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POLITICA
27 novembre 2018
i DEBITI, OMBRE E LUCI
Ci sono per ciascuno di noi convinzioni, idiosincrasie, principi così profondamente radicati che, mentre da un lato li seguiamo con estrema fedeltà, dall’altro non pensiamo sufficientemente a dimostrarne il fondamento. Probabilmente perché affondano le radici nella nostra infanzia e nel nostro condizionamento. 
Una delle mie avversioni fondamentali riguarda i debiti. Per quel che ricordo, ne ho fatto solo uno, con un amico fraterno (che quei soldi a momenti me li avrebbe regalati), ho insistito per pagare gli interessi e l’ho rimborsato prima della scadenza. Un atteggiamento forse maniacale. Soprattutto dal momento che è convinzione universalmente accettata che il credito sia uno dei massimi motori dell’economia. Se gli imprenditori ragionassero come me, saremmo tutti più poveri. I commercianti vivono di mutui delle banche e con quelli comprano la merce che poi rivendono. Le società per azioni – fra i principali attori della produzione – trovano il loro atto di nascita nell’emissione di azioni, cioè nella richiesta di un finanziamento. E se poi falliscono, i detentori di quelle azioni perdono tutto. Eppure, malgrado questi rischi, bisogna levarsi il cappello dinanzi ai compratori di azioni, alle banche che concedono mutui e fidi e a tutto il meccanismo del credito. Perfino all’esercito dei debitori, perché è tutto questo che fa funzionare l’economia. Allora come mai sono tanto ostile ai debiti?
La mia risposta è semplice. Sono ostile ai debiti che non si è ragionevolmente sicuri di poter restituire. L’imprenditore che sa bene come funziona un negozio di ferramenta non sarà un pazzo se, anche accendendo un mutuo,  aprirà un negozio di quel tipo nel posto giusto e lo farà funzionare con la propria professionalità. Si spiega così il fenomeno delle “catene di negozi”. Un simile imprenditore ha tutta la mia stima. La sua operazione finanziaria nasce da un preciso calcolo, tanto preciso che in conclusione quell’operazione dà un profitto alla banca, crea lavoro, soddisfa clienti e arricchisce lo stesso imprenditore. Ecco perché ho trovato miserabili quei politici e quei giornalisti che anni fa accusavano Berlusconi di avere dei debiti. Se Berlusconi allora aveva dei debiti e oggi non soltanto non è fallito ma è uno degli uomini più ricchi d’Italia, è chiaro che quei debiti erano benedetti. Sarebbe bellissimo se ce ne fossero molti altri, come quelli. 
I debiti che odio più risolutamente sono quelli contratti sapendo sin da principio che non si sarà in grado di pagare. Come l’insolvenza fraudolenta, un comportamento da codice penale. Qualcuno dirà: “Ma chi mai sarà tanto pazzo per comportarsi così?” E la risposta è facile: “Lo Stato italiano”. 
Pure ammettendo che l’Italia abbia contratto i primi debiti per attuare una manovra keynesiana, cioè per rilanciare l’economia, quando ha visto che non funzionava la prima volta, e poi la seconda volta, e poi la terza volta, perché non si è fermato? In realtà invece ha continuato per decenni, fino alla una somma stratosferica di 2.340 miliardi, circa centocinquantamila euro a famiglia. Una somma che gli italiani non potranno mai ripagare e che una volta o l’altra li porterà a fondo. 
Non erano pazzi, quei politici: è che con la scusa della manovra keynesiana compravano consenso e voti, e combattevano la concorrenza sleale dei comunisti. Fra l’altro, vedendo che dal crescere della abnorme somma non derivava nessuna conseguenza negativa, a parte gli interessi da pagare, i governanti  ne hanno dedotto che poteva aumentare indefinitamente. Qualcuno un giorno se ne sarebbe occupato. Che è poi la teoria del M5S e di Salvini. E intanto paghiamo gli interessi contraendo nuovi debiti. 
Se potessi parlare a nome di tutti gli italiani, e se lo Stato mi proponesse un regalo, gli griderei appassionatamente: “Per favore, no, ti prego, no, grazie, no”. Come regalo avvelenato, il cavallo di Troia ha distrutto una sola città, mentre qui si rischia di distruggere un intero Paese. 
Noi paghiamo annualmente circa settanta miliardi di euro per interessi sul debito. Ora basta chiedersi se non staremmo meglio, avendo lo Stato la possibilità di investire in attività produttiva quei settanta miliardi invece di versarli a persone che in tutto hanno fatto lo sforzo di comprare i nostri Btp. 
In questo gioco siamo tutti perdenti. Una volta o l’altra i creditori si accorgeranno che hanno dato soldi buoni per avere in mano un pezzo di carta, anzi una scrittura in banca che si cancella con un clic, quando lo Stato va in default.
Forse il mio orrore per i debiti deriva dal fatto che mio padre era un perfetto galantuomo mentre tanti altri si comportano molto più spensieratamente, con  danno dei terzi. A voi stabilire se lo Stato italiano somiglia a mio padre o a quegli altri.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
26 novembre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 27/11/2018 alle 13:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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