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POLITICA
5 dicembre 2019
CHI ABBAIA ALLA LUNA
Parlando dell'ArcelorMittal ho spesso avuto la sensazione di abbaiare alla Luna. Peggio: ho temuto di apparire presuntuoso. Mentre altri ipotizzavano reazioni durissime, io davo per certo che l'ArcelorMittal, dando inizio all’azione legale, avesse ragione. E che non ci fosse modo di farle fronte o di trattenerla. Soprattutto non alle condizioni precedenti. 
Quando poi il governo, battendosi il petto come un gorilla di montagna, ha proclamato di avere quasi vinto, riportando quell’impresa al tavolo negoziale, sono rimasto totalmente scettico. Ho anzi notato che, se si negoziava un nuovo contratto, era segno che si dava per morto il vecchio, dando così ragione all'ArcelorMittal. Ora l’Ansa pubblica un articolo sull’ultimo incontro, ed i pessimisti hanno sempre meno l’impressione di abbaiare alla Luna.
Sembra piuttosto che i latrati provengano da chi, come Di Maio, si è vantato di avere “trascinato l'ArcelorMittal in Tribunale”, come se non fosse avvenuto esattamente il contrario, sin dal 4 dicembre. O provengono da Stefano Patuanelli che, con mia meraviglia, sognava di costringere l'ArcelorMittal ad osservare i termini del contratto del 2018: l’ho sentito con le mie orecchie. La realtà sta smentendo tutti coloro che hanno preferito fare la voce grossa piuttosto che guardare un codice civile.  
La prima cosa da notare è la durezza delle condizioni proposte dall'ArcelorMittal. Si parla di 6.300 esuberi (licenziamenti), di cui 2.891 unità già nel 2020, cioè subito. È vero che l’impresa promette di aumentare la produzione di acciaio dagli attuali 4,5 milioni di tonnellate a 6 milioni, ma ciò fa semplicemente perché riprenderebbe la produzione dell’altoforno attualmente inattivo, il numero due. Ciò che pesa è il fatto che Lucia Morselli, l’amministratrice delegata dell’impresa (o in qualunque modo si dica oggi) abbia detto che “L’azienda ha avuto quest’anno uscite di cassa (perdite) di un miliardo di euro”. Dinanzi ad un simile dato, i giornali, i sindacati e il governo possono parlare quanto vogliono, l’impresa ha tutto l’interesse a scappare. Soprattutto ora che il Parlamento le ha offerto la possibilità di farlo essendo giuridicamente dal lato della ragione. 
Stefano Patuanelli, che prima affermava baldanzosamente che l’Italia avrebbe costretto l'ArcelorMittal a rispettare i patti sottoscritti, ora afferma che:  "La strada è stretta e in salita”. Ed ha ragione. Ma simmetricamente è larga e in discesa per il signor Mittal. 
L’esosità delle sue pretese, per esprimerci come i sindacati, nasce dal fatto che, a conclusione di una guerra, le condizioni della pace le detta il vincitore. Quando ci prova il vinto, a imporle alla controparte, come hanno fatto e fanno i palestinesi, peggiora la sua situazione. Il vincitore si tiene tutt’intero il risultato della vittoria.
"L'azienda – si duole Patuanelli - invece di fare un passo avanti ha fatto qualche passo indietro. Questa non è l'idea che ha il Governo sullo stabilimento”. E infatti è "molto deluso" dall'incontro. Sembra non rendersi conto che dell’idea che ha il governo, dello stabilimento, all’impresa “non potrebbe fregà de meno”. È Taranto che ha bisogno dell'ArcelorMittal, non l’inverso. Ed è inutile che Patuanelli dica: “Lo Stato, il governo, è disponibile a investire, ad essere presente, a partecipare e accompagnare l'azienda a questo percorso di transizione”. A parte l’italiano zoppicante, non ha senso parlare dello Stato come se fosse disposto a fare un favore all’impresa, perché la cose stanno al contrario. L'ArcelorMittal andandosene smette di perdere un miliardo l’anno, ed è lo Stato che non sa come fronteggiare il problema sociale di novemila nuovi disoccupati in un solo colpo. Senza contare l’indotto. 
Infine non manca la nota di folklore. I sindacati “considerano irricevibili 6.300 tra esuberi e mancati rientri al lavoro dall'amministrazione straordinaria”. Come se loro avessero il potere di ricevere o di non ricevere, e soprattutto come se avessero un piano alternativo. Proclamano uno sciopero per il 10 dicembre, e non si capisce contro chi. L'ArcelorMittal non ha nulla da perdere, da un blocco del lavoro. Solo gli operai perdono un giorno di paga. E infine Annamaria Furlan, a nome di tutti i sindacati, afferma che per loro “resta valido l’accordo del 6 settembre 2018”. Come se Roma dicesse che la Tunisia appartiene all’Italia, “Perché per noi resta valida la battaglia di Zama”. 
No, non abbaiavo alla Luna quando tanti si aspettavano chissà che reazione dello Stato italiano. Con la nostra superficialità – o più esattamente con la superficialità dei Cinque Stelle – abbiamo fatto un’enorme frittata. Grande quasi quanto la Puglia.
 La realtà oggi si mostra in tutta la sua spietatezza. L'ArcelorMittal tornerebbe a Taranto con un nuovo contratto, un nuovo – e serio – scudo penale, e soltanto con la prospettiva di far soldi, non di rimetterci. Se l’Italia accetta, bene; se non accetta, peggio per lei. L'ArcelorMittal pone le condizioni del vincitore, e lo sconfitto ha soltanto la scelta fra un gravoso trattato di pace e la resa senza condizioni.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/12/2019 alle 16:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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