dell’altro, mentre questi può aver bisogno di quel tempo proprio per ben organizzare l’attacco. 
Altri scopi ancora si possono ipotizzare, ma uno soltanto è certamente escluso: che si depongano le armi per amore della pace. Se uno dei belligeranti sente che la vittoria è a portata di mano, non accetterà nessuna tregua. Mai. I romani – addirittura – avevano come principio di non accettare che la vittoria, come conclusione delle guerre. E questo spiega il loro intestardirsi a piegare i Parti. Ma nella pressoché totalità dei casi sono riusciti ad applicare quel principio. Anche dopo Canne, non hanno preso in considerazione l’idea di darla vinta ad Annibale. 
Dunque, se Sarraj ha firmato, e Haftar, malgrado le pressioni di tante grandi potenze, non lo ha fatto, è segno che il secondo è sicuro di avere carte vincenti in mano. E chissà che il tempo di riflessione richiesto – meno di ventiquattr’ore – non sia servito a stabilire contatti con i suoi alleati, in modo da essere sicuro di ottenere gli aiuti e il consenso per il risultato decisivo.
Ovviamente, come in tutte le guerre, i calcoli di Haftar potrebbero essere sbagliati, o potrebbero essere giusti e poi non dare i risultati previsti, per malasorte o per qualche altra ragione. Ma il rifiuto della tregua, e la richiesta di qualche ora (non qualche settimana) di tempo, prima di dare la risposta, fanno pensare che Haftar si creda molto, molto vicino al risultato finale. Ed è anche per questo che le minacce di Erdogan sembrano poco convincenti. Infatti dovrebbe rovesciare la situazione sul terreno in un tempo così breve, da far impallidire la Blitzkrieg di Guderian.
In ogni caso, a giudicare da questo episodio, entro gennaio dovremmo avere le idee più chiare sulla sorte della Libia.
Gianni Pardo 
14 gennaio 2020




permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/1/2020 alle 14:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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