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POLITICA
30 aprile 2019
CHI HA VINTO LA SECONDA GUERRA MONDIALE?
In Italia circolano due idee importanti, in materia di storia. La prima è che la Seconda Guerra Mondiale l’hanno vinta gli americani, la seconda che gli italiani, con la Resistenza, hanno scacciati i nazisti dall’Italia del Nord. La seconda affermazione è così platealmente falsa che non val la pena di occuparsene. Più o meno come se ci chiedessero ­di discutere la tesi che Giulio Cesare si sia suicidato. Quanto alla prima, è vera  se intendiamo che anche gli americani hanno vinto la guerra, è falsa se intendiamo che senza di loro la guerra si sarebbe perduta. Per dimostrare compiutamente questa tesi, un articolo non basterebbe. Ma qui non si ha l’ambizione di convincere nessuno. Si espone una tesi. 
La Seconda Guerra Mondiale è cominciata nel settembre del 1939, ed è stata caratterizzata da una serie di sconvolgenti vittorie di Adolf Hitler su tutti gli scenari di guerra. Sembrava che nulla potesse resistere alla Wehrmacht. Gli Stati cadevano uno dopo l’altro come birilli e l’idea tedesca di avere inventato un nuovo tipo di guerra, la Blitzkrieg, la guerra-lampo, sembrava dimostrata. È vero che la Germania si era trovata ad affrontare, in quel primo periodo, nazioni militarmente “piccole”, e infatti – a quanto sembrava – Hitler non aveva osato affrontare la Francia, benché formalmente i due Paesi fossero già in guerra.  Del resto, nella Guerra Mondiale precedente, era stato proprio sulla Francia che il Kaiser s’era rotto i denti. Ma poi, col 1940, Hitler ruppe gli indugi e la conquista della Francia si rivelò di una tale facilità, da umiliare per sempre quel grande Paese.
Hitler era il dominatore dell’Europa. La sorte della stessa Gran Bretagna appariva questione di settimane o al massimo di mesi. Mussolini, dichiarando la guerra alla Francia già battuta, commise un’azione vile e disonorevole, ma non assurda. Anche gli italiani che lo applaudivano pensavano, insieme con lui, di beneficiare furbescamente di una grande vittoria senza combattere nessuna guerra. 
Forse era vero che in quel momento nessuno era in grado di battere l’esercito tedesco sul terreno. Ma molti dimenticarono che, oltre la terra, c’era il mare, e la flotta inglese era ancora un osso duro, e ciò rese l’invasione dell’Inghilterra – cui Hitler pensò molto, molto seriamente – più difficile del previsto. Il dilemma era: sbarcare in forze su un singolo punto, e così esporsi alla reazione della flotta inglese che si sarebbe anch’essa concentrata su quel punto, fino a rendere praticamente impossibili i collegamenti e i rifornimenti dell’eventuale testa di ponte, o sbarcare in più punti, ma le forze degli invasero sarebbero state meno concentrate e i difensori inglesi, anche se largamente impreparati alla guerra, avrebbero avuto la possibilità di rigettare a mare i tedeschi. Così, di rinvio in rinvio, quella progettata invasione divenne sempre meno probabile, e la Gran Bretagna guadagnava tempo prezioso. 
Rimaneva la guerra psicologica. Hitler cominciò a bombardare la popolazione civile, sperando di piegarne il morale e di indurre gli inglesi, se non alla resa, ad un accordo col Reich. Fu così che si trovò a combattere non sulla terra o sul mare , ma nei cieli di Londra e del Sud dell’Inghilterra. Siamo nell’estate del 1940, a quasi un anno dall’inizio della guerra, e ancora non abbiamo parlato degli americani. 
In quell’epica battaglia, al prezzo di una strage di eroi, pochi piloti con pochi aerei finirono con l’infliggere tali perdite alla Luftwaffe, che Hitler dovette interrompere quell’operazione che, partita come una passeggiata, si era rivelata una trappola infernale. Come ringraziamento dell’intera nazione ai piloti, scrisse Churchill: “Never was so much owed by so many to so few”  mai un tanto grande debito fu contratto da così tanti verso così pochi. Un epitaffio degno delle Termopili. 
Ad un anno dall’inizio della guerra, Hitler, padrone del Continente, si trovava a fronteggiare non un’isola – fino a poco tempo prima del tutto impreparata alla guerra - ma l’immenso impero inglese: quello che colorava di rosa tutti gli atlanti geografici del tempo. Hitler non aveva potuto tagliare la testa dell’Idra, ed ora non si trovava ad affrontare anche i suoi enormi tentacoli: il Canadà, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sud Africa, l’India, quella marea umana che poi vedemmo arrivare in Europa nel 1943 e negli anni seguenti. Tutta l’azione di De Gaulle, a partire dal 1940, tese a fare la stessa cosa con l’impero francese, ma il Generale non ebbe successo per l’insipienza degli alti comandi francesi. Gli inglesi non potevano pensare di avere vinto la guerra. Ma sapevano almeno di non averla già persa, ed erano determinati a combattere fino all’ultimo uomo e fino all’ultima donna.   
Lo scontro dunque proseguì e Hitler ebbe la pessima idea di attaccare la Russia. Mentre il conflitto si era esteso  al Nord Africa, e qui i tedeschi scoprirono che gli inglesi e i loro alleati erano in grado di combattere anche sul terreno, mentre gli italiani erano così male armati, da rappresentare più un peso che un sostegno. Già prima i nostri connazionali avevano attaccato la Grecia (tanto per presentarsi come vincitori di qualcosa) ed erano riusciti a farsi battere dai greci. Tanto che i tedeschi erano stati costretti a correre in loro soccorso, al costo di ritardare la campagna di Russia e fino a ritrovarsi a combattere in inverno con l’equipaggiamento inizialmente previsto per l’estate. 
La guerra contro la Russia, malgrado qualche successo iniziale, mostrò presto la sua difficoltà e si rivelò quasi impossibile da vincere. I russi erano stati colti di sorpresa, con l’Alto Comando decimato dalle criminali “purghe” staliniane, ma dimostrarono presto di essere disposti a morire a milioni, per difendere la loro patria. Le battaglie, le avanzate e le ritirate si succedevano, con grande dispendio di uomini e di mezzi, ma non se ne veniva a capo. Stiamo parlando dell’estate del 1941 e la guerra infuriava su tutti i fronti. Degli americani , sul terreno, neanche l’ombra: inviavano soltanto rifornimenti agli inglesi e ai russi.
Nel dicembre del 1941, oltre due anni dopo l’inizio della guerra, il lampo della Blitzkrieg era un lontano ricordo, e nessun profeta avrebbe potuto dire come sarebbe andata a finire. Fu allora che i giapponesi ebbero la bella idea di Pearl Harbour, provocando l’entrata in guerra degli Stati Uniti, cui anche la Germania dichiarò la guerra. 
Ovviamente, nei primi di gennaio del 1942 la macchina bellica americana non poteva certo essere a punto. Infatti per molto tempo era prevalso l’isolazionismo e non era affatto certo che l’America sarebbe entrata in guerra. Ma fu proprio nel 1942 che,  mentre gli americani cominciavano appena a pesare sul conflitto, fu tecnicamente vinta la guerra. 
Non lo dico io, lo dicono i fatti e lo dice un famoso storico americano, William Shirer, il cui libro, “The Rise and Fall of the Third Reich”, è divenuto un classico, per tutti gli studiosi di quel periodo storico. In un capitolo, il Ventiseiesimo, intitolato in inglese “The Turning Point” (se non ricordo male) e in italiano “La grande svolta”, ha scritto: “Insieme a El Alamein, e agli sbarchi anglo-americani nel Nordafrica, Stalingrado segnò il grande capovolgimento di tutta la Seconda Guerra Mondiale. La marea delle conquiste naziste che riversatasi su gran parte dell’Europa, fino alle frontiere dell’Asia sulla Volga, e in Africa fin quasi al Nilo, ormai cominciava a rifluire, non si sarebbe più rinnovata. I tempi delle grandi offensive-lampo tedesche, con migliaia di carri armati e di aerei che spargevano il terrore tra le file degli eserciti nemici facendoli a pezzi, erano tramontati. Certo, vi sarebbero state ancore alcune disperate offensive locali – a Kharkhov, nella primavera del 1943, nelle Ardenne, nel periodo natalizio del 1944 – ma facevano parte di un’azione soltanto difensiva, svolta dai tedeschi con grande tenacia e grande valore nei due anni successivi, gli ultimi della guerra. Non er più Hitler ad avere l’iniziativa: era passata nelle mani dei suoi nemici, e in esse restò”. 
Naturalmente, l’intervento americano fu tutt’altro che insignificante. Gli Stati Uniti erano anche allora un gigante economico e tecnologico, e mentre gli inglesi facevano la guerra “al risparmio”, gli americani potevano largheggiare e usare il cannone anche per ammazzare una mosca. Il loro intervento sicuramente accelerò e rese più facile la vittoria sulla Germania, e fu importantissimo per la ripresa del Continente, dopo le distruzioni e le spese della guerra, da cui l’Inghilterra uscì letteralmente spossata. Ma Hitler la guerra la perse negli anni fra il 1939 e il 1942, mentre il periodo che seguì, dal ‘43 al ‘45, testimoniò soltanto la follia di Hitler e la sua volontà – testuale – di distruggere la Germania per punire i tedeschi di non aver saputo vincere la guerra.
Non sto farneticando io, farneticò Hitler. Mentre nella Prima Guerra Mondiale la Germania si arrese senza nemmeno essere invasa, perché i generali tedeschi evitarono alla Germania ulteriori perdite e ulteriori lutti, con Hitler si andò avanti finché la truppe russe furono a Berlino. A che cosa servirono gli ultimi mesi, anzi, gli ultimi anni della guerra, se non a far soffrire i tedeschi e il resto degli europei? Siamo alla follia criminale. 
Quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia, nel 1943, chi poteva ancora pensare che l’Asse avrebbe vinto la guerra? Quando gli Alleati sbarcarono in Normandia, e siamo nel giugno del 1944, che senso aveva combattere ancora? 
A conti fatti, almeno tecnicamente, la guerra fu vinta dal Commonwealth, e dalla determinazione ingles, negli anni dal 1939 al 1942. Il massimo apporto, a questa loro vittoria, fu dato dai russi che perdettero molti milioni di uomini combattendo contro Hitler, e fiaccandone l’energia. Si sarebbe potuto comprendere che un Alto Comando tedesco conservasse ancora qualche speranza, dopo quei giorni, ma presto avrebbe dovuto capire che la guerra era perduta e il meglio che si potesse fare sarebbe stato limitare le conseguenze negative della sconfitta. Invece, come detto, il conflitto andò avanti, senza significato e senza dubbi sull’esito.
Sono sempre stato e rimango filoamericano. Ringrazio gli statunitensi per il loro grande e fattivo intervento in guerra. Li ringrazio per il cibo che distribuirono (insieme con gli inglesi) nei territori da loro occupati e li ringrazio per avere rispettato le nostre donne e i nostri beni. Li ringrazio anche per aver contribuito a ridarci la democrazia, ma – per quanto riguarda la vittoria su Hitler – prima di pensare a loro penso agli inglesi. Semplicemente perché è andata così. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
30 aprile 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 30/4/2019 alle 7:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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