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POLITICA
9 ottobre 2019
CONTE NELL'ACQUARIO
L’ho confessato più volte: quando in televisione appare un personaggio del quale so che non mi dirà niente di valido, e mi farà per giunta arrabbiare, tolgo l’audio. All’inizio i personaggi “banditi” dal sonoro (fra cui il Papa) erano un paio o poco più, ma col tempo la schiera si è tanto infittita, che la televisione a volte si trasforma nell’anti-radio. Alla radio si sente tutto ma non si vede niente, nella mia televisione spesso si vede tutto ma non si sente niente. E così Luigi Di Maio non è più loquace di un pesce in acquario. Dio conceda lunga vita al benefattore che ha inventato il tasto “mute” sul telecomando. Io ormai lo trovo ad occhi chiusi.
Una recente acquisizione fra gli afoni è quella di Giuseppe Conte. Il professor Conte che per me è rimasto il professor Conte. Cesare compì tali imprese che il suo nome divenne il titolo degli imperatori romani, ma molti imperatori della decadenza, pur nominati Cesare, non furono per questo degni dell’eponimo. È l’uomo che deve dare lustro al titolo, non il titolo all’uomo. Perfino il cinema se ne è accorto, con la famosa battuta: “Sei tutto chiacchiere e distintivo”. In questo caso il distintivo è un aggravante. Se un docente ignorante sale in cattedra a spiegare letteratura italiana, susciterà il sarcasmo dei liceali e a salvarlo non basterà il titolo di professore. 
L’essenziale dei politici, in democrazia, è che siano votati. Poi, se un peón  della Camera dei Deputati vorrà acquistare un reale peso, dovrà primeggiare fra i colleghi, influenzarli col proprio parere, presentarsi come un loro rappresentante, fino a divenire capo-corrente, capo-partito, ministro. Diversamente rimarrà soltanto uno che, a comando,  schiaccia un pulsante. I suffragi sono necessari per l’elezione, non sufficienti per le alte cariche.
Ebbene, Giuseppe Conte non ha compiuto nemmeno il primo, umile passo di questo cursus honorum. Non è stato eletto nemmeno assessore in un paesino; non è stato eletto deputato; non è stato eletto senatore; non è un capo corrente; non ha un partito e si trova dove si trova perché indicato dal M5s. Troppo poco per fare la ruota. 
Naturalmente le cose sarebbero andate diversamente se, appena divenuto Presidente del Consiglio dei Ministri, avesse cominciato almeno a dire parole d’oro. Ma non è andata così. Ogni volta che ha aperto bocca ha dato l’impressione di avere imparato, della politica, soltanto il peggio:  le promesse impossibili, i trucchi verbali e le banalità. Fino ad una saturazione (in me procedimento velocissimo) che lo ha messo nella categoria dei pesci in acquario. 
Né tende a riscattarsi. Un titolo di giornale come quello del “Corriere della Sera” di oggi(1) azzera ogni possibile ripensamento: “Conte e gli attacchi dei due ‘Matteo’: ‘A me non piacciono i prepotenti’ ”. Una frase che fa cadere le braccia. Che i prepotenti non piacciano è naturale. Non piacciono neanche a me. Per anni ho sperato che Matteo Renzi ricevesse sul muso la bastonata politica che meritava. Né mi è mai piaciuto l’atteggiamento da gradasso di borgata di Matteo Salvini. Ma il fatto che non piacciano a me è del tutto ininfluente. Come se dicessi “A me non piacciono le lasagne”. Viceversa il verbo piacere ha ben altro significato quando a pronunciarlo è l’autorità. Basti pensare che gli avvocati quando fanno istanza di un provvedimento,  si esprimono così: “Piaccia al giudice ordinare la revoca dell’atto...”. Perché ciò che piace a chi comanda è legge, per il popolo. Se io dico che Matteo Renzi non mi piace, la sua salute e la sua carriera politica non ne risentiranno. Ma se l’imperatore lo dice di un senatore, quel senatore dovrà essere pronto a fare le valigie per il Ponto Eusino. Se gli va bene.
Quando Conte dice che non gli piacciono i prepotenti minaccia - da prepotente - sia Matteo Renzi sia Matteo Salvini. Cosa ben poco democratica. Infatti i due “Matteo” non hanno alcun dovere di piacergli. Addirittura, in quanto parlamentari, hanno – a termini di Costituzione – il diritto alle loro opinioni politiche, quand’anche fossero espresse in termini violenti ed offensivi. La rivoluzione, affermava Lenin, non è un pranzo di gala e la politica, diceva Rino Formica, è “sangue e merda”. Altro che piacere a qualcuno.
Ma questo non è tutto. Perché, se Conte rivela, con quelle parole, la propria arroganza, non rivela certo la propria acutezza. Infatti, mentre lui non ha nessun potere su Matteo Renzi (e figurarsi su Salvini), Matteo Renzi lo tiene per la gola, per non dire altro.  Se Renzi ritira il sostegno dei suoi senatori, il governo cade domattina. E se non lo fa non è perché gli piaccia, o gli debba piacere, Conte, ma perché insieme col governo cadrebbe anche lui.
 Con una differenza, tuttavia: che Renzi ha una prova d’appello nelle prossime elezioni: è noto come politico, s’è fatto un partito ed ha un suo personale peso. Mentre Conte, sì e no, ritroverà la monotonia della sua cattedra. .
Conte è anche capace di dire piccole o grandi baggianate. Per esempio: “Nessuno deve avere la golden share sul governo”. E questa fa parte delle grandi. Preliminarmente, dal momento che Conte si rivolge alla parte eletta della nazione, e parla di golden share, mentre io ho amici umilmente italiani, spiego che, in una società per azioni, la golden share è quel pacchetto di azioni che costituisce l’ago della bilancia nelle decisioni sociali. Ora, come nelle società per azioni qualcuno può avere la golden share, altrettanto bene qualcuno può averla nel governo. È un fatto. E contro i fatti non c’è niente da fare. Dire “Nessuno deve avere la golden share del governo” è come dire: “Nessuno deve morire di cancro a vent’anni”. Voto comprensibile, ma purtroppo inutile. Se contro qualcosa non si può lottare, che senso ha deprecarla, se non quello di sottolineare la nostra impotenza, un’impotenza che non si riscatta con le parole?
Conte rimprovera poi a Renzi di accusare il governo di non aver fatto, in poco tempo, quello che lui stesso non ha fatto in quattro anni di governo. Ed avrebbe ragione, se la gente tenesse conto della storia. Invece la gente bada al presente, e ciò che è avvenuto due mesi fa è archeologia. Basti dire che tutti rimproverano a Salvini l’errore di aver fatto cadere il governo, mentre prima erano innumerevoli quelli che gli chiedevano di fare questa mossa. Ed ora sono spariti. Ha sbagliato soltanto Salvini. È così che va la politica. Dunque Conte non deve rispondere, con la storia, a Renzi, deve rispondere coi fatti ai cittadini, se può. Se no incassi e basta. E invece in un certo senso lui provoca, sprizzando ottimismo da tutti i pori. Se la nave stesse affondando, lui direbbe: “Fra poco avremo abbondanza d’acqua”.
Quell’uomo non ha il senso delle proporzioni. Ha anche detto: “Io non sono il servo di nessuno. Sono più duro perfino di quanto fu Bettino Craxi a Sigonella”. Il prof.Conti ignora la distanza che lo separa da Craxi. E le sue parole – lo sappia uno che ha deprecato lo stile di Salvini - suonano sbruffoneria. Craxi non fu soltanto il protagonista dell’episodio da lui citato (e in cui io personalmente sono stato dalla parte degli americani) ma il detentore, per molti anni, della golden share fra due giganti, la Dc e il Pci, che avrebbero schiacciato chiunque. Come del resto in fin dei conti alla fine schiacciarono anche lui.
Forse a Conte non bisognerebbe togliere soltanto l’audio. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)https://www.corriere.it/politica/19_ottobre_08/franco-contecorriere-web-sezioni-25675798-e936-11e9-a351-0f862d63c352.shtml?refresh_ce-cp




permalink | inviato da Gianni Pardo il 9/10/2019 alle 6:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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