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POLITICA
23 dicembre 2018
UN MONDO DI PAROLE - 1
 Ma è sempre tuo fratello!
Ci sono cose che diventano miti: il denaro; il sesso; la morale; il lavoro; l’innamoramento; il successo; la bellezza; la gioventù. Questi fenomeni, spesso avvolti in ragnatele di principi ed anche di pregiudizi, pur essendo spesso maneggiati con rispetto, come cose naturalmente tendenti al bene, hanno più spesso che non si pensi risultati negativi. Si trasformano in obblighi ed ostacoli immaginari - magari  funzionali agli interessi di chi comanda e della stessa specie umana - a scapito del singolo. Le catene che da sempre pesano sulle donne - oltre quelle che ha loro imposto la fisiologia -  sono fondate sul nulla e tuttavia pesano molto. Le giustificazioni sono immaginarie ma le catene sono vere.
Per togliersi dagli occhi le bende delle sovrastrutture sociali bisogna fare uno sforzo notevole. I gatti, ad esempio, sono neri, bianchi, tigrati, di due o perfino di tre colori, ma per loro stessi sono tutti semplicemente gatti. Nella loro reciproca considerazione, anche per quanto riguarda gli accoppiamenti, non badano affatto al pelame. Caso mai si battono, anche violentemente, per questioni di territorio, ma non farebbero mai attenzione al colore della pelle, come facciamo noi umani, fino ad inammissibili discriminazioni.  Ecco, ci saremmo liberati da molte sovrastrutture mentali se fossimo capaci di vedere le cose soltanto per quello che sono, più o meno come potrebbe vederle un gatto, se riuscisse a concepire questi problemi. Ma noi, ovviamente, siamo molto più influenzati di loro dal linguaggio. Questo ci offre grandissimi vantaggi, ma anche qualche svantaggio. E al riguardo serve riprendere un paio di concetti. 
In linguistica, il “significato”, non è la spiegazione che di una parola dà il dizionario, ma la cosa indicata da una data parola. Quando usiamo la parola “cavallo” usiamo il significante, e cioè la parola “cavallo”, mentre il significato (nel senso, passivo,  di participio passato del verbo “significare”) è ciò di cui parliamo, un dato cavallo in carne, zoccoli e ossa. Ovviamente è essenziale ricordarsi che, mentre nella realtà esistono i cavalli, la parola “cavallo” è un elemento del nostro linguaggio, che in sé non esiste. Infatti cambia da una lingua all’altra, per esempio divenendo cheval, caballo, horse, Pferd. Ebbene, non sempre gli uomini si ricordano di confrontare la corrispondenza tra significante e significato, e soprattutto di verificare se la connotazione positiva del significante corrisponde sempre alla positività del significato. 
Ma bisogna chiarire che cos’è la connotazione. Se dico “farmaco” la connotazione è positiva, perché serve a lottare contro le malattie; se dico “veleno” è l’opposto, perché il veleno serve ad uccidere. E tuttavia è soltanto questione di dosi, come diceva Paracelso. E infatti in greco farmaco significava veleno. Analogamente “famiglia” ha una connotazione positiva: è il gruppo di persone unite da vincoli di sangue che si amano e si aiutano vicendevolmente. Ma anche qui, guardando in concreto, si vede benissimo che non tutte le famiglie corrispondono a questa definizione. Sicché pretendere sempre un atteggiamento di venerazione, e imporre a tutti un’enorme quantità di doveri nei confronti della famiglia, è una stupidaggine, in certi casi  infatti bisogna vedere di quale famiglia stiamo parlando, in concreto. E alcune sono autentici grovigli di vipere.
Ora tutte queste cose rimarrebbero insignificanti se quelle parole non venissero mitizzate e non subissero un fenomeno di ipostasi, per cui da semplici concetti divengono dati esistenziali, cose esistenti in sé, e dunque capaci di creare obblighi e vincoli. Oltre che, evidentemente, di motivare condanne morali aprioristiche. Il significante, si direbbe in linguistica, finisce col prevalere sul significato, e il simbolo sulla cosa simboleggiata. Tanto che si rischia di vivere immersi non in un mondo di fatti ma di parole. 
È opportuno fornire un esempio. I fratelli di solito si vogliono bene, e infatti il concetto di fratellanza ha una connotazione esclusivamente positiva. Ma questo affetto esiste veramente fra tutti i fratelli? Certo che no. A cominciare da Caino e Abele. E allora che senso ha dire all’innocente che da suo fratello ha subito dei torti e non ne può più: “Ma è sempre tuo fratello”?
Nella realtà, fratello non significa “persona che mi ama”, significa “persona uscita dallo stesso utero”, che certo, può essere il migliore dei miei amici ma può anche essere un implacabile nemico (dicono niente Eteocle e Polinice?). Che cosa deve prevalere, la giulebbosa e teorica parola “fratellanza” o l’esperienza amaramente concreta che tanti sono costretti ad affrontare? 
Se mio fratello è un sociopatico che mi venderebbe per meno di trenta denari, l’espressione: “Ma è sempre mio fratello” passa a significare: “Non mi devo fidare di lui nemmeno se arriva agitando un ramoscello d’ulivo, perché è sempre mio fratello, quello che conosco fin troppo bene””. Chi trova queste parole esagerate, ringrazi il destino che gli ha risparmiato certe esperienze. Sembrano semplici curiosità, ma in realtà a volte si è crocifissi sulle parole. Perché chi è fermo alla retorica corrente - “Ma è sempre tuo fratello” - spesso non esita a condannare degli innocenti, sulla base di quella retorica. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 dicembre 2018 
1-Continua




permalink | inviato da Gianni Pardo il 23/12/2018 alle 15:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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