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POLITICA
13 ottobre 2019
LA GIUSTIZIA SOCIALE A SCUOLA
Don Lorenzo Milani, nel 1967, pubblicò un famoso libro dal titolo: “Lettere a una professoressa”. In esso sosteneva che la scuola - com’era allora - promuoveva i figli dei ricchi e bocciava i figli dei poveri. I primi infatti beneficiavano delle nozioni apprese nell’ambito familiare, mentre i figli dei poveri, che come fonte di cultura avevano soltanto la scuola, rimanevano indietro, e per questo erano bocciati. Il risultato concreto fu la tendenza a promuovere tutti, per ragioni di giustizia sociale. Ancora oggi il diploma di scuola media superiore viene rilasciato ad oltre il novanta per cento dei candidati, mentre ai miei tempi, quando eravamo tutti asini, Francesco Monfrini, mio compagno di classe, si presentò tre volte agli esami di maturità classica e inspiegabilmente fu bocciato tre volte. Ai miei coetanei è rimasto il dubbio che allora la “maturità” non la regalassero. 
Quel libro di Don Milani, quando ne ebbi notizia, mi sembrò un’enorme e pericolosa sciocchezza. In tutte le classi che avevo frequentato, i risultati scolastici erano forse influenzati dall’ambiente di provenienza degli alunni, ma erano soprattutto influenzati, ed anzi determinati, dal personale “profitto degli alunni”. In quinta ginnasiale e prima liceo ebbi come compagno di classe Angelo Munzone, figlio di un marittimo costantemente assente, abitante in un basso di periferia e abbandonato a sé stesso, che però batteva tutti con margine. Era il primo della classe, oltre ad essere amato da tutti, ed in seguito è anche divenuto sindaco di Catania. La decima città italiana, per quanto ne so. 
In seconda e terza liceo cambiai sezione, e primo della classe risultò Italo Andolina, talmente un genio degli studi che fu assunto come assistente da un professore di diritto quando era ancora fresco di laurea. Tanto che, nel mio unico anno fuori corso, nientemeno feci esami di storia del diritto romano con lui. Era forse figlio di un arciduca? Nient’affatto, abitava in una scalcagnata casa popolare, non in un castello e studiava come un dannato, note dei libri comprese. E se poi divenne ordinario di diritto all’Università, lo dovette soltanto a sé stesso. 
Chissà quanti, fra i miei coetanei, hanno avuto esperienze analoghe. Cinquant’anni fa l’Italia aveva strane idee. Per avere buoni voti bisognava studiare. Se non si studiava, si era bocciati e non si era chiamati per questo “sfortunati figli di proletari”, ma più sbrigativamente “somari”. Era un mondo barbaro.
Ma parliamone seriamente. La scuola opera per così dire in vaso chiuso. Le conoscenze richieste agli alunni sono quelle che hanno fatto parte delle spiegazioni e che sono contenute nei libri di testo. Infatti, come professore, avendo come libro di testo soltanto un’antologia, spiegavo letteratura avvertendo che avrei interrogato su ciò che dicevo, non su ciò che c’era nel libro. E a scanso di sorprese gli alunni avevano la lista delle domande. Per il resto, come dicevano i giuristi romani, quod non est in actis non est in mundo, ciò che non è nei documenti non esiste. 
Dunque, in generale, per essere promossi non si richiedeva di saper tutto ma soltanto ciò che era stato detto in classe o tutto ciò che stava scritto nel libro di testo. In realtà, il vantaggio di cui parlava Don Milani era un’ubbia derivata dalla sua ideologia di sinistra. È vero che il figlio di un ricco, a dodici o tredici anni avrà già visitato Parigi, ma nessun maestro mai, nessun professore mai avrebbe dato come tema: “L’ultima volta che vidi Parigi”. Quello fu solo un film. Il tema riguarderà esperienze scolastiche o esperienze comuni a tutti. E Angelo Munzone, dopo tutto un ragazzo di strada, in questo era il più bravo.
Nei fatti, Don Milani e i molti che l’hanno pensata come lui, hanno gravemente danneggiato la scuola. Soprattutto i figli dei poveri. Allora,  il figlio del povero, se primeggiava negli studi, si distingueva dal figlio del ricco e magari faceva più strada. Mentre oggi sarebbe indotto, dal fatto che tutti sono promossi, a non strapazzarsi neanche lui. E comunque, anche se lo facesse, i voti non sarebbero poi tanto diversi da quelli degli altri (todos caballeros, cioé poi, da adulti, todos ignorantes). Infine nella lotta per la vita sarebbe scavalcato dal figlio del ricco, che non sa niente ma ha lo stesso suo titolo di studio e disporrà di quella possente raccomandazione che lui non avrà mai. Come diceva un mio ex alunno medico: “La capacità di essere un grande chirurgo è ereditaria. E infatti, negli ospedali i chirurghi giovani hanno spesso lo stesso cognome del primario ”. 
Ecco che cosa hanno ottenuto Don Milani e le altre anime nobili. 
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permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/10/2019 alle 7:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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