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POLITICA
12 gennaio 2019
COME RIDARE AL VOTO DI FIDUCIA IL SUO SIGNIFICATO
In occasione del varo della “Legge di stabilità”, come ha chiaramente scritto il costituzionalista M.Ainis(1), la dignità di ambedue le Camere è stata calpestata. Infatti la funzione delle Camere è quella di discutere le leggi – ovviamente avendone ciascun parlamentare esaminato il testo, se ne aveva la competenza e la voglia – e poi, dopo il necessario dibattito, quella di votarle. Invece il governo ha semplicemente detto a quegli stessi parlamentari: “Se non votate questo testo a scatola chiusa, perdete il vostro seggio e andate a casa”. E questo si chiama “votare con la pistola puntata alla tempia”.
Certo, i competenti potrebbero obiettare che l’espressione più esatta è un’altra: “Se non votate la fiducia al governo, cade il governo, si va a nuove elezioni, e voi dovrete cercare, se vi riesce, di farvi rieleggere. Se invece votate la fiducia al governo, tutto andrà liscio. Se siete convinti che questa legge sia negativa, o che il fatto di votarla senza conoscerla costituisca un’offesa alla vostra dignità, siete liberi di votare contro”. E non c’è niente di falso, in tutte queste parole. Dunque male hanno fatto i commentatori a dire peste e corna di questo governo, e a giudicare con la massima severità l’offesa arrecata al Parlamento. Addirittura rimpiangendo che la Consulta non abbia annullato la Legge di Stabilità per vizio di costituzionalità, quanto meno nel modo della sua approvazione. Se il governo ha trattato i parlamentari come meri esecutori di ordini, è anche vero che i parlamentari si sono comportati come meri esecutori di ordini. Che diritto hanno di offendersi? Chi non vuol essere trattato da spergiuro dica la verità, chi non vuol essere trattato da ladro non rubi, chi non vuol essere trattato da servo non obbedisca agli ordini. 
 I parlamentari hanno chiaramente preferito la “cadrega” alla loro dignità, ed allora hanno diritto alla cadrega, non alla dignità. Non sostengo che personalmente io sarei stato più eroico di loro, o che lo sarebbero molti degli amici che leggono queste righe, ma questa è la situazione.
E potrebbe anche andar peggio. Basta ipotizzare un governo che su qualunque legge ponga la questione di fiducia – non saltuariamente, sempre - e il Parlamento sarebbe totalmente inutile. La cosa più ragionevole a questo punto sarebbe abolirlo. Il governo si formerebbe sulla base dei risultati delle elezioni, e cadrebbe quando ci fosse dissenso in seno ad esso. La discussione sulle leggi avverrebbe nell’anticamera della sala in cui si riunisce il Consiglio dei Ministri, e questo sarebbe chiamato ad eseguire la coreografia dell’approvazione. Molti, a questo punto, potranno essere assaliti dallo sconforto ma, se siamo giunti a questo punto, tanto vale confessarselo.
E tuttavia forse un rimedio ci sarebbe. Ma da questo momento viaggeremo fra le nuvole dei sogni, perché la soluzione ipotizzata toglie potere ai partiti e, dal momento che essi sono più potenti della Costituzione e dei loro stessi eletti in Parlamento, mai acconsentirebbero a una riforma che ridà potere alla democrazia rappresentativa. 
Ridotto l’intero Parlamento, fra deputati e senatori, a meno di quattrocento parlamentari, si potrebbe stabilire che, se si pone la questione di fiducia e i parlamentari dicono di no e si conclude la legislatura, a quegli stessi parlamentari sarà data una somma corrispondente all’insieme  degli stipendi che avrebbero percepito per il residuo tempo della legislatura. Così verrebbe meno la paura di perdere lo stipendio e di non essere rieletti.
Qualcuno potrebbe mettersi ad almanaccare su quanto ci costerebbe una simile norma, ma con questo denaro otterremmo da un lato un governo che ha veramente la fiducia dei parlamentari, dall’altro dei parlamentari i quali veramente ci rappresentano in parlamento, e votano secondo coscienza, non secondo interesse. Oggi in realtà siamo “rappresentati” dalla quarantina di persone che formano il governo. O, ancora meno, dalla decina di persone che hanno veramente influenza sulle decisioni del governo. 
Con qualche milione di euro – neppure molti – ci libereremmo dell’oligarchia e torneremmo forse alla democrazia rappresentativa. Del resto, quante norme – a partire dalla Rivoluzione Francese – non sono state concepite per permettere ai parlamentari poveri di far parte dei legislatori? L’indennità parlamentare nacque proprio per questo, esattamente come l’immunità parlamentare (un tempo esisteva anche da noi) fu concepita per difendere i rappresentanti del popolo dalla prevaricazione dell’establishment.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=416775834_20190111_14004&section=view



permalink | inviato da Gianni Pardo il 12/1/2019 alle 6:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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