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giannipardo1@gmail.com
POLITICA
9 febbraio 2019
FINE DEL GOVERNO? MEGLIO NO
I contrasti nel governo sono tali che, un giorno sì e l’altro pure, tutti i giornalisti almanaccano sul se e sul quando potrebbe cadere, e non perché abbattuto dall’esterno, quanto per un’inevitabile implosione.
Ma almanaccare non è prevedere e prevedere non significa essere sicuri di ciò che avverrà. In altre parole, della sorte dell’attuale governo non sappiamo niente. Potrebbe cadere domani e potrebbe concludere la sua parabola nel 2023. Anche se questa seconda ipotesi è francamente meno probabile.
Rimane tuttavia lecito chiedersi che cosa avverrebbe se il governo cadesse – diciamo una data – entro marzo. La prima certezza è che attualmente non esiste una maggioranza alternativa. Infatti il governo giallo-verde non è nato da una convergenza ideale, ma dall’impossibilità di qualunque altra maggioranza. Un anno fa, comprensibilmente, non si volle tornare alle elezioni subito dopo avere finito di leggere le schede del 4 marzo, perché c’era anche il rischio che, dopo avere rivotato, l’Italia si ritrovasse nell’identica situazione. Si preferì dunque una soluzione pressoché irragionevole ma reputata l’unica possibile. Ed è così che Lega e Cinque Stelle sono al governo da quasi un anno. E ancora oggi, mentre la coalizione scricchiola, non abbiamo una soluzione alternativa. Non soltanto non abbiamo una maggioranza diversa da quella attuale, ma non riusciamo nemmeno ad ipotizzarla. 
E tuttavia non bisogna fermarsi a questi dati. In primo luogo, la realtà ha più fantasia dei romanzieri. Poi, come si dice, di necessità si fa virtù. Infine il potere esercita sempre una tale attrazione, da rendere possibile ciò che sembrava impossibile. Ancora recentemente, il Pd ha governato per cinque anni senza avere una maggioranza, soltanto perché costantemente soccorso da tutti coloro che, a cominciare da Angelino Alfano, a tutto erano disposti, salvo che a lasciare il seggio. Nella stridente diversità delle ideologie, un principio superiore riunisce i parlamentari di ogni colore: si può ipotizzare di far prostituire la propria figlia, ma non di perdere lo stipendio e lo scranno in Parlamento. Dunque mai dire mai. 
In realtà, se si tornasse alle urne, nulla dice che i risultati sarebbero uguali a quelli di un anno fa. Se i Cinque Stelle fossero riusciti a fare miracoli, ancora ancora. Invece fino ad ora i risultati positivi rimangono soltanto promessi, mentre esondano le cattive figure, le gaffe, le dimostrazioni di incompetenza e di ignoranza, fino a danneggiare il prestigio della nazione. Le sorprese rimangono possibili. Perfino una resurrezione del centrodestra a trazione leghista.
E tuttavia non è che si possa desiderare a cuor leggero la caduta di questo governo. La situazione è tale che chi gli subentrasse potrebbe presto accorgersi che sarebbe stato meglio lasciare che a mietere fosse lo stesso esecutivo che aveva seminato. Il nuovo governo non soltanto dovrebbe  tentare di attuare le sconsiderate riforme dell’attuale governo, essendo ormai consacrate in leggi dello Stato, ma dovrebbe tentare di salvare il Paese dalla recessione, se non addirittura dal fallimento. Con conseguenti guai. 
Già oggi siamo certi che l’Italia non raggiungerà quell’aumento del prodotto interno lordo dell’1,6%, inizialmente previsto dal governo, e neppure quel più umile 1% cui si era dopo rassegnato. Dunque lo 0,6% previsto per prima dalla Banca d’Italia? Quello che Di Maio aveva rigettato con irrisione? Magari. Molti commentatori di rango prevedono che si scenderà ancora. L’“Europa” parla dello 0,2% (e sarà necessaria una “manovra”), qualcuno si ferma a zero. Nel frattempo la produzione industriale cala drammaticamente  e lo spread è schizzato a 290 punti base. Dieci piccoli punti sotto quel numero 300 che nel dicembre scorso fece scendere il governo a più miti consigli. 
L’eredità non sempre è una manna. Per il diritto la successione consiste soltanto nel subentro di un vivo nella situazione patrimoniale di un morto. E in nessun posto è scritto che debba necessariamente essere brillante. Si ereditano anche i debiti e proprio per questo è prevista la mancata accettazione dell’eredità. 
Nel nostro caso i debiti li pagheranno comunque gli italiani. Quand’anche non rimborsassimo i creditori, la pagheremmo in termini di inflazione,di miseria, di moti di piazza e forse di una mezza rivoluzione. 
Ecco perché, se fossi il leader di un grande partito, rifiuterei di succedere all’attuale governo. Perché il miracolo di far uscire l’Italia dall’impasse sarebbe a costo di tali provvedimenti, da essere stramaledetti nei secoli dei secoli. 
In questi casi chi ha impedito la morte di un passante tirandolo per la giacca, non è ringraziato per avergli salvato la vita, è rimproverato per avergli strappato la manica. Basti vedere la gratitudine di cui è circondata la professoressa Fornero che ha salvato la previdenza, e la cui famosa legge è tutt’oggi in vigore. Infatti, dopo avere proclamato urbi et orbi che il futuro governo l’avrebbe subito abolita, è stata mantenuta,  intatta, salvo cambiare pettinatura.
Dopo l’esperienza di Mario Monti, cui Salvini si vanta ancora oggi di non aver dato il suo voto,  un governo di salute pubblica difficilmente riuscirebbe a nascere. Comunque sarebbe stramaledetto da tutti, un po’ come il termometro che misura la febbre, e un po’ come quell’olio di ricino che sblocca una situazione patologica. Quell’olio ha un sapore imperdonabile. 
L’attuale governo ci provoca ogni giorno un’indignazione nuova, e ci fa persino vergognare, in quanto italiani, per le figuracce internazionali che facciamo. Ma è l’unico che merita di sopportare appieno le conseguenze del suo operato. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 febbraio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 9/2/2019 alle 17:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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