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POLITICA
30 maggio 2019
IL POSTO DI LAVORO NON È SACRO
Se qualcuno ha visto i recenti numeri di “Fratelli di Crozza” ricorderà che si concludono con una parodia di Vittorio Feltri, presentato come un vecchio sboccato, immorale e brutale, che parla assolutamente fuori dai denti. Un selvaggio. Il sottotesto di quell’atteggiamento – che del resto il falso Feltri mette spesso in evidenza  – è che, quando si è vecchi, ci si può permettere di dire qualunque cosa. Soprattutto se la si considera “fattuale”. E allora, poiché anch’io non sono più un ragazzino, approfitterò di questa libertà.
Se c’è una cosa sacra, sono i posti di lavoro. Si parla di una fusione, di un rischio di fallimento, di una delocalizzazione? La prima preoccupazione dei sindacati, delle televisioni, dei giornali, insomma di tutti, è che siano “salvaguardati i posti di lavoro”. Le imprese private sono responsabili dei loro soldi, dei loro bilanci e dei loro progetti, ma a patto che non diminuiscano i posti di lavoro. Non sembrano avere nemmeno il diritto di fallire - come se lo facessero per capriccio - perché ciò metterebbe in pericolo i sacrosanti livelli occupazionali.
Tutto ciò è assurdo. Vietare alle imprese di licenziare personale o addirittura di fallire sarebbe un po’ come vietare alla gente di morire. Con la differenza che mentre la resurrezione, malgrado qualche illustre esempio, non è divenuta pratica corrente, molta gente crede che si possano far risuscitare tutte le imprese morte affidandole allo Stato. Cioè tenendole in piedi col denaro dei contribuenti. E poi ci si meraviglia se alla fine, con una simile mentalità, non si riesce più ad uscire dalla crisi economica? 
Tutto ciò merita un “coming out” alla Feltri. Ed ecco che, come i vecchi sparano un rumore mal sorvegliato, io sparo un’affermazione demenziale: i posti di lavoro non sono sacri. Un lavoro si può averlo e si può non averlo. Lo si può trovare e lo si può perdere. Si può essere assunti e si può essere licenziati. Come avviene a milioni di muratori, di baristi, di elettricisti, di parrucchieri. Tutta gente che merita a pieno titolo la qualifica di “lavoratore” ma di cui i sindacati, le televisioni, i giornali e le anime belle si disinteressano totalmente. Che il lavoro lo trovino o lo perdano, che con esso si paghino dei lussi o riescano a stento a nutrire la loro famiglia, alla società non gliene importa niente. Se il proprietario della panetteria dice al commesso: “Quella è la porta”, il poveraccio è licenziato.
La “sacertas” del posto di lavoro esiste soltanto quando i lavoratori sono centinaia o, ancor meglio, migliaia. Se poi sono anche ben vestiti e ben retribuiti (anche se l’impresa è in rosso da decenni, come l’Alitalia) neanche l’arcangelo Michele riuscirebbe a scacciarli da un immeritato Eden. Gli unici posti di lavoro veramente sacri sono dunque quelli dei “numerosi e sindacalizzati”. Costoro sono praticamente sempre salvati dal licenziamento a spese dei contribuenti. Per loro il governo si attiva e non per solidarietà umana: soltanto per interesse politico. Per evitare disordini e cattiva stampa. Per viltà. 
Così gli unici padri di famiglia protetti dallo Stato sono coloro che rumoreggiano in piazza, quelli che reclamano fantomatici “diritti”, insomma un vero stipendio per un finto lavoro. E così ogni occupato deve mantenere non soltanto la sua famiglia, ma anche lo Stato, i falsi invalidi, i disoccupati veri e i disoccupati falsi. E poi ci meravigliamo dell’interminabile crisi. 
Il vero rimedio a questo disastro è la piena occupazione. Quando i disoccupati sono pochi, il lavoro si trova facilmente, e addirittura si è in condizione di scegliere. Se non si riesce ad ottenere questa situazione ottimale, la seconda migliore soluzione è la totale licenziabilità, in modo da realizzare la massima mobilità. Per rendersene conto, basta fare un ragionamento. Ammettiamo che il proprietario di quella panetteria abbia un pessimo carattere e licenzi un commesso solo per uno sgarbo. Certo non potrebbe sognarsi di farlo se la sua fosse una grande impresa o l’Amministrazione dello Stato, ma dal momento che quel commesso non è protetto da nessuno, lo può mandar via. Domanda: è in pericolo un posto di lavoro?
Se la panetteria non aveva bisogno di quel commesso, il posto di lavoro economicamente non esisteva e si è soltanto razionalizzata l’impresa. Se viceversa quel commesso era necessario, il proprietario dovrà correre ad assumerne un altro. Dunque il posto di lavoro non si è perso, un commesso c’era prima e un commesso c’è dopo. Non è la stessa persona, ma “i livelli occupazionali” non sono cambiati. E c’è un’altra conseguenza. Chi dice che il nuovo assunto non sia un commesso migliore di quello che è stato licenziato? E chi dice che, essendo migliore, se un giorno fosse lui stesso a voler lasciare il posto, non sarebbe il proprietario ad offrirgli un salario migliore, pur di trattenerlo? 
La licenziabilità comporta una migliore selezione dei lavoratori, mentre oggi, in particolare nell’Amministrazione dello Stato, esistono incarichi in cui tre persone fanno il lavoro che in un’impresa privata fa uno soltanto. L’avere fatto un idolo del posto di lavoro ha drammaticamente impoverito il Paese. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
29 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 30/5/2019 alle 5:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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