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POLITICA
12 novembre 2019
IL RICORSO DEI COMMISSARI DELL'EX ILVA
L’Ansa ci informa che i commissari dell’ex Ilva presenteranno al Tribunale di Milano un ricorso il cui nocciolo è che non ci sarebbero “le condizioni giuridiche del recesso del contratto di affitto dell’ex Ilva, e quindi l’“ArcelorMittal deve andare avanti”.
Ma i commissari procederanno anche a norma dell’art.700 del codice di procedura civile e, per chi non fa l’avvocato, ogni accenno ad un articolo di legge fa vagamente paura. L’art.700, in realtà, è tutt’altro che temibile. Esso statuisce semplicemente che “chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d’urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito”.
 Nel caso dell’Ilva, è noto che lo spegnimento e la riaccensione di un altoforno sono di per sé imprese complesse e costose, sempre che siano possibili. Dunque si comprende che, mentre infuria la battaglia legale, l’acciaieria deve essere amministrata in modo tale da non provocare danni irreparabili o grandi costi aggiuntivi. Il provvedimento non è “contro” nessuno, è semplicemente “a favore” di chi vincerà la causa. Ammettendo che il giudice emetta i richiesti provvedimenti e ne ponga provvisoriamente l’esecuzione a carico dell’ArcelorMittal, se poi l’ArcelorMittal vincerà la causa, è chiaro che i soccombenti dovranno indennizzarla per ciò che ha speso. Se invece soccombente fosse la stessa ArcelorMittal, ed essa dovesse continuare ad occuparsi dell’impresa, avrebbe speso quel denaro nel proprio interesse e non avrebbe da lamentarsi. Questo famoso articolo 700 non sembra un’arma temibile. 
Essenziale è l’altra frase. Quella secondo cui  non ci sarebbero le condizioni giuridiche del recesso del contratto di affitto dell’ex Ilva. Questa affermazione, per come è riportata, suona apodittica. Essa si limita a negare la validità delle ragioni dell’ArcelorMittal. E per sapere quali sono non possiamo che fare riferimento a ciò che è notorio, cioè il venir meno del cosiddetto “scudo penale”.
 Al riguardo in primo luogo si può osservare che anni fa l’ArcelorMittal ha preteso che esso fosse inserito nel contratto. E poco importa la forma: cioè che fosse specificamente a favore dell’ArcelorMittal, di tutte le acciaierie, o di tutte le imprese impegnate nel risanamento ambientale. Quello che si sa è che, non ci fosse stata quella norma, l’ArcelorMittal non avrebbe sottoscritto il contratto. 
Alcuni audaci – credo anche il ministro Antonio Patuelli – sostengono che lo “scudo penale” non è nel contratto. Ma se così fosse di che cosa starebbe discutendo l’intero mondo politico, l’intero mondo dei media e l’intera Italia, dalla fine di ottobre? E che cosa avrebbe abolito il Parlamento, per ben due volte?
Gli avvocati dei commissari avranno scritto che “la revoca dello ‘scudo penale’ non è una ragione valida per motivare un recesso”. Ma, se quella condizione fosse poco importante, non si capirebbe perché il Parlamento si sia scomodato due volte per introdurla, due volte per abolirla ed ora, nella speranza che l’ArcelorMittal ritorni sui suoi passi, sarebbe disposto ad introdurla per la terza volta. Come condizione ininfluente è certamente la più influente di tutti i tempi.
Per giunta, quando in estate si è parlato di abolirla, l’ArcelorMittal ha segnalato che, se ciò fosse avvenuto, avrebbe lasciato la fabbrica il 6 settembre. Credo che non si potrebbe essere più chiari di così. E infatti sul momento ci fu messa una pezza. Quando poi, il 31 ottobre, malgrado ogni avvertimento, il Parlamento l’ha abolita, l’ArcelorMittal ha ritenuto non più valido il contratto e si è ritirata. Sicuramente non si può dire che i commissari, il M5s, il Parlamento e l’Italia intera non fossero stati avvertiti. 
Né le cose vanno meglio se si scende nel merito. Come è noto, il cosiddetto “scudo penale” non è stato introdotto nell’interesse dell’ArcelorMittal, ma dei commissari, quando ancora l’ArcelorMittal non era arrivata a Taranto. Ora proprio quelli che lo hanno richiesto vorrebbero ricorrere al Tribunale di Milano, sostenendo che non ha importanza. Ed è assurdo.
In realtà, se ho capito bene, per attuare il risanamento ambientale è necessario che l’acciaieria sia operante. Ma se è operante inquina e i magistrati potrebbero mandare in galera i dirigenti. Dunque, senza lo scudo, chiunque subentri nella direzione dell’acciaieria, se rispetta il contratto potrebbe finire in galera. E se non lo rispetta potrebbe pagare milioni e milioni di danni. Un classico caso di serpente che si morde la coda. La soluzione di una simile aporia è cosa tanto insignificante? E se fosse insignificante, come mai gli stessi ricorrenti l’hanno pretesa, a suo tempo? Era importante per loro e non lo era per il signor Mittal? Siamo al festival dell’assurdo.
Nel frattempo Giuseppe Conte precisa: "Soltanto se Mittal venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto - cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell' ex Ilva nel 2021 - potremmo valutare una nuova forma di scudo". Come se l’ArcelorMittal fosse in ginocchio, a chiedere di tornare a Taranto, mentre la verità è che ne è scappata via a tutta velocità, quando il Parlamento le ha regalato la possibilità di farlo. Il merlo, in questa storia, è il governo italiano. Se l’ArcelorMittal parla di cinquemila esuberi è perché vuol farsi dire di no. 
L’unica speranza di Taranto è quella di trovare un magistrato che preferisca l’interesse dell’Italia all’applicazione del diritto.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 12/11/2019 alle 9:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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