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POLITICA
23 aprile 2019
LA VALUTAZIONE DI SÉ
Un amico, da sempre un frequentatore dell’alta borghesia di Milano, mi ha scritto a proposito di Enrico Cuccia una cosa interessante: quell’uomo era inattaccabile perché incorruttibile e perché “ispirato da una mostruosa supervalutazione di sé”.Questo collegamento tra un’adamantina virtù – il disinteresse pecuniario – e una grandissima autostima, è interessante. 
Ogni uomo porta avanti la propria vita fra difficoltà e compromessi. Fra imprescindibili necessità e piccole vigliaccherie. E così, non di tutte le nostre azioni ci potremmo vantare in pubblico. Ecco che cosa intendeva Terenzio con le parole: “Nihil humanum a me alienum puto”, non reputo estraneo a me nulla che sia umano. Ed è al contrario questo sentirsi diversi e superiori che rende i moralisti da strapazzo spregevoli. Per non parlare dei giustizialisti, accigliati imbecilli digiuni di diritto. Tutti costoro pontificano e dimenticano che, scavando bene, anche nella vita dei santi si trovano magagne. Non per caso, nei processi per la beatificazione, in Vaticano, c’è un “Avvocato del Diavolo”. Le magagne saranno magari perdonate, ma non per questo giudicate inesistenti.
Nel momento in cui l’individuo si trova dinanzi al bivio su come comportarsi, pesa molto l’opinione che ha di sé. Se si sa debole e disprezzato sarà portato anche a barare: tanto non ha nessuna immagine di sé da difendere. Se anche si sacrificasse per un bel gesto, non per questo gli altri lo stimerebbero o gliene renderebbero merito. I maschilisti, per esempio, hanno sempre accusato le donne di essere bugiarde, dimenticando che non hanno mai concesso loro la parità. E se una donna rischia di ricevere uno schiaffo, per aver detto il vero, perché non dovrebbe mentire? Per fortuna, almeno nelle società evolute, tutto questo è sempre meno attuale.
All’altro estremo c’è ì’uomo che può permettersi una tale opinione di sé da non piegarsi a nessuna lusinga – ecco l’indifferenza di Cuccia per il denaro – e a nessuna minaccia. De Gaulle, durante l’attentato del Petit Clamart, mentre la sua auto era crivellata da colpi d’arma da fuoco, rimaneva diritto, al suo posto, e soltanto alla fine cedette all’implorazione delle sue guardie del corpo di non offrire un così comodo bersaglio. Dinanzi all’alternativa tra morire e inchinarsi ai terroristi, il Generale sceglieva la morte. Né diversamente si comportarono molti alti ufficiali italiani che, durante la Prima Guerra Mondiale, visitando il fronte, per dare ai fanti l’esempio del coraggio, si esponevano al nemico, in piedi col binocolo al di sopra della trincea. Finendo spesso ammazzati dai cecchini austriaci. Tanto che l’Alto Comando dovette vietare quella pericolosissima esibizione. Non servivano soltanto i fanti, servivano anche i generali.
La “mostruosa ipervalutazione di sé” può a volte essere un errore: non tutti siamo De Gaulle e neanche Enrico Cuccia. Ma una cosa è certa: se i giapponesi sono in media molto più onesti di noi, è perché nello spirito della nazione c’è la dignità del singolo. Questi non deve “perdere la faccia” (cioè l’onore) neanche se ne va della sua vita. Noi italiani invece sappiamo di avere di fronte un nemico scorretto e ben poco preoccupato dell’onore: e per questo lo preveniamo, facendo i furbi per primi. Per non parlare della Cosa Pubblica e dei governanti, che giudichiamo nel modo più severo. La “Cosa Pubblica” (“Res Publica”) era la religione dei romani, mentre in un certo sSd l’unica cosa da prendere sul serio non era la Cosa Pubblica, ma la Cosa Nostra. Perfino l’arte ha consacrato questi principi. Nel film di Monicelli, “La Grande Guerra”, due fanti si comportano da bugiardi, da vigliacchi e da imbroglioni senza scrupoli, cercando di salvare la ghirba. Soltanto quando il loro tradimento, a favore degli austriaci, comporterebbe la morte dei commilitoni, affrontano la morte. Ma lamentandosi e senza credersi degli eroi. 
Noi italiani possiamo essere pronti a morire per gli amici, ma difficilmente ci sacrificheremmo a morire per la nazione. Che infatti, in questo senso non esiste. In Italia non c’è un popolo, c’è un insieme di sessanta milioni di individui, più o meno in lotta fra loro. Forse una dose di ipervalutazione di noi stessi non ci farebbe male.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      23 aprile 2019 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 23/4/2019 alle 6:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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