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POLITICA
17 maggio 2019
COSTRETTO A PROFETARE
Carlo Guastamacchia, un amico alla cui affettuosità non potrei mai dire di no, mi sfida con queste parole: “I tuoi ultimi scritti sono inconfutabili cahiers de doléances, dai quali deduci quadri apocalittici mai dettagliatamente descritti”; “Per favore mi (ci) sai descrivere cosa si verificherà il giorno del tracollo?”
Potrei rispondergli che non lo so, ma sono abbastanza umile per tentare di spiegarmi. Anche se, quando si parla di futuro, il dubbio riguarda soltanto la percentuale di errore.
Comincerò con un parallelo. Immaginiamo un commerciante chiaramente in dissesto. Presto non avrà più credito con i fornitori, sicché dovrà chiudere l’impresa. E per sapere questo non occorre la Sibilla. Ma che cosa in concreto accadrà dopo, nessuno può dirlo. Innanzi tutto potrebbe non succedere quasi nulla. I creditori potrebbero rassegnarsi: che ci guadagneranno a richiedere il fallimento? In questi casi i chirografari rimangono a becco asciutto e sarà grasso che cola se si riuscirà a pagare lo Stato e il curatore. Ma qualcuno potrebbe non rendersi conto che questo è l’esito inevitabile, e tentare la carta giudiziaria. Oppure avere ragione di credere che ci sia ancora qualcosa da spremere, da quell’uomo. O infine potrà essere seriamente arrabbiato  col fallito, a causa della sua malafede, e richiedere il fallimento quanto meno per punirlo. Come saperlo prima?
Non basta. Di che fallimento si tratterà? Un normale fallimento o il magistrato ravviserà una bancarotta? E poi, semplice o fraudolenta, per la quale è obbligatorio il mandato di cattura? Le incognite sono molte. Una sola cosa è certa: il commerciante non avrà di che divertirsi. Dunque non è che la Sibilla non sia stata capace di specificare le conseguenze negative della situazione: è soltanto che la loro configurazione concreta dipenderà da molti fattori. Ma sulla loro drammaticità non ci sono dubbi.
L’Italia è indebitatissima. I creditori sono sempre meno disposti a farle credito. È questo che denuncia l’aumento del differenziale rispetto agli interessi richiesti per i titoli tedeschi. Questi sono appetibili anche se non rendono niente, i nostri si avviano a tassi intorno al 3%, cioè un’enormità, considerando che ogni anno piazziamo sui mercati qualcosa come quattrocento miliardi di euro di cartelle. E se noi insistiamo a far aumentare il debito, potremmo arrivare al momento in cui gli investitori non si sentiranno di rischiare il loro capitale, nemmeno se offriamo interessi altissimi. E a questo punto non saremmo in grado di far fronte alle nostre necessità. Nel senso che non avremmo euro a sufficienza per pagare i titoli in scadenza. Oltre che per comprare petrolio, e non solo petrolio, dal momento che dipendiamo dalle importazioni per mille cose, dal caffè alle automobili. 
A questo punto l’Europa potrebbe cercare di salvarci, ipotesi uno, oppure, ipotesi due, potrebbe buttarci fuori dall’euro e dall’Unione Europea. Sempre che abbia questa scelta, infatti la decisione potrebbero prenderla autonomamente i mercati. Comunque partiamo dalla prima ipotesi. Ammettendo che l’Unione abbia la forza e la volontà di salvarci, è ovvio che non lo farebbe gratis (1). Infatti l’unica ragione per farlo sarebbe che il fallimento dell’Italia sarebbe molto costoso anche per gli altri Paesi. E per conseguenza, in tanto ci aiuterebbe, in quanto il non aiutarci le costerebbe anche di più. Se la Francia – per dire – ha trecento miliardi di euro in titoli italiani, è ovvio che sarebbe disposta ad affrontare soltanto un sacrificio inferiore a trecento miliardi. Cinquanta miliardi? Ma quei miliardi dovremmo pagarli noi. 
E poiché anche la Germania ed altri Paesi hanno i nostri titoli, è chiaro che, per tenerci la testa fuori dall’acqua, e per ricuperare in parte i loro soldi, ci chiederebbero di cedergli il volante. Da un giorno all’altro avremmo la scelta tra essere un Paese fallito, cui nessuno fa credito, oppure un Paese che ha svenduto la propria indipendenza ed è eterodiretto. Bruxelles, non Roma, capitale. 
Quanto all’ipotesi due, cioè il fallimento puro e semplice appena delineato, non credo sia necessario descriverne le conseguenze. Basta pensare alle conseguenze del fallimento privato. Oggi paghiamo il petrolio con l’euro, una moneta forte. Domani, tornando alla lira, dovremmo lo stesso pagare in euro o in dollari, e questi euro e questi dollari dovremmo “comprarli” con la nostra lira svalutata. Al cambio che stabiliscono i mercati. Se, per ipotesi, la nuova lira valesse mezzo euro, la benzina domani costerebbe l’equivalente di tre euro a litro. E chi soffrirebbe di più sarebbe senza alcun dubbio chi vive di reddito fisso: lavoratori dipendenti e pensionati. Sto parlando non di appetito ma di fame, sgradevole compagna di viaggio.
Ma forse mi sbaglio. Forse Salvini è il più grande economista di tutti i tempi e non soltanto ci salverà da questi tristi scenari, forse ci condurrà, al di là del Mar Rosso, nella Terra Promessa.
In conclusione, sarà pur vero che non ho indicato e non indico una precisa Via Crucis, per quanto riguarda il futuro dell’Italia. Le strade che si possono imboccare sono parecchie. Ma ciò che importa sapere è che sia la padella sia la brace sono scottanti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
16 maggio 2019
(1) https://www.corriere.it/?refresh_ce-cp, “Non pagheremo i debiti dell’Italia”. Altolà dell’Austria (e anche della Ue).



permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/5/2019 alle 6:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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