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POLITICA
21 febbraio 2019
WIN WIN, LOSE LOSE
La decisione del Tribunale dei Ministri di Catania di chiedere l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il reato di sequestro di persona aggravato è stata opinabile, ed infatti è stata molto discussa. Ma – al di là dei motivi puramente giuridici - potrebbe essere interessante esaminare la ragione per la quale quei magistrati potrebbero essere stati indotti, magari inconsciamente, ad adottare quella decisione piuttosto che un’altra. 
Bisogna innanzitutto avere chiaro che cos’è il Tribunale dei Ministri. Si tratta di un  collegtio di tre magistrati scelti a sorte nel distretto della Corte d’Appello in cui è stato commesso il presunto reato. Questi magistrati non sono selezionati con particolare cura o con speciali procedure, come avviene per i giudici costituzionali, e non sono al culmine di una carriera in cui si siano illustrati. Sono soltanto tre onesti magistrati il cui merito fondamentale è quello di essere stati scelti a caso e non per favorire o danneggiare la maggioranza al potere. Fra l’altro, essi durano in carica due anni e le possibilità di essere chiamati ad emettere un giudizio per un fatto che avvenga nella loro circoscrizione, soprattutto al di fuori di Roma, sono bassissime. Sicché di solito si tratta di una carica puramente formale. 
Questi magistrati hanno ovviamente le loro idee politiche e nell’emettere il loro giudizio, soprattutto in un caso opinabile, possono essere influenzati dalle loro convinzioni. E che la fattispecie in questione fosse, come minimo, opinabile, è dimostrato dal fatto che un parere diverso dal loro aveva già espresso la Procura di Catania, proponendone l’archiviazione. 
Ecco perché è lecito chiedersi quali ragioni possono avere indotto i tre magistrati ad esprimere un giudizio di segno opposto. Ovviamente hanno contato le ragioni giuridiche da loro stessi esposte nella motivazione del loro provvedimento. Ma potrebbero esserci stati altri motivi, anche inconsci? 
Mi scuso se involontariamente potrei avere l’aria di calunniare i magistrati di Catania, di cui non conosco nemmeno i nomi. Sostengo soltanto che, oltre ai motivi giuridici, tutti abbiamo pulsioni subliminali, di cui non siamo coscienti e che potrebbero pesare in un caso dubbio. Non intendo affatto dire che essi si siano comportati in un certo modo, o con determinati fini: intendo soltanto fare delle ipotesi teoriche.
Senza voler trarne chissà quali conclusioni, si può notare che, per puro caso (essendo essi stati estratti a sorte), tutti e tre i giudici risultano iscritti a “Magistratura Democratica”, cioè alla corrente di sinistra della magistratura. E se il semplice fatto di segnalare questo particolare può suonare calunnioso, è facile rispondere che la magistratura si sarebbe evitato questo pericolo se avesse vietato che i magistrati si schierassero pubblicamente dal punto di vista politico. 
Dunque il problema che ci si può porre è: se quei magistrati, in perfetta buona fede ma influenzati dalle loro convinzioni di sinistra, avessero voluto favorire o danneggiare qualcuno, che cosa avrebbero dovuto decidere?
Ecco le ipotesi. Rigettando l’idea di processare il Ministro dell’Interno, come aveva già fatto la Procura, non avrebbero né danneggiato né avvantaggiato nessuno. Chiedendo invece il processo, i casi erano due: o il Senato avrebbe autorizzato il processo contro Salvini, e questo non soltanto avrebbe danneggiato il ministro, ma forse avrebbe fatto cadere il governo, cosa certo non sgradita al Pd. Se invece il Movimento 5 Stelle avesse detto no al procedimento, sia in commissione, sia in Senato, il governo sarebbe certo sopravvissuto (come certamente sopravvivrà) ma chi ne sarebbe uscito seriamente ammaccato sarebbe stato il Movimento. Un problema senza soluzione. Infatti, si ripete, se avesse collaborato per portare Salvini dinanzi al giudice penale, avrebbe forse fatto cadere il governo, e si torna all’ipotesi precedente. E se invece avesse protetto Salvini, come ha fatto, si sarebbe squalificato agli occhi di gran parte dei suoi elettori, subendo qualche altra brutta botta elettorale, come attualmente pare probabile. Cosa, anche questa, che certo non danneggerebbe il Pd.
Nessuno dice che il Tribunale dei Ministri abbia adottato la decisione per questo motivo, né che esso ne sia stato coscientemente influenzato. Ma oggettivamente è un caso win-win, vinco-vinco, come si dice compiaciuti oggi (“Lo vedi, come conosco bene l’inglese?”). Che andasse in un dato modo o nel modo opposto, il profitto per il Pd era assicurato.
Morale della favola: quando si tratta di ministri, sarebbe meglio affidare qualunque giudizio sul loro conto (anche penale) allo stesso Parlamento, come prevedeva la legge precedente. Infatti sarebbe comunque opportuno tenere lontani i magistrati da decisioni che possono avere grande importanza politica, perché queste decisioni potrebbero apparire come indebite interferenze del giudiziario nell’esecutivo e in generale nella politica, con grave pregiudizio delle esigenze della separazione dei poteri, e ledendo al passaggio il prestigio della magistratura. .
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21 febbraio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 21/2/2019 alle 6:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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