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POLITICA
5 giugno 2019
L'AUTO-SOSPENSIONE
Luca Palamara si è auto-sospeso dall’Associazione Nazionale Magistrati. Ieri cinque membri del Consiglio Superiore della Magistratura si sono auto-sospesi. Questi titoli del Corriere della Sera, al di là delle note vicende, inducono a porsi ancora una volta l’interrogativo: ma che cos’è, questa auto-sospensione? La prima risposta è molto semplice: è un istituto giuridico che  non esiste. Ma poiché se ne parla tanto, può essere utile definirlo, e per farlo partiamo dalla sospensione. 
La sospensione è l’atto col quale un’autorità amministrativa ingiunge ad un dipendente di astenersi dalla sua attività istituzionale, cioè dal fare il suo normale lavoro. Per esempio se un ospedale vuole punire un suo medico in seguito ad un grave sospetto, ad una seria infrazione della legge o a una intollerabile mancanza disciplinare, lo sospende. Da quel momento quel professionista non potrà più curare i malati, e ciò fino alla eventuale revoca della sospensione o ad un provvedimento più grave, per esempio il licenziamento. 
Ciò dimostra che la sospensione può avere parecchie facce. Nel caso del medico ospedaliero, se il sospetto è quello di gravi mancanze professionali o deontologiche, se cioè c’è il grave sospetto che egli sia un cattivo medico, la sospensione ha evidentemente lo scopo di impedirgli di fare ulteriori danni. Se viceversa egli è passato a vie di fatto col Direttore dell’ospedale, la sospensione avrà il significato di una punizione e di una minaccia di ancor più gravi provvedimenti. Insomma la sospensione va esaminata nel caso concreto, perché secondo le circostanze può avere significati diversi.
L’auto-sospensione consiste invece nell’annuncio, dato dall’interessato, che in conseguenza degli eventi in cui è implicato, si comporterà come se la sua Amministrazione lo avesse sospeso. E questo atteggiamento – benché di moda, prova ne sia che è nata una parola per designarlo – in fondo è sorprendente. Se l’amministrazione da cui il funzionario o il professionista dipende non ha ritenuto opportuno sospenderlo dal servizio, perché mai dovrebbe ritenerlo opportuno il funzionario o il professionista?
L’annuncio può avere diverse finalità. La prima è la volontà di dimostrarsi così sensibili ai doveri morali da dire: “Voi mi sospettate ma non mi sospendete. Io sono così severo che, se qualcuno fosse sospettato della stessa cosa, lo sospenderei. E per cominciare, dunque, sospendo me stesso”. Ma questo atteggiamento è criticabile per parecchi versi. Se la mossa è destinata ad accreditare l’auto-sospeso come persona di particolare sensibilità etica, ciò è in contrasto con i fatti di cui è accusato. È quasi un volersi presentare non soltanto come innocente, ma come persona che, del tutto all’opposto, è ancor più della media alieno dall’irregolarità di cui è accusato. Ma questo è un paralogismo. Se un capoufficio è accusato di atti di libidine violenti (basta che abbia toccato il sedere di una impiegata) non sarà certo una scusante, per lui, se afferma che da mesi non fa nemmeno l’amore con sua moglie. Perché la reazione del pubblico accusatore potrebbe essere sarcastica: “Ma allora vada a toccare il sedere di sua moglie, invece di quello delle impiegate”. 
Una seconda critica nasce da uno squilibrio giuridico. Se l’autorità non sospende qualcuno, l’interessato dovrebbe esserne contento e, se si trattasse di un altro, dovrebbe battersi perché non sia sospeso, dal momento che la sospensione, come la carcerazione preventiva, si risolve in una punizione anticipata, prima che sia accertata la colpa.
Da qualunque lato la si esamini, l’auto-sospensione è qualcosa che non funziona. Chi si reputa innocente non dovrebbe auto-sospendersi ma, se possibile, dovrebbe fare appello contro questa decisione. Fra l’altro, chi si auto-sospende sottrae indebitamente le proprie prestazioni all’ente da cui dipende e questo è contrario alla deontologia. Anche nel caso in cui si sia disposti a rinunciare allo stipendio. Infatti (per il principio economico dell’utilità dello scambio) se il datore di lavoro gli ha dato quel posto, è perché pensa di ricavarne un’utilità superiore a quella che gli dà in termini di paga.
E infine, al di sopra di tutti gli altri, c’è un problema di buon gusto. Se mi accusano di rapina – reato odioso – non è che, per difendermi, devo proclamarmi un novello Francesco Saverio o una novella Madre Teresa di Calcutta. Basta che dimostri, se mi riesce, di non aver commesso quel delitto. Invece auto-sospendersi tende a darsi un’esagerata aureola di virtù, dimenticando che la società non va in cerca di santi o di eroi, ma di galantuomini che non violano il codice penale. 
In uno stato liberale ed evoluto, bisognerebbe tenere separata la morale e l’amministrazione della giustizia. Riguardo al singolo, in tanto si può affermare che abbia violato il codice penale, in quanto sia intervenuta sentenza definitiva. Punto. E chi crede alla propria innocenza, è a quell’innocenza che deve aggrapparsi, sperando che la magistratura la riconosca.
Insomma, sarebbe bello se questa commedia dell’auto-sospensione avesse onesta e definitiva sepoltura.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
       4 giugno 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/6/2019 alle 6:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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