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POLITICA
3 maggio 2019
L'ASSURDO DEL DEFICIT SPENDING
Giulio Sapelli, economista e notevole esponente del M5s, oltre che storico e accademico italiano, come lo definisce Wikipedia, recentemente ha dichiarato con convinzione che l’unico modo per salvare l’Italia è un coraggioso piano di deficit spending. A suo parere bisognerebbe mettere denaro a valanga nelle tasche degli italiani, affinché essi spendano, ciò induca le imprese a produrre i beni richiesti e conseguentemente si rilanci l’economia. 
Sapelli non ha detto niente di nuovo. Dalla prima metà del XX Secolo, fraintendendo la teoria di John Maynard Keynes (la cui manovra era congiunturale e non strutturale) furoreggia la teoria secondo cui è necessario spendere il denaro preso a prestito per rilanciare l’economia. La pensano così ancora oggi non soltanto Salvini e Di Maio, ma tutti i politici, tutti i giornali, tutti gli intellettuali e tutti quelli che partecipano ai talk show. E tutti parlano di interventi pubblici. Infatti moltissimi ce l’hanno a morte con l’Europa che non ci permette di fare ulteriori debiti. Né gli interessa sapere che l’Europa lo fa per salvare l’euro, e noi stessi dal fallimento. 
Il deficit spending è una monumentale baggianata. Molti ritengono che la manovra keynesiana abbia funzionato (forse perché correttamente applicata) in occasione della crisi economica del 1929, e può darsi. Certo è stato un successo esiziale. Infatti da allora tutti hanno interpretato la teoria come un incoraggiamento a gettare sistematicamente il denaro dalle finestre per imprese balorde o per regalie elettorali. E i risultati sono stati disastrosi. Basta guardare l’Italia “keynesiana”. Questa povera nazione si è caricata sul groppone un debito pubblico stratosferico e da anni non riesce ad uscire dalla crisi in cui si è cacciata. Il bello è che l’establishment, per salvarla, ripropone le stesse politiche che l’hanno affossata: i sussidi e gli investimenti pubblici. 
Per rilanciare l’economia sono attualmente in campo due teorie. Secondo quella prevalente l’economia ripartirà se lo Stato darà denaro da spendere alla gente. Naturalmente denaro fresco di stampa (inflazione) oppure denaro preso a prestito dalle Borse. Questa pratica si chiama tecnicamente “Incentivazione della domanda aggregata di beni e servizi”. 
Altri suggeriscono di facilitare la produzione di beni (per esempio diminuendo le tasse sulle imprese) in modo che la gente compri a buon prezzo i beni prodotti e l’economia ne risulti rilanciata. In questo concordando con la teoria di Keynes. Ma ne è diverso il presupposto. Infatti non si deve dare denaro alla gente perché compri (questa spinta fa parte della natura umana); è necessario che la gente spenda essendosi prima procurata il denaro occorrente lavorando, e cioè producendo anch’essa ricchezza. 
La teoria che bisogna partire dalla produzione di ricchezza si chiama del °supply side”, perché opera “dal lato della fornitura” (o dell’offerta) cioè dal lato della produzione di ricchezza, non dal lato della spesa. È il lavoro che produce la ricchezza, non l’acquisto di beni con denaro altrui. Cosa che, per quanto ne so, si ha in tre casi: furto; acquisto a debito ; acquisto con denaro inflazionario (cioè banconote stampate dallo Stato a fronte di niente. Cosa che corrisponde a un furto a carico dei precedenti detentori di quella moneta). Comprare qualcosa, in un’economia sana, corrisponde a scambiare ricchezza contro ricchezza, non ricchezza contro carta(moneta).
La teoria del deficit spending ha un’altra falla: in tanto si può spendere denaro altrui, in quanto qualcuno ce lo presti. E se non si è solvibili non si trova nessuno. Chi non ci crede, chieda a qualunque barbone all’angolo della strada. E le cose non vanno diversamente quando debitore è uno Stato. Se gli investitori temono che da un momento all’altro quello Stato fallisca, non gli prestano un centesimo. Se reputano che sia almeno capace di pagare gli interessi, per compensare il rischio gli chiederanno un interesse più alto che ad altri Paesi meno a rischio (spread), ma il fallimento sarà soltanto posticipato. Infatti, non appena i creditori dubiteranno del pagamento degli interessi, nessuno concederà nuovi prestiti e il Paese – che ormai ne dipende - fallirà. Ecco il rischio che corre l’Italia. Una generosa politica di deficit spending a tempo indefinito, come immaginano tanti sciocchi, è assurda. Gli investitori mica sono obbligati a prestarci denaro. Prima o poi temeranno di perdere il loro capitale e non ci presteranno un soldo. Con conseguente default. 
La stessa politica di tirare avanti finché si può, pagando interessi sempre più onerosi, ha un costo rovinoso. Il Paese ne è strangolato e lo stesso alla fine non eviterà l’esito drammatico. Oggi noi paghiamo da sessanta a settanta miliardi di euro l’anno di interessi sul debito e questi esborsi ci succhiano la vita come un immortale verme solitario. Si pensi a quali spese ci potremmo permettere, con quelle somme, se non finissero nelle tasche dei creditori. Tutto ciò in conseguenza della follia dei nostri padri e del loro deficit spending. E noi oggi dobbiamo sperare che gli investitori accettino i nostri regali perché, se soltanto smettessero per un mese, falliremmo. 
Chi contrae un debito troppo grande fa del creditore il suo padrone. E se il privato disonesto, non rimborsandolo, può ancora fregare il prossimo, lo Stato insolvente non sfugge alla punizione e la fa pagare ai suoi cittadini.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       1° maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/5/2019 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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