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POLITICA
13 dicembre 2018
LA LEZIONE DEL VICOLO CIECO
Il governo gialloverde ha fatto marcia indietro. Le somme necessarie a realizzare le promesse del M5S e della Lega non potevano essere ridotte. I doveri imposti dal limite del deficit erano un pregiudizio, ed anzi una prevaricazione dei burocrati di Bruxelles, che nessuno ha eletto. Lo spread non ci fa paura. I numerini non impressionano nessuno. Noi tireremo diritti, come ha detto Salvini, per distinguersi del buon italiano della Buonanima, che aveva detto: “Noi tireremo diritto”. La lista delle dichiarazioni coraggiose, intransigenti, stentoree e reboanti sarebbe troppo lunga, per far parte di un articoletto. E invece ecco ieri che, con una formidabile metatesi, si è passati, dal 2,40% del deficit al 2,04%. Chissà che gli italiani non siano stupidi abbastanza per non badare al posto dello zero che poi, come si sa, vale zero. 
Non sappiamo se questa marcia indietro basterà non tanto alla Commissione Europea, quanto agli altri governi dell’eurozona, per sospendere la procedura d’infrazione già avviata, ma c’è qualche buona possibilità che la Commissione interceda in nostro favore, non tanto perché quella correzione effettivamente modifichi la legge di stabilità dal punto di vista economico, quanto perché la benevolenza nei confronti dell’Italia potrebbe offrire qualche dividendo politico. Ambedue le affermazioni vanno esplicitate.
L’errore della manovra, come ripetuto fino alla noia, non è tanto nella misura del deficit quanto nel tipo di programma economico: l’Italia, a causa delle ripercussioni in Borsa, ha già perduto molto più denaro con le dichiarazioni a vanvera dei nostri politici di quanto perderebbe col 2,4% piuttosto che col 2%. I sussidi fanno aumentare la spesa ma non rilanciano l’economia. E la previsione di un aumento del Pil dell’1,5%, nel 2019, è leggermente più inverosimile dell’arrivo di Babbo Natale dal cielo, sulla slitta trainata dalle renne. Dunque, che ci impongano o no la procedura d’infrazione, quella manovra, sballata era e sballata resta. A Bruxelles lo sanno benissimo.
E allora per quale ragione in Europa si potrebbe far finta di prenderci sul serio? Perché a maggio ci sono delle elezioni e, se per quella data l’Italia fosse in braghe di tela, con la procedura d’infrazione potrebbe accusare Bruxelles dei suoi guai. Mentre, essendo stata “perdonata”, sarebbe lo stesso nei guai, ma il governo gialloverde non avrebbe con chi prendersela. Non è considerazione dappoco.
Ma tornando alla nostra politica interna ci si può chiedere che giudizio dare di questa mossa del governo. È il segno di un ritrovato buon senso, di un lodevole ritorno al realismo? Non si direbbe. Il buon senso consiglia di non fumare molto, se si vuole evitare il cancro ai polmoni. Che se poi il cancro viene diagnosticato, e si ricorre all’oncologo, non è segno di buon senso, ma di paura. E chi ha bisogno di essere spaventato, per fare la cosa giusta, non è una persona di buon senso. L’adulto che merita la qualifica di adulto non aspetta di sbattere sul fondo della stradina, per fare marcia indietro. Infatti, sapendo leggere e vedendo all’inizio la targhetta: “Vicolo dei guai” non lo imbocca. E se, giunto in fondo alla strada, prova faticosamente ad uscire a marcia indietro non merita certo applausi. La cosa meno grave che possa capitargli è l’ironia degli astanti, se sono molto civili. Perché nei dintorni di Napoli rischierebbe qualche sonoro commento finto-anale.
Se l’attuale governo si ferma soltanto quando sbatte, e quando non può che tentare una marcia indietro (come con la FCA - Fiat - che rischia di non investire cinque miliardi, in Italia, a causa di una ventilata e stupida tassa) non si può che pensare con terrore: e quando la marcia indietro non sarà possibile? Una forte raucedine può convincere un fumatore a smettere di fumare, happy ending. Ma se è un cancro ai polmoni, anche smettendo morirà lo stesso.
Il nostro caso nazionale non è  affatto risolto. A parere di tutti i competenti, la manovra non è di natura tale da rilanciare l’economia. Per questo – dicono tutti – ci vorrebbero investimenti statali produttivi. Ma personalmente credo che neppure questa sia la risposta. Lo Stato imprenditore è in generale un fallimento, perfino in un Paese, come la Francia, in cui la macchina pubblica funziona meglio che da noi. L’unica soluzione – ma tecnicamente non saprei come adottarla – sarebbe dare agli italiani la possibilità di arricchirsi investendo privatamente nella produzione. Cioè diminuendo vincoli e tasse. Se finalmente a Roma allentassero il freno a mano, gli italiani sono capaci di fare miracoli. E invece, finché penseranno di saperne di più dei singoli cittadini che cercano di guadagnare, non ne usciremo. 
Forse in nessuno dei Paesi sviluppati la tentazione dell’anarchia dovrebbe essere forte come in Italia. Perché in nessuno dei Paesi sviluppati, da decenni, l’azione dello Stato è stata più nociva che in Italia. A partire dalla creazione del nostro enorme, inescusabile, imperdonabile debito pubblico. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
13 dicembre 2018 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/12/2018 alle 11:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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