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POLITICA
19 febbraio 2019
IL M5S E LA MAGISTRATURA
Un giovane parrucchiere ha svelato a mia moglie una verità sconvolgente: lo studio della storia non serve a niente. Qualunque persona colta a questo punto potrebbe fare un salto sulla sedia, ma saltare sulla sedia non basta: bisogna saper dimostrare ciò che è ovvio, e non sempre è possibile. Ne è prova che Euclide ci rinunciò, chiamando assiomi i punti di partenza della sua geometria. Per fortuna invece ci sono ovvietà che si possono dimostrare. Per esempio, per quanto riguarda la rotondità della Terra le “evidenze” sono tante che la difficoltà consiste solo nella scelta delle più chiare. E appunto, per la storia, siamo agli assiomi o alla rotondità della Terra?
Goal a porta vuota. Il passato non è “una parte” di ciò che conosciamo, è “tutto” ciò che conosciamo. Se sappiamo che il fuoco brucia è perché, quando avevamo un anno, abbiamo teso il ditino verso la prima candela sulla torta. Se sappiamo riconoscere il viso di nostra madre, se sappiamo usare un telefono e ritrovare la via di casa, è perché tutte queste esperienze fanno parte del nostro passato. E che cos’è la storia se non la memoria del passato della collettività? Il nostro passato personale ci insegna che non dobbiamo toccare la fiamma, il passato della collettività ci insegna che non tutti sono buoni e non tutti sono cattivi, che nella politica internazionale conta la forza e che è meglio fidarsi degli interessi che degli ideali del prossimo. Chi non vuole tenere conto di questi insegnamenti, faccia pure. E non si meravigli se alla fine la realtà gli presenta il conto. 
Un conto che il Movimento 5 Stelle potrebbe ricevere a domicilio. Parleremo di un solo esempio: il rapporto fra magistratura e politica. In questo campo l’umanità è arrivata ai principi attuali in base all’esperienza. La teoria della separazione dei poteri, che si attribuisce sempre a Montesquieu ma che è molto più antica, insegna che la libertà del popolo è preservata soltanto se nessuno dispone di troppo potere. Così chi fa le leggi (il Parlamento) non le applica, chi le applica (il governo) non le fa, e chi giudica i cittadini affida all’esecutivo l’applicazione dei suoi dettati. Nessuno ha, da solo, il potere di fare le leggi, di applicarle e di giudicare sulla loro eventuale violazione. 
È tenendo conto di questi principi che sin dalla Rivoluzione Francese si sono stabilite guarentigie per il Parlamento, per esempio che la magistratura non possa procedere contro un parlamentare se non a ciò autorizzata dalla Camera di appartenenza. Potrà farlo soltanto quando sia terminato il suo mandato. Da noi questa norma fu abolita con Mani Pulite, a furor di popolo e per bassa demagogia, senza capire che essa non garantiva “i parlamentari disonesti”, come ancora pensano i “grillini”, ma la democrazia. 
L’autorizzazione a procedere mirava ad impedire che i giudici, squalificando, perseguendo o mettendo in galera qualche parlamentare, determinassero la linea di governo.  E invece, in Italia , moltissime carriere sono state stroncate dai magistrati. Ai tempi di Mani Pulite bastava un “Avviso di garanzia” per decretare la morte politica di qualcuno. E così abbiamo visto dei magistrati d’assalto che – non importa se e quanto in buona fede – prima sono intervenuti a gamba tesa nel funzionamento del Parlamento e poi hanno approfittato della notorietà acquista per entrare loro stessi in politica e dare sfogo alla loro ambizione. 
Questa anomalia italiana è nata dall’infantile convinzione - ancora oggi proclamata dal M5s - dell’infallibilità dei magistrati. Un’infallibilità  in cui non crede la Costituzione, che per ritenere qualcuno colpevole vuole una sentenza definitiva; in cui non crede il codice di procedura penale, che prevede più gradi di giudizio, e cui non crede nessuno che abbia avuto a che fare con i Tribunali. 
L’Amministrazione della giustizia è una necessità imprescindibile, ma ciò non vuol dire che essa sia esente da errori. I magistrati sono esseri umani come gli altri, e per questo, il processo concludendosi giunge alla “verità giudiziaria”, non alla “verità storica”, che potrebbe essere tutt’altra. Diversamente Socrate sarebbe un delinquente degno della pena di morte.
Ecco perché ho sempre disprezzato l’idea di Marco Travaglio secondo la quale Giulio Andreotti fu un mafioso, perché  il magistrato estensore della sentenza scrisse che l’imputato era innocente dei reati ascrittigli ma era stato mafioso nel periodo precedente, quello coperto dalla prescrizione. Ma quella parte della motivazione è assolutamente, completamente ed evidentissimamente  priva di ogni valore giuridico. 
Se Andreotti fosse stato condannato, avremmo avuto la “verità giudiziaria” della sua colpevolezza, ma non per questo la “verità storica”. Qui non abbiamo neppure la “verità giudiziaria”, ma solo l’opinione indimostrada di un magistrato, e si vorrebbe spacciarla per verità storica? Se al passaggio quel magistrato avesse scritto che il sole è quadrato, questo astro si sarebbe fatto quadrato per fargli piacere? 
 Per parecchi versi, dagli Anni Novanta viviamo in pieno delirio giuridico e una volta o l’altra anche il M5s, se non scoppia prima, se ne accorgerà. Perché se il saggio può inciampare su un sasso, lo stolto inciampa già sui suoi propri piedi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 febbraio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/2/2019 alle 13:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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