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POLITICA
6 giugno 2019
NON VORREMMO ESSERE NEI NOSTRI PANNI
Il nostro governo ha ricevuto la risposta al documento richiesto qualche giorno fa, e questa risposta è la peggiore che potevano darci: la Commissione Europea ritiene la procedura per debito eccessivo a carico dell’Italia “giustificata”. È la prima volta che l’Europa si appresta ad applicare questa procedura.
Nell’autunno dello scorso anno ci è stata minacciata la procedura “per infrazione” delle regole comunitarie – non per debito eccessivo - e il nostro governo, dopo decine di proclami aggressivi e gladiatori, mandò Tria a negoziare la resa. Il deficit previsto fu ridotto dal 2,4% al 2% (col gioco delle tre carte scrissero 2,04%, per conservare il “4”, quattro  decimillesimi in più). Purtroppo l’andamento dell’economia è stato peggiore del previsto, e non siamo stati in grado di mantenere nemmeno quel 2%. E questo contribuisce a rendere giustificata la procedura d’infrazione. 
Ma c’è di peggio. Come si diceva, stavolta la Commissione ci preannuncia una procedura “per debito eccessivo”. E qui, a naso, le cose divengono anche più difficili. Chi infrange le regole può promettere di comportarsi bene e non infrangerle più. Chi ha un debito eccessivo, invece, ha soltanto la possibilità di ridurlo (usando miliardi sonanti a questo scopo) o, malissimo che vada, a non aumentarlo. Ma già questo significa scordarsi tutti i provvedimenti di cui sogna l’attuale governo.  Non basta: tutto questo entro il nove luglio. Noi che non siamo capaci di raddrizzare la rotta in un anno, stavolta dovremmo riuscirci in un mese. Chi ci crede alzi la mano. E tuttavia, o l’Italia obbedisce all’Europa o sono guai. O forse sono comunque guai. Probabilmente è per questo che sia Salvini sia Di Maio riconfermano i loro impegni: perché sono già nella melassa fino al collo, e possono anche affondare cantando l’inno nazionale.
Ma cerchiamo di essere analitici. Se l’Italia obbedisce, può scordarsi a tempo indeterminato la parola “deficit”. Non ci sarà un euro per tutti i progetti faraonici di cui si è parlato, e bisognerà rimangiarsi i provvedimenti stupidi e dannosi varati fino ad ora, ma di cui gli scervellati menano vanto. Né ci sarà un euro per finanziare la tassa piatta. Se denaro non ne abbiamo e l’Unione ci vieta di chiederlo in prestito, come potremmo – anche volendo - aumentare il debito pubblico? Con quale denaro si potrebbe fare il minimo sforamento, intendendo con questo la minima spesa in deficit? Non è nemmeno necessario che Bruxelles ci imponga in concreto qualcosa, basta che dichiari che il nostro debito non è affidabile, che essa in ogni caso non ci sosterrà, e i mercati non avranno più fiducia in noi.
E non basta. A fine anno, se soltanto vogliamo disinnescare la clausola di salvaguardia che ci impone di aumentare l’Iva (presto al 25%), abbiamo bisogno di una trentina di miliardi. E se non possiamo spenderli in deficit, se cioè non possiamo ottenerli in prestito, e dobbiamo tirarli fuori dalle nostre tasche, con prelievi forzosi da parte dello Stato, come sopporteremo questo sforzo? Soltanto per l’Iva si tratta di cinquecento euro a testa, dunque di duemila euro per una famiglia monoreddito di quattro persone. Ma, come si dice nel Sud, non si può cavare sugo da una pietra.
E allora facciamo che lasciamo aumentare l’Iva. Ma questo aumento corrisponde ad un aumento di prezzo del 3 o 4% di tutto ciò che è gravato di Iva. E si sa che l’Iva si paga anche sui servizi funebri. Insomma non ne scampiamo neanche morendo. Allegria.
Attualmente siamo alle raccomandazioni, efficacemente riassunte da Corinna de Cesare sul Corriere(1), e basta leggerle per rendersi conto che se, per alcune di esse, l’Italia non è disposta a seguirle, per la maggior parte si tratta di autentiche impossibilità pratiche. Insomma, se l’Europa parla seriamente, in luglio si avrà sicuramente la procedura d’infrazione per debito eccessivo. E bisogna dunque chiedersi quali saranno le ulteriori conseguenze. Purtroppo, pur cercando notizie sui giornali, regna la nebbia. Qualcuno – che spero ne capisca più di me – ipotizzava le seguenti soluzioni: o una maxi multa di tre miliardi e mezzo di euro, o l’arrivo della Troika (commissariamento economico dell’Italia da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale) o l’espulsione dall’area euro. Ammettiamo che abbia ragione. La multa mi sembra inverosimile. Sarebbe come obbligare chi è in crisi iperglicemica a mangiare mezzo chilo di cassata siciliana. L’espulsione dall’euro non mi pare sia prevista nei testi da me intravisti, ma potrebbe verificarsi per ragioni obiettive. Se i mercati attaccano l’Italia, e questo attacco coinvolgesse l’Europa, questa per salvarsi potrebbe mollarci. Rimane la Troika, per cinque anni o più. E in quel caso ci potremmo porre un problema che probabilmente si pongono molti cinesi: è meglio avere un governo dittatoriale che non provoca disastri economici o un governo che ci assicura sia politicamente che economicamente la libertà di avviarci al default?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 giugno 2019

(1)Corinna de Cesare
Le raccomandazioni
I nodi sono arrivati al pettine. E leggendo le raccomandazioni di Bruxelles all’Italia, i nodi sono sempre gli stessi. «Il debito italiano resta una grande fonte di vulnerabilità per l’economia» ha sottolineato l’Ue e le recenti «misure, con il trend demografico avverso, capovolgono in parte gli effetti positivi delle riforme pensionistiche del passato e indeboliscono la sostenibilità a lungo termine» delle finanze. Finanze danneggiate, com’è noto, anche dall’ «aumento dei tassi d’interesse dei titoli di Stato osservato nel 2018 e 2019». Ossia lo spread, tornato oggi ad aumentare.
Abbassare il debito
La regola del debito insomma «non è stata rispettata» nel 2018, nel 2019 e non lo sarà nel 2020, e quindi «è giustificata», secondo l’Ue, l’avvio di una procedura per debito eccessivo. L’Italia deve avviare necessariamente un cambio di rotta su questo ed altri punti, secondo la Commissione europea. «Le recenti politiche dell’Italia hanno inflitto danni — ha spiegato il vicepresidente per gli Affari finanziari Valdis Dombrovskis —. L’Italia paga per interessi sul debito tanto quanto spende per tutta l’istruzione, pari a 38.400 euro per abitante e la crescita si è quasi interrotta». 
Bruxelles si aspetta che il debito italiano salga sia nel 2019 sia nel 2020 oltre il 135%, anche a causa di «un avanzo primario in discesa, e privatizzazioni non raggiunte». E dunque, «sebbene restino limitati i rischi di rifinanziamento nel breve termine, il debito pubblico resta una fonte di vulnerabilità». 
Combattere l’evasione
Come abbattere il debito secondo Bruxelles? Usando le entrate inattese, spostando la tassazione dal lavoro ma soprattutto combattendo l’evasione. È questo un punto su cui l’Ue insiste in particolar modo sottolineando l’importanza di rafforzare l’uso di pagamenti elettronici e abbassare la soglia per i pagamenti in cash. Solo così, secondo la Commissione, si va nella direzione della lotta all’evasione, purtroppo ancora molto diffusa in Italia. 
Secondo le statistiche del ministero dell’Economia, solo 38.291 persone dichiarano redditi superiori a 300.000 euro. A fronte di un total tax rate, l’insieme di tasse e contributi pagato da un’azienda in Italia superiore al 60%. E la pressione fiscale con l’ultima legge di bilancio è cresciuta dal 41,9 al 42,3%. 
Ridurre la tassazione sul lavoro
Una delle raccomandazioni dell’Ue è quella di abbassare la tassazione sul lavoro. L’Ocse ha di recente diffuso il rapporto Taxing wages 2019 dedicato al cuneo fiscale, da cui emergono i differenziali esistenti tra i 36 Paesi che fanno parte dell’Organizzazione. Il cuneo fiscale misura di fatto la differenza tra il costo del lavoro per il datore di lavoro e la corrispondente retribuzione netta del lavoratore. Ebbene, l’Italia si colloca nelle prime posizioni: nel nostro Paese un lavoratore standard single e senza figli a carico è sottoposto a un cuneo fiscale del 47,9%. La percentuale è composta per il 16,7% di imposte personali sul reddito e per 31,2% di contributi previdenziali che ricadono in parte sul lavoratore (7,2%) e in parte sul datore di lavoro (24,0%). Il terzo posto dell’Italia è un gradino sotto il secondo posto della Germania (49,5%) e uno sopra il quarto della Francia (47,6%). 
Attuare le riforme pensionistiche
Per Bruxelles il rallentamento economico «spiega solo in parte l’ampio gap» nel rispetto della regola del debito invece la «retromarcia» su alcune riforme pro-crescita del passato, come quella delle pensioni, ha avuto un ruolo importante. Il riferimento è a «Quota 100», l’operazione fortemente voluta dal governo 5 stelle-Lega e su cui Luigi Di Maio ci ha tenuto subito a sottolineare su Facebook: «Quota 100 non si tocca e, sia chiaro, le pensioni degli italiani non si toccano!». 
 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 6/6/2019 alle 6:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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