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POLITICA
10 ottobre 2019
IL SENSO DEL TAGLIO
Ogni volta che un politico propugna per motivi ideali una certa legge, un certo provvedimento, una certa riforma, io mi chiedo: “Ma a lui che ne viene? E se non a lui, che ne viene ai suoi amici e ai suoi elettori?” Un vecchio detto suonava: “Cherchez la femme”, io dico: “Cherchez l’intérêt personnel”. 
Nel caso del voto plebiscitario per la riduzione dei parlamentari, l’unanimismo è più che sospetto. Se tutti sono d’accordo, è segno che la cosa conviene a tutti i politici (del Paese è inutile parlare). Né conta il risparmio che ne viene all’erario, sbandierato dal M5s, come sempre fiducioso nell’ignoranza dei cittadini: infatti, secondo Carlo Cottarelli, si tratta dello 0,007% della spesa totale. Bisogna cercare altrove. E trovare non è difficile.
Se c’è qualcosa che interessa indistintamente a tutti i parlamentari, è non essere rimandati a casa prima del tempo. A questo scopo, qualunque mezzo è lecito e qualunque compromesso è accettabile. Si può anche provocare qualche grande problema al Paese, purché futuro. Per questa ragione M5s e Pd si sono acconciati ad un’alleanza contro natura e da loro stessi smentita come assurda fino al giorno prima. Ed è la stessa molla che ha spinto Matteo Renzi a contraddirsi platealmente, soprattutto perché temeva che l’attuale Segretario del partito non ricandidasse né lui né i suoi amici, alle elezioni anticipate. E poi, immediatamente dopo la costituzino9e del governo, “per mettere il chiavistello alla porta”, ha provocato la scissione. Così è stato sicuro di rimanere in scena, anche se si andasse a nuove elezioni fra un mese.
Se questo è stato il motivo per costituire un governo giallo-rosso, qual è la molla per votare in coro il taglio dei parlamentari? Teoricamente si sa che quella riduzione non è un provvedimento che possa essere adottato da solo, sic et simpliciter, perché comporta tutta una seria di aggiustamenti istituzionali che sarebbe stato utile adottare prima, o almeno contemporaneamente. Parliamo della legge elettorale, della diversa strutturazione dei collegi e dei soggetti titolati a partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica. Se non si è proceduto così, è per due precise ragioni.
In primo luogo, se fosse rimasto il vecchio numero dei parlamentari, e fosse caduto il governo, si sarebbe potuti andare immediatamente a nuove elezioni, ed è esattamente ciò che non vogliono gli attuali titolari degli scranni. In secondo luogo, se prima si fosse tentato di porre mano alla legge elettorale, al nuovo disegno dei collegi elettorali ed altro, nel frattempo il governo sarebbe potuto cadere. Ecco la soluzione d’emergenza: in tanto si riduce il numero dei parlamentari, così, anche se cade il governo, si potrà dire: “Bisogna formare un governo purchessia perché, dato che il futuro numero dei parlamentari non sarà armonico con le strutture esistenti, bisognerà prima votare la legge elettorale, e questo e quello”. Dunque niente elezioni, e intanto nessuno perde il seggio.
Insomma, questo voto, nelle intenzioni dei parlamentari, è un’assicurazione che non si andrà a nuove elezioni all’inizio del 2020 o poco dopo. La speranza è anzi quella di tirare fino alla fine della legislatura. 
Questo argomento non è del tutto nuovo ed è convincente. Con un limite. Chi ha votato questa legge disarmonica soltanto perché gli conveniva, domani potrebbe voler andare a nuove elezioni – quale che sia la situazione istituzionale - perché gli conviene. E quali che siano i costi per gli altri. Non dimentichiamo che la coalizione comprende un dinamitardo dal dente avvelenato come Matteo Renzi. Non soltanto i parlamentari hanno come unica Stella Polare il loro interesse, ma soffrono anche della sindrome dello scorpione in groppa alla rana. 
Senza dire che questo plebiscito porta con sé un’oggettiva minaccia. L’alleanza giallo-rossa è innaturale e incoerente. La situazione economica è drammatica. Sono prevedibili grandi problemi internazionali con gravi ripercussioni anche nel nostro Paese. Insomma questo permanere della legislatura e dell’attuale governo potrebbe determinare, a carico del M5s e del Pd, una tale impopolarità (già oggi non è maggioranza nel Paese), da pagare poi a caro prezzo l’attuale mossa. Per esempio - ed è soltanto un esempio – se questa impopolarità non si estendesse al partito di Renzi, questi potrebbe benissimo togliere la fiducia al governo, solo per andare a incassare il dividendo elettorale previsto.
Qualcuno ha osservato un frequente e ironico fenomeno politico. Qualunque maggioranza abbia modificato la legge elettorale a proprio vantaggio, in previsione delle future elezioni, ha poi avuto la brutta sorpresa di vedere che avvantaggiava qualcun altro. Perché nel frattempo le condizioni erano cambiate. Nello stesso modo, questo plebiscito in favore della riduzione del numero dei parlamentari, senza nessun’altra bandiera che l’interesse contingente degli attuali eletti, potrebbe rivelarsi un boomerang. Di solito vincono i cattivi, ma a volte la storia si diverte a fargli ricadere sul muso la loro stessa mancanza di scrupoli.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
10 ottobre 2019



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