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POLITICA
6 novembre 2019
DATI CHIARI SULL'ARCELORMITTAL
Credo di essere in grado di chiarire un po’ tutto sul problema dell’ArcelorMittal ex Ilva. Non perché io sia chiaroveggente, ma perché l’Ansa ha fornito tutti i dati essenziali. E poiché l’articolo può risultare lungo e complesso, comincio dalla conclusione, rinviando a dopo la dimostrazione dei singoli punti. 
L’ArcelorMittal ha da tempo tutto l’interesse a lasciare Taranto, perché – a quanto ho letto - ci perde due milioni di euro al giorno. Ciò in dipendenza delle condizioni di produzione in Italia ma soprattutto in seguito alla crisi del mercato dell’acciaio, dovuta in parte, se ho letto bene, anche alla politica dei dazi di Trump. La Cina è stata spinta a cercare di vendere il suo acciaio a buon prezzo nel mercato europeo, facendo concorrenza all’ArcelorMittal. Ma quest’ultima non poteva abbandonare l’Ilva perché aveva sottoscritto un contratto con l’Italia. Il mutamento delle condizioni di mercato non costituisce un motivo giuridicamente valido per annullare un contratto.
Abolendo lo scudo penale, e cioè violando per primo i patti sottoscritti, il governo, ha scioccamente fornito all’ArcelorMittal la scusa giuridica che le mancava per andarsene. E per questo ora è inutile stare a discutere. Nessun argomento, per un’impresa, vale il fatto di ricavare profitti o accumulare perdite. Secondo l’Ansa, da Taranto, l'Amministratrice Delegata  dell’ArcelorMittal “Lucia Morselli non lascia dubbi sul fatto che in ogni caso l'azienda lascerà Taranto”. Non c’è altro da dire. Allo stato attuale, i medici sono a consulto intorno a un cadavere. Anche se in politica non bisogna mai dire mai.
Ed ora veniamo ai singoli punti. Chi oggi parla di ristabilire lo scudo penale dimentica che, abolendolo, ha creato un “fatto compiuto”, in base al quale l’ArcelorMittal è stata già legittimata a lasciare Taranto. Né basta fare marcia indietro per obbligare la controparte a fare marcia indietro a sua volta. l’ArcelorMittal infatti ne ha già approfittato, a tutta velocità, dando inizio all’azione legale, e non ha nessun interesse a farsi carico di quell’acciaieria capace di produrre solo perdite e guai. E al giudice che, essendo stato ristabilito lo scudo penale, da patriota italiano e nell’interesse del Paese, pregasse l’ArcelorMittal, potrebbe sentirsi rispondere: “Lei si fiderebbe di un Paese che prima stabilisce lo scudo penale, poi abolisce lo scudo penale, poi reinserisce lo scudo penale, poi abolisce lo scudo penale e infine – è l’ultima notizia – lo inserisce di nuovo? Che certezze abbiamo rispetto al futuro?” Ecco perché Renzi sembra non rendersi conto della realtà, quando invita il governo a ristabilire lo scudo penale in modo che  “si tolga così dal tavolo qualsiasi alibi per ArcelorMittal”. In primo luogo, l’ArcelorMittal non ha di che vergognarsi, se cerca di mollare un’impresa che produce perdite e non profitti (questo dice l’economia), e comunque non si tratta di un alibi, si tratta di un preciso motivo giuridico per annullare il contratto: “inadimplenti non est adimplendum”, cioè se la controparte non adempie i suoi obblighi, neanche tu sei obbligato ad adempiere i tuoi. L’Italia, col suo voto in Parlamento, ha cambiato il quadro giuridico di riferimento, con grave danno – ripetutamente annunciato – dell’ArcelorMittal e ora sta al giudice certificare l’inadempienza dell’Italia. 
La rottura si è già avuta. Infatti, scrive l’Ansa, “Oggi, secondo quanto comunicato ieri pomeriggio dall'Ad Lucia Morselli, l’ArcelorMittal avvierà la procedura ex art.47 della legge 228 del 1990 di retrocessione dei rami d'azienda con la restituzione degli impianti e dei lavoratori ad Ilva in Amministrazione straordinaria”. Ed ha già presentato la citazione. Ci vorrà qualche giorno per gli adempimenti nel Tribunale di Milano, ma presto sarà fissata la prima udienza. L’ArcelorMittal, “chiede di recedere dal contratto di affitto dell'ex Ilva di Taranto”, o forse sarebbe più esatto dire: “ha già chiesto”. Né la società si è nascosta dietro un dito: “L’Ad Lucia Morselli, vedendo i sindacati, conferma la volontà di recedere dal contratto e di rimettere comunque lo stabilimento ai commissari”. 
Che la situazione sia disperata lo dimostra anche l’atteggiamento di Nicola Zingaretti secondo il quale l’abolizione dello scudo penale ha messo l’ArcelorMittal in una posizione oggettivamente insostenibile. Infatti, egli afferma, "Chi deve attuare un piano ambientale non può rispondere penalmente su responsabilità pregresse e non sue”. 
Fa sorridere, l’Ansa, quando scrive che nel governo si esita fra la “Linea dura con ArcelorMittal e la contemporanea apertura al ripristino dello scudo penale”. Questi signori non si rendono conto che la controparte approfitta di un fatto compiuto. E proprio un atto dell’Italia. E intanto leggiamo che:  “Sul fronte del governo c'è innanzitutto la determinazione a non accettare ricatti”, dimenticando che è stato il Parlamento, non l’ArcelorMittal, a fare la prima mossa. È un po’ come quel tale che, accusato di avere dato un pugno ad un altro, sosteneva che era l’altro che gli aveva dato una nasata sul pugno. 
Ma questo è forse un punto difficile da capire, per un profano. Come il Presidente Conte che proclama: "C'è un contratto da rispettare e saremo inflessibili, non si può pensare di cambiare una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo penale".
Il punto più saporito è questo: a fronte delle reboanti dichiarazioni pubbliche, sembra che il governo, in privato, sappia benissimo come stanno le cose. “Conte e Patuanelli si siederanno al tavolo con una convinzione, corroborata in serata dall'atto di citazione dell'azienda: che anche con l'immunità il contratto non è eseguibile”. "Il problema dell'azienda non è lo scudo ma la sostenibilità della produzione e la quantità di dipendenti. Domani (oggi, ndr) ci chiederanno di non pagare le concessioni e di fare degli esuberi": così prevede una fonte governativa, dicendosi sicura che la “multinazionale stia giocando al rialzo per rinegoziare con il coltello dalla parte del manico". Un coltello evidentemente giuridico. Allo Stato attuale o l’ArcelorMittal se ne andrà, o lo Stato italiano dovrà farle concessioni ben più serie del solo scudo penale. 
Questa la realtà, con due sole incertezze: un giudice che faccia de albo nigrum e un governo che faccia qualcosa di giuridicamente imprevedibile.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 novembre
P.S. Alle ore 18 l’Ansa fornisce ulteriori notizie, che però non cambiano il quadro sopra delineato. Interessanti soltanto due punti: l’Amministratrice Delegata “spiega che il recesso del contratto deriva dall'eliminazione della protezione legale”. Dice l’azienda: “La protezione legale” costituiva "un presupposto essenziale su cui AmInvestCo e le società designate hanno fatto esplicito affidamento e in mancanza del quale non avrebbero neppure accettato di partecipare all'operazione né, tantomeno, di instaurare il rapporto disciplinato dal Contratto". A naso si direbbe che, giuridicamente, abbiano già causa vinta. 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 6/11/2019 alle 18:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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