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POLITICA
7 dicembre 2019
NON C'È PIU' SPAZIO SOTTO IL TAPPETO
Nella crisi dell’Italia di oggi c’è qualcosa di nuovo rispetto al passato. Per dirla con una sola parola, la sua “ineludibilità”. E per questo bisogna riprendere tutto da principio. 
Che la democrazia sia migliore della dittatura non c’è dubbio. Ma la dittatura può anche avere lati positivi. Il dittatore infatti vuole rimanere in carica fino alla morte e governa non soltanto in vista dell’oggi o del domani, ma anche del dopodomani. Perché anche dopodomani si immagina al potere. In democrazia invece i politici sono tutt’altro che sicuri di essere in ballo nel medio termine e proprio per questo si interessano più alle prossime elezioni, anche se amministrative, che alla sorte della nazione. 
Questo dato incontestabile cambia la scala dei valori. Un problema non è importante se le sue conseguenze, pure gravissime, sono lontane e la massa non le conosce. È importante se le sue conseguenze sono immediate, e visibili. Ammesso che un provvedimento necessario ma impopolare costi dieci se lo adottiamo oggi, e quaranta se lo adottiamo fra cinque anni, meglio rinviarlo. Perché in quel momento al governo ci sarà qualcun altro. Ecco come si spiegano la nostra costante politica del rinvio e il nostro astronomico debito pubblico. Per molti decenni, la politica italiana è stata quella del trucchetto, dell’escamotage, delle tre carte, sempre nella speranza di far contento e gabbato il popolo, passando il cerino acceso a qualcun altro. Inclusi i figli e i nipoti.
Poi qualcuno ha pensato di fare il bene dell’Italia, ma ovviamente senza pregiudicare il proprio presente. Così i politici hanno adottato dei severi e saggi provvedimenti, ma per il futuro. E per anni è andato tutto bene, perché si è riusciti a schivare, rinviare, eludere gli impegni assunti. Purtroppo, col tempo il giochetto è divenuto sempre più difficile e gli stratagemmi si sono quasi esauriti. Se ora siamo stati costretti a sborsare oltre ventitré miliardi per non aumentare l’Iva, è perché negli anni scorsi, in vista dei vantaggi immediati (spesso, soltanto fare nuovi debiti) abbiamo promesso (con una legge) di farlo. E comunque non è che ci siamo tolti la palla dal piede, perché anche nel 2020 dovremo sborsare diciotto miliardi, sempre per non fare aumentare l’Iva. Né possiamo procedere ad una svalutazione, in modo da non pagare buona parte dei nostri debiti: perché abbiamo l’euro. Già, perché abbiamo l’euro? Perché i nostri padri (negli Anni Novanta) hanno voluto guarirci una volta per tutte dal flagello dell’inflazione, che colpisce i percettori di reddito fisso, cioè i lavoratori dipendenti e i pensionati. Solo che, nel 2019, questo ci impedisce di barare, ed è un bel guaio.
Insomma, se l’Italia vive una crisi speciale, è perché il futuro degli anni scorsi è divenuto presente, e i politici non sanno più come cavarsela. E ciò perché ci ostiniamo a non tenere conto della realtà. Quand’anche ci si voglia limitare a qualche esempio. L’Italia è ferma da dieci anni, e nella nuova legge di stabilità non per questo si barrano due provvedimenti stupidi e rovinosi come “Quota cento” e il famoso “Reddito di cittadinanza”. Per coprire le spese, essendo stato chiuso il rubinetto dei debiti, si inventano nuove tasse. Poi, dopo le proteste dei cittadini, quelle tasse vengono rimangiate o puerilmente rinviate a dopo le elezioni amministrative. E così il governo si squalifica. Perché o quelle tasse erano utili e ben pensate, e non bisognava rinunciarci. Oppure erano sballate, e allora perché proporle? Quanto al rinvio, basta chiedere: a metà 2020 saremo più capaci di pagare nuove tasse?
Il ministro dell’economia si dichiara disposto a cambiare tutto, purché a parità di gettito. Senza rendersi conto che, mentre chi propone quelle tasse non rischia niente, il governo poi dovrà farsene carico o magari ritirarle, collezionando magre figure. Così l’esecutivo passa per una carogna che vuole tassare tutto, e alla fine, essendo anche un imbecille, non miete quasi niente. Nel frattempo la legge di stabilità è passata da ventotto a trentadue miliardi (di cui circa diciotto costituiti da nuovo debito) e mi chiedo che faccia farà Bruxelles.
Poi ci sono le infinite crisi aziendali, il rosario non è di cento poste, ma di almeno 160, quanti sono i “tavoli” aperti al Ministero dell’Economia e dello Sviluppo Economico. A proposito: “Sviluppo Economico”: come se avessimo un “Ministero per gli Iceberg del Tirreno”. E dinanzi a decine di migliaia di posti di lavoro che saltano – pensiamo all’Ilva, all’Alitalia, alla Whirlpool, all’Embraco e via di seguito – che cosa riesce a pensare il governo? Alle nazionalizzazioni o comunque a girare la fattura all’erario. Ma proprio nessuno ha notato che è entrato il più grande nemico dei sognatori, la realtà? Che ci vuole, per riconoscere che l’Alitalia è fallita e inemendabile?
Per non parlare della spazzatura di Roma, soltanto per aver voluto dire no ai termovalorizzatori. Che i danesi accettano al centro di Copenaghen, mentre Roma li rifiuta anche a quaranta chilometri dalla città.
 A noi la realtà ci fa un baffo. O per lo meno, ci ha fatto un baffo per decenni. Purtroppo ora sembra stanca di farlo e pare abbia proprio un cattivo carattere.
        Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 7/12/2019 alle 9:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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