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POLITICA
19 luglio 2019
CAMILLERI
De mortuis nil nisi bonum, dei morti non si dovrebbe dire nulla, a parte i loro meriti. Ma grazie al cielo il latino non è più di moda e dunque di Andrea Camilleri posso parlare in tutta franchezza. Anche perché i suoi meriti sono numerosi (e oggettivamente preponderanti) mentre le mie critiche sono forse soltanto personali, frutto di idiosincrasie che gli altri possono benissimo non condividere.
Il primo merito di Camilleri è il successo. L’Italia ha un esercito di scrittori che sono tali solo per sé stessi e per i loro intimi. Uomini e donne che, sperando in un miracolo, hanno pubblicato, a loro spese e presso un editore sconosciuto, tremila copie di un libro che nessuno ha comprato. La qualifica di scrittore suscita ormai, in primo luogo, un moto d’ironia. E, proprio per questo, dinanzi a qualcuno che ha venduto milioni di copie, abbiamo non il diritto, ma il dovere di gridare: “Signori, finalmente un vero scrittore!” 
E non si tratta soltanto di un exploit statistico o finanziario. Se si ottiene un tale successo, è segno che si è risposto ad un’esigenza del grande pubblico Si è indovinata la temperie del tempo. Si è prodotto ciò che la gente aspettava. Dunque, tanto di cappello a Camilleri. La prima qualità di uno scrittore è avere dei lettori.
Detto questo, debbo però dire che, quando c’è una puntata del Commissario Montalbano, lascio la stanza. Grazie al cielo abbiamo più di un televisore, e una caterva di libri che non ho ancora letto. Il mondo di Camilleri mi irrita al di là del sopportabile.
Innanzi tutto non ne sopporto la lingua. Camilleri che, nel recente monologo televisivo su Tiresia, si è mostrato uomo di grande cultura e di grande sensibilità artistica, per Montalbano ha inventato un gergo che non è né italiano né siciliano, né siciliano arcaico né siciliano moderno. Una lingua ammiccante e inverosimile, in cui persone che riescono a parlare di problemi psicologici o legali, poi chiamano “picciotta” una giovane donna che nella Sicilia di oggi tutti chiamerebbero ragazza o, volendo proprio parlare in dialetto, “carusa”. Per me l’effetto “colore locale” va completamente perso, proprio perché quella lingua non è parlata né in Italia né in Sicilia. 
Altro difetto del mondo di Montalbano è lo sfondo. Da un lato il regista sceglie scorci monumentali da lasciare abbagliati per la loro bellezza, dall’altro li mostra costantemente deserti, come se fossero fondali e non posti in cui vive una brulicante umanità. Confesso che, da siciliano, pur conoscendo Modica, Noto ed altri bei posti, ignoravo che nel sud-est della Sicilia ci fosse tanta bellezza. Da rimanere a bocca aperta. Purtroppo questa bellezza diviene patinata, da dépliant turistico, talmente è priva di umanità. Anche se sarei contento se, nell’ora di punta, potessi andare in auto come si procede a Vigata, a tutte le ore. E invece a Palermo, mi dicono, si ha la più bassa velocità media urbana delle grandi città italiane. Ma forse Palermo non è in Sicilia.
Altro difetto insopportabile: le macchiette. Con quale coraggio Camilleri ha potuto creare un personaggio come Tatarella? Assurdo, ridicolo persino nel suo simil-falsetto, imbecille, e inoltre ripetitivo nelle gag (la porta che sbatte) e negli stilemi,“(di persona personalmente”)? Da abile conoscitore del pubblico meno raffinato, Camilleri sa che esso è felice quando può prevedere la scena seguente, e dunque è disposto a sorridere per l’ennesima volta. Ma una persona che ha un minimo di gusto non può non sentirsi provocata. Questo è basso populismo artistico. La casalinga di Vigevano, o – se è per questo – di Vigata, sarà contenta di sapere in anticipo che il medico legale (buonanima, purtroppo) accoglierà Montalbano trattandolo da seccatore e parlandogli dei suoi “cabasisi”, ma lo spettatore normale ha quasi voglia di dire al regista: “Sì, ma ora basta”.
Avendo esattamente compreso il livello del pubblico televisivo, o dei suoi lettori, Camilleri non rifugge dagli stereotipi. Così ripete l’eterno topos dei superiori emeriti imbecilli. Certo, così si accarezza secondo il verso del pelo l’esercito degli inferiori frustrati, ma si offende la verità. Fra i superiori ci sono dei cretini, ma che cosa prova che la loro percentuale sia superiore a quella degli inferiori?
 Perfino qualche strizzata d’occhio allo spettatore, quando si vuol mostrare un Montalbano pressoché ecologico, diviene una stonatura. Gli si attribuisce una casa così vicina al mare da poterla usare come cabina balneare. Quella terrazza non è poetica, è ciò che meglio corrisponde all’idea platonica di abusivismo edilizio. 
E questo non è il peggio. Il peggio sono le donne. Camilleri le vede come le vedeva un giovanotto siciliano negli Anni Trenta del secolo scorso. Esse sono soltanto di due categorie: o giovani procaci, che fanno pensare soltanto al sesso, o anziane e grasse massaie intente a cucinare. Le uniche due attività per le quali, a parere di Camilleri, perfino un cervello femminile è sufficiente. E questo stereotipo è talmente possente che persino quando deve creare per Montalbano una fidanzata, Camilleri – da quel provinciale che forse è rimasto – ne fa una ragazza del nord. Ma neanche lei sfugge alla regola: infatti è una perfetta oca. Camilleri le donne le ha soltanto sognate. Ma forse i suoi erano incubi. 
La Sicilia che si rappresenta è vagamente ottocentesca, e nondimeno tutte le donne sono sottoposte al fascino irresistibile di Montalbano. Anche se poi lui non si comporta come James Bond (andiamo, siamo pur sempre a Vigata!). Si vede chiaramente che Camilleri, proiettivamente, vorrebbe avere il fascino di ambedue questi investigatori, l’elegantissimo Sean Connery e il tarchiato ma virilissimo Zingaretti.
In conclusione, Camilleri è stato un grande scrittore popolare, molto abile e per questo da stimare. Basti pensare a quanti farebbero carte false per avere la metà del suo successo. Ma rimpiangerlo come un grande artista, chiamarlo maestro, parlarne quasi come di una perdita irreparabile della nostra letteratura, questo no. Non bisogna renderlo ridicolo con lodi sproporzionate. Non è rispettoso.
È vero, io non l’ho avuto in simpatia. Ma quando ho saputo che aveva perso la vista, ne sono stato addolorato. E il suo monologo su Tiresia, quell’altro grande cieco, mi ha toccato profondamente. Perché Camilleri, se non fu un grande artista, certo fu un uomo sensibile, aperto ai sentimenti e ai colori del mondo. E questi ultimi infine gli furono negati.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
19 luglio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/7/2019 alle 15:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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