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POLITICA
10 dicembre 2019
IL DOVERE DELL'ODIO
In un recente articolo Vittorio Feltri ha proclamato il diritto all’odio. In un’epoca buonista il titolo può far scandalo, ma quel famoso giornalista si è premurato di precisare che l’odio non dà il diritto a nessuna azione vietata dal codice penale. Quello che reclama è il diritto ad avere quel sentimento e a coltivarlo senza scrupoli. Tesi dopo tutto abbastanza banale: i sentimenti infatti sono “in interiore homine” e non sono soggetti a sanzione. In realtà, se si vuol rischiare, si può andare oltre, affermando che in qualche caso noi non abbiamo il diritto, ma il dovere di odiare. 
La vendetta è simile alla legittima difesa e ne rappresenta una sorta di esecuzione differita. Malgrado duemila anni di predicazione del perdono, essa è talmente incontestabile che lo Stato, non che vietarla, se ne assume l’esclusiva. E l’esercita anche in assenza di richiesta da parte della vittima (reati “ad azione pubblica”) per ragioni di ordine pubblico; per evitare la violenza fra privati cittadini; per essere sicuro che la sanzione sia applicata al vero colpevole e sia proporzionata all’offesa. Cosa, quest’ultima, di cui si preoccupava già la Bibbia, quando imponeva “dente per dente, occhio per occhio”, e non “vita per dente, vita per occhio”. Ecco perché sono ridicoli i parenti dell’ucciso quando chiedono giustizia e non vendetta. Perché sono la stessa cosa. La giustizia è “vendetta di Stato”. E non si vede perché dovrebbero vergognarsene. 
Fra l’altro, quando lo Stato non interviene si torna alla vendetta privata. Se il conclamato colpevole si rifugia presso una nazione che, invece di punirlo o di estradarlo, lo onora, non rimane che andarlo ad uccidere. Si è visto con la ricerca e l’esecuzione, in tutto il mondo, degli assassini degli atleti israeliani a Monaco (1972). Si è visto con gli “assassini mirati” dei terroristi palestinesi rifugiati a Gaza. O anche con gli “assassini mirati” dall’aviazione statunitense. Per non parlare dell’esecuzione di personaggi come Bin Laden, ché anzi questo caso è esemplare. Se il Pakistan avesse consegnato Bin Laden agli Stati Uniti, probabilmente quell’uomo sarebbe stato correttamente  processato. Invece, proteggendolo, i pakistani hanno autorizzato gli americani a violare la loro sovranità e a vendicarsi da sé. Uccidendo anche chi gli si parava davanti. La legalità va rispettata finché opera correttamente, mentre se sostiene l’ingiustizia perde la sua legittimazione. E infatti la rivoluzione è inammissibile in democrazia, mentre è giustificata nel caso di tirannide. 
Tutto questo prova che la vendetta, in sé, è lecita. Essa ha soiltanto il dovere di essere “giusta”. E così in certi casi esiste non il diritto, ma il dovere dell’odio. Se vedo qualcuno uccidere mio fratello, ho sì o no il dovere di denunciarlo all’autorità? E chi mi applaudirebbe, se non lo facessi? E quella denuncia è una richiesta di vendetta di Stato, motivata da un odio giustificato.
Del resto, si ha diritto alla reazione anche quando le vittime siamo noi stessi. L’uomo magnanimo non si cura dei colpi di spillo e li copre del suo disprezzo: ma quando le cose si fanno serie, risponde al male col male. Non fosse altro per ragioni di autostima. Ma questo questo è un argomento delicato. 
Quando decidiamo che è il caso di reagire, dobbiamo essere molto prudenti. Se siamo permalosi potremmo esagerare la gravità di ciò che è stato commesso contro di noi. Se siamo faciloni, potremmo anche sbagliarci sull’identificazione del colpevole. In breve, essere allo stesso tempo vittime, accusatort e giudici, è un grande rischio. Ma una volta tenuto conto di tutti questi pericoli, e se si è sicuri delle proprie ragioni, l’odio e la vendetta divengono un dovere. Perché soltanto così si eviterà la frustrazione della sconfitta.
Ecco perché mi sono indignato, leggendo “La plaisanterie” (lo scherzo) di Milan Kundera. Il protagonista ha tutte le ragioni di odiare un uomo ma, essendo un perdente, quando ha la possibilità di rendergli la pariglia rinuncia a vendicarsi. E questo è un errore. Un simile uomo sarà sempre un inferiore. Si sentirà un verme che gli altri hanno il diritto di  schiacciare. 
Cesare fu catturato dai pirati e quando chiesero il suo riscatto propose di più che raddoppiare la cifra, vista la sua importanza. Ma nel contempo promise ai pirati che, una volta liberato, sarebbe andato a cercarli, li avrebbe catturati e li avrebbe fatti crocifiggere. Mantenne la promessa. Li catturò, recuperò il denaro del riscatto ma, visto che dopo tutto lo avevano trattato con molto rispetto, li fece prima strangolare e poi crocifiggere.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 10/12/2019 alle 15:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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