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POLITICA
20 luglio 2019
LA PERCEZIONE DELLA BELLEZZA
Molti pensano che la bellezza sia qualcosa di oggettivo. Pensano che una cima di montagna innevata sullo sfondo di un cielo aggressivamente blu o un tramonto fiammeggiante e drammatico sono cose che saranno trovate belle da chiunque. Perché effettivamente lo sono. Ed è un errore. Come un cieco non può apprezzare un quadro,  nello stesso modo non può apprezzarlo chi non è stato educato a capire l’arte. Il primo è un cieco fisiologico, il secondo un cieco funzionale, in materia di pittura. Nello stesso modo, se per alcuni un concerto per violino e archi di Bach è un godimento supremo, per altri è soltanto rumore. Fastidioso per giunta. Sicché diviene inutile chiedere se quelle cose siano oggettivamente belle o no. La bellezza non esiste in natura, come non esiste l’umorismo. La bellezza esiste quando si incontrano qualcosa che i competenti giudicano “bello” e una persona capace di apprezzarla. Di oggettivo non c’è molto.
A questo punto sarebbe facile concludere che ci sono i fortunati che percepiscono la bellezza, e gli sfortunati (o ignoranti che sia) che non la percepiscono. In realtà neanche questo è vero. Perché l’educazione alla bellezza (o all’intelligenza, che è per così dire la bellezza del pensiero) si trasforma in una sorta di pantografo, o di lente d’ingrandimento, per cui si gode di più se c’è da godere, ma si soffre di più se c’è da soffrire. Chi è sordo alla musica non godrà e non soffrirà né se è costretto ad ascoltare Mozart o gli Heavy Metal, mentre l’innamorato di musica classica, condannato ad ascoltare gli Heavy Metal, potrebbe arrivare alla depressione.
I veri fortunati sono coloro che hanno la sensibilità per la bellezza, e che hanno sia l’occasione di godere di questa bellezza, sia il modo di sfuggire alla corrispondente bruttezza. E la condizione non è sempre facile da realizzare. Chi privatamente fosse un grande competente di musica di Mozart, ma lavorasse come cassiere in un supermercato, potrebbe essere costretto ad ascoltare musica pop da mane a sera, avendo come unica tregua gli avvisi commerciali o i messaggi per i commessi.
E tuttavia si può trarre da tutto quanto precede una deduzione significativa. Se non si ha l’occasione di apprezzare la bellezza, passi. Ma se si ha l’occasione di imparare ad apprezzarla, e si ha una ragionevole possibilità di evitare la corrispondente bruttezza, è un immenso spreco non approfittare di quel godimento.
Prendiamo la musica, che è un buon esempio perché la si può ascoltare a casa propria e non è difficile evitare la non-musica. Ciò posto, tutti coloro che non capiscono la musica classica, che sono fermi al tam tam della giungla, cioè alle canzoni contemporanee, e ai “concerti” che attirano decine di migliaia di sordi musicali, non hanno nemmeno idea di che cosa perdono. Si beano di un acquario con i pesci rossi e ignorano che esiste l’oceano.
Nella scala di chi comprende la grande musica classica strumentale, la cosiddetta musica che piace ai giovani si pone più o meno come lo scarabocchio di un bambino su un muro rispetto a un quadro di Vermeer. Ma non c’è modo di spiegare a chi non ne ha neppure l’idea che, al di là dello strepito metallico di pessime chitarre elettriche c’è un mondo di armonie, di contrappunti, di ritmi, una varietà infinita di espressioni. Più o meno quante ne permette il linguaggio umano. E molti è come se non andassero oltre “La vispa Teresa”. 
Anche nel campo della bellezza del pensiero ci sono grandi spazi di cui molti non hanno nemmeno idea. Anche se è vero che, in materia, se non si è avuta la fortuna di avere seguito in gioventù solidi studi classici, si parte oggettivamente – e forse invincibilmente – svantaggiati. Per fornire un esempio, tutti ci occupiamo di morale, dalla mattina alla sera, quando condanniamo o approviamo i comportamenti del prossimo, o i nostri stessi comportamenti. E lo facciamo sulla base di principi che, in generale, condividiamo con gli altri. Sono i costumi del nostro tempo, i nostri mores, parola da cui deriva morale. Ma è lo studio della storia e della filosofia che insegnano quanto quei mores siano discutibili, come siamo annegati nel nostro condizionamento e come possiamo liberarcene.  
Quando ho letto Nietzsche è stato come se qualcosa mi fosse esploso in mente. Non che approvassi tutte le sue idee, lungi da ciò, ma la sua capacità di analisi e di contestazione dell’ovvio mi fecero capire che, per anni, ero stato immerso nel “sonno dogmatico” di cui parlava Kant. In un paio di righe isolate, Nietzsche spara questo interrogativo: “Fin dove osi pensare?” Ed io mi sono accorto che, fino ad allora, non avevo osato abbastanza. In questo aprirsi dei cieli della libertà e dell’intelligenza, non c’è una suprema bellezza intellettuale? E non è da compiangere, chi non ha mai avuto queste emozioni?
Certo, a questo punto l’inevitabile contatto con la stupidità ci farà soffrire anche di più, ma forse possiamo imparare la tolleranza e la comprensione del prossimo, pensando che noi stessi siamo stati addormentati per parecchio tempo. E soprattutto che il primo valore, nell’esistenza, non è né la bellezza né l’intelligenza, ma l’amore. E l’amore ce lo può dare anche uno stupido. O un cane. E anche al cane bisogna dire grazie.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 luglio 2019 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 20/7/2019 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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