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POLITICA
13 gennaio 2020
L'IMPOSSIBILE NUOVO PARTITO
Nicola Zingaretti parla di cambiare il Pd, e di fondare non un nuovo partito, ma un partito nuovo (o viceversa, non ricordo). Insomma di rifondare il suo partito per farne il perno intorno al quale aggregare la sinistra. Infatti, a suo parere, ci avviamo di nuovo verso il sistema bipartitico. Lasciamo stare tutta la normale retorica sui programmi, sui bei successi che questa iniziativa potrebbe produrre (e che anzi le auguriamo) e parliamo della sua fattibilità concreta.
È vero, se il M5s si avvia alla dissoluzione, o comunque a non contare abbastanza per parlare ancora di “sistema tripolare”, bisognerà ricorrere alla vecchia distinzione destra-sinistra o centrodestra-centrosinistra. Anche se fra le due ipotesi c’è una distinzione che val la pena di fare subito. 
Per decenni, in Italia, la vera sinistra è stata rappresentata dal Partito Comunista Italiano. I restanti partiti di sinistra, come il Psi, sembravano dei Pci annacquati. La cosa è comprensibile, Infatti il comunismo non voleva ottenere soltanto un insieme di piccole riforme in favore delle classi meno agiate: auspicava la rivoluzione proletaria, cioè il passo successivo rispetto alla Rivoluzione Francese. Il programma era quello di una totale riforma della società, a partire dall’economia che, invece di essere individualista, sarebbe stata collettivista; invece di avere il capitalista privato avrebbe avuto il capitalismo di Stato; invece di essere libera, nelle sue iniziative, sarebbe stata dirigista e cioè sottoposta all’indirizzo dello Stato. Tutto questo per non parlare di dittatura del proletariato, di egualitarismo e pressoché d’orrore della proprietà privata. Dunque tutti sapevano benissimo che cosa rappresentasse il comunismo. 
La destra si contrapponeva a questa sinistra e si fondava innanzitutto su un robusto “no” alla concezione comunista. Questo discrimine era così fortemente sentito che i comunisti italiani  davano del fascista a chiunque non fosse comunista e fosse sospettato di essere liberale. E infatti hanno dato del fascista anche a me. Il confine della destra era nettamente identificabile: bastava essere anticomunisti.
Il tempo è passato e soprattutto si è avuta prima l’implosione dell’Unione Sovietica e poi quella di tutti i partiti comunisti, seppure, in Italia, con un notevole ritardo sugli altri. Da quel momento la vera distinzione non è più stata tra una vera destra e una vera sinistra (che nella cultura comune rimaneva quella comunista) ma tra un’indistinta destra e una generica sinistra socialdemocratica, contaminata col moderatismo di centro. Tanto che si è parlato di centrosinistra. Simmetricamente ha continuato ad esistere un centrodestra, qualificato dall’anticomunismo e dall’esclusione del partito postfascista.
Ma durante questi grandi rivolgimenti storici non è cambiato il sentimento di fondo degli italiani. Curiosamente, già durante il periodo in cui al centro del potere c’è stata la Democrazia Cristiana, l’Italia ha avuto il cuore a sinistra. È stata forse anticomunista, ma pauperista, cristiana, anticapitalista e statalista. Per questo, soprattutto a partire dal 1963, ha fatto una politica sempre più tendente a sinistra, fino ad arrivare alla demagogia demenziale che ha fatto esplodere il debito pubblico. La Dc raccoglieva i voti degli anticomunisti e li utilizzava per far concorrenza al Pci. Così è arrivata alle “convergenze parallele” (cioè all’alleanza inconfessata), al compromesso storico  e infine, morto il comunismo, è confluita nell’erede del Pci. Come era nella sua vocazione. La nazione non è mai stata liberale. 
L’Italia, divenuta socialdemocratica, ha attuato politiche sempre più di sinistra, fino ad urtare (nel primo decennio di questo secolo) contro il fondo corsa del pedale. Dopo avere digerito il grasso accumulato prima, dopo avere speso tutto il denaro che poteva spendere facendo debiti, quando queste risorse si sono esaurite, non ha più saputo che fare. E infatti è entrata in una interminabile crisi che sembra irreversibile. 
Purtroppo i nostri governanti non si sono accorti di nessuna novità. Infatti il “reddito di cittadinanza” per il quale si sono battuti i Cinque Stelle – non molto diversamente dagli “ottanta euro” di Renzi o dalla Quota Cento di Salvini – sono ancora provvedimenti “socialdemocratici”, attuati sostanzialmente a debito e sperando che le Borse non ci gridino un “Basta!” che ci manderebbe a gambe all’aria. Ma siamo agli ultimi fuochi. Il fatto che il Paese sia fermo, quando non va indietro, denuncia chiaramente che si è raggiunto il limite.
È chiaro che il modello ha dato tutto quello che poteva dare. Ora la prosecuzione delle politiche demagogiche, assistenziali, keynesiane e in buona misura folli, potrebbe condurre al default e al disastro. Dunque – e con questo torniamo a Zingaretti – non è che l’attuale Pd non abbia saputo formulare una proposta che lo qualificasse, che gli desse un’identità e una bandiera: è che tutte queste cose non esistono più. Lo spazio di manovra si è esaurito ed ha fatto realizzare la profezia di Margaret Thatcher: “Il socialismo finisce quando finiscono i soldi degli altri”. 
I soldi degli altri sono finiti e non c’è nessuna nuova via da imboccare. Non il comunismo (cioè la prosecuzione in linea retta) perché in esso non crede più nessuno e tutti  si sono accorti dei guasti che provoca. Non la socialdemocrazia, perché in questo senso si è già raschiato il fondo del barile, e non se ne tira fuori più niente. Non la vita a credito, perché il credito non è infinito e gli altri Paesi della zona euro non vogliono fallire per colpa nostra. E quando non si può più andare avanti non si può che andare indietro. Ma il Pd di Zingaretti, e tutta la sinistra italiana, lo hanno capito che il futuro è nel liberalismo e non nel sinistrismo? 
Vedendola in concreto, ammettiamo che Zingaretti fondi il Partito Nuovo e dica: “Unitevi a noi, ecco il programma comune”. Ovviamente, se questo programma piacesse a tutti, e tutti fossero suoi ferventi e leali sostenitori, ecco realizzato il successo dell’impresa. Ma un simile progetto azzera un bel po’ di piccole posizioni “apicali”, e nessuno ama i passi indietro. E soprattutto, per piacere a molti un programma deve necessariamente essere vago (e infatti quello di Papa Francesco è estremamente vago) ed è ben poco appetitoso. Mentre, se è particolareggiato, piacerà ad alcuni e scontenterà altri. Inoltre, se sarà nettamente di sinistra sarà irrealizzabile, oppure realizzerà ulteriori e peggiori disastri. E Matteo Renzi direbbe certamente di no. Se invece sarà liberaleggiante incontrerà l’opposizione di coloro che da sempre in tanto si sono sentiti di sinistra, in quanto hanno avuto orrore del liberalismo economico. Insomma qui non avremmo il problema della coperta troppo corta, ma quello del fazzoletto troppo piccolo: tanto forte è la sproporzione fra ciò che si vorrebbe coprire e i mezzi che si hanno per farlo. 
Che sia impossibile formulare un programma per il centrosinistra si vede anche nell’impossibilità di formulare un programma di centrodestra. In questo momento il primo partito italiano è la Lega che si è procurato questo grande successo non con un programma politico credibile, ma un unico, scheletrico e tuttavia chiaro progetto: “Poniamo un termine all’eccesso di immigrazione”. E poiché questo punto era chiaro, e la Lega lo ha realizzato, gli italiani – grati e quasi sorpresi di essere stati ascoltati – l’hanno premiata moltiplicando i suoi consensi per quattro o per cinque. Ma proprio questo successo dimostra che il centrodestra non ha né un’ideologia né un programma. Se si riuscirà a giugulare l’immigrazione, e questo fatto passerà fra le cose acquisite, che cosa rimarrà alla Lega come bandiera da agitare? Quella di Berlusconi? Proprio l’erosione dei consensi del partito di Berlusconi dimostra come il programma liberale abbia pochissimo appeal. Sembrerà assurdo, ma mentre tutto va a rotoli, gli italiani non riescono a concepire che una politica di sinistra, in cui la salvezza non può venire che dallo Stato. 
La conclusione è mesta. Sia il centrosinistra sia il centrodestra sono disorientati. Gli italiani rimangono di sinistra, ma a sinistra non c’è più dove andare. La salvezza economica sarebbe un ritorno all’Italia del dopoguerra (o alla Cina, se si vuole un modello d’attualità) ma è una salvezza che nessuno vuole, perché il liberalismo economico è brutto e cattivo. Dunque, secondo me, Zingaretti non caverà un ragno dal buco. Non per sua incapacità, ma perché l’impresa è impossibile. 
Naturalmente spero di essermi sbagliato su tutta la linea.
Gianni Pardo 
12 gennaio 2020



permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/1/2020 alle 8:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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