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POLITICA
29 gennaio 2019
IL PUNTERUOLO ROSSO DELL'ECONOMIA
Generalmente coloro che pure hanno studiato non sarebbero in grado di spiegare in che cosa consista la quadratura del cerchio.  Ma potrebbero pensare che quel problema - che loro non sono in grado di formulare - i competenti siano in grado di risolverlo. E invece. Su di esso i geometri si sono arrovellati per secoli e secoli, finché non è arrivato un super-competente che ha finalmente dimostrato che esso è insolubile. Tanto che i comitati scientifici hanno smesso di esaminare le soluzioni che vengono ancora proposte.
Tutto questo significa che bisogna avere stima e rispetto per i  professionisti della materia, ricordando però che, anche ad essere molto competenti, un problema insolubile rimane insolubile.
L’economia è una scienza e tuttavia, mentre essa condivide con le altre il fatto di essere complicata - soprattutto agli alti livelli – se ne differenzia nell’incertezza e nell’incostanza dei risultati. I grandi economisti danno dei consigli che si rivelano catastrofici, fanno previsioni che poi sono smentite dai fatti, formulano teorie economiche che rimangono in auge anche per decenni, finché non ci si accorge che esse provocavano più miseria che prosperità. Una volta Sergio Ricossa, un economista in cui il buon senso prevaleva sull’enorme dottrina, scrisse che se gli economisti fossero in grado di fare previsioni serie, giocherebbero in borsa e diventerebbero miliardari, invece di rimanere attaccati come cozze al loro stipendio di professori.
Probabilmente l’andamento della macroeconomia, così come quello della Borsa, dipende  da una tale miriade di decisioni individuali, che in fin dei conti risulta inconoscibile e imprevedibile. 
Personalmente poi credo che ci sia una particolare ragione per la quale, mentre l’economia individuale – quella della massaia che va a fare la spesa – è veramente scientifica e non sbaglia un colpo, quella governativa la maggior parte delle volte sbagli. Ed anche pesantemente. Come si vede per esempio nel caso dell’Italia che è passata dal “Miracolo economico” degli Anni Cinquanta del secolo scorso, all’interminabile crisi cominciata dieci anni fa. La differenza fondamentale fra questi due livelli di economia è che la massaia amministra senza intralci ideologici denaro vero (guadagnato col lavoro suo e della sua famiglia), e lo spende per acquistare beni veri, lo Stato amministra denaro non suo, prelevato dalle tasche dei cittadini col fisco, segue ideologie e principi morali e crea anche denaro immaginario: quello che stampa a fronte di niente, provocando inflazione. In questo modo finisce col falsificare irrimediabilmente la situazione economica. E spesso, quando vuol metterci rimedio, peggiora addirittura le cose. Il caso dell’Italia è esemplare. 
Il denaro è nato da due esigenze fondamentali: facilitare gli scambi e permettere la tesaurizzazione, cioè il risparmio. Ma a partire dal momento in cui la sua quantità eccede quella necessaria alle due funzioni, si crea un’aspettativa di beni e servizi (denaro) economicamente ingiustificata. Mentre il denaro frutto di lavoro è un credito giustificato dalla ricchezza precedentemente prodotta, il denaro che non è frutto di una ricchezza precedentemente prodotta richiede beni e servizi a fronte di niente. Esattamente come fa il falsario. Dunque lo Stato che stampa moneta al di là del necessario si comporta come un falsario, con la differenza che, mentre il primo truffa alcune persone, lo Stato è capace di truffare l’intera nazione.
. Lo Stato è inevitabilmente un parassita, perché non produce ricchezza e tuttavia è obbligato a consumarla per il bene della collettività, sotto forma di scuole, strade, esercito, tribunali, sanità e servizi di ogni genere. Ma il problema è quello della misura. Uno Stato che assicura soltanto i servizi essenziali è una benedizione. Quando comincia ad esagerare, ma non troppo, si trasforma in un fastidio e somiglia alle pulci, quegli insetti che provocano prurito al gatto o al cane, ma non l’ammazzano. Invece quando veramente comincia a strafare, arrivando a sequestrare metà della ricchezza nazionale prodotta, diviene come il famoso “punteruolo rosso”. Questo parassita delle palme che non si limita a nutrirsi del cuore di quelle belle piante, ma le uccide. Con ciò stesso perde il suo habitat e deve trasferirsi, per andare ad assassinare qualche altra palma. Se ce ne sono in giro.
E se lo Stato può trasformarsi in un “punteruolo rosso”, non migliori sono i singoli, le banche, le borse. Ognuno cerca di essere all’inizio dello “schema Ponzi”, cioè di guadagnare a spese dei gonzi, e cerca di rifilare ad altri la fregatura. Da questo i più complicati trucchi borsistici, le più complesse forme di “risparmio amministrato”, l’evasione fiscale, le assicurazioni e riassicurazioni a cascata, uniti ad una dilatazione smisurata del denaro circolante. Fino ad arrivare ad una “finanziarizzazione dell’economia”, ad un gioco teorico di somme enormi che vanno e vengono in aria, senza mai posarsi, e ad una smisurata bolla monetaria internazionale (cioè la quantità di denaro “a fronte di niente”  esistente nel mondo) che una volta o l’altra esploderà con un botto ben maggiore di quello del vulcano Krakatoa nel 1883.
Così torniamo alla sfiducia negli economisti e alla quadratura del cerchio: se i competenti sono posti dinanzi ad un problema insolubile, non possono che sbagliare. Ed è insolubile il problema di uno Stato che preleva troppa ricchezza dalle tasche di coloro che la producono. Uno Stato che per giunta crede di risolvere i guai provocati stampando denaro a fronte di niente (i famosi “investimenti pubblici” in deficit) e aggravando il problema. Infatti è come se tentasse di risolvere i guasti di una truffa con una nuova e più grande truffa economica.
Finalmente le nebbie si diradano. Mentre la politica è fatta di teorie e di parole, e il denaro è fatto di carta, la ricchezza è reale, non si crea ex nihilo e neppure – visto che parliamo in latino – per rescriptum principis, cioè con una legge. O si permette ai cittadini di creare ricchezza, non vessandoli eccessivamente, o quella ricchezza non si crea, e non ci saranno maghi dell’economia capaci di risolvere il problema. Il Paese si impoverisce. Ogni volta che la ricchezza è spostata d’autorità, dalle tasche di chi l’ha prodotta alle tasche di chi non l’ha prodotta, si ha lo schema del furto, non quello del “rilancio produttivo”. Lo Stato è necessario per far funzionare i servizi collettivi, non per realizzare un paradiso etico. Quanto più invece dilata le sue funzioni, e distorce l’economia, tanto più le pulci tendono a trasformarsi in punteruoli rossi.
Con l'economia non si bara. E se momentaneamente sembra che ci si riesca, è segno che si è truffato qualcuno.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
28 gennaio 2019 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 29/1/2019 alle 15:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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