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POLITICA
1 giugno 2019
CHE COSA HA VERAMENTE SCRITTO TRIA A BRUXELLES
Chi – per carenza di informazioni o di formazione – spesso non comprende ciò che avviene intorno a lui, reputa che “capire” significhi “essersi fatta un’idea”. E per questo spesso gli basta leggere i titoli dei giornali. Per chi invece è abituato a capire veramente (o almeno a sapere di non aver capito) non ha nessuna importanza ciò che dicono i giornali, le televisioni o i cosiddetti “esperti” nei talk show. Se viene votata una nuova legge sulla legittima difesa, va a leggere il nuovo testo, e lo confronta col vecchio. Allora avrà un’opinione – se è sufficientemente competente – sul fatto che la legislazione sia cambiata in peggio o in meglio.
Ora sappiamo che l’Ue prevede di applicare all’Italia una procedura d’infrazione e, prima di pronunciarsi, ha chiesto se ha spiegazioni o giustificazioni da addurre. Le due procedure (infrazione alle regole o per debito eccessivo) sono cose talmente serie che la prima – la meno grave delle due – ha indotto il governo, alla fine dello scorso anno, a fare una precipitosa marcia indietro sul deficit previsto (dal 2,4% al 2%). Purtroppo non siamo stati nemmeno in grado di mantenere questo 2% (pare che siamo già al 2,4%) ed ora si profila il ben più grave rischio della procedura per debito eccessivo. Per debito eccessivo si intende: “tale che i mercati potrebbero pensare che l’Italia non sia in grado di far fronte ai suoi debiti”, e conseguentemente, pesantissimo intervento dell’Unione Europea nel governo dell’Italia. Ma torniamo al presente. 
L’Ue europea è “preoccupata per l’andamento del debito pubblico italiano”, come scrive il “Corriere della Sera”, e chiede informazioni. A questa improrogabile richiesta, all’ultimo momento utile (qualche decina di minuti prima della mezzanotte del 31) il nostro ministro dell’’economia, Giovanni Tria, ha risposto con un breve testo seguito da un altro più lungo, di cinquantotto pagine. Di quello breve il Corriere ha pubblicato (in foto) la parte detta “essenziale”. E questa parte viene qui diligentemente copiata, aggiungendovi dei numeri che rinviano ai commenti. 
Il Parlamento ha invitato1 il Governo a riformare2 l’imposta sul reddito delle persone fisiche3, nel rispetto4 degli obiettivi di riduzione del disavanzo5 per il periodo 2020-2022 definiti nel Programma di Stabilità. Inoltre il Parlamento ha invitato1 il Governo a evitare6 gli aumenti delle imposte indirette6 per il 2020 individuando alternative idonee a garantire il suddetto miglioramento strutturale7.
Di conseguenza (…) il Governo sta elaborando un programma complessivo di revisione della spesa corrente8 comprimibile9 e delle entrate anche non tributarie10.
Fin qui Tria, con l’approvazione dei due partiti che formano la coalizione di governo ed anche del nostro autorevole Presidente del Consiglio dei Ministri. E questo testo sarebbe comico, se non fosse triste.
Già le giustificazioni dell’Italia non dovrebbero indicare i provvedimenti emessi, dovrebbero indicare i loro effetti concreti, ma qui addirittura non abbiamo neanche l’approvazione dei provvedimenti. Il Parlamento invita(1) il Governo a riformare(2) l’imposta sul reddito delle persone fisiche(3) cioè l’Irpef, quella che paghiamo con la dichiarazione dei redditi. Ma in primo luogo gli inviti non sono cogenti, e in diritto questa sarebbe acqua fresca. Poi il Parlamento non dice al Governo in che misura e neppure in che direzione devono andare quelle riforme. Teoricamente potrebbe anche trattarsi di un aggravio delle tasse che paghiamo con la dichiarazione dei redditi. E sappiamo benissimo che non questa è l’intenzione di Salvini. Dunque si tratta di parole generali che potrebbero significare qualunque cosa. E Bruxelles dovrebbe contentarsene? 
Inoltre, affermare che ciò dovrà avvenire nel rispetto(4) degli obiettivi di riduzione del disavanzo(5) è un azzardo che va chiarito. Infatti, se si profila un provvedimento in deficit (come hanno proclamato sia Salvini sia, ora, Di Maio) un provvedimento in deficit non rispetta affatto quegli obiettivi e aggrava la situazione del debito pubblico. Dunque questo rispetto potrebbe essere impossibile. Diverso sarebbe stato il caso se Tria avesse scritto: “sempre che ciò sia possibile rispettando...”, ma, appunto, non è quello che ha scritto. E Bruxelles dovrebbe contentarsi di impegni così vaghi, labili e contraddittori? Infatti il disavanzo(5) è proprio lo sbilancio fra entrate ed uscite. Esattamente quella malefica pratica che fa aumentare il debito pubblico. Dunque o si rispettano gli obiettivi, evitando il disavanzo, o si spende in deficit. 
Ma il Parlamento ha anche invitato(1) il Governo a evitare(6) gli aumenti delle imposte indirette. Quando si parla di imposte indirette si parla di Iva e a questo riguardo si deve ricordare che l’attuale Governo gialloverde si è impegnato ad aumentarla drammaticamente, a fine anno, se non intervengono correttivi. Ma dire a qualcuno che deve evitare qualcosa è sprecare il fiato. Che senso ha dire: “Evita di essere povero e infelice, è meglio essere ricchi e felici”? Tria avrebbe dovuto dire a Bruxelles in che modo l’Italia troverà i ventitré miliardi o quello che sono per evitare l’aumento dell’Iva. E avrebbe fatto piacere anche a noi saperlo. 
Comunque Tria continua parlando di alternative idonee(7). Altra frase che non significa niente. È come se si dicesse che un tumore maligno si guarisce con le terapie idonee ad ottenere questo effetto. “Diamine, verrebbe da dire. Ma dimmelo, quali sono queste terapie!”
Infine il Governo “sta elaborando un programma”(8). E come potrebbe ciò bastare a Bruxelles, se non sa, primo, qual è questo programma, secondo, se sarà effettivamente applicato e, terzo, se avrà gli effetti sperati?
E poi qual è la spesa “comprimibile”(9)? Non si sa che tutti sono d’accordo per il taglio delle spese che convengono agli altri, mentre giudicano immorali e inammissibili quelle che toccano loro? Le spese non si dividono in comprimibili e incomprimibili, ma in “quelle che lo Stato riesce ad effettuare e quelle che lo Stato non riesce ad effettuare”. E fino ad ora, per anni, malgrado cento spending review, non si è riusciti a cavara un ragno dal buco. 
Lo stesso vale per le entrate non tributare(10), che sarebbero la vendita dei beni immobili dello Stato. Un conto è annunciarle, un altro riuscire a portarle in porto, senza svendere il patrimonio dello Stato. E infatti in Italia nessun competente ha preso sul serio questa fonte di finanziamento (una tantum) dello Stato. E se non è stato preso sul serio in Italia, perché dovrebbe esserlo a Bruxelles)?
La conclusione è semplice: Bruxelles non terrà nessun conto di questa lettera. E se ne tenesse conto, sarebbe per motivi suoi, nel suo interesse, non nel nostro. Perché l’Italia non ha fornito nessuna valida ragione per evitare una delle due procedure d’infrazione.
Il cielo è piuttosto nuvoloso.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
1° giugno 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 1/6/2019 alle 13:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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