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POLITICA
22 ottobre 2019
VIOLENZE DI PIAZZA
Sulle violenze di piazza – attualmente così frequenti - si possono dire molte cose, ma difficilmente si potrebbe dirne bene. Se esse arrivano al livello di rivoluzione, hanno la dignità storica, soprattutto se la rivoluzione è contro una dittatura che non permette il ricambio democratico. Ma se rimangono al livello di “protesta”, sono inammissibili.
Una manifestazione, lo dice la parola stessa, deve comunicare un’idea, un sentimento, qualunque cosa si possa esprimere con le parole. E per questo bastano le sfilate, i cartelli e gli slogan. Soprattutto il numero dei partecipanti. In questi giorni di vergogna parlamentare, a Londra, il miglior esempio di manifestazione l’ha dato quella fiumana di gente che è andata nei pressi di Westminster per chiedere che il Regno Unito resti nell’Unione Europea. E che ha accolto con un boato la sconfitta di Boris Johnson.
Teoricamente, nel caso di una protesta, la violenza vorrebbe esprimere un’incompressibile esasperazione. In pratica è tutto il contrario: i violenti non sono i padri di famiglia, quelli che tirano la carretta, e neppure i giovani che lavorano o gli studenti che sgobbano sui libri. Sono dei professionisti della distruzione (“casseurs”, li chiamano i francesi, “rompitori”), degli sbandati, dei nullafacenti, spesso figli di famiglia viziati, che cercano una scusa per menar le mani. E all’occasione non disdegnano il saccheggio. Un tempo addirittura si creavano una buona coscienza battezzando l’orrenda pratica “esproprio proletario”.
In tempi più calamitosi, la gioventù è stata obbligata a sfogare la sua voglia di violenza non in un altro tipo di divertimento, ma in un flagello chiamato guerra. E proprio per questa ragione, una volta dimostrato il loro reato, condannerei gli “arrestati per violenze di piazza” ad almeno tre anni di servizio militare. Se proprio hanno voglia di combattere, che si preparino a farlo in nome della loro patria. Nel frattempo, comunque, impareranno ad obbedire, a tenere pulita la loro arma e la loro branda e insomma a comportarsi da cittadini decenti. 
La gravità delle violenze di piazza deriva dalla natura stessa della democrazia. Mentre le autocrazie non esitano a ricorrere alla repressione più dura, le democrazie si preoccupano delle reazioni di una stampa stupida e soprattutto buonista a spese degli altri. I giornali tendono a simpatizzare con chi gli fa vendere più copie e fanno finta di vedere piccoli Davide coraggiosi contro enormi Golia. In realtà Golia ha la mani legale e Davide ha la licenza di devastare tutto, di rubare e di gettare bottiglie incendiarie contro gli agenti di polizia.
La storia prova che le manifestazioni più violente si hanno contro i governi più miti. Non ci sono proteste di piazza, e men che meno devastazioni, nei Paesi in cui impera una feroce dittatura. A giudicare dalle piazze, tra il 1917 e il 1991 la Russia ha vissuto un’epoca felice. Nessuna sollevazione, nemmeno un mugugno, soltanto pubblici omaggi alla dirigenza e, in passato, adorazione coatta del Piccolo Padre Stalin.
Le democrazie dovrebbero essere più risolute nel difendere l’ordine pubblico. In particolare le vetrine dei negozianti, le automobili di innocenti cittadini date alle fiamme, i residenti delle strade del centro agli “arresti domiciliari”, e soprattutto gli agenti di polizia. 
Qui si innesta un vecchio paradosso. Disse un Cretese: “Tutti i Cretesi sono bugiardi”. Diceva la verità? Impossibile stabilirlo, perché la frase è un’aporìa e non può essere dimostrata né vera né falsa. Nello stesso modo, da sempre ci si pone il problema se la democrazia abbia il diritto di difendersi con la forza contro un partito che intenda instaurare la dittatura. Se lo fa non segue i principi democratici e se non lo fa cessa di esistere. Ebbene, personalmente accetto la sfida: per me una democrazia ha il diritto di difendersi anche con durezza “antidemocratica” contro chi vuole distruggerla: “primum vivere, deinde philosophari”, per prima cosa vivere e poi fare filosofia. La libertà dei cittadini a qualunque costo.
Il caso di Barcellona è il più esemplare. Una regione non può pretendere la secessione con l’accordo del potere centrale. Tutte le costituzioni democratiche prevedono per questo reato pene pesantissime, come del resto si è anche visto proprio in Spagna, recentemente. In questi casi lo Stato combatte per la propria sopravvivenza. E tuttavia, è stato l’independentismo catalano che ha creato il problema? No, è stata la debolezza di Madrid, quando ha a lungo tollerato  che il venticello dell’indipendentismo crescesse fino a divenire un uragano convinto della propria legittimità. Purtroppo è la classica politica democratica, quella che guarda all’oggi, al massimo al domani, e mai al dopodomani. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com Scrivetemi i vostri commenti, mi farete piacere. 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/10/2019 alle 8:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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