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POLITICA
27 maggio 2019
CHE COSA SI PUO' DEDURRE DALLE ELEZIONI
Prima, quanto meno qui in Italia, abbiamo avuto settimane, anzi un paio di mesi almeno, di stagnazione delle notizie e delle attività, in attesa di questa ordalia del 26 maggio. Ora abbiamo i risultati, sia per l’Europa, sia per l’Italia, e sono tanti da far girare la testa. Tutti ci chiediamo che cosa dobbiamo dedurne e che cosa avverrà. Troppa carne al fuoco. Perfino i sesquipedali dibattiti su tutte le reti televisive e sui giornali sono così numerosi, e comportano una tale alluvione di parole, che alla fine si realizza quel fenomeno per cui un eccesso di informazione si risolve in un’assenza di informazione. 
Per tutte queste ragioni, se siamo frastornati, se abbiamo la sensazione di non capire niente, se non abbiamo idea di ciò che avverrà, ci dobbiamo consolare: non soltanto non siamo gli unici, ma la maggior parte degli altri sono nelle nostre stesse condizioni. E allora, rinunciando alle analisi approfondite e alle previsioni giustificate, contentiamoci di capire ciò che è evidente oggi, lunedì mattina.
In Europa, fino a qualche giorno fa, ci si chiedeva se queste elezioni non avrebbero messo a rischio la politica europea o la sopravvivenza della stessa Unione. Nessuno poteva escludere che, in un soprassalto di rabbia, gli europei da un lato volessero punire Bruxelles per i problemi di cui soffrono, dall’altro si aggrappassero al sovranismo, come alla possibile formula del futuro. Anche se sarebbe stata soltanto il ritorno a un pericoloso passato. 
Soprattutto questo sentimento – di speranza o di paura, secondo i casi – era forte in Italia, dove il partito che rappresenta questa idea era previsto come il più forte. Matteo Salvini più di una volta ha detto che, con queste elezioni, la Commissione Europea avrebbe perso potere e l’Italia, mussolinianamente, avrebbe “fatto da sé”. Non si starà qui a discutere quanto questo progetto fosse serio o semplicemente possibile, una cosa è certa: oggi l’Europa non corre questo rischio. Tutto è prevedibile, ma non un governo europeo sovranista e Salvini sarà costretto a parlare d’altro. I nostri problemi dovremo discuterli o con Bruxelles o con le Borse. Con i pugni sul tavolo al massimo ci faremo male alle mani.
In Italia si è certificata ad abundantiam una chiara tendenza che qualcuno sperava non fosse così risoluta. E invece la Lega, col suo 34%, straccia un M5s dimezzato e ridotto al 17%.  Il Movimento è divenuto  terzo partito dietro ad un Pd che si dava per morto e che oggi risale al 22%, distanziandolo di cinque punti. Un’enormità di consensi: quanti ne sarebbero bastati per far entrare in Parlamento, a Bruxelles, un autonomo partito, dal momento che lo sbarramento è al 4%. 
È un terremoto, ma un terremoto le cui conseguenze non sono oggi esattamente prevedibili. Infatti si possono ragionevolmente allineare soltanto interrogativi. La legislatura potrebbe continuare (anche perché 34+17 fa 51%)  ma ovviamente la Lega peserebbe più di prima. E non sarebbe certo scongiurato, per il Movimento, il pericolo di essere bruscamente licenziato, in qualunque momento alla Lega apparisse utile rompere. Essa ha infatti un biglietto vincente per il prossimo governo, qualunque sia; mentre il partito che fu di Beppe Grillo non ha neanche l’indirizzo di una casa di riposo. 
La Lega potrebbe anche chiedersi se le convenga essere al potere alla fine dell’anno, nel momento più economicamente drammatico per l’Italia. Potrebbe addirittura commettere il delitto di provocare la crisi in coincidenza con la formulazione della nuova legge di stabilità, in modo da non assumersene la responsabilità. Né si può escludere che la legislatura finisca bruscamente, o perché qualcuno lo ha voluto, o a causa di un incidente imprevisto. In ogni caso, non si sa ancora quale nuova coalizione potrebbe sostituire l’attuale. Il centrodestra risulta rafforzato, ma la situazione rimane fluida. Qui non ci rimane che incrociare le dita.
Quanto al Movimento, bisogna chiedersi come reagirà a questa bruciante caduta di consensi. Il ridimensionamento era stato annunciato dalla lunga serie di sconfitte alle amministrative, ma nessuno l’aveva previsto così pesante e per giunta a livello nazionale. Luigi Di Maio riuscirà a rimanere seduto su quella poltrona troppo grande per lui, da cui gli pendono i piedi? E il Movimento rimarrà unito o si spezzerà in due tronconi, uno massimalista di sinistra, e uno moderato filocentrista? Per tutto questo non rimane che aspettare.
Un’epitome di perplessità. Ma il lunedì mattina, mentre ancora non si è smaltita la sbornia di numeri, forse non offre di più.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
27 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 27/5/2019 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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