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POLITICA
2 dicembre 2018
IL PASSEGGERO INQUIETO
Il mondo vive un momento di bonaccia. Non è che non ci siano guerre: al massimo si può dire che non ce ne sono tra le più grandi potenze. O vicino casa nostra. Ma la guerra fa parte degli istinti dell’uomo e chi avesse la curiosità di sapere che cosa essa è nella realtà, non avrebbe che da fare un viaggio. Le destinazioni non mancano.
Ma il fatto che il mondo ricco non vede guerre dal 1945 ha creato quello strano sentimento collettivo di sicurezza, quello che hanno i marinai di una portaerei o i passeggeri di un’enorme nave da crociera. Si pensa che tutto sia solido, stabile, sicuro. L’organizzazione è perfetta, la manutenzione di tutti gli apparati e l’amministrazione della vita quotidiana sono affidate a grandi competenti e la regolarità dei risultati è divenuta un’abitudine. Quasi una certezza come il levar del sole. 
E tuttavia - se si è assaggiata la storia, nella realtà o nei libri - questa serenità può dare un sentimento di pericolo. Quasi di vertigine. Perché si può aver paura di un mondo che non ha paura.
Sulla portaerei ognuno ha un compito e per lui il suo lavoro è routine; e proprio la competenza e l’abitudine sono il pericolo. Nelle nostre contrade ogni tanto qualche fabbricante di fuochi d’artificio salta in aria insieme col suo laboratorio, e non è perché quell’uomo non conosca i pericoli degli esplosivi. Al contrario, è perché li conosce troppo bene, li maneggia da tanto tempo da avere perduto il rispetto per loro, come un padrone non teme i denti del suo cane. Così corre il rischio della disattenzione. 
Nello stesso modo, l’attuale e corale fiducia nelle istituzioni, nei governi, e in fin dei conti nella pace, è inquietante. In Europa soltanto chi è vecchissimo conosce la guerra per esperienza. Ne risulta che la grande massa non soltanto ne ignora gli orrori, ma non ha idea del modo sornione e perfino stupido in cui può cominciare. Chi avrebbe potuto dire che, dalle pistolettate di Sarajevo, sarebbe nata un’immensa tragedia con un numero strabiliante di morti? Se anche una Cassandra l’avesse annunciata, la sproporzione tra il detonatore e l’esplosione avrebbe ridicolizzato la profezia.
È evidentemente difficile valutare il peso dei vari fattori, nella realtà. Ne risulta, dal punto di vista umano, un frequente e totale squilibrio tra le cause e gli effetti. Si arriva a pensare che la guerra, oltre ad essere il peggiore degli istinti dell’uomo, sia anche il frutto di uno dei suoi più grandi difetti: la stupidità. Le folle – soprattutto durante un lungo periodo di pace – hanno voglia di menar le mani e comunque di mettersi nei guai. E non sarebbe un problema, se non fosse che mettono nei guai anche coloro che volevano tenersene lontani. Basti vedere le violenze dei tifosi di calcio, dei black block in Italia e dei “casseurs” in Francia, di tutti quelli che non hanno neanche bisogno di sapere perché ci sia una manifestazione. Costoro hanno bisogno di un nemico purchessia, ed in mancanza distruggono tutto ciò che incontrano sul loro passaggio, bruciando cassonetti e automobili.
Può darsi che l’istinto delle guerre – anche quelle economiche, anche quelle calcistiche, anche quelle religiose – nasca dalla mancanza d’esperienza. I bambini pensano sempre che vinceranno facilmente. E infatti all’inizio di quasi tutte le guerre i giovani sono contenti che sia stata dichiarata e si immaginano già mentre tornano a casa vincitori, onusti di gloria, e alcuni di loro addirittura si presentano volontari. E invece non bisognerebbe mai dimenticare “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque.
Oggi, anche se non siamo sull’orlo di una guerra, c’è un eccesso di spensieratezza. Molte nazioni sognano di nuovo la loro solitudine, la loro indipendenza, la loro sovranità condita di disprezzo e perfino aggressività nei confronti dei vicini, come se non avessero nulla da temerne. Quando un politico austriaco, a proposito dei migranti, dice che il suo Paese è disposto a schierare i carri armati sul Brennero, non sa di bestemmiare. Quand’anche stesse usando un’iperbole, sarebbe l’iperbole di un pericoloso ignorante . E quando l’Italia, con le pezze del debito sul sedere, sfida economicamente l’Europa, è segno che è convinta che, di riffa o di raffa, il problema degli italiani rimarrà se cambiare o no l’automobile. I nostri politici ignorano le folle disperate dei tempi di Weimar, i suicidi della Grande Depressione, e non leggono i giornali a proposito del Venezuela. Sono convinti che il nostro modus viventi non possa subire cambiamenti se non in meglio. La nave da crociera è così grande e così potente, che nulla potrà mai fermarla. E nessuno ricorda la fine dell’ “Andrea Doria”. Per non parlare del “Titanic”.
Un giorno che era in vena di retorica, Franklyn Delano Roosevelt disse agli americani: “L'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. Forse oggi dovremmo dire agli europei, ai russi, agli statunitensi, e un po’ a tutti: “La mancanza di paura è spesso il segno dell’ignoranza del pericolo”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2 dicembre 2018



permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/12/2018 alle 8:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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